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Zappe, spade e ragazzi morti

È vero che per le cose legate alla scrittura ho un blog a parte, Dorso di Carta, ma è anche vero che un aggiornamento anche qui male non fa.

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Cajelli, De Feo, Fantoni, Gonnella, Hoffmann, Lanzoni, Leonardi, Mala Spina, Mana, Mazza, Nerdheim, Vicenzi. Questa la lista dei rinnegati che hanno dato vita a “Zappa e Spada”, la prima antologia al mondo di racconti Spaghetti Fantasy! Ecco la fantasia eroica all’italiana, quella con pochi soldi per gli effetti speciali, ambientata in una contrada fantastica popolata da furfanti e villani, avventurieri senz’arte né parte e paladini male in arnese, fratacchioni e fattucchiere… insomma: braccia rubate all’agricoltura, e restituite al campo di battaglia. Perché quando l’uomo con la zappa incontra l’uomo con la spada… nasce lo SPAGHETTI FANTASY!

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La Stanza Profonda

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Parlare di un libro come “La stanza profonda” (d’ora in poi LSP) di Vanni Santoni mi mette un po’ in imbarazzo, per una lunga serie di motivi.
Il primo è che LSP è un libro sui giochi di ruolo e una delle cose che scopri dopo un po’ che giochi di ruolo (voce del verbo “giocare di ruolo”) è che di giochi di ruolo (sostantivo) non si parla con chi non gioca. Ti risparmia un sacco di noiose spiegazione al termine delle quali l’interlocutore comunque decide che sei un cretino.

INCISO
Una volta metto su un gruppo musicale con un amico (al quale effettivamente mai avevo parlato di GdR). Un giorno siamo lì che chiacchieriamo con il chitarrista solista, che conosciamo da un paio di settimane, e lui in una frase dice una cosa tipo “in quei casi devi avere un senso del dovere da Cavaliere di Solamnia”. Al che io abbocco e faccio: “Uh, Dragonlance! Grande!”.
Lui annuisce e dice “Bene, quindi giochi. Se non avessi colto il riferimento non avrei mai più tirato in ballo i giochi di ruolo”.
(Diventò poi il nostro master in una campagna che rendemmo molto più interessante andando a confidarci con quello che credevamo il nostro amico più fidato e che invece avrebbe dovuto essere chiaro che si trattava del vero cattivo di tutta la faccenda).

Invece ora non solo esce un romanzo che ha in copertina un d20 (un solido regolare a venti facce triangolari, per la gente normale) e che parla di gdr, ma che per giunta finisce candidato al Premio Strega (non che abbia particolare interesse per i premi letterari, ma va da sé che danno un +3 alla visibilità del libro) e viene letto e recensito anche da gente che, probabilmente, nella sua “stanza profonda” non ci è mai entrata.
Ora, non si tratta di affermare spavaldi che “i nerd hanno vinto”, cosa che da qualche anno si sente ripetere sia tra chi ha da sempre frequentato dadi e mondi fantastici sia, soprattutto, tra chi non lo ha mai fatto. La situazione è ben più complessa, come riconosce anche Vanni Santoni nel libro (ne avevo parlato in un post di qualche tempo fa), e i toni trionfali sono un po’ fuori luogo.
No, dovete piuttosto considerare che fino a non moltissimo tempo fa, se sentivi parlare di giochi di ruolo fuori dall’ambiente era per cose del genere:

Quarant’anni fa, i giochi di ruolo in Italia non avrebbero trovato alcun seguace: perché i giovani un ruolo lo avevano davvero, fatto di responsabilità e progetti, nella società. Quindici anni fa, in America, il gioco della Torre e del Dragone venne tolto dal commercio; noi lo abbiamo trasformato in gioco di ruolo, e portato in Italia con grande successo, come tanta altra immondizia d’importazione.
Può un gioco portare al suicidio? E può un suicidio giovanile essere assistito? La risposta è sì, ad entrambi i quesiti.

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Carlo Cane è pronto a credere in voi

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Fare l’indagatore dell’incubo può sembrare una buona idea, se non hai un lavoro, il tuo cognome è Cane e il tuo nome inizia con la stessa lettera.
Ma quando Carlo Cane decide di inscenare una messa nera in una chiesa diroccata per attirare l’attenzione della televisione non può immaginare le conseguenze delle sue azioni
Tra vecchi partigiani, un cane, ragazze sboccate, star della seconda serata televisiva, beghine, comunisti, un vescovo (anzi, un arcivescovo), storici dell’arte, vigili urbani, gerarchi nazisti, streghe, bariste, chiese diroccate e parecchi gatti, un racconto sovrannaturale ambientato tra Genova e il suo entroterra, ambientato nello stesso universo narrativo delle Storie dello Spadaccino.

Carlo Cane è pronto a credere in voi.

Quest’anno Dylan Dog ha compiuto trent’anni di vita editoriale, un evento festeggiato, tra l’altro, con il ritorno di Tiziano Sclavi alla scrittura, Dopo un lungo silenzio.
Siccome ho un grosso debito, a più livelli, con l’indagatore dell’incubo di Craven Road, volevo in qualche modo celebrare a mio modo questa ricorrenza. E quale modo migliore se non scrivere una storia che inizia con un coetaneo di Dylan Dog, ma genovese, che decide di darsi anche lui alla carriera di indagatore dell’incubo? Continua a leggere

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Il diritto ad avere successo senza essere famosi

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In una “lettera aperta” all’autrice, Sandra Ozzola aveva infatti sostenuto che la curiosità dei suoi lettori avrebbe meritato “una risposta più generale, al di là delle interviste ai giornali, non solo per placare chi perdersi nelle ipotesi più inverosimili sulla tua vera identità, ma anche da un sano desiderio da parte dei tuoi lettori […] di conoscerti meglio.”

Era nata così La Frantumaglia, il saggio sedicentemente autobiografico dal quale i lettori hanno appreso che la scrittrice ha tre sorelle, che la madre era una sarta napoletana incline a esprimersi “nel suo dialetto”, e che lei aveva vissuto a Napoli fin quando non ne era “scappata via” avendo trovato lavoro altrove. La mia inchiesta ha dimostrato però che niente di tutto questo corrisponde alla vita personale della scrittrice.

Insomma, la prima a violare la privacy di Elena Ferrante è stata… Elena Ferrante. Ma lo ha fatto fornendo ai suoi fan informazioni assolutamente non vere, per di più su richiesta di quegli stessi editori che oggi mi attaccano per aver fornito invece dati veri. (via)

Di tutto il bailamme attorno all’inchiesta del giornalista Claudio Gatti che ha verificato intrecciando dati finanziari una delle ipotesi sull’identità reale della persona che firma dei libri con il nome di Elena Ferrante, mi stupisce e incuriosisce la dedizione, degna di migliore causa, con la quale Gatti (volevo scrivere “il giornalista” per non ripetere il cognome, anche perché ho un amico con lo stesso cognome e mi sembra di stare parlando di lui, però se scrivevo “il giornalista” mi sembravo uno di quelli che usano il termine in senso dispregiativo) difende il suo operato.
Andare a ravanare nei conti di una casa editrice e delle persone a essa collegata per scoprire l’identità di una persona che nonostante il suo grande successo preferisce vivere una vita il più lontano possibile dai riflettori è un gesto che appartiene più al gossip che non al giornalismo di inchiesta.
Tant’è che pure Luca Sofri, che difende l’operato di Gatti, la mette – inconsciamente – giù così:

Perché raccontare chi sia Elena Ferrante non è diverso da raccontare il divorzio tra Brad Pitt e Angelina Jolie – e probabilmente più interessante -, o chi fosse Gola Profonda.

Prima il gossip, poi, alzando il tiro vertiginosamente, l’identità della fonte dei cronisti dello scandalo del Watergate. La cui vera identità ci aiuta nella comprensione della realtà esattamente come quella di Elena Ferrante.

Claudio Gatti (che ha un curriculum giornalistico di tutto rispetto, ma io ho fatto il portiere e ho introiettato questa cosa che se hai fatto dieci miracoli e poi hai preso un gol da pirla negli spogliatoi tutti ti chiederanno conto del gol da pirla) insiste con questa idea che in qualche modo sia tutta colpa di “Elena Ferrante” stessa, che avendo successo avrebbe perso il suo diritto all’anonimato e, mentendo per proteggerlo, avrebbe ulteriormente “provocato” le indagini sul suo conto.
È questo aspetto che da molti, sia lettori sia altri giornalisti, per lo più all’estero, è stato visto – con diverse sfumature e approcci – come un atto di violenza nei confronti di una persona che, appunto, chiedeva solo di essere lasciata in pace (una breve rassegna è stata assemblata dai Wu Ming su twitter); tanto più con l’utilizzo di un metodo decisamente invasivo e “brutale”, se paragonato per esempio al più approfondito tentativo recente, quello di Marco Santagata, tutto basato sull’intreccio di biografie.
Come mi sembra feroce raccontare persino la vita della madre della presunta persona dietro a Elena Ferrante: storia tragica e affascinante certamente, ma che la persona più titolata a raccontarla (nel caso l’identificazione fosse stata vera) aveva deciso di non raccontare e magari aveva i suoi motivi. Invece, SBAM, è il giornalismo bellezza. Tra l’altro Gatti, da buon giornalista investigativo, ha una prosa che sembra sempre stia incastrando qualcuno e a un certo punto ti viene quasi paura che stia cercando una macchina del tempo per segnalare gli spostamenti della famiglia ebrea alle autorità competenti.
Anche nell’inchiesta pubblicata sul Sole 24 Ore, il tono è quello di qualcuno che sta incastrando un mascalzone che inganna noialtra brava gente che andiamo in giro con il nostro nome e cognome (omissis e corsivi miei):

[…] le prove da noi raccolte puntano il dito su [omissis], traduttrice residente a Roma la cui madre era un’ebrea di origine polacca […]

[…] (anche se non si può certamente escludere che Starnone abbia dato un rilevante contributo intellettuale). […]

[…] Nessuno di questi dettagli corrisponde alla vita di [omissis]. Come la madre di Elsa Morante, la sua era infatti un’insegnante, non una sarta. E non era affatto napoletana. […]

Da non giornalista, mi domando se ne valga la pena: una volta che tutte le tue indagini conducono a confermare che “Elena Ferrante” non è lo pseudonimo di qualcuno di famoso, non è una scelta di marketing o una qualche altra forma di “inganno” per confezionare meglio un prodotto, ma che puntano a una persona il cui nome conoscono giusto un po’ di addetti ai lavori (che magari già sapevano tutto senza bisogno che arrivavi tu a scomodare il catasto) e quelli che leggono il frontespizio o il colophon dei libri… perché andare avanti?
Ti sei levato la curiosità, che giustamente è quello che spinge il tuo lavoro ed è giusto e bello che sia così, ma che senso ha trascinare sotto i riflettori chi stava evidentemente chiedendo di starsene in pace lì dietro le quinte?
Chi te ne dà il diritto?

In un tempo in cui sappiamo tutto di tutti ben più di quanto vorremmo, in cui siamo arrivati, santissimi numi, alle Facebook-stars non è bello pensare che qualcuno riesca a restare in incognito, a non parlare veramente se non attraverso quello che scrive?
Che riesca, come si augurava George Harrison, ad avere successo senza essere famoso?

ps: il primo commento all’inchiesta di Gatti è molto affascinante nella sua semplicità (è tutta una questione di tempismo: ci arrivi dopo avere letto un muro di testo e…)

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Ho riso molto (sono una persona semplice)

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I dettagli dei sandali! L’occhio della Madre (Teresa di Calcutta)!

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Il lettore dell’edizione italiana del libro di Christopher Hitchens su Teresa di Calcutta, La posizione della missionaria, si trova a un certo punto dell’introduzione davanti a questa frase:

Molly Moore, l’acuta cronista del Washington Post che seguì il viaggio, spiegò chiaramente nei suoi pezzi che la visita era in stile corazzata Potemkin

Segue la descrizione dell’attraverso da parte della neo-santa di un villaggio completamente rimesso a nuovo in fretta e furia. E uno pensa “boh, vorrà dire che la visita è stata una cagata pazzesca“, anche perché non c’è alcun legame con le vicende dell’ammutinamento nel paragrafo che segue.


Però, per quanto la scena del cineforum di Il secondo tragico Fantozzi sia famosissima (e spesso citata un po’ a sproposito), come poteva conoscerla Hitchens?
Tra l’altro, nel film la pellicola russa si chiama La corazzata Kotiomkin perché non è il vero film di Ėjzenštejn (che nella versione più lunga conosciuta dura appena 80 minuti, tra l’altro) bensì un suo calco. Per dire, le scene che si vedono proiettate sono state ricostruite dallo stesso Luciano Salce perché non c’erano i diritti per utilizzare quelle del vero film; e il regista è chiamato “Einstein”, nel cartello introduttivo.
Quindi?
Beh, il signor Grigory Potemkin a cui era intitolata la famosa corazzata era un nobile russo vissuto nel diciottesimo secolo, gran favorito della zarina Caterina. Il suo nome è legato non solo alla famosa pellicola e alla sua parodia ma anche, per chi si occupa di raccontare il potere, ai cosiddetti “villaggi Potemkin“.
Il nome si riferisce all’idea che alcuni biografi gli attribuirono (ma non è dato sapere quanto a ragione) di fare visitare all’imperatrice solo villaggi accuratamente rimessi a nuovo, anche con quinte teatrali, apparati assolutamente effimeri e forse addirittura figuranti, per darle l’impressione che la gente vivesse meglio di quanto effettivamente non facesse.
Il testo originale, infatti, non fa alcun riferimento a nessuna nave da battaglia:

[…] the visit was of a Potemkin nature […]

Spero che minimum fax non abbia crocifisso nessuno in sala mensa per questa cosa.

Disclaimer: lavoro in una casa editrice, ho tradotto e revisionato traduzioni e sicuramente mi è scappata roba anche peggiore di questa. Questo post serve solo perché magari qualcuno che ha trovato incomprensibile il riferimento ci si imbatte e scopre l’arcano.

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Come non si pubblica il Mein Kampf

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Un “libro” non è quello che c’è scritto dentro. Quello è un testo.
Un libro è, più correttamente, la somma delle parti che lo compongono. Questa è una cosa parecchio importante per noi che di lavoro “facciamo libri”, definendo il nostro mestiere con una formula che indica tutto quello che succede da quando un testo arriva in casa editrice a quando vengono mandati allo stampatore i PDF definitivi.
Il formato del volume, il tipo di carta, la presenza di immagini, la gabbia grafica, il tipo di font usato sono tutti elementi che “fanno” un libro, che lo definiscono. Prendete una vecchia edizione di uno dei romanzi di James Bond scritti da Fleming e confrontatelo con la veste della recente edizione di Adelphi. Anche se la storia è la stessa, cambia tutto: la vecchia edizione è un libro mordi-e-fuggi, quella di Adelphi presenta le vicende di 007 in volumi raffinati, oggetti anche belli da esporre. Cerca di riqualificare quelli che sono romanzi di intrattenimento, non privi di un loro, ancorché sghembo, fascino, come grandi protagonisti della Letteratura.

La copertina della prima edizione italiana di Casino Royale, intitolato La benda nera

La copertina della prima edizione italiana di Casino Royale, intitolato La benda nera

 

L'edizione Guanda

L’edizione Guanda

 

L'edizione Adelphi, che – raffinatezza – riprende la copertina della prima edizione inglese

L’edizione Adelphi, che – raffinatezza – riprende la copertina della prima edizione inglese

 

Inoltre, un “libro”, specie se non è alla sua prima edizione, è anche tutti i discorsi che su quel libro sono stati fatti, il ruolo che ha svolto nella storia, sia quella letteraria sia quella del mondo o del Paese in cui è stato pubblicato.
Per esempio, come si pubblica un libro scritto da un dittatore che ha causato una guerra mondiale e, tra le altre cose, approvato un piano per lo sterminio dell’intera razza ebraica in Europa che, tutto sommato, gli è anche riuscito piuttosto bene? Non un romanzo giovanile o una silloge di poesie, no: proprio il suo manifesto programmatico.
Il Mein Kampf, tra tutti i libri “maledetti” è quello che senza dubbio si porta più a ragione questo titolo, essendo alla radice della morte violenta di svariati milioni di esseri umani tra il 1930 e il 1945. E non per un accidente della storia: proprio perché è stato messo in atto quello che in quel libro si teorizzava.
Nonostante questo, il Mein Kampf non è il Necronomicon: non è che se lo leggi diventi nazista automaticamente (come non è vero che il fascismo si cura leggendo). È bello pensare che si dia tutto questo potere ai libri, ma il MK da solo non basta a fare diventare nazista una nazione. Ci vogliono anche certe condizioni storico-sociali e una generale benevolenza del potere economico.
Sicuramente è un documento storico importante e come tale andrebbe trattato.
Il che è esattamente quello che non ha fatto il Giornale di Alessandro Sallusti quando ha deciso di proporlo come allegato al proprio giornale per inaugurare una serie di volumi dedicati al nazionalsocialismo. Continua a leggere

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Kobane Calling

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C’è una massima latina, sul muro di un palazzo di Corso Italia a Genova. Non la ricordo in latino ma dice una cosa del tipo “se non sai usarlo, il denaro è il tuo padrone, se sai usarlo è il tuo servo”. Considerato che è incisa su un lussuoso palazzo di inizio novecento non credo fosse un invito alla saggezza per chi passava ma un SUCATE grosso così ai poveracci che, evidentemente, non sapevano usare i loro soldi.
Cosa c’entra con l’ultimo libro di Zerocalcare?
Nel senso letterale, pochissimo.
Se al denaro però sostituiamo “successo”, però forse si inizia a intravedere qualcosa.

ZC è attualmente il fumettista italiano più venduto in libreria e, verosimilmente, tra gli autori di libri in generale più letti in Italia. Il suo è un successo che si è costruito con una progressione naturale e costante, fatta di piccole/grandi circostanze fortunate (la pubblicazione sul Canemucco, l’autoproduzione della Profezia dell’Armadillo, le storie del lunedì sul web, l’incontro con quella macchina da guerra che è la Bao) che hanno permesso a ZC di portare le sue storie a un pubblico sempre maggiore. In questo crescendo, quello che è rimasto costante è quello di cui a ZC interessava raccontare; in questo senso, ZC è riuscito a usare il suo successo per essere sempre più libero di fare quello che preferisce. Certo, ci sono le cose su commissione per Wired, che hanno quasi sempre quel tono di “che mi tocca fare, va beh, gliel’ho promesso, facciamolo”, ma se si prende la successione delle opere da libreria di ZC (escludendo le due raccolte di storie apparse sul blog, che sono comunque importanti ciascuna per la storia inedita che contiene e che fa un po’ il punto su quello che è successo fino a quel momento nella vita e nella carriera), è facile vedere come sia andato avanti per un suo percorso coerente e organico. La Profezia è una storia autobiografica che cerca di dare un senso a un lutto; Un polpo in gola è un romanzo come quelli che Ammanniti non scrive più, su quello che ci portiamo dietro del passaggio tra infanzia e adolescenza; Dodici è una storia di zombi usata per parlare di Rebibbia; Dimentica il mio nome è una storia familiare in cui si fanno i conti con le scelte di chi ci ha preceduti.
Al centro di queste storie c’è sempre un’analisi di sé, delle proprie scelte e delle loro conseguenze. A differenza delle storie per il blog, qui l’aspetto “politico” della vita di ZC emerge con forza; mai come pippone/predicozzo ma come costante, come modello a cui tendere e distanza da quel modello. Continua a leggere

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