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Concentrazio’

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Così, ma con dei ministri.

(Prologo: Scienze della comunicazione for dummies)

Tra gli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso, il sociologo Erving Goffman teorizzò una cosa per certi versi ovvia, ma che nelle scienze sociali nessuno aveva ancora affrontato sistematicamente, cioè la coesistenza in ciascun individuo di un’identità “privata” e una “pubblica”. Usando una metafora teatrale, Goffman parlava di “palcoscenico” per quello che offriamo agli altri nella nostra vita pubblica (sul lavoro, in presenza di estranei) e di “retropalco” per quello che invece mostriamo agli amici, ai parenti, ecc. (ovviamente l’analisi di Goffman è più articolata e complessa, questo è solo il suo nucleo)

Successivamente, uno studioso dei mass-media, Joshua Meyrowitz ha applicato le categorie di Goffman alla comunicazione politica nell’epoca televisiva, teorizzando che il cittadino si era venuto a trovare in una situazione di “palcoscenico laterale”, cioè una posizione dalla quale poteva sì vedere quello che succedeva sul palcoscenico, ma riusciva a sbirciare anche dietro le quinte. Il perché è presto detto: come la comunicazione passa da radio e giornali al mezzo televisivo è impossibile tenere fuori dal quadro tutti gli aspetti di comunicazione non verbale che prima venivano filtrati. Di un politico non si conosce più il pensiero, la voce o l’aspetto cristallizzato in qualche fotografia: si vede come si muove, come reagisce, se è appare in salute oppure no. Di conseguenza, l’uomo politico diventa più “uomo”; e il resto del sistema mediatico si adegua trattandolo alla stregua di altre categorie di personaggi famosi.

Con la comunicazione politica via social, ovviamente, il “palcoscenico laterale” si è trasformato in un pass ad accesso illimitato al teatro – un po’ come quello che permette a Wayne e Garth di inchinarsi davanti a Alice Cooper e trovarsi invece davanti al pacato e cordiale Vincent Furnier.

Ci sono quelli che sanno sfruttare bene la situazione – perché ben consigliati, per fortuna, per naturale istinto, per una combinazione di tutte e tre le cose – e poi ci sono i dilettanti allo sbaraglio.

(fine prologo)

Sì, Danilo Toninelli, stiamo parlando di te. Continua a leggere

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Fake!

Fine anni ’90. Il presidente del consiglio, Massimo D’Alema dichiara che se ha qualcosa da dire preferisce andare da Vespa a Porta a Porta per parlare direttamente ai cittadini che non fare una conferenza stampa, che sarà poi stata raccontata attraverso il filtro dei giornalisti.

Inizio novembre del 2011. Poco dopo che Napolitano ha dato a Mario Monti l’incarico di formare un governo, l’account twitter di Palazzo Chigi diventa improvvisamente molto attivo e, per mano dello stesso Mario Monti, offre un incredibile spaccato in presa diretta delle attività del neo-presidente del Consiglio, che spiega ai cittadini la sua ricetta per uscire dalla crisi. Stiamo parlando di una comunicazione di questo tipo:

#Italia è ora di dormire. Domani iniziano i sacrifici.Dormire presto significa risparmiare energia e avere una vita rigorosa e austera.
***
Dopo una frugale e austera colazione mi reco al colle dove incontrerò il Presidente Napolitano. La lista dei salvatori dell’#Italia è pronta
***
Austerità,sacrificio,serietà. Questa la ricetta per recuperare i 20 anni di sprechi. Mi attende un incarico difficile ma sono ottimista.

Un incredibile stacco rispetto alla comunicazione berlusconiana, da parte di un non-politico che calava di colpo nella contemporaneità la comunicazione politica?
Non proprio, perché l’account era un fake, che, come era evidente leggendo i tweet (e tenendo a mente che Monti non era ancora presidente e non poteva avere accesso a un account istituzionale) parodiava le esternazioni di Monti.
La cosa, però, all’epoca suscitò un certo scalpore, perché all’account finto rispondevano, entusiasti, in molti, convinti di stare davvero interagendo con lo stesso Monti.
Di tutta la storia ho scritto diffusamente all’epoca, in un post che purtroppo oggi appare monco perché linkava alcuni Storify oggi inaccessibili dopo la chiusura della piattaforma. Concludevo con una specie di profezia:

Al netto dell’idiozia, del servilismo, dell’ingenuità, dell’analfabetismo nell’uso degli strumenti di internet, molte delle persone che hanno interagito con l’account fake di Palazzo Chigi hanno espresso il desiderio di potere avere un rapporto più diretto con chi li governa (o almeno con uno stagista). Hanno trovato tutto sommato logico che nel 2011 il governo avesse aperto un canale di comunicazione (anche unilaterale) su un social network di grande diffusione.
Non che essere sui social network sia un valore in sé, per le istituzioni. Però in questo senso i molti aspiranti interlocutori di Monti hanno dato un’indicazione delle cose che vorrebbero da chi li governa.
Sembrerà una scemata, ma @palazzochigi ha forse involontariamente fornito ai futuri consulenti di immagine del governo un buon case study da cui partire per valutare eventuali strategie future di comunicazione in rete.
Non male, per una cosa nata FOR TEH LULZ.

Non so bene che cosa stessero facendo Salvini e Morisi nel novembre del 2011 (il profilo di Salvini su twitter era già attivo da otto mesi), ma probabilmente qualche appunto l’hanno preso.
Da luglio, esiste su Twitter un account parodia di Matteo Salvini, che riprende le fotografie di quello originale e aggiusta, specie il poco che basta,  il testo. L’effetto è quello che vedete di seguito:

L’effetto mimetico è impressionante, perché di fatto la comunicazione di Salvini su internet sembra già, per chi è cresciuto abituato a un altro tipo di comunicazione politica, una parodia. Il continuo rilancio di notizie di cronaca, l’occasionale (o per meglio dire ritmata) apertura sulla vita privata ai limiti del buongiornismo, sono elementi che sembrano usciti dalle caricature dei programmi di scuola Guzzanti/Dandini degli anni novanta.
Fa ridere che a un certo punto un debunker come David Puente si senta in dovere di pubblicare una guida per distinguerli che, in sostanza, dice: “leggete”.

Lo fa perché, anche in questo caso, nonostante sette anni dal fake di Monti, c’è gente che con il fake di Salvini si complimenta o si incazza.
Il capolavoro è stato quando si è scomodato Luca Morisi per segnalare il fake e subito sotto è comparso il suo fake, Luca Monisi – se i due account sembrano uguali è perché nel font di twitter I e l appaiono uguali, quindi uno è (tutto minuscolo) lumorisi, l’altro iumorisi (con la i maiuscola).DmhSV-lXcAAVSah

In giro avrete trovato lo scambio qui sopra ripubblicato come prova di quanto è rintronato Morisi, a dimostrazione che nessuno, per quanto siano buone le sue intenzioni, è immune dal prendere delle cantonate, se soddisfano quello che vorrebbe vedere.

Questi fenomeni hanno il pregio di mostrarci quale sia la superficialità e per certi versi l’automatismo con i quali consultiamo i nostri cosi social: nel flusso delle immagini, un Salvini o un Morisi praticamente uguali agli originali ci sembrano gli originali. Un like o una reazione indignata sono meccanismi che scattano quasi automatici davanti a certi interruttori: una foto, certe parole chiave. Confesso che pure io a volte quando vedo nella timeline di twitter il finto Salvini ho un momento di smarrimento e mi domando perché ho Salvini sulla timeline.

Tutto questo fa parte dell’enorme problema che i social stanno creando al modello classico della sfera pubblica, uno dei pilastri di quella che abbiamo sempre chiamato epoca moderna. Questo modello prevedeva che cittadini che hanno formato una propria opinione sullo stato delle cose grazie ai mezzi di informazione prendano delle decisioni attraverso le consultazioni elettorali. È chiaramente un modello ideale, perché da sempre i mezzi di informazione non sono neutrali e nessuno prende decisioni solo in base alla propria razionalità.
Ma il modo in cui i social sono diventati un unico canale che fonde in un flusso continuo notizie, intrattenimento e relazioni personali sta progressivamente facendo diventare ancora più ristretti i tempi di assimilazione delle informazioni. È un fenomeno che esiste già dai tempi dei giornali (“ma tanto la gente legge solo i titoli”), ma che ora si è amplificato: leggiamo centinaia di “soli titoli” al giorno, in un mondo sempre più complicato e con margini di manovra sempre minori.
E molti, moltissimi di questi “titoli” sono pura e semplice propaganda, che arriva direttamente dagli stessi politici.
La cui presenza sul web è ormai indistinguibile da quelli che, anni fa, erano delle parodie.

ps: nei fake, una menzione speciale per la straordinaria Federica Ciaccheri, strepitoso calco dei tifosi renziani.

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Post del capitano

(questa è la versione leggermente modificata ed espansa di un post comparso su nipresa, per togliere dal tavolo alcune questioni laterali che sono tangenti al punto che volevo toccare)

Siamo ormai prigionieri (più o meno consenzienti) di un sistema mediatico-politico che eleva a COSE IMPORTANTISSIME fatterelli come una che sbrocca contro la polizia a un corteo, una capotreno che sbrocca sul lavoro, un cartello a una manifestazione.
Nel primo caso, fu Matteo Renzi a soffiare sul fuoco, negli altri due la propaganda di Salvini (che, è bene ricordarlo, quando si sta leggendo la pagina FB o il twitter del “Capitano” non si ha a che fare con il ministro dell’Interno ma con il segretario della Lega che porta avanti la sua propaganda personale – e poco importa se i post li pensa e scrive lui, Morisi o qualcuno dello staff) ci si è buttata di peso. Nel terzo caso è anche comprensibile, perché si citava direttamente lui.
Ma, lo stesso, è interessante come è stato costruito il post.
Intanto, si presenta, oltre al cartello, una sagoma di Salvini come il Grande Dittatore chapliniano. Non ha importanza sapere se Salvini e i suoi davvero non sappiano una divisa nazista da quella di Chaplin: l’importante è l’effetto che fa nel flusso. Non solo: intanto nel testo c’è scritto “nazista”, quindi già si indirizza l’osservatore distratto verso quella lettura. Secondariamente, l’immagine che aveva girato più a lungo era quella del cartello dove si paragonava implicitamente Salvini a Mussolini. Ma la propaganda salviniana con il fascismo ci flirta più o meno ambiguamente da sempre, quindi non potrebbe mai chiedere delle scuse perché gli stanno dando del fascista. Del resto, abbiamo fatto quel passo per cui ormai da tempo “fascista” non è automaticamente per tutti un termine negativo – cosa che traccia un grosso solco tra l’Italia e buona parte del resto del mondo, fateci caso se siete all’estero.
“Nazista”, invece, continua a funzionare bene come onta. Si sa, i nazisti erano cattivi, Hitler ha traviato Mussolini che altrimenti sarebbe stato un ottimo politico e tutto questo genere di stronzate di cui sono piene le teste di tanti.
Ma il vero punto cruciale di questo post è a chi viene indirizzata la richiesta di una presa di distanza.
Che non è rivolta a chi ha organizzato la manifestazione e nemmeno aveva per primo lanciato l’idea di una manifestazione di protesta contro l’incontro tra Salvini e Orban, cioè Civati.
Il post chiama in causa Matteo Renzi (che ormai non lo vota manco suo padre), la Boschi (che è ormai impresentabile come Renzi) e la Boldrini (autentica ossessione dei fascisti italiani, ma che dal punto di vista politico non ha più alcun peso). Renzi e Boschi non solo credo non fossero nemmeno a Milano, ma non trovo neppure loro dichiarazioni sulla manifestazione. La Boldrini, se non altro, c’era (ed è stata a quanto pare l’unica a rispondere, positivamente, all’appello, dimostrando una disarmante ingenuità politica).
Salvini punta a dei bersagli facili, innocui e in disarmo – e lo fa sempre – perché sa benissimo che dare peso, per esempio, a un Civati, significherebbe legittimarlo come avversario. Il che sarebbe esattamente quello che il PD ha fatto con lui per anni, costruendo un’opposizione tra i “due Matteo” che aveva portato qualunque programma di informazione ad avere ospite Salvini nella parte dell’opposizione.
Quindi, fateci caso: Salvini se la prende con personaggi dello spettacolo (l’ultimo mi pare sia chef Rubio), politici stranieri, politici senza alcuna chance di creare un progetto politico. Difficilmente creerà l’errore di crearsi da solo un avversario appetibile per il sistema dei mass media.

Più in generale, è riuscito, con la complicità passiva del sistema mediatico, a monopolizzare quell’aspetto della vita pubblica che si chiama agenda setting: in altre parole, quello di cui si discute è quello che lancia lui. A oggi, da che esiste il governo quella che dovrebbe essere l’opposizione non è riuscita a imporre un solo tema all’attenzione dell’opinione pubblica. Tutto è sempre e solo reazione alle sparate di propaganda di Lega e Movimento 5 Stelle.
Non è un buon segnale.

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Prima l’uovo?

La vicenda dell’uovo lanciato da una macchina in corsa a Daisy Osakue, atleta italiana di origine nigeriana, è riuscita, in pochissimi giorni, a evidenziare lo spaventoso baratro sociale, politico e umano nel quale siamo sprofondati. O, meglio, in cui siamo saltati festosi a pie’ pari, come bambini in una pozzanghera.

L’opposizione, o quella che dovrebbe essere tale, ha dimostrato di non avere alcuna reale strategia o prospettiva al di là del cavalcare il singolo evento (che coinvolgeva una persona più o meno pubblica e una “straniera” “buona” e presentabile – per giunta attiva nello stesso PD). L’epitome è il tweet di Matteo Renzi che, spericolato, trasforma il fatto in un “pestaggio”, quando già si sapeva che quella non era stata la dinamica. Un’operazione goffissima che ha trovato la sua giustizia poetica quando si è scoperto che uno dei tre lanciatori di uova è figlio di un esponente del PD locale.

Tutto il sistema dell’informazione ha, per l’ennesima volta, confermato la propria dipendenza dalla droga del qui e ora: rilanciare qualsiasi notizia, qualsiasi voce, qualsiasi dichiarazione, subito. Una gara forsennata a riempire qualsiasi spazio cliccabile in barba a qualsiasi consuetudine e pratica di buon giornalismo. L’immediato framing della notizia come agguato a sfondo razzista si basava su un assunto che è tutt’ora difficilmente verificabile, pure con i rei confessi.

I primagli italiani, al solito, hanno dimostrato che anche se non c’è stato un intento razzista nel ferimento esiste un ENORME problema di razzista. È noto che per i primagli non può esistere italiano se non bianco e se non vittima. Quindi, a caldo, su Twitter e Facebook si è letto di tutto: che era tutta una montatura perché il bendaggio non andava bene; che in quella zona è pieno di prostitute e i residenti esasperati l’hanno colpita perché pensavano fosse una di loro e non ne possono più; che Daisy Osakue si lamenta troppo; che non può essere italiana; che comunque suo padre è un criminale. Insomma, alla fine è venuto fuori il solito processo alla vittima, che non può lamentarsi perché, in sintesi, è negra. E il razzismo è colpa dei negri perché sono negri e non stanno con gli altri negri.

In questo clima, si capisce perché Daisy Osakue abbia percepito l’attacco ai suoi danno come razzista. O almeno, lo si capisce se si prova a fare uno sforzo mentale e si entra per un attimo nella testa di una persona nera (o comunque visibilmente non di probabile etnia “italiana”) in Italia. Un Paese il cui ministro dell’interno, il giorno dell’anniversario della strage di Bologna, non trova di meglio da fare che spararsi selfie da ragazzino facendo battute sul “caldo africano” che neanche lui può fermare. Un Paese in cui dalla scorsa estate il razzismo è diventato qualcosa di cui non vergognarsi più, ma da esibire.

Certo, ci sono i casi eclatanti, ma se volete davvero vedere il razzismo di tutti i giorni, prendete un treno regionale in un orario di punta e fate caso accanto a quali persone restano sempre dei posti liberi.

Curioso, eh?

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Ecco, tieni le parole da non dire

Neanche un mese fa, chiudevo un post sul neonato governo Salvini-Di Maio, con queste parole:

Nei prossimi mesi, scopriremo che cosa ha intenzione di fare Salvini da grande. Finora, è stato una specie di capo-ultras leghista e su questa comunicazione ferocissima ha fatto la sua fortuna. Da ministro, in teoria, dovrebbe essere costretto a moderarsi, perché un ruolo istituzionale è una cosa diversa. In teoria, perché i governi Berlusconi ci hanno abituati a ministri tutt’altro che compassati e perché il rischio di passare per “venduto” una volta che moderi i toni sono tutt’altro che bassi.

Appunto, non è passato neanche un mese e già abbiamo capito che il Capitano non ha alcuna intenzione di assumere una qualsivoglia forma di profilo istituzionale.
La sua comunicazione continua a essere feroce, diretta, a 360°.
Impegnato in una campagna elettorale permanente che ricorda ormai il Neverending Tour di Bob Dylan, il ministro dell’Interno gira la provincia italiana per arringare le folle da palchi su cui campeggia la bandiera “Salvini Premier” (che fa parte del nome ufficiale dell’ex Lega Nord: Lega – Salvini Premier) e detta la linea del governo su, più o meno, qualsiasi cosa. Immigrazione, vaccini, prossemica in occasione di incontri con il papa. In breve tempo, è diventato così naturale che lui parli a nome del governo più o meno su tutti, che oggi Natalia Aspesi gli rivolge un appello perché si occupi della Xylella e degli ulivi pugliesi. A lui. Non al ministro dell’ambiente o dell’agricoltura o quello chi è. In effetti: su due piedi, vi viene in mente chi sia?
No. Fa tutto Salvini e, per criticarlo, la Aspesi contribuisce alla sua narrazione (e qua si apre l’antico dubbio; ma è possibile che questi Grandi Antichi del giornalismo possano fare il cazzo che gli pare senza un direttore o qualcuno che li fermi?).

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Il fatto è che questo governo “del cambiamento” non ha, con ogni evidenza, i mezzi per fare nulla o quasi di quello che ha promesso nel suo contratto. E, come mi suggerisce un mio amico, è probabile che per dicembre, quando ci sarà da metterci la faccia sull’aumento dell’IVA, si sarà dileguato per lasciare il posto a qualche tecnico da incolpare poi di essere uno sgherro dei Poteri Forti.
Ma fino ad allora, vince chi riesce a usare meglio la sua posizione per preparare la prossima campagna elettorale. Cioè, sempre lui: Salvini.
Nel giro di pochi giorni dall’insediamento, a urne (per le amministrative) aperte, è riuscito a portarsi avanti, dichiarando guerra alle ONG.
Chiudere i porti alle navi delle ONG era una vecchia idea di Minniti (cvd), non andata a buon fine perché il competente ministro delle infrastrutture dell’epoca, Delrio, si era rifiutato. Il concentratissimo Toninelli, invece, è stato prontissimo a spalleggiare Salvini su questa cosa; l’effetto è un po’ quello di quella gente sfigata che fiancheggia i bulli per darsi un tono.

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La domanda, ora, però è un’altra: che facciamo?
Un governo del genere, come i governi Berlusconi prima di lui, ti induce nella tentazione di scrivere quelle cose facili-facili che in giro per il web sai già che fanno il pieno di like tra chi la pensa come te ma che, in soldoni, non servono a nulla, se non al tuo ego.
È ovvio che sia facilissimo sentirsi migliori di sciacalli come Salvini e di marionette come i Cinque Stelle.
Ma rilanciare lo screenshot del tuo sagace commento a un post di Salvini a che cosa serve davvero?
Badate: io ho passato anni e anni e anni e anni ancora a fare la stessa cosa con Berlusconi e i suoi, su questo blog e su Nipresa. Mi sono divertito, è un gioco facile e nel quale credo di essere stato bravino.
Ma, sul serio, a che serviva?
Lo avete già visto, con Salvini è partita la stessa reazione, dal basso.
Ci si raduna attorno alla bandiera-vip che prende posizione o che viene attaccata, come Saviano. Si fa squadra. Si tifa per la Spagna che accoglie l’Acquarius e la si fa diventare un paradiso socialista (quando la situazione è un po’ diversa).
Si rilanciano hashtag sull’aprire i porti ma, magari, non si riflette che tenere i porti aperti è poco più che un cerotto d’urgenza su una situazione che andrebbe risolta in modo umano mettendo le persone che vogliono venire in Europa in condizione di potere ottenere dei visti e venirci in aereo, invece di costringerli ad affidare i loro soldi e le loro vite a organizzazioni criminali per attraversare mezza Africa e poi il Mediterraneo. Ma se lo dici passi per un folle visionario, mentre l’idea di pagare gli stati nordafricani perché facciano un po’ il cazzo che pare a loro con chi vuole emigrare, basta che non arrivino qui, è considerata un’idea realistica, magari da attuare nel rispetto dei diritti umani.
Il rischio che vedo è quello che si sta ricadendo, di nuovo, in quella melassa dell’indignazione da società civile, senza rendersi conto che siamo davanti a degli estremisti contro i quali bisogna schierare idee radicali.
Qua la questione è: come fermiamo la corsa verso l’imbarbarimento? Come affrontiamo una classe politica che, dal PD (di nuovo: Minniti era roba loro e non era nemmeno il solo) alla Lega, non ha avuto remore di agitare i peggiori spauracchi razzisti e xenofobi?
Come si comunica, anche nel nostro piccolo di blogger o di gente con un profilo FB, la nostra avversione a questa gente senza sembrare dei girotondini fuori tempo massimo?
E, soprattutto: è davvero necessario farlo?
Con le nostre conversazioni serie si arricchiscono solo le compagnie telefoniche, cantava quello.
Con la nostra indignazione, chi si arricchisce?

(A margine: è il caso di lasciare andare, per sempre, il PD e di rinunciare all’idea che sia un partito in qualche modo di sinistra. L’appello per la sua rifondazione/superamento da parte di Calenda è stato pubblicato sul Foglio; i punti proposti da Galli della Loggia sul Corriere sono quasi più da mani nei capelli che le sue proposte sulla scuola)

(in un post solo ho citato Ministri, Zen Circus, Offlaga Disco Pax e Vasco Brondi. Sono così indie che adesso torno su splinder)

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Due cose veloci sul post elezioni

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Non è per fare quelli che “è tutta di colpa di Renzi”, ma a distanza di tempo continua a sembrarmi una cosa del tutto folle il veto posto da Renzi anche solo sull’ipotesi di aprire un confronto con il Movimento 5 Stelle per verificare se c’erano le possibilità di formare un governo.
Lo dico da non tifoso di nessuna delle due parti in causa (anche se l’eventualità remotissima di un governo M5S/PD sarebbe stata almeno un po’ meno indesiderabile del M5S/Lega)
Comunque.
Un breve riassunto delle regole del gioco: i partiti e le coalizioni vanno al voto, in base ai voti che prendono ricevono un certo numero di seggi in parlamento. Sulla base della composizione delle due camere, il Presidente della Repubblica deve trovare qualcuno che possa formare un governo che riceva la fiducia della maggioranza dei parlamentari.
Se un partito/coalizione ha la maggioranza o ci va molto vicino, è un lavoro tutto sommato semplice. Se nessuno ce li ha, la situazione si complica.
Il nostro sistema elettorale, quindi, ha in sé i germi di quello che chiamiamo “inciucio”, ma che più correttamente era il nucleo della politica fino a prima della scomparsa di PSI e DC: trovare dei compromessi con altre forze politiche per portare a casa qualcosa di quello che era stato promesso in campagna elettorale.
Da anni, però, le campagne elettorali escludono a priori questa possibilità e si concentrano sull’offrire agli elettori promesse che sono quasi al limite della presa di potere assoluto dopo un colpo di Stato (o che comunque avrebbero senso in un sistema più radicalmente presidenziale e bipolare).
In tutto questo, arriva Renzi (che formalmente non ha più incarichi nel PD, ma che è comunque il punto di riferimento di buona parte degli eletti del suo partito, avendo potuto compilare le liste elettorali) e dice: “No, noi non possiamo provare ad andare al governo perché gli elettori ci hanno dato il mandato di andare all’opposizione”.
Ora.
Io non voto PD, non l’ho mai votato, quindi non conosco la psicologia dell’elettore del PD. Però dubito che sia andato alle urne pensando “voto Renzi perché voglio che faccia una buona opposizione” (a parte che Renzi, per come abbiamo capito che è fatto, è uno che se perde si stufa e non vuole più giocare, quindi la sua idea di opposizione sarà stare lì a fare nulla in attesa che quegli altri sbaglino qualcosa e lui possa riprovarci).
Chi ha votato il PD – che in effetti ha fatto una campagna elettorale per giunta priva di promesse roboanti – l’ha fatto sperando di portare a casa quello che c’era nel programma. Prendere i propri voti e non provare nemmeno a farli fruttare è un’idiozia, la stessa che fece il M5S con Bersani: invece di provare a trovare punti di compromesso fece saltare il tavolo.
Come hanno dimostrato i fatti seguenti di quest’anno, invece, nonostante i proclami roboanti il M5S era pronto ad accettare chiunque gli permettesse di mettere in piedi un governo.
In questa occasione, Renzi si è dimostrato un pessimo, pessimo politico, non fosse altro per avere perso l’occasione di andare a vedere il bluff degli avversari. Uno che neanche pensa alla prossima elezione, come vuole la battuta, ma al prossimo status di Facebook.

È finita, poi, che il vero trionfatore di queste elezioni (e di tutta una stagione politica) è l’altro Matteo, Salvini.
Anche questo è un grande risultato del PD, che fin dalla sua nomina a segretario di una Lega Nord ridotta ai minimi termini e devastata dagli scandali di immagine ha scelto il barbaro Salvini come avversario d’elezione. Da una parte sembrava una strategia azzeccata: per un elettorato moderato e leggermente interessato ai diritti sociali e civili, il Capitano è tipo l’Anticristo e la chiamata alle armi “o noi o i barbari” ha anche funzionato, per un po’.
(Anche con me, eh: sono andato a votare al ballottaggio delle elezioni comunali a Bologna per Merola contro la candidata della Lega. Neanche un mese dopo essere stato eletto Merola già faceva robe per cui prendeva il plauso della Lega)
Però c’è un problema: avere trasformato Salvini nell’avversario per eccellenza ha significato farlo diventare una presenza fissa di qualsiasi trasmissione. E c’è un altro problema: Salvini si è dimostrato più bravo a intercettare i suoi possibili elettori che a spaventare i potenziali elettori del PD.
Il capolavoro si è completato quando è stato piazzato al Ministero degli interni Minniti, che ha iniziato a perseguire politiche il cui scopo era quello di inseguire un elettorato che ormai correva spensierato verso di destra. Però tra l’imitazione e l’originale, la gente sceglie l’originale.
Ora, giustamente, la nomina a Ministro degli Interni di Matteo Salvini è una notizia molto brutta, ma è un fatto che arriva dopo che il terreno gli è stato ampiamente preparato dal suo successore.
Minniti è riuscito a fare passare (da “””sinistra”””) l’idea che l’immigrazione possa essere un pericolo per la “tenuta democratica” del paese; con i “daspo urbani” si è sdoganata l’idea che certe categorie di persone possano essere private di diritti come quello di libera circolazione. Ha reso complice l’Italia della morte, delle detenzione e della tortura di una quantità enorme di persone, lontano dai nostri occhi. Ha promosso funzionari di Polizia coinvolti nella Diaz.
Buona parte di quello che Salvini sbraita, Minniti l’ha fatto in silenzio.

Nei prossimi mesi, scopriremo che cosa ha intenzione di fare Salvini da grande. Finora, è stato una specie di capo-ultras leghista e su questa comunicazione ferocissima ha fatto la sua fortuna. Da ministro, in teoria, dovrebbe essere costretto a moderarsi, perché un ruolo istituzionale è una cosa diversa. In teoria, perché i governi Berlusconi ci hanno abituati a ministri tutt’altro che compassati e perché il rischio di passare per “venduto” una volta che moderi i toni sono tutt’altro che bassi.
Intanto, però, Salvini ha chiesto in un post allo scomparso Gianluca Buonanno di guidarlo lui. È un appello che credo sottoscriviamo in molti. Anzi, ci auguriamo che anche Haider si interessi alla cosa.

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Nemico pubblico numero uno

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È stata una campagna elettorale orrenda.
Non poteva essere altrimenti, date le premesse: l’elettore può scegliere tra ben due varietà di orgoglioso neofascismo, oltre a Fratelli d’Italia e Salvini (per chi preferisce un fascismo un po’ meno urlato, meno impegnativo). Il PD, d’altro canto, ha gettato qualsiasi mascheramento di sinistra e – dopo avere schivato la pallottola di un’approvazione dello “ius soli” che avrebbe comunque giovato elettoralmente solo a quelli che nel frattempo se n’erano andati – si è piazzato senza indugi in un campo di destra. Da lì, si è lanciato all’inseguimento dei voti dei “moderati”, un termine che in Italia sembra indicare gente appena un po’ a più destra di Attila (ringrazio Fabrizio Tonello, che usò questa espressione in una lezione sugli editorialisti del Corriere della Sera a inizio anni 2000 e al quale la rubo da allora). Continua a leggere

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