Archivi categoria: musica

Metal sotto l’assedio (sul serio)

Se si pensa a rockstar occidentali legate all’assedio di Sarajevo probabilmente il primo nome che viene in mente è quello degli U2; a Bono e soci va in effetti riconosciuto il merito di avere cercato di tenere viva l’attenzione dell’occidente su un massacro del quale di fatto importava molto poco a tutti. Durante lo ZooTV tour del 1992/1993 avevano un collegamento satellitare con la città sotto assedio, finanziarono un documentario sull’assedio e cercarono di organizzare un concerto a Sarajevo – senza però riuscirci fino a ben dopo la fine dell’assedio.
Noi italiani poi ricordiamo certamente i due concerti “Rock sotto l’assedio” di Vasco Rossi a San Siro, nel luglio del 1995, aperti da band provenienti da Sarajevo (ignorate se non peggio dal POPOLODIVASCO) – anche per le polemiche sul fatto che l’incasso rimase nelle tasche di Vasco, che però mandò comunque degli aiuti in un secondo tempo.
Quello che i più ignorano è che ci fu davvero qualcuno che entrò a Sarajevo durante l’assedio per offrire ai ragazzi assediati un concerto come quello che i loro coetanei del resto del mondo potevano ascoltare. E quel qualcuno fu Bruce Dickinson.

La foto viene dal blog di Chris Dale

Un paio d’anni fa, quando andai a Sarajevo, una delle guide che ci portò in giro fece il suo nome, ma senza particolare enfasi, al punto che avevo pensato avesse fatto, come gli U2, un concerto dopo la fine dell’assedio. Del resto, all’epoca dell’assedio leggevo riviste metal e non ricordavo di averne letto nulla; nemmeno nelle interviste negli anni successivi a Bruce Dickinson, una delle persone più in vista del mondo del metal e non solo (ai media generalisti piace molto il fatto che piloti anche aerei di linea), mi sembrava di averne mai letto qualcosa.
Fino a che non è stata annunciata la pubblicazione del documentario Scream for me Sarajevo, che racconta appunto di quando Bruce Dickinson e la sua band si ritrovarono, nell’inverno del 1994, a tenere un concerto sotto le bombe. Cosa che per un cantante soprannominato in tempi non sospetti “air raid siren” in effetti è piuttosto naturale.

Breve riassunto per i non iniziati: Paul Bruce Dickinson entra nel 1981 negli Iron Maiden, un gruppo metal inglese con due dischi all’attivo molto buoni registrati con il loro primo cantante, Paul Di’Anno. Con la sua voce, la sua presenza scenica e il suo interesse per la storia e le tematiche occulte, i Maiden trovano il tassello mancante per perfezionare un modello di metal che, nel giro di un paio d’anni diventerà un archetipo e culminerà nel 1984 con il disco Powerslave e il tour successivo che, con il disco dal live Live after death, è un po’ la summa del metal “classico” anni ottanta. Intanto però Bruce inizia a stufarsi, vorrebbe fare cose nuove, i rapporti con il bassista e leader del gruppo Steve Harris si incrinano e nel 1993, dopo un ultimo tour da separati in casa, se ne va dal gruppo (un evento che i fan vissero con la stessa serenità delle fan dei Take That all’uscita di Robbie Williams dal gruppo – non senza una certa dose di preveggenza, ma questa è un’altra storia).
Nel 1994 pubblica un disco solista, Balls to Picasso, poi mette in piedi una band per il tour, nella quale suona anche un batterista italiano.

Il documentario Scream for me Sarajevo ricostruisce la storia di questa esibizione fuori dal mondo – letteralmente – attraverso le interviste a musicisti e fan di Sarajevo, allo stesso Bruce Dickinson, al bassista Chris Dale (che già aveva raccontato la vicenda in una serie di articoli molto intensi e che consiglio di leggere), al batterista Alex Elena (oggi anche fotografo), al maggiore dell’esercito inglese Martin Morris (l’uomo che ebbe l’idea di organizzare il concerto), il negoziatore dell’ONU Trevor Gibson (che si occupò della sicurezza durante la permanenza in città; è suo malgrado famoso per essere ritratto nella tremenda foto di un bambino di 7 anni ucciso da un cecchino sotto i suoi occhi) e altri – compreso un fan di Mostar che cercò di raggiungere Sarajevo per il concerto ma fu costretto a tornare indietro (misteriosamente assente invece il chitarrista Alex Dickson).
Alternando spezzoni d’archivio alle interviste, la narrazione parte un po’ piano (e dando per scontate molte delle coordinate socio-politiche dell’assedio), ma decolla quando si iniziano a mettere insieme i pezzi della catena di eventi che hanno portato il più famoso cantante metal del mondo a Sarajevo.

tra le cose improbabili, arrivare a Sarajevo su quel camion lì, di proprietà dell’associazione umanitaria Serious Road Trip (in primo piano, il maggiore Morris, mente dell’operazione) (foto dal blog di Chris Dale)

C’è una vena di Spinal Tap (uno dei film più realistici del mondo) quando si scopre che, in realtà, nessuno aveva ben chiara l’entità della tragedia in cui stavano andando a cacciarsi, accettando il concerto. Ma dall’arrivo a Spalato in poi, dove scoprono che non arriveranno a destinazione in elicottero come pensato ma via terra, il documentario diventa la storia della presa di coscienza dell’esistenza, a un passo dal resto dell’Europa di una realtà impossibile da immaginare, di una città i cui abitanti vivono fianco a fianco con la morte e la distruzione ogni istante. Una città per i cui abitanti gli scenari di distruzione di molto metal non sono un esercizio di stile ma la realtà quotidiana (c’è un passaggio molto intenso in cui un ragazzo spiega quanto sembrasse vicina Refuse/Resist dei Sepultura, per esempio). Ma anche una città nella quale, nonostante tutto, i giovani strappavano giorno per giorno una parvenza di normalità a quella situazione disperata, anche e soprattutto attraverso la musica, che arrivava tramite le radio e faceva da ponte con il resto del mondo.
Ricordo di avere visto in un museo di Sarajevo spezzoni del documentario Miss Sarajevo, quello finanziato dagli U2, e di essere stato annichilito da uno spezzone in cui dei ragazzini, miei coetanei, in una via devastata si mettevano a cantare All that she wants davanti alla macchina da presa – perché mi sono reso conto che negli stessi istanti in cui io potevo permettermi di considerarla robaccia c’erano altri per cui quella melodia appiccicosa era un momento di fuga dalla distruzione e, magari, l’ultima cosa che avrebbero mai ascoltato a seconda dell’umore di un cecchino cetnico (poi in tutto questo gli Ace of Base sono stati fondati da un nazista che magari in quei giorni avrebbe voluto essere pure lui a sparare sui bosniaci, ma è un altro discorso).
A ogni modo: del concerto vero e proprio non si vede molto, ma non è la cosa più importante. A detto degli stessi musicisti non è stato particolarmente indimenticabile per le loro performance e, come dice Dickinson, è stata l’unica volta che si è sentito davvero messo in soggezione dal pubblico. Nel senso che in quell’occasione si era ribaltato il tradizionale rapporto tra rockstar e spettatori: era lui a guardare i ragazzi che affollavano la sala come se fossero delle divinità in grado di fare cose fuori dal normale e appartenenti a un altro universo.
È forse un po’ meno toccante del previsto il ritorno di Bruce Dickinson a Sarajevo insieme al regista del documentario, con l’incontro di alcune delle persone presenti al concerto come spettatori o musicisti, ma forse più che altro perché il cantante è quasi in imbarazzo a prendersi la scena (è più sciolta invece la visita di Alex Elena e Chris Dale insieme al maggiore Morris – che a sua volta è un personaggio incredibile, un giovialone che poi butta lì, con il sorriso e parole pacate, che l’ONU aveva sbagliato tutto e avrebbe dovuto spezzare l’assedio con la forza).

Scream for me Sarajevo è un bel documentario, che dovrebbe interessare non solo gli amanti del metal o della musica in genere, ma che racconta una delle tante storie di quella barbarie che fu l’assedio di Sarajevo da un punto di vista inedito. È anche una testimonianza del potere della musica, al di là dello show business, di tenere insieme le persone quando tutto il resto fallisce.

Non mi sembra si trovi in streaming, se non a pagamento su iTunes, ma il dvd o blu ray è abbastanza facile da reperire, per esempio su Amazon (è un link sponsorizzato, se si acquista da lì io ricevo una piccola commissione – ma il prezzo non cambia)

Annunci

Lascia un commento

Archiviato in musica

Che cosa rende grande una canzone?

Se avete la curiosità e l’interesse di sapere come sono fatte le canzoni, perché certe soluzioni ritmiche, melodiche, di incisione, funzionano meglio di altre, non potete non conoscere la serie di video di Rick Beato (musicista, insegnante, produttore) che analizza, tracce singole alla mano, canzoni di ogni genere.
Rick sa tutto, sa suonare tutto e non si preoccupa troppo di lavorare solo sul “canone” (tanto che, appunto, il primo episodio è dedicato ai Blink 182 – difficile immaginare che in tre minuti di pop punk radiofonico ci possa essere così tanta cura).

Continua a leggere

Lascia un commento

Archiviato in musica

Sun City (we do are gonna play)

C’è questo video, che ha fatto arrabbiare un po’ di fan dei Queen, in cui Red Ronnie spiega perché non ha mai voluto intervistare Freddie Mercury, riconducendo la cosa a una certa antipatia per la persona e per il gruppo, dovuta principalmente al fattaccio dei concerti a Sun City.
Ora, al di là del fatto che RR ha tutto il diritto di avere delle opinioni e che, in fondo, non credo che ci siamo persi granché senza la sua intervista a Mercury e soci, la storia di Sun City è un bell’esempio della considerazione (scarsa) di cui hanno goduto i Queen da parte del loro ambiente praticamente fino alla morte di Freddie Mercury.
La questione nasce dall’apartheid in Sud Africa, dove la minoranza bianca di origine boera aveva imposto un rigidissimo regime di separazione razziale. Sun City era una località dell’entroterra, una specie di Las Vegas che era diventata la capitale di tutto l’intrattenimento del Paese, offerto a un pubblico rigorosamente bianco. Il perché è presto detto: le Nazioni Unite avevano imposto un embargo culturale sul Sud Africa come ritorsione per l’apartheid, ma Sun City era di proprietà di un magnate che strappava sontuosi assegni in cambio delle performance degli artisti occidentali. Il grosso del mondo del rock e del pop decise di boicottare Sun City, ma ovviamente ci fu chi non si fece grossi scrupoli. Continua a leggere

Lascia un commento

Archiviato in musica

Mudslinger

32072779_10155666869333565_6991391319692148736_o.png

Un’altra giornata in ufficio

È il 1994.
Qualcuno ha la bella idea di celebrare i 25 anni del festival di Woodstock con… un altro festival. La lista delle band, spalmata su tre giorni, era imponente e dà un bello spaccato dell’industria musicale alla metà degli anni novanta. Per dire, i Red Hot Chili Peppers fecero il loro secondo concerto con Dave Navarro alla chitarra (dopo che John/Jack Frusciante aveva lasciato il gruppo), salendo sul palco vestiti da lampadine. C’erano gli Aerosmith, al culmine della loro seconda vita artistica – e tre di loro erano stati tra il pubblico 25 anni prima. I Nine Inch Nails furono probabilmente il gruppo più visto e acclamato
L’ultimo giorno, nel pomeriggio, salgono sul palco sud i Green Day. All’epoca, era un terzetto punk che aveva appena imbroccato il successo della vita con l’album Dookie, il suo primo per una major, dopo due usciti per etichette indipendenti. Era il post-Nirvana, le grandi case discografiche mettevano sotto contratto orde di band sperando di azzeccare il colpaccio. Con Dookie, la Reprise (un’etichetta fondata nel 1960 da Frank Sinatra in persona, parte del gruppo Warner) azzeccò l’investimento. Il terzetto sfornò un disco di 40 minuti scarsi di melodie irresistibili, chitarre dal suono impeccabile (è in uscita un distorsore che cerca di ricreare quel suono), batteria sparato, basso scoppiettante e, di colpo, orde di 15enni – tra cui il sottoscritto – scoprirono che esisteva questa cosa chiamata punk (che poi era pop punk) di cui non potevano fare a meno. Come ogni band di successo che si rispetti, i Green Day avevano pure i loro rivali, almeno ideali, gli Offspring, anche loro al primo disco “importante” con Smash, altro enorme successo. Su una TDK da novanta stavano comodi uno per lato (se non capisci questa frase non preoccuparti, sei giovane). Continua a leggere

Lascia un commento

Archiviato in musica

Un po’ di cose sui Queen?

Senza entrare nel dettaglio di quello che penso di Bohemian Rhapsody, il biopic sui Queen e Freddie Mercury che suscita sentimenti forti come neanche la nuova trilogia di Star Wars (il mio consiglio è: pensate che sia ambientato nel Queen Cinematic Universe, non nel mondo reale), ecco alcuni episodi della storia della band che sarebbe stato divertente vedere sul grande schermo (c’è una foto NSFW, più sotto).

View this post on Instagram

Two naughty boys in Kensington. Christmas Eve 1969

A post shared by rogertaylorofficial (@rogertaylorofficial) on

Freddie Mercury e Roger Taylor che gestiscono un banchetto di abiti usati al Kensington Market. Continua a leggere

1 Commento

Archiviato in musica

Cinque di quattro

beatles-george-martin.jpg

Per farla breve: il titolo onorifico di “quinto Beatle” è stato assegnato a così tanta gente che c’è una pagina Wikipedia apposta.
Ma la realtà l’ha detta oggi Paul McCartney una volta per tutte: se c’è mai stato un membro esterno del gruppo dotato di pari dignità degli altri, quello è stato George Martin.
Sì, Brian Epstein ce li ha portati, da George Martin, li ha tirati fuori da Liverpool e li ha ripuliti. Ma Epstein era “solo” uno che aveva visto nei Beatles, così com’erano, qualcosa su cui valeva la pena investire.
George Martin è stato quello che ha avuto la lungimiranza di capire che quei tre giovanotti sfacciati (quando alla prima sessione di registrazione chiese al gruppo se c’era qualcosa che non andava nello studio George Harrison, implume, gli rispose “beh, tanto per cominciare la tua cravatta”), avevano qualcosa da dire. A patto di levare di torno quel batterista inaffidabile, Pete Best; una cosa che Epstein non aveva mai tentato di fare.
Si fidò di loro e accettò di farli esordire con Love me do invece che con una canzone scritta da un autore professionista. Mise le mani in Please Please Me in modo da farla diventare, dal lento che era, un pezzo più accattivante e, come predetto alla fine della seduta di registrazione, il loro primo numero uno in classifica.

E poi, con pazienza, li coltivò, assecondò la loro curiosità, fu complice e istigatore di tutto quello che fecero in una manciata, bruciante, di anni.
Anni di cui non è stato un testimone ma un protagonista. Nel 1965-66 i Beatles decisero, come altri gruppi nello stesso periodo, che anche lo studio doveva diventare uno strumento. E lo studio lo “suonava” Martin con i suoi tecnici.
Se a casa avete i DVD dell’Anthology, potrebbe essere la serata giusta per rivedere la parte in cui Martin, al banco del mixer di Abbey Road, spiega Tomorrow Never Knows.

Lascia un commento

Archiviato in musica

Quando David Bowie era somigliantissimo alla Duse (e l’aereo sopra il palco)

La Stampa di Torino non è solo un giornalaccio il cui direttore propala la peggiore propaganda razzista coloniale e il cui vicedirettore è quel monumento al populismo di Massimo Gramellini*, ma ha il pregio di avere digitalizzato e messo online l’intero archivio, dal 1867. Questo permette di fare delle divertenti ricerche che hanno per tema “la prima volta che La Stampa ha parlato di gente famosa”. Anni fa ci feci un post parecchio divertente da scrivere (e pare anche da leggere), Quando i Beatles erano un duo di urlatori, che ha anche avuto un seguito un po’ meno brillante.
In quei post mancava David Bowie. Come ne avrà parlato per la prima volta La Stampa?
Così, il 18 febbraio dei 1973, in un articolo sulle nuove tendenze in America, firmato da Lietta Tornabuoni.

Schermata 2016-01-12 alle 21.22.36

Due gocce d’acqua, lui e la Duse.

Eleonora Duse

Eleonora Duse

Il camaleontico Duca Bianco

Il camaleontico Duca Bianco

Non conoscevo invece la foto di Keith Moon che cita, ma è meritevole e molto meglio della descrizione, perché non è abbracciato a un enorme Topolino ma coricato su una pelle d’orso.

tumblr_m5h3l0OA4Z1rxms9mo1_500

Qui deve essere dopo il tranquillante per cavalli

Va decisamente meglio il 1 maggio dello stesso anno, con la recensione di Aladdin Sane (in una pagina degli spettacoli e cultura che vi consiglierei di guardare per le locandine dei film).

Schermata 2016-01-12 alle 21.34.49

Già che ci siamo, e i Motörhead? Niente di divertente negli articoli, ma chi doveva promuovere il concerto torinese del 26 marzo 1980 sapeva certamente fare il suo lavoro.

L'aereo sul palco costava meno di Concato.

L’aereo sul palco costava meno di Concato.


* E con questo incipit dovrei essermi assicurato almeno un paio di “ma come si fa andare oltre le prime due righe?” nei commenti.

4 commenti

Archiviato in musica