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Che cosa rende grande una canzone?

Se avete la curiosità e l’interesse di sapere come sono fatte le canzoni, perché certe soluzioni ritmiche, melodiche, di incisione, funzionano meglio di altre, non potete non conoscere la serie di video di Rick Beato (musicista, insegnante, produttore) che analizza, tracce singole alla mano, canzoni di ogni genere.
Rick sa tutto, sa suonare tutto e non si preoccupa troppo di lavorare solo sul “canone” (tanto che, appunto, il primo episodio è dedicato ai Blink 182 – difficile immaginare che in tre minuti di pop punk radiofonico ci possa essere così tanta cura).

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Sun City (we do are gonna play)

C’è questo video, che ha fatto arrabbiare un po’ di fan dei Queen, in cui Red Ronnie spiega perché non ha mai voluto intervistare Freddie Mercury, riconducendo la cosa a una certa antipatia per la persona e per il gruppo, dovuta principalmente al fattaccio dei concerti a Sun City.
Ora, al di là del fatto che RR ha tutto il diritto di avere delle opinioni e che, in fondo, non credo che ci siamo persi granché senza la sua intervista a Mercury e soci, la storia di Sun City è un bell’esempio della considerazione (scarsa) di cui hanno goduto i Queen da parte del loro ambiente praticamente fino alla morte di Freddie Mercury.
La questione nasce dall’apartheid in Sud Africa, dove la minoranza bianca di origine boera aveva imposto un rigidissimo regime di separazione razziale. Sun City era una località dell’entroterra, una specie di Las Vegas che era diventata la capitale di tutto l’intrattenimento del Paese, offerto a un pubblico rigorosamente bianco. Il perché è presto detto: le Nazioni Unite avevano imposto un embargo culturale sul Sud Africa come ritorsione per l’apartheid, ma Sun City era di proprietà di un magnate che strappava sontuosi assegni in cambio delle performance degli artisti occidentali. Il grosso del mondo del rock e del pop decise di boicottare Sun City, ma ovviamente ci fu chi non si fece grossi scrupoli. Continua a leggere

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Mudslinger

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Un’altra giornata in ufficio

È il 1994.
Qualcuno ha la bella idea di celebrare i 25 anni del festival di Woodstock con… un altro festival. La lista delle band, spalmata su tre giorni, era imponente e dà un bello spaccato dell’industria musicale alla metà degli anni novanta. Per dire, i Red Hot Chili Peppers fecero il loro secondo concerto con Dave Navarro alla chitarra (dopo che John/Jack Frusciante aveva lasciato il gruppo), salendo sul palco vestiti da lampadine. C’erano gli Aerosmith, al culmine della loro seconda vita artistica – e tre di loro erano stati tra il pubblico 25 anni prima. I Nine Inch Nails furono probabilmente il gruppo più visto e acclamato
L’ultimo giorno, nel pomeriggio, salgono sul palco sud i Green Day. All’epoca, era un terzetto punk che aveva appena imbroccato il successo della vita con l’album Dookie, il suo primo per una major, dopo due usciti per etichette indipendenti. Era il post-Nirvana, le grandi case discografiche mettevano sotto contratto orde di band sperando di azzeccare il colpaccio. Con Dookie, la Reprise (un’etichetta fondata nel 1960 da Frank Sinatra in persona, parte del gruppo Warner) azzeccò l’investimento. Il terzetto sfornò un disco di 40 minuti scarsi di melodie irresistibili, chitarre dal suono impeccabile (è in uscita un distorsore che cerca di ricreare quel suono), batteria sparato, basso scoppiettante e, di colpo, orde di 15enni – tra cui il sottoscritto – scoprirono che esisteva questa cosa chiamata punk (che poi era pop punk) di cui non potevano fare a meno. Come ogni band di successo che si rispetti, i Green Day avevano pure i loro rivali, almeno ideali, gli Offspring, anche loro al primo disco “importante” con Smash, altro enorme successo. Su una TDK da novanta stavano comodi uno per lato (se non capisci questa frase non preoccuparti, sei giovane). Continua a leggere

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Un po’ di cose sui Queen?

Senza entrare nel dettaglio di quello che penso di Bohemian Rhapsody, il biopic sui Queen e Freddie Mercury che suscita sentimenti forti come neanche la nuova trilogia di Star Wars (il mio consiglio è: pensate che sia ambientato nel Queen Cinematic Universe, non nel mondo reale), ecco alcuni episodi della storia della band che sarebbe stato divertente vedere sul grande schermo (c’è una foto NSFW, più sotto).

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Two naughty boys in Kensington. Christmas Eve 1969

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Freddie Mercury e Roger Taylor che gestiscono un banchetto di abiti usati al Kensington Market. Continua a leggere

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Cinque di quattro

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Per farla breve: il titolo onorifico di “quinto Beatle” è stato assegnato a così tanta gente che c’è una pagina Wikipedia apposta.
Ma la realtà l’ha detta oggi Paul McCartney una volta per tutte: se c’è mai stato un membro esterno del gruppo dotato di pari dignità degli altri, quello è stato George Martin.
Sì, Brian Epstein ce li ha portati, da George Martin, li ha tirati fuori da Liverpool e li ha ripuliti. Ma Epstein era “solo” uno che aveva visto nei Beatles, così com’erano, qualcosa su cui valeva la pena investire.
George Martin è stato quello che ha avuto la lungimiranza di capire che quei tre giovanotti sfacciati (quando alla prima sessione di registrazione chiese al gruppo se c’era qualcosa che non andava nello studio George Harrison, implume, gli rispose “beh, tanto per cominciare la tua cravatta”), avevano qualcosa da dire. A patto di levare di torno quel batterista inaffidabile, Pete Best; una cosa che Epstein non aveva mai tentato di fare.
Si fidò di loro e accettò di farli esordire con Love me do invece che con una canzone scritta da un autore professionista. Mise le mani in Please Please Me in modo da farla diventare, dal lento che era, un pezzo più accattivante e, come predetto alla fine della seduta di registrazione, il loro primo numero uno in classifica.

E poi, con pazienza, li coltivò, assecondò la loro curiosità, fu complice e istigatore di tutto quello che fecero in una manciata, bruciante, di anni.
Anni di cui non è stato un testimone ma un protagonista. Nel 1965-66 i Beatles decisero, come altri gruppi nello stesso periodo, che anche lo studio doveva diventare uno strumento. E lo studio lo “suonava” Martin con i suoi tecnici.
Se a casa avete i DVD dell’Anthology, potrebbe essere la serata giusta per rivedere la parte in cui Martin, al banco del mixer di Abbey Road, spiega Tomorrow Never Knows.

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Quando David Bowie era somigliantissimo alla Duse (e l’aereo sopra il palco)

La Stampa di Torino non è solo un giornalaccio il cui direttore propala la peggiore propaganda razzista coloniale e il cui vicedirettore è quel monumento al populismo di Massimo Gramellini*, ma ha il pregio di avere digitalizzato e messo online l’intero archivio, dal 1867. Questo permette di fare delle divertenti ricerche che hanno per tema “la prima volta che La Stampa ha parlato di gente famosa”. Anni fa ci feci un post parecchio divertente da scrivere (e pare anche da leggere), Quando i Beatles erano un duo di urlatori, che ha anche avuto un seguito un po’ meno brillante.
In quei post mancava David Bowie. Come ne avrà parlato per la prima volta La Stampa?
Così, il 18 febbraio dei 1973, in un articolo sulle nuove tendenze in America, firmato da Lietta Tornabuoni.

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Due gocce d’acqua, lui e la Duse.

Eleonora Duse

Eleonora Duse

Il camaleontico Duca Bianco

Il camaleontico Duca Bianco

Non conoscevo invece la foto di Keith Moon che cita, ma è meritevole e molto meglio della descrizione, perché non è abbracciato a un enorme Topolino ma coricato su una pelle d’orso.

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Qui deve essere dopo il tranquillante per cavalli

Va decisamente meglio il 1 maggio dello stesso anno, con la recensione di Aladdin Sane (in una pagina degli spettacoli e cultura che vi consiglierei di guardare per le locandine dei film).

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Già che ci siamo, e i Motörhead? Niente di divertente negli articoli, ma chi doveva promuovere il concerto torinese del 26 marzo 1980 sapeva certamente fare il suo lavoro.

L'aereo sul palco costava meno di Concato.

L’aereo sul palco costava meno di Concato.


* E con questo incipit dovrei essermi assicurato almeno un paio di “ma come si fa andare oltre le prime due righe?” nei commenti.

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David Bowie (1947-2016)

Venerdì ho ascoltato Black Star.
“Che angoscia,” ho pensato.
Questa mattina ho scoperto nel peggiore dei modi perché ci avevo sentito dentro qualcosa di così angoscioso.

Lo so che non è bello da dire di uno la cui carriera è fatta di una continua reinvenzione di se stesso e della propria musica, ma il “mio” David Bowie è quello che va da Space Oddity (1969) a Ziggy Stardust (1972). Massima stima per tutto quello che c’è dopo, ma per lo più non è musica che rientri più di tanto nelle mie corde.
Tra i cd di mio padre scoperti da ragazzino, quei due estremi, invece, spiccavano come due oggetti non troppo identificabili. Space Oddity era pieno di canzoni abbastanza lunghe, storte, non lineari. Nel libretto c’era una foto di Bowie nei panni di una sfinge.

tumblr_mvk9fpOdCr1qb1wbzo1_1280Ziggy Stardust era come un romanzo, da ascoltare rigorosamente tutto di fila. C’era scritto sul retro “TO BE PLAYED AT MAXIMUM VOLUME”. Lo facevi e arrivava pian piano la batteria di Five Years a gettarti nel dramma.
E poi c’era dentro LA canzone.
Mettetemi in mano una chitarra ed è probabile che entro trenta secondi io stia suonando l’attacco di Ziggy Stardust. In 3 minuti e 13 secondi Ziggy Stardust racconta la storia perfetta dell’ascesa e della caduta. When the kids had killed the man I had to break up the band. Bowie aveva raccontato Kurt Cobain quando Cobain era ancora un bimbo biondo e spensierato.

David Bowie l’ho visto domenica sera. In tv davano il Freddie Mercury Tribute. Cantava Under Pressure con Annie Lennox e poi All the young dudes con Ian Hunter e Mick Ronson (che sarebbe morto l’anno dopo e quella sarebbe stata la sua ultima esibizione); a un certo punto arrivavano Joe Elliot e Phil Collen dei Def Leppard a fare i cori. Brian May rispettosamente si ritirava a fare il ritmico a Mick Ronson. Bowie era elegantissimo, anche vestito da Barattolino Sammontana al pistacchio. Nelle versione di quella sera mancava Heroes, suonata subito dopo. E mancava il momento in cui Bowie si inginocchiava al centro del palco, senza averlo deciso prima, a recitare un Padre nostro per Freddie Mercury. “Avrei preferito se mi avesse avvertito prima”, dichiarò qualche tempo dopo Brian May. Bowie raccontò poi di essersi lasciato un po’ trasportare dall’emozione; un paio di suoi amici erano seduti vicino agli Spinal Tap e gli raccontarono che era riuscito a lasciare senza parole pure loro.
Quindi, ecco, come epitaffio potrebbe starci “lasciò senza parole gli Spinal Tap”.

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