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Un gatto

In questi giorni sto leggendo I due allegri indiani, un incredibile romanzo-rivista di Rodolfo J. Wilcock, scrittore italo-argentino. Il romanzo è un caleidoscopio di invenzioni, che riproduce i trenta numeri di una rivista di equitazione, “Il maneggio”, nella quale un autore che continuamente adotta nuovi nomi porta avanti un romanzo a puntate ambientato tra gli indiani. Ma questi “indiani” sono contemporaneamente gli italiani, gli indiani d’America e quelli propriamente detti dell’India – con un effetto spiazzante e comico. Allo stesso tempo, ci sono le lettere dei lettori, i retroscena di un esperimento di scrittura collettiva quando chi entra nella società acquistando delle quote ha possibilità di scrivere nuovi capitoli della storia… devo ancora finire, ma è una follia che spesso fa molto ridere e che ti toglie la terra da sotto i piedi.
Incuriosito dall’autore, sono finito sul sito a lui dedicato e mi sono imbattuto in un brevissimo – e bellissimo – racconto dedicato a un gatto egizio, alla sua vita e alla sua morte. Si intitola Ik-men-ha-kaf e inizia così:

Gli occhi di smalto fissano il mistero dell’aldilà come se fosse un topo, e può ben darsi che lo sia. Visse tremila anni fa; si chiamava Ik-men-ha-kaf, che significa qualcosa come il lampo o il fulmine; ma quei tempi come adesso nessuno usava il nome intero per rivolgersi a un gatto o chiedergli un favore, così che lo chiamavano Ik, e più spesso Ik-ik, ch’è fulmine abbreviato.
Abitava a Abido, in una casa dai tetti bassi, ma anche così il tetto gli sembrava troppo elevato, inutile spreco per un così semplice labirinto, talmente elementare che dopo due o tre giri ne conoscevi tutti gli ingressi e tutte le uscite. Ik-ik era stato portato da Tebe all’età di tre mesi, e i primi giorni non riusciva in verità a distinguere gli ingressi dalle uscite, doveva fermarsi sulla soglia per studiare i percorsi più adatti; finché non giunse alla conclusione che ingressi e uscite coincidevano, si trattava di una distinzione puramente accademica. 
(continua)

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La Banda delle Bende

MUSICA!

Nella vita ho sempre immaginato che prima o poi in libreria ci sarebbero stati dei libri scritti interamente da me.
Quello che non avevo programmato è che sarebbero stati dei libri di narrativa “per ragazzi”. Per giunta, illustrati (da Roberto Lauciello – anche lui genovese e questa è una bella combinazione).
Ma, si sa, la vita è quello che ti succede mentre tu fai dei progetti, quindi eccoli qua, da oggi 18 aprile sono ufficialmente in distribuzione i (primi) 4 titoli della collana di narrativa della Banda delle Bende, per i tipi di Franco Cosimo Panini Editore – il che vuol dire che io e Altan, per dire, abbiamo lo stesso editore.

La Banda delle Bende è un gruppo di quattro (più uno) personaggi nati per accompagnare il lettore in una collana di divulgazione realizzata in collaborazione con il Museo Egizio di Torino, all’interno della quale erano presente scenette interpretate da Kha e Merit (ispirati a due mummie del Museo), la loro gatta Miu e i due giovani Schiapp (da Ernesto Schiaparelli) e Cody (se non ricordo male, da Erminia Caudana, restauratrice del Museo).

Cose così (i disegni sono di Roberto Lauciello)

Quando ho saputo che c’era l’intenzione di provare a fare della narrativa con quegli stessi personaggi, ho buttato giù quattro soggetti. Sono stati approvati e a quel punto mi sono reso conto che avrei davvero dovuto sfornare in tempi abbastanza brevi quattro storie per un pubblico per il quale non avevo mai scritto in vita mia.
Le cose per fortuna sono andate molto meno peggio del previsto: tra i buffi incidenti di percorso, ho dovuto fondere insieme due soggetti perché da soli non avrebbero retto la lunghezza richiesta, trovandomi a dovere inventare da zero una storia al volo. Ho tirato gli Story cubes e mi hanno dato una buona idea, che è diventato il quarto titolo della collana.
Ma di cosa parlano, queste storie?
In sintesi, di quattro improbabili eroi (più uno) che si trovano invischiati in avventure incredibili che coinvolgono – a vario titolo – la mitologia egizia. Non sono strettamente storie didattiche, ma gli elementi egizi che contengono hanno ricevuto la supervisione dal Museo Egizio stesso; e in ogni caso, da buon fan di Martin Mystère ho chiesto che in fondo ci fossero delle pagine in cui si potessero spiegare le differenze tra quello che viene raccontato nelle storie e la vera mitologia egizia. Le storie iniziano tutte in un museo senza nome che non è il Museo Egizio, ma un po’ gli assomiglia.
Mentre scrivevo, il mio ideale era un modello Carl Barks / Duck Tales: avventure buffe in posti esotici, adatte ai bambini (l’età consigliata è 9+) ma in cui anche lettori più navigati possano trovare qualcosa di divertente.

I quattro titoli (e le relative sinossi, più qualche retroscena) sono questi:

Illustrazione di Roberto Lauciello

Nella terra della notte
La gattina Miu è scomparsa! L’unico indizio è un misterioso buco luminoso che si è aperto in uno dei luoghi più magici del museo. Quando la Banda delle Bende lo attraversa ha inizio un’avventura tra dèi, sfingi parlanti, uccelli dalla testa umana e fiumi impetuosi, fino a una minacciosa caverna… Non sarà certo una barzelletta (o forse sì?), sfuggire alla terra della notte!

È la prima storia che ho scritto (in realtà come sceneggiatura a fumetti di 16 pagine) e quella più rigorosamente egizia, nella quale ho adattato il mito del viaggio notturno di Ra che, con le sue prove, forniva già una struttura narrativa pronta all’uso. Il finale – con un crossover mitologico molto ardito – è un omaggio a certe storie con Zio Paperone, Paperino e Paperoga. La barzelletta che racconta Kha è la prima che mi abbiano mai raccontato.

Illustrazione di Roberto Lauciello

Un visitatore sgradito

Mummie che terrorizzano i visitatori, statuette egizie che si animano, macchine dʼepoca che ingoiano ignari passanti… Solo la Banda delle Bende può trovare il colpevole di una lunga serie di eventi misteriosi che sconvolgono la vita del museo, ma questo sarà solo l’inizio di un’avventura che porterà i nostri eroi sulle tracce di qualcosa di ben peggiore di un visitatore sgradito!

È un’avventura che si svolge quasi tutta all’interno del Museo, dove sono riuscito a infilare ben due delle mie divinità egizie preferite (Bes e Sekhmet). Oltre a nominare Carlo Cane, il mio indagatore dell’incubo, e inserirci un microracconto da toni weird raccontato a più voci (e se siete vecchi giocatori di ruolo, vi renderete conto che un personaggio ha passato un test di biblioteconomia) . Fa il suo esordio narrativo il direttore del Museo, che è un personaggio che mi diverte tanto scrivere. Il finale richiama un recente discusso evento del museo.

Illustrazione di Roberto Lauciello

La minaccia strisciante

La Banda delle Bende va in televisione! Invitato a una trasmissione sui misteri della storia, Kha si trova invischiato in una ragnatela di incredibili panzane sulla storia dell’Antico Egitto. Ma davvero tutto è come sembra o è solo un inganno per trascinare tutti in una nuova avventura, che li costringerà a confrontarsi nuovamente con una minaccia strisciante!

Questa è strutturata un po’ come un’avventura di Dungeons&Dragons, con un dungeon pieno di nemici e prove di astuzia e intelligenza. Metà buona della storia l’ho scritta in traghetto tra la Sardegna e Civitavecchia, disperato perché mi ero reso conto di avere chiuso la storia con svariate (SVARIATE) cartelle di anticipo. Nella prima versione c’era un evidentissimo omaggio al primo film di Conan che è stato ammorbidito in fase di editing. Però è rimasto il dialogo a pagina 121, che insieme al disegno sottostante ha un tasso di epicità davvero fuori scala (modestamente).

Illustrazione di Roberto Lauciello

Mummie nello spazio

Chi potrebbe mai rapire una mummia egizia? Alieni che assomigliano a grandi api, ovviamente, che trasportano Kha sul proprio pianeta perché lavori per loro. Ma la Banda delle Bende non si perde d’animo e troverà il modo di raggiungerlo, in un’avventura tra alieni di tutte le taglie, intrighi e un po’ di dolcezza. Come se la caveranno, le mummie nello spazio?

Oh boy. Questa è la storia nata da un lancio fortunato di dadi con alieni e api, che mi ha permesso non solo di scrivere un planetary romance in piena regola ma pure di scrivere “Tschai” in un libro. Delle quattro, è la storia meno egizia del lotto, ma è anche un test per vedere se i personaggi possono uscire dalla loro comfort zone e adattarsi ad altri ambienti senza snaturarsi. Per la copertina avevo proposto di citare i Gamma Ray.

Tutti i titoli possono vantare le splendide illustrazione di Roberto Lauciello, che ha creato graficamente i personaggi, in un’elegante monocromia sfumata che non fa rimpiangere la quadricromia.

(SPOILER!) Disegno di Roberto Lauciello

I primi quattro libri della collana (dico primi perché ho già consegnato le prime stesure dei quattro della “seconda stagione”) sono acquistabili in libreria, su amazon, su ibs, ma anche dallo shop online del Museo Egizio o dal sito dell’editore.
La Banda delle Bende ha un suo sito, dove si trovano il meraviglioso trailer, le schede dei libri (con il primo capitolo di ciascuno), le descrizioni dei personaggi e pure un piccolo quiz, estratto dal rinomato Rischiathot.

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Il Movimento e il movimento

Sì, c’entra anche lui

Il movimento No Tav esiste, in varie forme, dalla fine circa degli anni Ottanta circa. In questi trent’anni si è costituito come un’entità incredibilmente attiva e radicata, capace di esprimere un’opposizione al progetto contro cui si batte che non è limitata alla caricatura che ne fanno i detrattori.
Purtroppo, da quando è al governo, il movimento 5 stelle, nel suo dichiararsi “No Tav” non ha fatto altro che dare in pasto ai mass-media esattamente la caricatura “nimby” che tanto va per la maggiore.
Prova ne è Di Maio che in Abruzzo, sparando cifre a caso sul tempo di percorrenza in treno tra Roma e Pescara, dice che una Tav andrebbe invece fatta lì, dimostrando di non avere idea, appunto, delle ragioni No Tav e del loro non essere legate alla sola realtà valsusina.
Un racconto delle ragioni del Movimento No Tav, delle sue origini, di quello che ha prodotto, delle sue prospettive e della sua demonizzazione è stato pubblicato da Wu Ming 1 e si intitola Un viaggio che non promettiamo breve. Da ottobre dello scorso anno, come altri libri di WM, è disponibile per il download gratuito in vari formati.
Certo, è una lettura lunga, ma bisogna farsene una ragione: se un tema è complesso, non si può esaurire a slogan.
Né si può ridurre l’esperienza del Movimento No Tav al tragico dilettantismo (nella migliore delle ipotesi) dei cinque stelle.

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I libri letti nel 2018 – il meglio

Stando a Goodreads (che va bene il ritorno al blog, ma Anobii non è più cosa) (comunque c’è gente che usa ancora last.fm, ho visto) nel 2018 ho letto 93 libri. La lista dettagliata con i voti si trova là, qui faccio solo un riassunto dei titoli che si sono meritati secondo me il massimo dei voti.

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Fantascienza non è una parolaccia

Ragazze elettriche di Naomi Alderman è un bel romanzo di fantascienza, che traccia una bella parabola (beffarda) sul potere, sul rapporto tra i generi e persino su come la storiografia sia un riflesso del mondo che la produce.

Solo, stona un po’ che nelle prime tre righe dell’aletta dell’edizione italiana si sia sentito il bisogno di dire che non è proprio un romanzo di fantascienza, eh. E comunque ha anche vinto un premio!

Ma, no: Ragazze elettriche è un romanzo di fantascienza (proprio da definizione, perché c’è una spiegazione scientifica del fenomeno che racconta), che sarebbe potuto tranquillamente uscire in Urania o per Zona 42 (per la quale è di recente uscito un romanzo di Alessandro Vietti che presenta un simile intreccio tra potere fisico, politico e costruzione della verità, appunto Il potere).

Ripetiamolo tutti insieme: “fantascienza non è una parolaccia”

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Zappe, spade e ragazzi morti

È vero che per le cose legate alla scrittura ho un blog a parte, Dorso di Carta, ma è anche vero che un aggiornamento anche qui male non fa.

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Cajelli, De Feo, Fantoni, Gonnella, Hoffmann, Lanzoni, Leonardi, Mala Spina, Mana, Mazza, Nerdheim, Vicenzi. Questa la lista dei rinnegati che hanno dato vita a “Zappa e Spada”, la prima antologia al mondo di racconti Spaghetti Fantasy! Ecco la fantasia eroica all’italiana, quella con pochi soldi per gli effetti speciali, ambientata in una contrada fantastica popolata da furfanti e villani, avventurieri senz’arte né parte e paladini male in arnese, fratacchioni e fattucchiere… insomma: braccia rubate all’agricoltura, e restituite al campo di battaglia. Perché quando l’uomo con la zappa incontra l’uomo con la spada… nasce lo SPAGHETTI FANTASY!

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La Stanza Profonda

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Parlare di un libro come “La stanza profonda” (d’ora in poi LSP) di Vanni Santoni mi mette un po’ in imbarazzo, per una lunga serie di motivi.
Il primo è che LSP è un libro sui giochi di ruolo e una delle cose che scopri dopo un po’ che giochi di ruolo (voce del verbo “giocare di ruolo”) è che di giochi di ruolo (sostantivo) non si parla con chi non gioca. Ti risparmia un sacco di noiose spiegazione al termine delle quali l’interlocutore comunque decide che sei un cretino.

INCISO
Una volta metto su un gruppo musicale con un amico (al quale effettivamente mai avevo parlato di GdR). Un giorno siamo lì che chiacchieriamo con il chitarrista solista, che conosciamo da un paio di settimane, e lui in una frase dice una cosa tipo “in quei casi devi avere un senso del dovere da Cavaliere di Solamnia”. Al che io abbocco e faccio: “Uh, Dragonlance! Grande!”.
Lui annuisce e dice “Bene, quindi giochi. Se non avessi colto il riferimento non avrei mai più tirato in ballo i giochi di ruolo”.
(Diventò poi il nostro master in una campagna che rendemmo molto più interessante andando a confidarci con quello che credevamo il nostro amico più fidato e che invece avrebbe dovuto essere chiaro che si trattava del vero cattivo di tutta la faccenda).

Invece ora non solo esce un romanzo che ha in copertina un d20 (un solido regolare a venti facce triangolari, per la gente normale) e che parla di gdr, ma che per giunta finisce candidato al Premio Strega (non che abbia particolare interesse per i premi letterari, ma va da sé che danno un +3 alla visibilità del libro) e viene letto e recensito anche da gente che, probabilmente, nella sua “stanza profonda” non ci è mai entrata.
Ora, non si tratta di affermare spavaldi che “i nerd hanno vinto”, cosa che da qualche anno si sente ripetere sia tra chi ha da sempre frequentato dadi e mondi fantastici sia, soprattutto, tra chi non lo ha mai fatto. La situazione è ben più complessa, come riconosce anche Vanni Santoni nel libro (ne avevo parlato in un post di qualche tempo fa), e i toni trionfali sono un po’ fuori luogo.
No, dovete piuttosto considerare che fino a non moltissimo tempo fa, se sentivi parlare di giochi di ruolo fuori dall’ambiente era per cose del genere:

Quarant’anni fa, i giochi di ruolo in Italia non avrebbero trovato alcun seguace: perché i giovani un ruolo lo avevano davvero, fatto di responsabilità e progetti, nella società. Quindici anni fa, in America, il gioco della Torre e del Dragone venne tolto dal commercio; noi lo abbiamo trasformato in gioco di ruolo, e portato in Italia con grande successo, come tanta altra immondizia d’importazione.
Può un gioco portare al suicidio? E può un suicidio giovanile essere assistito? La risposta è sì, ad entrambi i quesiti.

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