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Ecco, tieni le parole da non dire

Neanche un mese fa, chiudevo un post sul neonato governo Salvini-Di Maio, con queste parole:

Nei prossimi mesi, scopriremo che cosa ha intenzione di fare Salvini da grande. Finora, è stato una specie di capo-ultras leghista e su questa comunicazione ferocissima ha fatto la sua fortuna. Da ministro, in teoria, dovrebbe essere costretto a moderarsi, perché un ruolo istituzionale è una cosa diversa. In teoria, perché i governi Berlusconi ci hanno abituati a ministri tutt’altro che compassati e perché il rischio di passare per “venduto” una volta che moderi i toni sono tutt’altro che bassi.

Appunto, non è passato neanche un mese e già abbiamo capito che il Capitano non ha alcuna intenzione di assumere una qualsivoglia forma di profilo istituzionale.
La sua comunicazione continua a essere feroce, diretta, a 360°.
Impegnato in una campagna elettorale permanente che ricorda ormai il Neverending Tour di Bob Dylan, il ministro dell’Interno gira la provincia italiana per arringare le folle da palchi su cui campeggia la bandiera “Salvini Premier” (che fa parte del nome ufficiale dell’ex Lega Nord: Lega – Salvini Premier) e detta la linea del governo su, più o meno, qualsiasi cosa. Immigrazione, vaccini, prossemica in occasione di incontri con il papa. In breve tempo, è diventato così naturale che lui parli a nome del governo più o meno su tutti, che oggi Natalia Aspesi gli rivolge un appello perché si occupi della Xylella e degli ulivi pugliesi. A lui. Non al ministro dell’ambiente o dell’agricoltura o quello chi è. In effetti: su due piedi, vi viene in mente chi sia?
No. Fa tutto Salvini e, per criticarlo, la Aspesi contribuisce alla sua narrazione (e qua si apre l’antico dubbio; ma è possibile che questi Grandi Antichi del giornalismo possano fare il cazzo che gli pare senza un direttore o qualcuno che li fermi?).

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Il fatto è che questo governo “del cambiamento” non ha, con ogni evidenza, i mezzi per fare nulla o quasi di quello che ha promesso nel suo contratto. E, come mi suggerisce un mio amico, è probabile che per dicembre, quando ci sarà da metterci la faccia sull’aumento dell’IVA, si sarà dileguato per lasciare il posto a qualche tecnico da incolpare poi di essere uno sgherro dei Poteri Forti.
Ma fino ad allora, vince chi riesce a usare meglio la sua posizione per preparare la prossima campagna elettorale. Cioè, sempre lui: Salvini.
Nel giro di pochi giorni dall’insediamento, a urne (per le amministrative) aperte, è riuscito a portarsi avanti, dichiarando guerra alle ONG.
Chiudere i porti alle navi delle ONG era una vecchia idea di Minniti (cvd), non andata a buon fine perché il competente ministro delle infrastrutture dell’epoca, Delrio, si era rifiutato. Il concentratissimo Toninelli, invece, è stato prontissimo a spalleggiare Salvini su questa cosa; l’effetto è un po’ quello di quella gente sfigata che fiancheggia i bulli per darsi un tono.

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La domanda, ora, però è un’altra: che facciamo?
Un governo del genere, come i governi Berlusconi prima di lui, ti induce nella tentazione di scrivere quelle cose facili-facili che in giro per il web sai già che fanno il pieno di like tra chi la pensa come te ma che, in soldoni, non servono a nulla, se non al tuo ego.
È ovvio che sia facilissimo sentirsi migliori di sciacalli come Salvini e di marionette come i Cinque Stelle.
Ma rilanciare lo screenshot del tuo sagace commento a un post di Salvini a che cosa serve davvero?
Badate: io ho passato anni e anni e anni e anni ancora a fare la stessa cosa con Berlusconi e i suoi, su questo blog e su Nipresa. Mi sono divertito, è un gioco facile e nel quale credo di essere stato bravino.
Ma, sul serio, a che serviva?
Lo avete già visto, con Salvini è partita la stessa reazione, dal basso.
Ci si raduna attorno alla bandiera-vip che prende posizione o che viene attaccata, come Saviano. Si fa squadra. Si tifa per la Spagna che accoglie l’Acquarius e la si fa diventare un paradiso socialista (quando la situazione è un po’ diversa).
Si rilanciano hashtag sull’aprire i porti ma, magari, non si riflette che tenere i porti aperti è poco più che un cerotto d’urgenza su una situazione che andrebbe risolta in modo umano mettendo le persone che vogliono venire in Europa in condizione di potere ottenere dei visti e venirci in aereo, invece di costringerli ad affidare i loro soldi e le loro vite a organizzazioni criminali per attraversare mezza Africa e poi il Mediterraneo. Ma se lo dici passi per un folle visionario, mentre l’idea di pagare gli stati nordafricani perché facciano un po’ il cazzo che pare a loro con chi vuole emigrare, basta che non arrivino qui, è considerata un’idea realistica, magari da attuare nel rispetto dei diritti umani.
Il rischio che vedo è quello che si sta ricadendo, di nuovo, in quella melassa dell’indignazione da società civile, senza rendersi conto che siamo davanti a degli estremisti contro i quali bisogna schierare idee radicali.
Qua la questione è: come fermiamo la corsa verso l’imbarbarimento? Come affrontiamo una classe politica che, dal PD (di nuovo: Minniti era roba loro e non era nemmeno il solo) alla Lega, non ha avuto remore di agitare i peggiori spauracchi razzisti e xenofobi?
Come si comunica, anche nel nostro piccolo di blogger o di gente con un profilo FB, la nostra avversione a questa gente senza sembrare dei girotondini fuori tempo massimo?
E, soprattutto: è davvero necessario farlo?
Con le nostre conversazioni serie si arricchiscono solo le compagnie telefoniche, cantava quello.
Con la nostra indignazione, chi si arricchisce?

(A margine: è il caso di lasciare andare, per sempre, il PD e di rinunciare all’idea che sia un partito in qualche modo di sinistra. L’appello per la sua rifondazione/superamento da parte di Calenda è stato pubblicato sul Foglio; i punti proposti da Galli della Loggia sul Corriere sono quasi più da mani nei capelli che le sue proposte sulla scuola)

(in un post solo ho citato Ministri, Zen Circus, Offlaga Disco Pax e Vasco Brondi. Sono così indie che adesso torno su splinder)

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Due cose veloci sul post elezioni

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Non è per fare quelli che “è tutta di colpa di Renzi”, ma a distanza di tempo continua a sembrarmi una cosa del tutto folle il veto posto da Renzi anche solo sull’ipotesi di aprire un confronto con il Movimento 5 Stelle per verificare se c’erano le possibilità di formare un governo.
Lo dico da non tifoso di nessuna delle due parti in causa (anche se l’eventualità remotissima di un governo M5S/PD sarebbe stata almeno un po’ meno indesiderabile del M5S/Lega)
Comunque.
Un breve riassunto delle regole del gioco: i partiti e le coalizioni vanno al voto, in base ai voti che prendono ricevono un certo numero di seggi in parlamento. Sulla base della composizione delle due camere, il Presidente della Repubblica deve trovare qualcuno che possa formare un governo che riceva la fiducia della maggioranza dei parlamentari.
Se un partito/coalizione ha la maggioranza o ci va molto vicino, è un lavoro tutto sommato semplice. Se nessuno ce li ha, la situazione si complica.
Il nostro sistema elettorale, quindi, ha in sé i germi di quello che chiamiamo “inciucio”, ma che più correttamente era il nucleo della politica fino a prima della scomparsa di PSI e DC: trovare dei compromessi con altre forze politiche per portare a casa qualcosa di quello che era stato promesso in campagna elettorale.
Da anni, però, le campagne elettorali escludono a priori questa possibilità e si concentrano sull’offrire agli elettori promesse che sono quasi al limite della presa di potere assoluto dopo un colpo di Stato (o che comunque avrebbero senso in un sistema più radicalmente presidenziale e bipolare).
In tutto questo, arriva Renzi (che formalmente non ha più incarichi nel PD, ma che è comunque il punto di riferimento di buona parte degli eletti del suo partito, avendo potuto compilare le liste elettorali) e dice: “No, noi non possiamo provare ad andare al governo perché gli elettori ci hanno dato il mandato di andare all’opposizione”.
Ora.
Io non voto PD, non l’ho mai votato, quindi non conosco la psicologia dell’elettore del PD. Però dubito che sia andato alle urne pensando “voto Renzi perché voglio che faccia una buona opposizione” (a parte che Renzi, per come abbiamo capito che è fatto, è uno che se perde si stufa e non vuole più giocare, quindi la sua idea di opposizione sarà stare lì a fare nulla in attesa che quegli altri sbaglino qualcosa e lui possa riprovarci).
Chi ha votato il PD – che in effetti ha fatto una campagna elettorale per giunta priva di promesse roboanti – l’ha fatto sperando di portare a casa quello che c’era nel programma. Prendere i propri voti e non provare nemmeno a farli fruttare è un’idiozia, la stessa che fece il M5S con Bersani: invece di provare a trovare punti di compromesso fece saltare il tavolo.
Come hanno dimostrato i fatti seguenti di quest’anno, invece, nonostante i proclami roboanti il M5S era pronto ad accettare chiunque gli permettesse di mettere in piedi un governo.
In questa occasione, Renzi si è dimostrato un pessimo, pessimo politico, non fosse altro per avere perso l’occasione di andare a vedere il bluff degli avversari. Uno che neanche pensa alla prossima elezione, come vuole la battuta, ma al prossimo status di Facebook.

È finita, poi, che il vero trionfatore di queste elezioni (e di tutta una stagione politica) è l’altro Matteo, Salvini.
Anche questo è un grande risultato del PD, che fin dalla sua nomina a segretario di una Lega Nord ridotta ai minimi termini e devastata dagli scandali di immagine ha scelto il barbaro Salvini come avversario d’elezione. Da una parte sembrava una strategia azzeccata: per un elettorato moderato e leggermente interessato ai diritti sociali e civili, il Capitano è tipo l’Anticristo e la chiamata alle armi “o noi o i barbari” ha anche funzionato, per un po’.
(Anche con me, eh: sono andato a votare al ballottaggio delle elezioni comunali a Bologna per Merola contro la candidata della Lega. Neanche un mese dopo essere stato eletto Merola già faceva robe per cui prendeva il plauso della Lega)
Però c’è un problema: avere trasformato Salvini nell’avversario per eccellenza ha significato farlo diventare una presenza fissa di qualsiasi trasmissione. E c’è un altro problema: Salvini si è dimostrato più bravo a intercettare i suoi possibili elettori che a spaventare i potenziali elettori del PD.
Il capolavoro si è completato quando è stato piazzato al Ministero degli interni Minniti, che ha iniziato a perseguire politiche il cui scopo era quello di inseguire un elettorato che ormai correva spensierato verso di destra. Però tra l’imitazione e l’originale, la gente sceglie l’originale.
Ora, giustamente, la nomina a Ministro degli Interni di Matteo Salvini è una notizia molto brutta, ma è un fatto che arriva dopo che il terreno gli è stato ampiamente preparato dal suo successore.
Minniti è riuscito a fare passare (da “””sinistra”””) l’idea che l’immigrazione possa essere un pericolo per la “tenuta democratica” del paese; con i “daspo urbani” si è sdoganata l’idea che certe categorie di persone possano essere private di diritti come quello di libera circolazione. Ha reso complice l’Italia della morte, delle detenzione e della tortura di una quantità enorme di persone, lontano dai nostri occhi. Ha promosso funzionari di Polizia coinvolti nella Diaz.
Buona parte di quello che Salvini sbraita, Minniti l’ha fatto in silenzio.

Nei prossimi mesi, scopriremo che cosa ha intenzione di fare Salvini da grande. Finora, è stato una specie di capo-ultras leghista e su questa comunicazione ferocissima ha fatto la sua fortuna. Da ministro, in teoria, dovrebbe essere costretto a moderarsi, perché un ruolo istituzionale è una cosa diversa. In teoria, perché i governi Berlusconi ci hanno abituati a ministri tutt’altro che compassati e perché il rischio di passare per “venduto” una volta che moderi i toni sono tutt’altro che bassi.
Intanto, però, Salvini ha chiesto in un post allo scomparso Gianluca Buonanno di guidarlo lui. È un appello che credo sottoscriviamo in molti. Anzi, ci auguriamo che anche Haider si interessi alla cosa.

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Nemico pubblico numero uno

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È stata una campagna elettorale orrenda.
Non poteva essere altrimenti, date le premesse: l’elettore può scegliere tra ben due varietà di orgoglioso neofascismo, oltre a Fratelli d’Italia e Salvini (per chi preferisce un fascismo un po’ meno urlato, meno impegnativo). Il PD, d’altro canto, ha gettato qualsiasi mascheramento di sinistra e – dopo avere schivato la pallottola di un’approvazione dello “ius soli” che avrebbe comunque giovato elettoralmente solo a quelli che nel frattempo se n’erano andati – si è piazzato senza indugi in un campo di destra. Da lì, si è lanciato all’inseguimento dei voti dei “moderati”, un termine che in Italia sembra indicare gente appena un po’ a più destra di Attila (ringrazio Fabrizio Tonello, che usò questa espressione in una lezione sugli editorialisti del Corriere della Sera a inizio anni 2000 e al quale la rubo da allora). Continua a leggere

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Diritto al pogrom

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A settembre, scrivevo in un post:

Detta in breve, è assai probabile che il 2017 verrà ricordato come l’anno in cui in Italia è tornato normalissimo dirsi fascista, elogiare il fascismo e sostenere che chi è antifascista è anti-italiano. In cui “lo straniero” (non più “il clandestino”) è tornato a essere il bersaglio di tutto l’arco parlamentare, finalmente appiattito sulle posizione dei fascisti di Casa Pound e Forza Nuova. Quando il partito che dovrebbe (…) rappresentare la sinistra è capitanato da uno che tira fuori “aiutiamoli a casa loro” (scusate, “aiutiamoli davvero“, perché lo storytelling è importante) capisci che è finita.

Il 2018, per mano di un nazista di Tolentino (una roba che sembra uscita dal periodo cannibale di Niccolò Ammaniti), ha deciso di mostrarci il ventre della Bestia.
Luca Traini non vanta una primogenitura nell’idea di andare ad abbattere gli allogeni invasori. Amedeo Mancini ha ucciso un uomo a luglio del 2016 e a maggio del 2017 era già di nuovo a casa sua, per dire.
Anni prima, a dicembre del 2011 Gianluca Casseri, un simpatizzante fiorentino di Casa Pound, già pubblicato da Bompiani in un libro di studi su Tolkien curato da De Turris, uccise a colpi di 357 Magnum Samb Modou e Diop Mor, e ferì gravemente Sougou Mor, Mbenghe Cheike e Mustapha Dieng, prima di spararsi a sua volta. Casseri aveva agito, però, in un paio di ere geologiche fa: Casa Pound fece uscire il rapidissimo comunicato di prammatica “è passato una volta da noi giusto per pisciare” e, salvo alcuni ambienti di fascisti dichiarati nessuno cercò di giustificare il suo attentato razzista. Almeno non a voce a troppo alta.

Luca Traini, invece, ha agito dopo la grande estate del 2017, quando ormai le idee che una volta erano appannaggio dell’estrema destra sono diventate moneta corrente di buona parte degli schieramenti politici.
Così, nonostante nel 2017 fosse stato candidato dalla Lega a Corridonia, Matteo Salvini non ha provato il minimo imbarazzo e, anzi, all’interno di una blanda condanna della violenza ha rivendicato l’accaduto, inquadrandolo come conseguenza dell’immigrazione. Nell’era della morte della vergogna, neppure un tuo militante che a un mese dal voto cerca di fare una strage per motivi razziali e manda sei persone all’ospedale (Festus Omagbon, 32 anni; Wilson Kofis Lui, 21 anni; Jennifer Otioto, 29 anni; Mahmadou Toure, 28 anni; Omar Fadera; Gideon Azeke, 25 anni; più probabilmente un altro paio di persone fuggite perché non in regola con i documenti) basta più a scatenare non dico l’opinione pubblica, ma neppure i tuoi avversari. Continua a leggere

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Tutti gli Universi Paralleli del 2017

Periodicamente, pubblico sul mio Tumblr un post che inizia con “Un universo parallelo in cui…”. L’anno scorso avevo raccolto tutti quelli del 2016, ora tocca a quelli del 2017. Mi sento molto Forattini, anche quest’anno e vorrei ringraziare il M5S che è sempre fonte di grande ispirazione.

Un universo parallelo in cui De Andrè è ancora vivo e rilascia interviste per difendere il suo amico Beppe Grillo.

Un universo parallelo in cui De André non è morto e ha fermato Beppe Grillo con un semplice “Beppe, ma che è ‘sta belinata del blog?”

Un universo parallelo in cui se in un talent show dici “io sono un/a guerriero/a” poi devi fare tutte le puntate con le mutande di peluche come i Manowar nel 1982

Un universo parallelo in cui il sindaco di Roma viene indagato e per prima cosa avvisa Beppe Grillo.
No, aspetta…

Un universo parallelo (?) in cui tutti gli eletti in un movimento politico devono sottoscrivere una polizza sulla vita a favore dei leader e se tradiscono vengono uccisi facendolo sembrare un incidente

Un universo parallelo in cui dieci anni dopo che Licia Colò ha liberato a Ostia dei granchi vivi trovati al Carrefour i kaiju attaccano Roma.

Un universo parallelo in cui la gente va su Facebook sperando di trovare simpatiche variazioni su “mai una gioia”

Un universo parallelo in cui una legge illuminata impedisce agli studiosi di avere più di una pubblicazione per ciascun anno solare, semplificando la vita a noi che dobbiamo compilare bibliografie

Un universo parallelo in cui la flat tax serve per attirare stranieri ricchi da rapire a scopo estorsione.

 

Un universo parallelo in cui la gente sfina con Photoshop le foto di Claudia Cardinale venten… ah, no.
Niente

Un universo parallelo in cui la foto di Salvini con la maglia di Trump di fianco al manifesto con il capo indiano è un fotomontaggio.
Un universo parallelo in cui le malattie hanno acquisito una coscienza e manipolano gli esseri umani perché si oppongano ai vaccini

Un universo parallelo in cui ogni settimana in Italia si sorteggia una persona e la si mette in carcere fino a che non dimostra di non avere mai fatto nulla per meritarselo. Con diretta sul sito del Fatto Quotidiano e pungenti corsivi di Travaglio

 

Un universo parallelo in cui un ultranovantenne Claudio Villa è il reuccio di Facebook, alla faccia di Gianni Morandi

 

Un universo parallelo in cui la Spagna concede l’indipendenza alla Catalogna ma si riannette la Lombardia

 

Un universo parallelo in cui tutti alla corte di Eternia sanno benissimo che He-Man è il principe Adam ma non dicono niente perché lo psicologo dice che se lui sta bene così è meglio continuare ad assecondarlo.

 

Un universo parallelo in cui un viaggiatore del tempo arriva a Greccio e spiega a quel tale, Francesco, le nefaste conseguenze sul lungo periodo della rappresentazione della Natività che sta allestendo.

Un universo parallelo in cui quando nasci in Italia da genitori italiani non acquisci la cittadinanza automaticamente ma la conquisti solo attraversando a piedi, armato solo di un gladio con il quale difenderti dai mutanti creati dagli esperimenti nucleari, il tunnel tra il Gran Sasso e il CERN

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2017, l’anno della svolta

In queste cose è facilissimo prendere delle cantonate e fare delle grosse figure di merda. Onestamente, spero un sacco di sbagliarmi, ma non credo.
Il fatto è che, secondo me, tra qualche tempo, quando ci guarderemo indietro, ci accorgeremo che l’estate del 2017 è stata una specie di spartiacque. O, quantomeno, uno di quei momenti in cui delle tendenze che hanno strisciato sottoterra di colpo emergono tutte insieme e diventano qualcosa di grosso.
Detta in breve, è assai probabile che il 2017 verrà ricordato come l’anno in cui in Italia è tornato normalissimo dirsi fascista, elogiare il fascismo e sostenere che chi è antifascista è anti-italiano. In cui “lo straniero” (non più “il clandestino”) è tornato a essere il bersaglio di tutto l’arco parlamentare, finalmente appiattito sulle posizione dei fascisti di Casa Pound e Forza Nuova. Quando il partito che dovrebbe (…) rappresentare la sinistra è capitanato da uno che tira fuori “aiutiamoli a casa loro” (scusate, “aiutiamoli davvero“, perché lo storytelling è importante) capisci che è finita.
E manca ancora il finale della discussione parlamentare dello “ius soli” (che ius soli non è, per giunta), che già tante emozioni ci aveva regalato.
C’è una vertiginosa lista di episodi di razzismo compilata a fine agosto da GriotMag, che è da leggere come una litania di follia e cattiveria. E non è completa. Manca per esempio il razzista spezzino che in Alto Adige non vuole vedere a servire ai tavoli una ragazza nera, perché si aspetta la donna “tipo heidi” (che è una bambina di dodici anni, ma va beh).
Manca l’allucinante vicenda del Tiburtino III, con una donna che si inventa un’aggressione da parte di un rifugiato dalla quale nasce un assedio squadrista al centro di accoglienza della Croce Rossa, con tanto di un uomo accoltellato. Nonostante sia emerso che la donna si sia inventata tutto, i fascisti hanno ottenuto dal Municipio di mettere in discussione il centro d’accoglienza.

Manca il surplus di indignazione per gli stupri di Rimini (anzi, per lo stupro, perché della donna transessuale peruviana frega un cazzo a nessuno, che non rientra bene nella cornice), con tanto di un fogliaccio come Libero che spara in prima pagine dettagli umilianti perché tanto della vittima non ce ne frega un cazzo, l’importante è che tutti tifiamo perché i polacchi si prendano i negri e, boh, li impicchino in piazza dopo averli torturati.

C’è un’atmosfera pesante.
Ci son odio e disperazione.
C’è l’humus fertile in cui il fascismo cresce così bene.
E non si vede all’orizzonte nessuno con il diserbante.

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All apologies (all in all, is all we are)

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Spiazza un po’ che di punto in bianco salti fuori che un deputato del PD abbia portato in discussione alla Camera una legge sull’apologia di fascismo.
Spiazza perché, insomma, il PD è un gran casino e dentro c’è ancora tutto e il contrario di tutto, quindi vanno valutati i singoli, però negli ultimi anni i personaggi di quel partito che si sono trovati a discettare amabilmente con i fascisti non sono pochi, come si può leggere in questo Storify.
Quindi, ok, bene, però non è certo un partito che abbia tutte le credenziali per fare la morale al Movimento 5 Stelle, che in questo periodo sta cercando di raccattare tutti quei succosi voti di destra per cui un po’ si sta dando da fare anche Matteo “non avete capito un cazzo, siete i soliti negri” Renzi.

Sicuramente non è stato un caso se domenica Repubblica aveva un grosso articolo sulla “spiaggia fascista” di Chioggia. È quel genere di cose che funzionano sempre bene.
Però, se vogliamo parlare di fascisti in spiaggia, mi pare che sia molto più significativo quello che è successo domenica su di un’altra spiaggia, quella di Ostia.
Lì, un gruppo di militanti di Casa Pound, in piena campagna elettorale è andato a fare una “passeggiata” per scacciare i venditori ambulanti dalla spiaggia.
Ora: a me non vengono in mente molte cose più intimamente fasciste che andare a costruirsi consenso sulla pelle di poveracci che cercano di sopravvivere vendendo cianfrusaglie in spiaggia, con la certezza che nessuno di loro reagirà mai perché non in regola con i documenti.
Questo fascismo non espone simboli, non recupera slogan, non suscita indignazione immediata come quello del coglione di Chioggia; anzi, è un fascismo perfettamente integrato, in linea con il decreto Minniti. Tanto che i fascisti di Casa Pound hanno detto che stavano facendo il lavoro che i vigili non possono o non vogliono fare (per chi ha bisogno dei sottotitoli: bande di fascisti che vanno in giro a fare quello che le forze dell’ordine secondo loro non vogliono/possono fare è un revival degli anni Venti).

E quindi: può anche andare bene una legge che ribadisca che il fascismo non è un’idea come un’altra ma un pericolo costante.
Però che cosa si sta facendo, concretamente, per disinnescare la gigantesca voglia di fascismo che si agita in questo Paese?
A parte legittimare i fascisti andando a discutere con loro perché il dialogo è importante?

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