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Sardine e capitoni (breve post pol-ittico)

E dopo un calembour del genere, chi mi ferma più?
Comunque, la comparsa all’improvviso sulla scena politica delle “sardine” ha messo in luce un paio di aspetti che forse varrebbe la pena affrontare (anche perché non mi pare di averne letto altrove).

La prima è una curiosa contraddizione. La piazza di Bologna si autoconvoca in riposta al comizio di Salvini a sostegno della candidatura alle elezioni regionali di Silvia Bergonzoni e, per ora, l’unica replica c’è stata in occasione del successivo incontro elettorale modenese. Quindi, il beneficiario implicito di questa mobilitazione è il governatore uscente della regione E-R, Bonaccini (PD).
Il quale però, nella stessa giornata in cui piazza Grande si riempiva di gente contro Salvini, commentava così l’apertura sullo ius soli del suo segretario di partito, Zingaretti:

“Ius Soli? In questo momento servono un grande piano di prevenzione contro il dissesto idrogeologico e cambiare la plastic tax”.

Una posizione compatibile con quella del Movimento 5 Stelle e che è anche dovuta alla percezione che l’uscita di Zingaretti sarebbe dannosa per la campagna elettorale perché “non si è calibrato bene il tono”.
Insomma, senza volere le “sardine” tirano la volata a uno che condivide la percezione delle tematiche dell'”immigrazione” come problematiche e come “favore a Salvini” (senza dimenticare che i possibili beneficiari dello Ius Soli comunque non votano, quindi…). A tal proposito, però, è bene ricordare questo tweet, che mi sembra colga bene la questione:

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Lo spostamento

Idiocracy doveva essere una satira, sta diventando un documentario

Molto di quello che fa Matteo Salvini non è nuovo e, in diversi campi, è già stato fatto da vari suoi predecessori, da Berlusconi a Minniti. Lui ci mette, di suo, dell’«ignoranza», che di questi tempi si porta molto, e rende tutto molto più esplicito e sgradevole.
Però, se andiamo a vedere al di là degli aspetti di costume, persino del più becero clientelismo (il Papeete è di proprietà di un amico di Salvini, neo deputato europeo per la Lega e tra i beneficiari dell’abolizione di vendita di drink nei locali dopo le 3 di notte – “perché da papà preferisco che sia un barman professionista a dare un cocktail a mio figlio che un immigrato”), fa tutto parte di un processo – iniziato non certo con Salvini – di trasferimento del potere dall’istituzione alla persona.

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Meno eroi, più moltitudine

La sorte della comandante della Sea Watch 3, Carola Rackete, dopo la notte tra il 28 e il 29 giugno in cui ha attraccato nel porto di Lampedusa senza il consenso delle autorità per porre fine al ridicolo braccio di ferro messo in scena dal governo italiano, è regolamentata di diritti e dai doveri di cui gode una cittadina europea, che è anche parte di un’organizzazione che ha potuto e potrà operare sull’opinione pubblica.
La sorte dei migranti che erano a bordo della Sea Watch invece è quella di persone che come mettono piede sul territorio europeo sono di fatto in balia di tutto un sistema di “accoglienza” nel quale hanno molti doveri e pochissimi diritti. Per ora verranno portati all’hotspot di Lampedusa, una sorta di carcere, e da lì in poi chissà. Potrebbero essere trasferiti in altre strutture, in Sicilia o nella penisola, venire ridistribuiti in Europa a seconda delle disponibilità, oppure scappare o essere rimandati al paese di origine o in Libia.
Della loro sorte sapremo pochissimo, a differenza di quella di Carola Rackete.

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Questo perché ormai il racconto dell’immigrazione si è concentrato su uno scontro che prima era tra governo e Ong, poi è diventato tra Salvini e Ong e ora tra Salvini e “Carola”. In tutto questo continua a mancare la voce dei veri protagonisti: le persone che cercano una nuova vita in altri posti. Li sentiamo parlare rarissimamente, non sappiamo quasi nulla di loro, delle loro aspirazioni, delle loro vite.
Anche nel caso della Sea Watch 3, a parte un appello, loro sono rimasti sullo sfondo quando erano a bordo, anche nel tifo social dei sostenitori di “Carola”, e lo resteranno anche dopo.
Mentre invece il cuore della questione sono loro, non è dare uno smacco a Salvini o ai razzisti. È permettere a delle persone di trovare una vita normale; e per farlo non bastano i “porti aperti”.
Va rivisto tutto il sistema dei visti e dell’accoglienza, per permettere alle persone di arrivare in Europa con sicurezza, senza finanziare organizzazioni criminali e con la possibilità di prendere in mano le proprie vite.
Senza di questo, continueremo a fare il tifo per gli eroi contro i cattivi e poco più.

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L’ignoranza è una trappola

Il modello – ideale – degli stati moderni si basa sulla sinergia tra tre elementi:

  • L’istruzione, che forma cittadini in grado di formarsi un’opinione analizzando le nozioni che riceve dall’informazione, al fine di votare con la maggiore consapevolezza possibile per i propri rappresentanti nelle istituzioni;
  • L’informazione, che contestualizza la propaganda prodotta dai partiti politici, la analizza, la verifica e fa da “cane da guardia” al potere. Lo Stato sostiene il sistema dell’informazione di diversi orientamenti politici, al di là del mercato, perché è dal mosaico risultante che viene fuori qualcosa il più vicino possibile alla “verità” (con tutte le virgolette del caso)
  • La politica, nel senso dell’insieme dei partiti, organizzazioni finalizzate a fare eleggere i propri rappresentanti per poter prendere decisioni per il benessere dello stato – a seconda della propria visione del mondo.

Li ho elencati da quello di livello più elementare a quello più alto. Va da sé che se si demolisce il primo livello, poi vacilla tutto il resto.
Per esempio, nel momento in cui si dà un valore strumentale all’ignoranza, intesa come richiamo reazionario al ridurre tutto il mondo alle proprie intuizioni e pulsioni, si fa passare l’idea che l’istruzione sia un trucco per mistificare il naturale stato delle cose. È uno dei grandi trionfi della destra, da sempre: far passare le proprie idee reazionarie e conservatrici come “naturali” e tutto il resto come sofisticazione. Ed è quello che fanno le varie pagine FB dedicate all’ignoranza, che creano un umorismo tutto basato sull’idea che ci siano cose “sane e buone”: a tutti piace mangiare carne, a tutti piace fare commenti pesanti sulle donne, a tutti piace risolvere i problemi tirando dritti (la campagna “bomberista” di Gilette Italia), a tutti piace prendere in giro i “marocchini”, i negri, le femministe, gli slavi, ecc. È la stessa palude in cui sguazza la propaganda del ministro degli interni sul web.

Oggi, in un’intervista a Repubblica, lo spiegano benissimo due illuminati maestri della complessità culturale del mondo contemporaneo, Dolce e Gabbana.

Ovviamente, è una cazzata. È chi non sa che, per definizione, è più probabile che cada vittima dei propri preconcetti. Come appunto ci hanno mostrato splendidamente i due stilisti con l’epocale campagna pubblicitaria cinese, una vicenda dalla quale non hanno evidentemente capito nulla.
Spiace anche che la loro sparata venga presa così, acriticamente, e diventi una “provocazione” con tanto di titolone; spiace perché è segno di un giornalismo che non si accorge nemmeno di chi sta lavorando, consapevolmente o meno, per scavargli la fossa.

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Inaudito

È andata così, che a un certo punto quelli di Casa Pound e Forza Nuova si sono resi conto che si candidano alle elezioni possono accedere a tutte le condizioni di visibilità che lo Stato garantisce alle varie liste elettorali.
Siccome da anni un sacco di gente teoricamente non fascista ha, in buona o cattiva fede non importa, contribuito a legittimare queste formazioni come interlocutori (per esempio, Mentana, Formigli e Parenzo, ma anche un’estenuante serie di rappresentanti del Pd, tra gli altri), nell’opinione pubblicata è percolata la convinzione che le manifestazioni di chi si incazza all’idea di avere raduni di fascisti nelle proprie città siano sfoghi di intolleranza oppure espressione di “opposti estremismi”.

Nella stessa settimana, a Bologna è andata in scena la replica di Roberto Fiore che parla protetto dalla polizia nel centro di Bologna – era già successo a febbraio del 2018 e allora la polizia di Minniti usò gli idranti – e a Genova Casa Pound ha fatto il suo debutto in pubblico in una surreale situazione di ordine pubblico che ha portato a chiudere un’intera piazza per il raduno di una trentina di “fascisti del terzo millennio” – praticamente una festa privata offerta dal Comune, con servizio d’ordine a cura della Questura.
L’ovvia manifestazione di protesta, che si è svolta a ridosso di uno degli accessi alla piazza, protetti da reti, è finita con le cariche della polizia, che hanno allontanato i manifestanti nella piazza sottostante e poi li hanno caricati di nuovo – una dinamica che ricorda le brillanti strategie del G8 del 2001.
Qui è successo il fatto inaudito: in una di queste cariche è rimasto coinvolto un cronista di Repubblica – Stefano Origone – che, caduto, è stato circondato da alcuni agenti e picchiato a manganellate e calci, fino a che un vicequestore non lo ha riconosciuto e ha fermato il pestaggio (si è dovuto fisicamente mettere in mezzo ai picchiatori, tra l’altro, non è bastato richiamarli). Il referto parla di due dita rotte, una costola andata e lividi su tutto il corpo, tra cui l’impronta della suola di un anfibio sulla schiena.
Giustamente, Repubblica ha denunciato con forza l’accaduto, dedicando alla vicenda il titolo di prima pagina di venerdì 24 maggio, ci sono stati comunicati della direzione e del cdr.
Il questore si è prodigato in scuse (nella stessa dichiarazione in cui parla di un manifestante “ostaggio” delle forze dell’ordine da difendere da un tentativo di liberarlo, una terminologia che lascia intuire che abbiamo qualche problema), è partita un’indagine della Procura (che non rispetta direttive europee secondo le quali non puoi chiedere all’oste se il vino è buono, ma va beh), il signor Ministro dell’Interno ha detto che sostanzialmente non gliene frega un cazzo ed è colpa dei centri sociali (ormai entità astratte buone per ogni cosa).

Ovviamente, in tutto questo c’è un aspetto paradossale.
Non è certo la prima volta dal G8 genovese (per usare uno spartiacque simbolico ma non poi così significativo, considerato per esempio quello che successe al Global Forum di Napoli solo quattro mesi prima, con un governo “di sinistra”) che un corteo viene caricato dalle forze dell’ordine e persone inermi vengono picchiate anche (e soprattutto) se non pongono alcuna minaccia. Tra l’altro, ormai da anni non si vedono più cortei che abbiano una prima linea preparata a reggere l’urto di una carica, con protezioni, scudi o altro, quindi ogni volta che i media parlano di “scontri” le immagini che girano sono sempre quello di agenti in antisommossa che menano gente disarmata e indifesa – salvo qualche eccezione.
Se non fosse stato coinvolto un giornalista dipendente di una testata (e non quindi un freelance, che come dice questo articolo erano la maggioranza in piazza – e probabilmente nella professione) semplicemente staremmo parlando di “scontri”. Del resto, nello stesso video in cui si vede fermare il pestaggio di Origone è visibilissimo all’inizio un analogo pestaggio (di almeno tre agenti) ai danni di una donna, bloccata contro il muro, che probabilmente si interrompe solo perché era stato interrotto anche l’altro – ma fa a tempo a prendere due manganellate pure mentre se ne va.

Quindi, sì, abbiamo un problema, ma ce l’abbiamo da tempo. Spiace che per accorgersene una parte del giornalismo abbia dovuto aspettare che ne facesse le spese un collega, indebolendo così una denuncia che rischia di passare ora come una difesa corporativa.
Anche di fronte a scivoloni come questo:

Nell’articolo di Massimo Calandri dedicato a Origone su Repubblica del 25 maggio viene riportata una dichiarazione di Giovanni Toti, governatore della Liguria, piena di falsità. Non sono state incendiate auto (!) né tantomeno devastata la città (l’unico danno alla città l’hanno fatto i lacrimogeni della polizia rompendo la vetrina di un bar – ma in generale la retorica del “ferro e fuoco” per qualsiasi manifestazione è vomitevole) e, da come è detto, sembra che Origone l’abbiano menato i manifestanti.
Non so se sia sciatteria nel riportare le parole di Toti o se non ci sia fatto neanche caso, però è paradossale che mentre si denuncia un attacco all’attività giornalistica si faccia del pessimo giornalismo, al livello della propaganda leghista di un Rixi qualsiasi.

Quindi, sì, abbiamo un grosso problema con la gestione dell’ordine pubblico (anche perché se è vero come dice il signor Ministro dell’Interno che in antisommossa ci mandano gente che di solito fa tutt’altro, anche in situazione delicate come queste c’è di che avere molta paura), però ce l’avevamo da prima che massacrassero di botte un giornalista e, probabilmente, ce l’avremo anche dopo che saranno state punite cinque “mele marce”.

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State guardando il Salone dalla parte sbagliata

“Guardami mamma, mi intervistano alla radio e dico che sono fascista!”

La scelta del Comitato d’Indirizzo del Salone del Libro di Torino di non escludere la casa editrice Altaforte, diretta emanazione di CasaPound, è ormai passata in secondo piano rispetto alle successive dimissioni di Christian Raimo, le quali a loro volta hanno innescato quello che ora sembra una specie di derby dell’antifascismo tra (in primo luogo) gli autori che hanno scelto di non confermare la loro presenza al Salone e quelli che sostengono che non si debba abbandonare il campo.
Polemica scatenata da un appello di Michela Murgia che inizia nel peggiore dei modi possibili, cioè ridicolizzando la posizione di chi ha scelto di non partecipare (“Se Casa Pound mette un picchetto nel mio quartiere che faccio, me ne vado dal quartiere?”) e che forse poteva essere evitata con un minimo di coordinamento in più.

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Chi è il ministro Fontana?

La mia cresima, se non ricordo male in seconda media, fu un evento curioso per un paio di fattori. Il primo è che ero di almeno una testa più alto del mio padrino, che con la mano sulla mia spalla sembrava un po’ appeso, e di due più alto del minuscolo sostituto del vescovo, che per ungermi la fronte fu costretto a salire almeno un paio di gradini del presbiterio.
Il secondo è che ho rischiato di essere, credo, l’unica persona nella storia di Santa Romana Chiesa, a essere bocciato alla Cresima. Un paio di settimane prima dell’evento, la suora che ci faceva catechismo ci aveva portati nella cappella della parrocchia e ci aveva fatto recitare uno per uno l’Ave Maria. Io ero verso il fondo della fila e, mentre i miei compagni cantilenavano la preghiera senza problemi, mi sono reso conto che non la ricordavo. Ho provato a memorizzare quello che ripetevano, ma i concetti e le parole mi scivolano via dalla testa, si mescolavano… era come aspettare l’esecuzione capitale.
Arrivato il mio momento, ci ho provato. Credo di essere crollato poco dalle parti del seno tuo, facendo cadere sulla cappella uno dei più imbarazzati silenzi della sua storia (e stiamo parlando della parrocchia del Gesù Adolescente, età di grandi silenzi). La suora, una donna di grande affabilità, che secondo mia madre doveva avere fatto il militare nei Carabinieri (“Ma le suore non possono fare il militare” aveva risposto la madre di uno dei miei compagni a questa battuta), mi gelò con lo sguardo, mi disse una roba tipo “forse è meglio se preghi un po’ di più” e passò oltre.
Un paio di giorni dopo fui convocato dal parroco perché la suora non voleva farmi fare la Cresima.
Aveva ragione lei: la mia fede era evaporata da un paio d’anni – se mai c’era davvero stata (non sapeva nemmeno del periodo attorno ai sette anni in cui ero convintissimo dell’esistenza delle divinità classiche e dicevo robe tipo “senti Giove come è arrabbiato!” quando tuonava, con sommo sbigottimento della cattolicissima vicina in pensione – ma che conviveva con una ex collega in una casa con una sola camera da letto – che mi portava a scuola e mi faceva da baby-sitter).
Il parrocco però ci teneva e così mi ha fatto l’esame di riparazione. Credo di essere riuscito a recitare un’Ave Maria corretta e dobbiamo avere chiacchierato un po’ di dottrina (come diceva mia nonna).

Non ricordo di precisione su quali punti mi abbia interrogato, ma sono certo che se avessi detto che “ama il prossimo tuo” significa

quello in tua prossimità. […] Quindi, prima di tutto cerchiamo di far star bene le nostre comunità

sono abbastanza certo che sarebbe dovuta intervenire la suora, con la sua esperienza nei NOCS, per trattenere il parroco.
Questa illuminante lettura del catechismo secondo Matteo Salvini l’ha proposta il ministro della famiglia, Lorenzo Fontana.
Repubblica lo presentava così, all’epoca della sua nomina:

Fa il tifo per Orban e per l’Hellas Verona, la “squadra a forma di svastica” – come cantano gli ultrà pro-Hitler della curva Sud dove il neoministro è presenza fissa da quando era giovane. Oltre a quella per Vladimir Putin ha un’ammirazione politica per il Front National di Marine Le Pen e va fiero di essere stato – da europarlamentare – tra gli artefici dell’ “alleanza storica” tra il partito dell’estrema destra francese e la Lega. Una bella medaglia per uno che, sul tema immigrazione, agita da sempre lo spauracchio della “sostituzione etnica”, che parla di “annacquamento devastante dell’identità del Paese che accoglie”, che come gli imprenditori della paura associa il calo della natalità in Italia al fenomeno migratorio qui inteso come “invasione”, termine mantra dei leghisti e dei neofascisti.

Un articolo su Famiglia Cristiana (oh, l’ironia) invece ne tracciava questo ritratto:

Il Carroccio lo folgorò  sulle  vie del Lungadige. «Ma non era il tipo da usare slogan vuoti  o non meditati”, aggiunge Luigi Macchioni, suo catechista e amico. «Le posizioni di Lorenzo sui migranti erano certo quelle  leghiste del “aiutiamoli a casa loro”, ma cercava di suffragarle con dati e ricerche personali».  Insomma lontano dalle derive razziste di un certo leghismo.

Forse è il caso che faccia un attimo rivedere la rotta e, già che c’è, ripassi un attimo non tanto il catechismo, ma il Nuovo Testamento. Tipo l’episodio del buon samaritano, che lascio spiegare al mio referente – titolato – per le questioni riguardanti la dottrina:

La questione è che Fontana avrebbe pure ragione, se non avesse torto. Ovvero, la regola che gli ebrei seguivano era quella, il prossimo era uno del popolo di Israele, quindi un “prima gli ebrei” ante-litteram, ma Gesù sfonda con un calcio rotante questa idea e propone la parabola del buon SAMARITANO, cioè dello straniero odiato come un nemico, e costringe lo scriba che fa la domanda a Gesù su chi sia “il prossimo”, ad ammetter che il prossimo NON era un “prima gli ebrei”.

Fontana, insomma, è uno di quelli a cui piace un casino il Vangelo ma non si rende manco conto che lui, nel Vangelo, c’è ed è il cattivo.
Che è Satana.

Ps: sinceramente, ma questo lo sa “cattolico” che etimologia ha? Lo sa cosa dice quando pronuncia l’atto di fede? SI POSSONO AVERE DEGLI ADULTI AL GOVERNO, PER FAVORE?

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