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Poveri

Da un po’ di tempo si è deciso di lasciare perdere la guerra alla povertà e passare direttamente alla guerra ai poveri, in nome di efficienza e progresso, come cantavano quelli là. Per fare un esperimento, usate un’estensione per browser (Chrome o Firefox, per esempio) che permetta di sostituire alcune parole con altre e cambiate “migranti”, “clandestini”, “extracomunitari”, “profughi”, “rom”, “zingari” e quant’altro con “poveri”. I risultati sono interessanti: Grazie ad Addictions Grazie ad Aioros

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Caro Sergio

copertina di Tex 347, Ombre Cinesi. Disegno di Claudio Villa

Caro Sergio,
non ci conosciamo. Abbiamo brevemente chiacchierato di Tex all’inaugurazione di una mostra di fumetti che faceva parte della tua campagna elettorale nelle comunali bolognesi. Qualche tempo dopo, quando facevi il sindaco di Bologna e io lo stagista in un giornale, l’unica volta che mi mandarono a Palazzo D’Accursio, ti ho visto scambiare due battute con i cronisti e ho notato sorridendo che nella mazzetta dei giornali avevi l’ultimo Tex.
Insomma, non ci conosciamo ma ti do del tu perché tra gente che legge Tex ci si dà del tu.

Ti vorrei raccontare una storia, se hai due minuti. Secondo me li hai.
Qualche anno fa, era il 2009, tu non facevi più il sindaco di Bologna e io facevo lo scrutatore a Genova, per le elezioni europee. Ero in un piccolo seggio in una porzione particolarmente anziana e “rossa” di Genova, una città che, ormai lo saprai, è di suo parecchio anziana e parecchio “rossa”. Eravamo, come sempre capita ai seggi, una buffa squadra: c’ero io, c’era una ragazza che (CARRAMBA) era in classe al liceo con mio fratello minore, c’era un ragazzo che (CARRAMBA) era al liceo con me in un’altra sezione. E poi c’era un bizzarro über-italiano ultraquarantenne che viveva con la madre, non capivamo bene che lavoro facesse, stava con una ballerina dell’est ma odiava gli immigrati. Questo si era pure portato il computer e una chiavetta della 3 e di tanto in tanto si metteva a navigare. A un certo punto era andato a vedere il programma di Forza Nuova, poi è entrato qualcuno e lui è corso al tavolo a registrare i dati lasciando in bella vista il computer con su la schermata di Forza Nuova. Una delle sere mi ha chiesto se volevo un passaggio in auto per tornare a casa e sono tutt’ora convinto che se avessi accettato sarebbe finita tipo Il sorpasso di Dino Risi. Ma questa è un’altra storia.
Presidente di seggio era una signora, madre del ragazzo mio compagno di scuola, sulle prime molto cordiale. Si era portata da casa la macchina della Nespresso, per dire.
Poi questa signora ha iniziato a diventare un po’ inquietante.
Quel seggio era il “suo” seggio. Faceva la presidente lì da eoni. Senza problemi, ci raccontava di essere un’attivista del PD, aveva tutta una serie di reti di conoscenze a livello di quartiere per delle robe di orti per pensionati. Conosceva tutti quelli che venivano a votare.
Anziani, per lo più.
Come sempre, a passare tutto quel tempo insieme, finisce sempre che la gente si apra più di quanto sarebbe necessario. Quindi, oltre a sapere tutte le sue vicende famigliari (che francamente ne avrei anche fatto a meno), a un certo punto ho saputo che tutti i “suoi” vecchietti venivano a votare con il “santino” che lei aveva distribuito.
Immagino, Sergio, che tu sappia cosa sia il “santino”: è quel foglietto, tipo un biglietto da visita, che ricorda all’elettore come deve votare, quali preferenze indicare. È una roba un po’ antipatica, perché se c’è la lista e ci sono le preferenze l’elettore dovrebbe votare secondo coscienza e non secondo il partito.
Comunque, mi ha fatto vedere uno di questi santini.
Quando abbiamo iniziato a fare lo spoglio delle schede, oh, tu non hai un’idea di quante fossero le schede che votavano la lista del PD indicando esattamente quelle preferenze lì. E, lo avrai capito, il nome in cima alla lista era il tuo.
Non penso di starti rivelando chissà cosa. Lo sapevi tu per primo che il PD genovese era ben felice di mandarti al Parlamento Europeo per togliere di mezzo un ingombrante personaggio. Più o meno come altri erano ben felici di mandarti a fare il sindaco a Bologna per evitare che interferissi troppo con le sorti del PD nazionale.
A Strasburgo, una promozione che sa di rimozione (oltre che, lo dicevi anche tu, ottimo impiego part-time per potere seguire da vicino il tuo ultimo figlio), ci sei andato anche grazie a chissà quanti vecchini intruppati con il santino con il tuo nome in tasca. Vecchini che a me non sembrano così diversi dagli immigrati che, nella tua visione del mondo che già ci ha regalato l’indimenticabile racket dei lavavetri bolognesi, sarebbero andati a votare la tua avversaria in cambio di soldi. Oh, poi magari hai ragione tu, vallo a sapere. Però, ecco, io di quel giorno ai seggi mi ricorderò sempre perché mi ha insegnato una cosina o due sulle magagne del meccanismo elettorale.

Ma poi, forse, Sergio, non è nemmeno colpa tua. Sono le primarie che proprio non vanno. Guarda che teatro che è scoppiato a Modena quando hanno fatto quelle per il sindaco (sono modenesi, sono matti, se hai abitato a Bologna dovresti saperlo, ma tant’è…). Io una volta ho pure votato, a delle primarie. Per Scalfarotto, fai te. Però, più ci penso, più mi sembra assurdo che un partito o una coalizione possa pensare di demandare le sue scelte non ai suoi tesserati (come sarebbe logico, no?) ma, letteralmente, al primo che passa per strada e ha due euro che gli ballano in tasca. Secondo me dovreste pensarci un po’ bene, a questa cosa qua. Poi fate voi.

Comunque, chiudendo, lascia perdere. È andata così.
Bisogna saper perdere.
Non sempre si può vincere.
Non siamo mica tutti Tex.

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Cerchiamo di non essere stupidi tutti insieme

Non credo di potere dire di essere Charlie, non fosse altro perché all’epoca delle famigerate “vignette danesi” io e Charlie Hebdo avevamo due posizioni differenti. E ancora oggi penso che quella vicenda, in quel contesto, in quegli anni, avesse più a che fare con la propaganda che non con la libertà d’espressione.
Ma è ovvio che non ci sia bisogno di essere d’accordo al 100% con CH per essere agghiacciati dall’attacco alla sua redazione e annichiliti dall’assurda idea di un’irruzione con le armi nella redazione di un giornale (e in qualunque altro posto, ovvio; ma la redazione di un giornale ha un valore simbolico ben preciso per quella cosa che chiamiamo “cultura occidentale”. E soprattutto in Italia è una cosa che storicamente si associa con il fascismo, dalla devastazione della sede dell’Avanti fino alla bomba alla redazione del Manifesto nel 2000).
Che poi “Je Suis Charlie” venga usato, almeno in Italia, da persone che se CH fosse pubblicato nel nostro paese ne invocherebbero la chiusura un giorno sì e l’altro pure, non aiuta molto.

Non so molto della Francia, della sua società, della sua situazione politica. Quindi non posso sapere che cosa abbiano rappresentato i tre giorni “neri” di inizio gennaio per loro.
Però ho visto come sono stati raccontati e interpretati in Italia; e di colpo è stato come fare un salto indietro nel tempo di 10 anni.
Sulla bacheca di Facebook ho visto ricomparire la Fallaci di “La rabbia e l’orgoglio”, presentata come una Cassandra. La stessa classe dirigente che ha brigato per desertificare il panorama satirico italiano si è scoperta paladina della libertà d’espressione (il culmine è la Santanchè che vorrebbe pubblicare CH in Italia). Ridicoli tromboni dichiarano lo stato di guerra, ma con l’elmetto sembrano ancora più stupidi di quanto già non siano. In Veneto una circolare della Regione chiede alle scuole di ottenere dai genitori musulmani la dissociazione dagli attacchi (questa in effetti potrebbe essere una cosa inedita). Altri riaprono i dibattito sui limiti della satira. Si invoca la revoca di Schengen.
Tutte cose che mi sembrano follia e reazioni isteriche e scomposte che sono l’ultima cosa di cui dovremmo avere bisogno.
Dopo l’11 settembre 2001, Susan Sontag scrisse una cosa del tipo “Va bene, piangiamo tutti insieme, ma cerchiamo di non essere stupidi tutti insieme”.
Se la Fallaci avesse avuto ragione, dal 2001 a oggi l’intera Europa dovrebbe essere un campo di battaglia. O, quantomeno, il 7 gennaio 2015 Parigi avrebbe dovuto essere sconvolto da centinaia di attacchi simultanei. Invece no. La guerra che l’Islam starebbe portando in Europa è fatta di una manciata di attentati in 13 anni, che non sembrano granché incitare le comunità islamiche residenti all’insurrezione. Del resto, se così fosse, gli assalitori di Parigi sarebbero potuti scomparire inghiottiti dalla solidarietà della comunità islamica, come succede in Italia ai killer di mafia e camorra nel loro territorio. Se volete pensare, come Salvini, che il kebabbaro sotto casa vi sgozzerebbe come un agnellino, fate pure: ma ricordatevi che la paranoia è una malattia mentale per la quale dovreste cercare aiuto medico.
Tutto questo, ovviamente, non vuol dire dimenticare che esistono aspetti dell’Islam odiosi che sono gioiosamente abbracciati da musulmani in tutto il mondo e, soprattutto, che esistono realtà islamiche mostruose come ISIS o Boko Haram, la cui visione del mondo ha effettivamente dichiarato guerra alla mia. Per quanto riguarda questi ultimi, però, mi sembra che a oggi le loro principali vittime siano, fosse anche solo per una ragione geografica, altri musulmani, considerati “non abbastanza musulmani” (poi vi chiedete dove sta l'”Islam moderato”) o musulmani in modo sbagliato.

Salvini, Le Pen, la Fallaci e tutti quelli come loro non sono parte della soluzione: sono parte del problema. E i tre giorni di Parigi sono stati per i partiti di destra un dono dal cielo (senza cadere in dietrologie, credo sia abbastanza evidente). Ma più razzismo, più intolleranza, più diffidenza, sarebbero un dono dal cielo anche per i loro “avversari”, dei quali in realtà hanno un gran bisogno per fomentare la paura su cui si basa il loro consenso.

(L’ultimo pensiero è per gli scemi che sostengono che il video dell’uccisione del poliziotto davanti a Charlie Hebdo sarebbe un falso perché la testa non esplode come in Call of Duty: curatevi e/o cercate cosa ha da dire chi ha un minimo di infarinatura di balistica)

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Long story short: Renzi mi ripugna.

guy-fawkes-the-last-man-to-enter-parliament-with-honest-intentionsUna volta su questo blog si parlava abbastanza di politica (una volta su questo blog c’erano dei post in generale, ma questo è un altro paio di maniche).
Adesso non più perché è un periodo che va così. Però oggi il ripugnante Alfano che si presenta in parlamento (giusto nel giorno in cui si ricorda “l’unica persona a entrare in un parlamento con delle intenzioni oneste”*) a mentire con la strafottenza degli impuniti ha fatto traboccare la classica goccina.
Quindi ecco, lo metto giù per bene: Renzi mi ripugna.
Mi ripugna come odiavo il fratello maggiore suo coetaneo di un mio amico che ci pigliava per il culo perché era lui grande (e un giorno che ha preso botte da della gente più stronza di lui credo di avere almeno sorriso).
Mi ripugna il suo misto di vuoto modernismo dietro a cui si nasconde neanche troppo una squallida democraziacristiana versione Jonathan Ive.
Mi ripugna il suo governo.
Mi ripugna il suo fregarsene delle regole all’epoca delle primarie (quando cercò di forzare il regolamento a suo favore per favore votare al ballottaggio anche chi non aveva votato al primo turno).
Mi ripugna il suo palco della Leopolda (povero Leopoldo II, era pure un brav’uomo) con lo scaffale Ikea con su un numero di Wired Italia con in copertina Bill Gates.
Mi ripugna.

Ecco, ora che l’ho detto possiamo tornare alla non-regolare programmazione.
(E ‘sti gran cazzi, immagino. Lo so, però dovevo levarmi questo sassolino dalla scarpa)

* Che poi mi domando quanti sappiano chi era davvero Guy Fawkes (un cattolico che voleva riportare l’Inghilterra nella sfera di potere del papato; e tra l’altro poco più che un manovale sacrificabile in tutta la faccenda), al di là del simbolo.
Poi va beh, io al vecchio Guido gli voglio bene per il figurone che mi ha fatto fare con Umberto Eco.

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Il tuo sasso, le strade di Genova

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A Genova nell’estate del 2001 è successo questo: la gente è improvvisamente impazzita e per due giorni ha attaccato senza sosta, con ogni mezzo, le forze di polizia presenti in città, impegnate a distribuire caramelle ai bambini e aiutare le vecchiette ad attraversare la strada. Le stesse forze di polizia che gestivano un ostello nell’entroterra, a Bolzaneto, e che organizzavano eccitanti cacce al tesoro notturne in una scuola locale, la Pertini-Diaz.
Questo scenario è più o meno quello che emerge dalla continua offensiva del COISP, sindacato sedicente autonomo di polizia, che forse ricorderete negli ultimi tempi per la delicata manifestazione sotto l’ufficio della madre di Federico Aldrovandi a sostegno dei colleghi che hanno ammazzato di botte suo figlio.
È dall’anno scorso che il COISP ha rivolto le sue attenzioni al G8, nello specifico a piazza Alimonda. Nel luglio del 2012, infatti, ha girato per le strade di Genova un camion pubblicitario con un collage di foto a dire il vero poco leggibile e lo slogan “L’estintore quale strumento di pace. Liberi di fare questo!“. La cosa fece saltare la mosca al naso al mio amico Pablo, che ebbe con il COISP un simpatico scambio epistolare (1, 2, 3; usare “belle merde” come chiusura della prima lettera è stato un errore strategico perché ovviamente poi hanno potuto attaccarsi all’insulto per fare le vittime verginelle).
I tempi non devono sorprendere: pochi giorni prima erano uscite le sentenze definitive sulla scuola Diaz, che inchiodavano esponenti della Polizia a responsabilità piuttosto pesanti, il film Diaz era uscito nelle sale in primavera.
Quale cosa migliore da fare, per provare a imporre un reframing dei “fatti di Genova” che non attaccarsi a piazza Alimonda (tra l’altro in un improvviso attacco di ecumenismo verso i cugini dell’Arma)?
Piazza Alimonda è sempre stata una materia scottante da maneggiare, perché mentre esistono migliaia di casi di violenza ben documentati e documentabili di atti di violenza praticati a freddo dalle forze dell’ordine su gente inerme, lì c’è altrettanto ben documentata una situazione di scontro reciproco. Non è questa la sede per fare per l’ennesima volta la storia della camionetta che non è bloccata contro un muro ma in mezzo alla piazza, della posizione di Giuliani, dell’estintore, del calcinaccio, l’uomo con la trave, quello con il giubbino, il tuo sasso e tutto quanto. Anche perché è stata ricostruita già molto bene da altri. Carlo Giuliani viene ucciso negli scontri successivi alla carica (assurda) di via Tolemaide e questo è il punto su cui non si può prescindere: Giuliani viene ucciso in uno scontro. Ora, ognuno di noi ha opinioni diverse sulla legittimità di quello scontro, immagina di sentirsi più o meno d’accordo con le motivazioni che possano portare una persona a scegliere di combattere, ma il dato di fatto è che Giuliani non viene ucciso mentre passa di lì per caso.*
Su questo aspetto fanno leva quelli del COISP: sanno benissimo che, a distanza di 12 anni, tante cose sono decantate nella memoria degli italiani, ma non l’immagine di Giuliani con l’estintore che sembra proprio in bocca al retro della jeep, la pistola puntata su di lui.

GIULIANICarlo-cippo13

In piazza Alimonda c’è un piccolo blocco di pietra bianca, che ricorda crudelmente il famoso “sasso” con cui secondo un poliziotto un manifestante avrebbe ucciso Carlo Giuliani (o quello con cui verosimilmente qualcuno ha fatto una ferita sulla fronte del cadavere per corroborare questa versione). È lì da luglio, sostituisce una lapide che veniva periodicamente danneggiata, c’è scritto sopra “Carlo Giuliani, ragazzo” e la data del 20 luglio 2001.
Si tratta dell’unico segno tangibile in città degli eventi del luglio del 2001. L’unico. Non troverete niente altro in città che ricordi quei giorni di caldo e follia, in cui i manganelli della polizia picchiavano più forte di quanto potrà mai fare qualsiasi anticiclone con un inutile nome mitologico. Non  c’è niente che ricordi le decine di migliaia di donne e uomini picchiate, terrorizzate, gassate, la maggior parte mentre stava cercando semplicemente di salvarsi il culo. Non c’è niente alle scuole Diaz-Pertini, niente alla caserma di Bolzaneto (figurarsi), niente in corso Italia, in via Tolemaide, in piazza Alimonda, in corso Gastaldi. Niente.
Solo quel sasso e quelle tre parole e una data.
Troppo, per il COISP, che ha indetto una raccolta firme perché anche quel piccolo segno venga cancellato (e state pur sicuri che vista la visibilità che l’iniziativa sta avendo qualche solerte amico delle forze dell’ordine farà di testa sua nottetempo). Schermata 2013-08-06 a 11.53.02Non c’è bisogno di dire che, vista la natura controversa della figura di Giuliani, la cosa sta raccogliendo una certa simpatia: il mood dei lettori del Corriere è “soddisfatto”, con tanto di faccina sorridente (che tra l’altro temo si immaginino proprio una statua a tutto tondo di Giuliani con l’estintore in mano, visto il titolo dell’articolo). Scorrendo i commenti si trovano lettori che condannano l’operato delle forze dell’ordine a Genova o attaccano per la morte di Federico Aldrovandi “…ma Giuliani…“.
Così, facendosi forza sull’episodio di piazza Alimonda e sulla sua indigeribilità da parte dell’opinione pubblica, cercano di cancellare dal tessuto della città qualunque segno di quei giorni. Cercano di imporre la loro narrazione dei “fatti di Genova”: non più le aggressioni a freddo ai cortei, l’irruzione a spaccare teste, le torture alla gente in cella, ma i poveri poliziotti aggrediti mentre fanno il loro lavoro.

Che cosa si può fare?
Dando per scontato che sul cippo di piazza Alimonda ora si aprirà un guerriglia a bassa intensità fatta di vernice, sfregi, martellate fino al giorno che puf, sarà scomparso nella notte.
Io credo sempre che il racconto del G8 di Genova vada parzialmente “de-Alimondizzato”. Non del tutto, ovviamente. Non si può prescindere dalla morte di una persona. Ma piazza Alimonda si è tante volte mangiata il contesto, il prima e il dopo. Il ricordo delle violenze di quei giorni va portato anche fuori da quella piazzetta e dalla sua aiuola, lontano dalla facciata della chiesa.

Prendendo il sole in corso Italia

Ci sono strade di Genova che grondano sangue e il cui asfalto è chiazzato di lividi che vanno da corso Gastaldi a piazza Manin. C’è stata gente picchiata da sei o sette divise tutte insieme appena sopra corso Italia, altra calpestata nelle aiuole di corso Italia mentre cercava di proteggere una ragazza. La gente caricata dai blindati in via Tolemaide (poi si chiedono perché ne hanno bruciato uno).

“Lo scontrino della focaccia dov’è, EH?”

A piazza Alimonda c’è scappato il morto, per usare l’orribile espressione che è corsa sulle labbra di tutti il 20 luglio, ma non si è esaurito tutto lì. Bisogna rovesciare addosso alla polizia le carrettate di inermi massacrati, invece di concentrarsi solo sull’evento in cui qualcuno aveva deciso che era anche ora di smetterla di stare lì a prendere botte.

Forse si dovrebbero recuperare foto, molte foto. Ricostruire dove sono state scattate. Creare una mappa ad hoc su google maps. O ancora meglio stamparle su dei bei pannelli e piazzarle in città nel punto esatto.
Sentiamo cosa ha da dire il COISP, quale giustificazione hanno anche per le teste rotte di gente con le mani alzate.
Se ne può parlare?

* Sottotitoli: Non considero Giuliani né un eroe né un teppista. Solo qualcuno che ha fatto una scelta, una scelta che non essendo io lì non posso giudicare. Dice: ma anche Placanica ha fatto una scelta. Certo, proprio per evitare che la gente nella merda faccia scelte sbagliate bisognerebbe evitare di dare pistole a chi fa ordine pubblico.

Ps: notavo cercando immagini che i fotogrammi di Diaz su google escono mischiati alle foto vere. Non credo sia una cosa positiva.

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Ricapitolando

Tar and Feathers

Uno appena condannato in via definitiva per (in soldoni) truffa allo Stato fa un comizio su un palco abusivo estirpando pure dei segnali stradali, intanto che i suoi evocano la guerra civile (Bondi, FA CALDO).
Curiosamente questa persona è l’alleato del partito cosiddetto di centro-sinistra al governo di responsabilità, quello che se ti opponi sei un pericoloso estremista.
Meno male che è quello responsabile, pensa se si alleavano con un criminale (in effetti però capisco la sorpresa, questo Berlusconi sembrava proprio una persona così per bene, non mi capacito che si sia rivelato un filibustiere del genere).

Va a finire che voto davvero Feudalesimo e Libertà, che almeno prevede la gogna.

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Fasci-coli di storia italiana (cit.)

Il Giornale

Il Giornale

Questa mattina il Giornale.it titola come si vede in alto l’idea del PDL di bloccare per tre giorni i lavori parlamentari per protestare contro il fatto che la Cassazione sta cercando di fare il suo lavoro, ovvero chiudere il processo Mediaset prima che scatti la prescrizione.
Lasciando per un attimo da parte la folle concezione dello Stato che sta sotto all’idea di Brunetta e Schifani (e lasciando da parte il fatto che purtroppo il Parlamento ora come ora non serve a una sega e almeno i parlamentari del M5S hanno il buon gusto di non costare troppo per essere inutili), mi vorrei concentrare sulla disinvolta formulazione del titolo.

L’Aventino fa riferimento alla protesta dei parlamentari anti-fascisti a seguito della scomparsa di Giacomo Matteotti, deputato socialista che il 30 maggio del 1924 tenne un durissimo discorso contro il clima di intimidazione in cui si erano svolte le elezioni (cito un passo che ho letto giusto stamattina in Point Lenana di Wu Ming 1 e Roberto Santachiara):

Giacomo Matteotti. L’inizio della campagna elettorale del 1924 avvenne dunque a Genova, con una conferenza privata e per inviti da parte dell’onorevole Gonzales. Orbene, prima ancora che si iniziasse la conferenza, i fascisti invasero la sala e a furia di bastonate impedirono all’oratore di aprire nemmeno la bocca. (Rumori, interruzioni, apostrofi)

Una voce:” Non è vero, non fu impedito niente.” (Rumori)

Giacomo Matteotti. Allora rettifico! Se l’onorevole Gonzales dovette passare 8 giorni a letto, vuol dire che si è ferito da solo, non fu bastonato. (Rumori, interruzioni) L’onorevole Gonzales, che è uno studioso di San Francesco, si è forse autoflagellato!

Dieci giorni dopo Matteotti viene rapito mentre si reca in Parlamento e di lui non si sa più niente fino a che non viene ritrovato il 16 agosto, seppellito in un bosco fuori Roma. Era stato ucciso subito dopo il rapimento da membri della polizia politica.
La “secessione dell’Aventino” prende forma il 26 giugno, quando i parlamentari dell’opposizione si riuniscono a Montecitorio e decidono per protesta di non partecipare più ai lavori parlamentari.
Lo scandalo del delitto Matteotti e la protesta degli aventiniani non scalfirono affatto il potere di Mussolini, che anzi l’anno successivo sciolse le Camere e fece fare al regime il salto di qualità.

Nella prima parte del titolo, quindi, si tratteggia un Berlusconi vittima eroica della violenza politica.

La seconda parte del titolo si riferisce invece, ovviamente, all’esposizione del cadavere di Mussolini in piazzale Loreto, una delle pagine più controverse, grottesche e drammatiche della fine della guerra. Di nuovo, Berlusconi è vittima inerte di una violenza di segno politico.

La semiotica ci insegna che ogni narrazione ha una struttura profonda, formale. In questo caso la struttura formale è “l’eroe è vittima di violenze”. Però su queste strutture si installano poi degli elementi che non sono più formali, ma che “rivestono” e connotano questa narrazione.
Ed è qui che il titolo del Giornale diventa nauseante, perché sceglie di tematizzare la supposta violenza ai danni di Berlusconi mettendo sullo stesso piano due fatti antitetici. Associare prima Berlusconi a Matteotti e poi Mussolini a Matteotti è infangare due volte la memoria di Matteotti; vuol dire costruire la narrazione di una “pacificazione” in cui parlamentare socialista e il Duce sono vittime allo stesso modo.
È l’ideale di “pacificazione” e “memoria condivisa” del fascismo che hanno i fascisti, ovvero un “facciamo che alla fine avevamo ragione noi”. Che è in scala ridotta la stessa idea che porta avanti il PDL  quando parla di “pacificazione” sull’antiberlusconismo: facciamo che abbiamo vinto noi.
Idea oggi tacitamente supportata dal governo Letta di un PD ormai così allo sbando che al confronto la prima incarnazione guidata da Veltroni oggi sembra un partito di estrema sinistra.

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