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Baschia (6 di 6)

E quindi, dicevamo, lasciamo Mundaka, i suoi surfisti non abbastanza surfisti, il suo albergo di legno bianco e la sua chiesetta irlandese sul promontorio e in una mattina piovosa saltiamo in macchina per andare a Bilbao.


Sulla strada facciamo un rapidissimo summit per decidere se provare a visitare o no Guernica. Una rapida lettura della Lonely Planet nel parcheggio alle porte della città, mentre fuori piove e piove e piove e decidiamo che va beh, sarà per un’altra volta.
Arriviamo in aeroporto e restituiamo la macchina al noleggio, ci mettiamo gli zaini in spalla e andiamo allo sportello delle informazioni per farci spiegare come arrivare in albergo. C’è un momento di muto terrore quando la prima ragazza allo sportello legge il nome della via e fa alla collega “dove cazzo è?”; lo spettro dello studentato di San Sebastian aleggia imperioso. Ma per fortuna l’altra prende l’evidenziatore e sulla cartina colora di giallo fluo una piccola via che corre parallela al fiume, a uno sputo dal ponte che porta al Casco Viejo. Sospiro di sollievo, autobus, scarpinata con gli zaini in spalla sotto la pioggerellina fastidiosa lungo un boulevard alla francese e poi il palazzo della pensione.
In realtà nel palazzo ci sono due pensioni. Citofoniamo a quella giusta, poi in ascensore pigio l’ultimo piano e mi accorgo dopo aver già suonato alla porta che non è la pensione in cui abbiamo prenotato, che invece è al primo piano. Scendiamo di nuovo e ho paurissima del pacco: primo piano, poca luce, magari è una topaia. E ci dobbiamo stare tre notti. E invece. Alla reception, che da su un vero e proprio salottino dove avrei passato delle ore, un signore gentilissimo (cubano, scopriremo poi) ci fa firmare quello che c’è da firmare e poi ci porta in camera. Come si apre la porta, vedo nella penombra un ambiente stretto e penso che era quello il pacco, che la stanza era un buco. Poi entriamo e ci rendiamo conto che quello è solo l’ingresso della stanza, con due armadi in cui starebbe senza problemi il mio intero guardaroba. La stanza è fottutamente grande, ha due (DUE) finestre, di cui una con un bovindo (bovindo viene da bow-window), che è il mio elemento architettonico preferito di tutto il mondo. Il bagno da solo è grande praticamente come la stanza che avevamo a San Sebastian.
Restiamo con il fiato sospeso, però il tizio non dice “ah no scusate, non è questa la vostra camera”, quindi è proprio camera nostra. È talmente una bazza che persino il frigo-bar ha prezzi umani. L’unica cosa è che c’è scritto esplicitamente che se ti beccano a mangiare in camera ti sderenano. Ma perché uno vorrebbe mangiare in camera quando là fuori i banconi dei bar sono pieni di prelibatezze a basso prezzo?
Nel quadro idilliaco della situazione, c’è un solo neo. Piove.
Ma tanto avevamo in programma di andare al Guggenheim (dopo non essere stati a quello di NYC) e quindi quello è il momento migliore.
Da dove siamo, al museo ci si arriva seguendo il fiume, una decina di minuti a piedi. La sponda su cui stiamo, quella della città moderna, è occupata da una lunga sequenza di tende e strutture dedicate ai giochi per i bambini, come parte delle celebrazioni dell’Aste Nagusia, la semana grande : nove giorni di festeggiamenti che iniziano il primo sabato dopo Ferragosto e contemplano divertimenti per grandi e per piccini (di quelli per i grandi, le strutture temporanee che vediamo dall’altra sponda del fiume, parleremo dopo).

PROBLEMS?

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Baschia (5 di 6)

Uno dei motivi per cui è famosa la costa basca è il surf.
Ma vuole la leggenda che uno dei motivi per cui sulla costa basca si fa surf è che durante le riprese del film tratto da Fiesta! di Hemingway Peter Viertel, sceneggiatore e surfista, si rese conto che la costa vicino a Biarritz (in Francia) aveva delle onde proprio adatte al surf. Si fece spedire una tavola dalla California e deve essere stato parecchio convincente, visto che il turismo legato al surf è fortissimo su entrambe le coste, quella spagnola e quella francese.
E Mundaka l’abbiamo inserita nel nostro giro proprio per vedere una località rinomata per il surf.
Per la verità Lucilla sembrava molto più entusiasta della cosa rispetto a me. Non capisco perché, ma il fatto che la descrizione dell’albergo sulla Santa facesse presente che c’era una bella terrazza per fare colazione e guardare i surfisti sembrava colpirla molto. E poi è strano perché nonostante abbiamo visto diversi individui di sesso maschile con tavole da surf a Mundaka (e a San Sebastian) continuava a dire che non erano surfisti come intendeva lei. Probabilmente, per dirla con i termini della semiotica di Eco, lei intendeva una definizione enciclopedica di “surfista” con dei significati diversamente connotati rispetto alla mia definizione dizionariale della stessa parola.
Nella mitologia della vacanza, l’albergo di Mundaka, l’Atalaya, ha un posto di spicco perché è l’unico che abbiamo rischiato di non riuscire a trovare ancora prima di muoversi di casa. Comodamente seduto sul divano, infatti, avevo prenotato su internet un albergo di nome Atalaya ma a Cordoba. In effetti ci sembrava che rispetto alla media degli altri alberghi costasse un sacco di meno, fino a che non ci siamo resi conto del tragicissimo errore.
Per fortuna, una volta arrivati nel paesino, invece è stato facilissimo da trovare. Facilissimo e bellissimo.
Una palazzina di tre piani di inizio Novecento in stile inglese, dipinta di bianco, proprio sulla piazzetta principale del paese; la nostra stanza era all’ultimo piano, sull’angolo dell’edificio e avevamo finestre che davano sui due lati. Entriamo in camera e iniziamo a piangere pensando che dobbiamo starci un giorno solo, perché io sul terrazzino avrei potuto vivere per sempre.

Il tempo grigio faceva molto "La signora in giallo"

Intanto che aspettiamo che ci preparino la camera facciamo un giro nel mercatino sulla piazza e compriamo un sacchetto di semi di girasole, cibo nazionale. I baschi hanno una tecnica straordinaria per aprirli e riescono a mangiare quintali in pochi minuti: se girate la sera tardi o la mattina presto, prima che sono passati gli spazzini, trovate tappeti di gusci di semi di girasole davanti alle panchine. Noi siamo un po’ più lenti e mentre scrivo il nostro sacchetto è ancora da finire.

Nei piani della vacanza, la sosta a Mundaka prima di arrivare a Bilbao, dove restituiremo la macchina-transatlantico e passeremo le ultime tre notti del viaggio, è la giornata di svacco in spiaggia. Sulle prime sembra che dovremo ritirarci in stanza ad aspettare di essere interrogati dalla signora Fletcher sulla morte della vedova Woodwinton perché il tempo fa parecchio schifo, poi gira il vento ed esce fuori un sole che fa splendere i praticelli verdi che si trovano proprio dall’altra parte dello strettissimo golfo su cui ci troviamo.

L’acqua è sempre bassissima e si cammina praticamente fino alle boe, oltre le quali si distende placida un’onda lunghissima per cui Mundaka è famosa tra i surfisti (dice la Santa).
All’ingresso della spiaggia (libera, a cinque minuti a piedi dall’albergo) c’è un cartello che la divide in zone e sancisce che il bagnasciuga è, per qualche metro verso l’interno, la zona dove si gioca a racchettoni, mentre per prendere il sole si sta più indietro.
Passiamo la giornata orizzontali, a leggere, sonnecchiare, mangiare baguette con il prosciutto e fare qualche passeggiata in mare. Quando ce ne andiamo via la marea si è ritirata facendo arretrare di metri il bagnasciuga e portando allo scoperto banchi di sabbia più al largo.

Confrontate le rocce sulla sinistra con la foto precedente...

(È un po’ il contrario di quello che ci era successo a Lisbona, quando invece la marea era salita a poco a poco facendoci capire perché gli abitanti del posto non si erano messi subito con gli asciugamani vicini al mare)

Il giro per il paese alla ricerca di un posto in cui mangiare (e di indizi sull’omicidio della vedova Woodwinton) ci porta a scoprire per caso un posto che sembra strappato di peso dall’Irlanda e depositato sulla costa basca, la Ermita de Santa Catalina:

(ehm, forse la cornice è un po' troppo)

Come buona parte degli edifici che ci sembrano così corrispondenti all’idea di medioevo che abbiamo, la chiesa attuale risale al XIX secolo, ma è stata costruita nello stesso posto dove se ne trovava una medievale usata come luogo di riunione, ricovero per malati e anche struttura difensiva. Oggi se ne sta lì, in cima a un piccolo promontorio, battuta dal vento e circondata da prati, a fare la guardia all’imboccatura dell’insenatura. La Santa non ne faceva neanche un accenno ed è un peccato perché è una delle cose più belle da vedere in paese, dopo esserti spalmato sulla spiaggia abbastanza a lungo a mangiare pane e prosciutto crudo.

Mentre giriamo per la cena passiamo davanti a un ristorante che ha deposto fuori dalla porta una grossa aragosta, viva. Progettiamo di prenderla e scappare via, ma poi ci blocca un po’ l’idea che probabilmente all’albergo si insospettirebbero se chiedessimo una grossa pentola di acqua bollente per prendere il Tachifludec. Anche lessarla sotto la doccia calda dovrebbe essere abbastanza problematico, quindi rinunciamo.
Nel frattempo, sul porto, due ragazzine continuano a buttarsi in acqua dal molo, a ciclo continuo.

E neanche una madre a strillare inferocita che è tardi che è freddo che è pericoloso.

Andarsene via da Mundaka, la mattina dopo, è triste. Aiuta ad andarsene il fatto che stia piovendo, ma ci saremmo rimasti ancora tantissimo, nella nostra stanza con balcone vista mare (tantissimo per modo di dire, perché non è che l’hotel atalaya sia propriamente a buon mercato – occhio che quando si prenota spesso i prezzi indicati sono al netto delle tasse…).
Mentre prepariamo le ultime cose, accendo la tv, resto un po’ su un canale di musica in basco poi giro e vedo i titoli di testa di un telefilm. Anni ’80. Vedo “Courtney Cox” e mi fermo per vedere com’era all’epoca e che telefilm fosse.
Quando sullo schermo è comparsa Angela Lansbury ci siamo guardati commossi.
Stavamo guardando La signora giallo in un posto da Signora in giallo.

 (continua)

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Baschia (4 di 6)

Uno dei momenti che non dimenticherò mai della vacanza in Baschia è quando, dopo aver girato per mezz’ora attorno a Hondarribia per trovare l’albergo, facendo e rifacendo le stesse rotonde milioni di volte, abbiamo finalmente trovato la via dell’albergo ma non c’era posto per lasciare la macchina o per tornare indietro. Allora siamo andati avanti e siamo sbucati in questa via in salita, strettissima e noi avevamo una macchina gigantesca e la via era occupata da una comitiva di turisti e sembrava addirittura che in cima fosse chiusa. E in quel momento sono stato molto felice che Lucilla non avesse mai giocato a Carmageddon, altrimenti sono certo che avrebbe fatto una strage (mentre io le segnalavo eventuali pedoni scampati alla prima passata).
Invece alla fine siamo riusciti a svignarcela dal dedalo di vie del casco viejo, abbiamo parcheggiato sul lungo mare, ci siamo messi gli zaini in spalla e in appena quindici minuti di faticosissimo cammino siamo arrivati alla pensione, con il suo buffo nome, Txoko Goxoa (pron. cioco gocioa; vuol dire una roba tipo “dolce rifugio”, a grandi linee).
Hondarribia (Fuentarribia in castigliano) è la prima località turistica di mare che incontriamo in Baschia. Per arrivarci, scendendo da Zugarramurdi, abbiamo sconfinato in Francia per qualche chilometro. Proprio per la sua posizione di confine, la città è stata fortificata fin dai tempi antichi e il castello di Carlo VII che sorge sulla sommità della città vecchia ha una vista molto bella sul tratto di mare sottostante (oggi il castello, che da fuori è un grosso cubo di pietra non particolarmente attraente, è un albergo di lusso).

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Baschia (3 di 6)

Quando ti svegli a Pamplona, come puoi non volere andare a fare colazione nel bar dove andava sempre Hemingway, che tanto è proprio a due passi dalla pensione?
“Desidera?” fa il cameriere.
“Vuole quello che prendeva sempre Hemingway” risponde per me Lucilla.
Il cameriere fa una faccia tipo eccone un altro. “Seguro?” chiede.
Annuisco con fare distratto e intanto mi guardo attorno. Cerco di assaporare l’atmosfera, di captare molecole del fumo del sigaro rimaste intrappolate chissà dove.
E poi torna il cameriere. Con un toro.
Vivo.
Il toro ha il manto nero e un corno spezzato e non riesce a scordare la giornalista americana partita per Parigi due settimane fa. Mi coglie di sorpresa con un jab al mento e poi cerca di entrare nella mia guardia con una serie di colpi di disturbo.
Urlo. Continua a leggere

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Baschia (2 di 6)

Come promesso, la foto del murale di Vitoria con David Gnomo e i suoi amici con i maglioni di Charlie Brown che liberano i Territori Palestinesi (grazie a Luci per la foto)

Sarà strano io. Ma dopo aver cenato con peperoni ripieni di baccalà, la mattina ho bisogno di qualcosa di dolce.
Quando belli baldanzosi ci dirigiamo al bar nel parchetto indicato dalla guida come posto irrinunciabile per la colazione (che nello sciccosissimo albergo dove siamo costa 14 euro a cranio), scopriamo che sul bancone fanno capolino tortillas di patate e pintxos in cui si sono tuffati gamberi a testa in giù.
Le brioche sembrano essere un bene di consumo esotico per il quale c’è da aspettare. Aspettiamo. Quando arrivano scopriamo che sono un po’ più grandi di quelle a cui siamo abituati e che qui hanno la mania di darti queste posatine da bambino magro non solo per certi tipi di pintxos ma anche per le brioche.
Comunque belli carichi, siamo quasi pronti ad affrontare la prova del trasferimento a Pamplona.
Questa volta partiamo facile: in fondo si tratta solo di tornare indietro da dove venivamo, prendere l’autostrada e seguire le indicazioni per Pamplona. Non sembra, ma fino a che non arriviamo alle porte di Pamplona, è facile. Facilissimo.
Poi io perdo il conto delle rotonde, o i perfidi baschi ne aggiungono ogni tanto per sviare Google. Fatto sta che a un certo punto non capiamo più bene dove siamo. Ma finiamo davanti a un Decathlon. Culo! In albergo abbiamo fatto telefonare dalla ragazza alla reception (che aveva delle mani piccolissime, non riuscivo a smettere di guardarle stupito) all’assistenza bagagli di Air France per sapere che fare per il mio bagaglio rotto. “Fatevi fare un documento dal venditore che testimoni il costo del bagaglio rotto”. Siccome il mio zaino era un Quechua di Decathlon, ci fiondiamo dentro con lo zaino rotto, otteniamo l’agognato documento e nel frattempo io compro uno zaino identico al primo. Quando inizio a girare tra gli scaffali ho un momento di vertigine perché il Decathlon alle porte di Pamplona è esattamente identico al Decathlon di Genova Campi. Per un attimo ho seriamente paura di uscire e trovarmi davanti all’Ikea.
E invece no. Fuori c’è da capire come arrivare all’albergo.
Grazie alle mie precisissime indicazioni rischiamo di prendere un’autostrada direttissima per Bucarest, poi torniamo indietro e in qualche modo arriviamo al centro. Qui le indicazioni di Google ci fanno entrare in un dedalo di stradine che hanno tutta l’aria di essere pedonali e in cui comunque la macchina fa il pelo ai muri. A un certo punto dichiaro di essermi perso. Lucilla mi invita a scendere e chiedere informazioni al vigile. Io le faccio presente che non parlo spagnolo, ma la vista del cric è più efficace di un corso intensivo di sei mesi all’istituto Cervantes. Scendo dall’auto guardando bene a destra e a sinistra che non siano rimasti tori in giro dalla festa di San Firmino, poi vado dal vigile e sfodero un’improbabile lingua meticcia che neanche in un bordello della Tortuga. Il tizio è professionalissimo e attrezzatissimo, non si scompone davanti ai miei versi, estrae una mappa della città e mi disegna il percorso per arrivare all’albergo. Commosso, lo ringrazio in creolo e risalgo in macchina.
Finalmente arriviamo all’albergo, che è nel mezzo di una zona a sosta limitatissima.
La fedele Lonely Planet (d’ora innanzi, “la Santa”) è particolarmente esplicita sul parcheggiare a Pamplona: bisogna cercare un parcheggio a pagamento forfettario perché come sgarri di dieci minuti il parchimetro te la portano via. E parcheggi gratuiti vicini al centro non esistono. Dice la Santa. Consci di ciò, nutriamo di monetine il parchimetro e portiamo gli zaini in camera.
Il propietario della pensione è un ragazzo con la faccia e la testa da bambino, che ricorda vagamente Archie, ma con i capelli neri.
La camera è un gioiellino, con tanto di tavolinetto e terrazzino che si affaccia su una via piena di locali:

E c'è pure il WI-FI (io comunque ho controllato bene che non ci fossero tori nascosti sotto al letto, prima di appoggiare la roba)

Poi, quando stiamo scendendo per andare a mettere la macchina in un parcheggio, il tizio, muovendo le sue mani sotto il mento e parlando così sottovoce che io al confronto ho la voce di Freccia Nera degli Inumani, ci dice che se vogliamo c’è un parcheggio gratuito a una quindicina di minuti a piedi da lì. E anzi, che poco fuori dal parcheggio c’è una via dove si può parcheggiare tranquillamente. Così andiamo a parcheggiare dove ci è stato detto (davanti a un negozio della Games Workshop, perché quando sei nerd davanti ai ritrovi dei tuoi simili ci finisci sempre, che tu lo voglia o no), in neanche dieci minuti siamo di nuovo all’albergo e abbiamo il primo sospetto che, comunque, la Santa sia scritta per gente con il culo pesantissimo. Americani, probabilmente.

Del resto, se Pamplona è parecchio famosa nel mondo è merito di un americano. E che americano.
Fu infatti Hemingway a rendere famosa la festa di San Firmino, descrivendola nel suo romanzo Fiesta (oggi invece probabilmente avrete visto le foto delle ragazze che si levano la maglietta nella colonna di destra di Repubblica.it). A lui oggi è dedicata una strada vicino all’arena delle corride, ma la sua immagine aleggia un po’ ovunque. Per esempio in un bar sulla piazza principale, al cui bancone potete trovare la statua dello scrittore che vi fissa.

È al caffè Iruña; in realtà sta in una saletta a cui si accede dalla porta sulla destra della sala principale, almeno durante il giorno

La festa di San Firmino si tiene nella seconda settimana di luglio, ma la città campa parecchio sulla sua fama e su quella della sua attrazione più spettacolare ed emblematica: l’encierro, la corsa con i tori per il centro della città.

È divertente la nascita di questo rituale, che è tutto sommato recente: è infatti solo nella seconda metà del XIX secolo che a qualcuno viene in mente di mettersi a correre tra i tori che la mattina vengono fatti passare per la città per andare dalle loro stalle all’arena, dove saranno uccisi nella corrida del pomeriggio. Sulle prime, le autorità proibiscono questa pratica. Ma la gente continua a farlo. Essendo la Spagna un Paese latino, il passaggio da “attività proibita” a “tradizione regolamentata” è piuttosto breve e dal 1878 la corsa con i tori ha il suo regolamento e la sua organizzazione.
Tutte le cose che ho imparato sulla corsa le ho imparate nel simpatico museo dedicato all’encierro, che si trova proprio in prossimità della curva in cui i bestioni solitamente scivolano e partono in derapata (deve essere un bel momento, quando ti arrivano addosso quelle centinaia di chili di carne bovina incazzata e frastornata che scivola senza controllo verso di te). All’ingresso ti accoglie un toro imbalsamato, che la ragazza ci tiene a farci vedere che è proprio quello che si vede nel filmato della corsa del 2010 che incorna un tizio in una gamba (“Il corno è entrato per una decina di centimetri, ma il ragazzo ha detto che aveva talmente tanta adrenalina in circolo che si è accorto di essere stato incornato solo quando ha visto il sangue. LOL”; a Pamplona impressionare una ragazza deve essere un affaraccio). Un’altra grande attrazione del museo dell’encierro è il simulatore di corsa: un tapis roulant dov e corri con addosso un bel casco da realtà virtuale (ed è subito 1992, tutti in coda al cinema per vedere “Il tagliaerbe”). Puoi scegliere che tratta fare. Io prendo il lungo rettilineo finale; onestamente non ci capisco molto, perché la tizia mi dice che devo correre con la testa girata verso sinistra. Però mi sembra di avere capito che non sono stato travolto da nessun toro. Lucilla, per una tragica incomprensione, sceglie il ferocissimo tratto iniziale, una salita di cui maledici ogni centimetro già a farla da pedone, figurati con una mandria di bestie incazzate alle calcagna. Non finisce bene.
Però, a furia di guardare filmati, il fascino della corsa inizia a farsi sentire. Mi piace l’idea che il concetto non dovrebbe essere quello di scappare dai tori (che corrono più veloci di te, comunque) ma quello di correre con i tori. E poi mi diverte che tradizionalmente si corre con un giornale arrotolato in mano, che dicono dovrebbe servirti per tenere la distanza tra te e il toro. Come se dovessi sgridare il cane che ha fatto la cacca in salotto.

Un trucco: più il toro ha le corna larga meno è pericoloso, perché sono minori le possibilità che dandoti una musata ti infilzi.

Il benaugurante monumento alla corsa con i tori.

Un’attrazione abbastanza immateriale di Pamplona è il Cammino di Santiago. La città è infatti una delle tappe storiche del percorso del pellegrinaggio (altri percorsi passano sulla costa, toccando anche Bilbao e San Sebastian), che la attraversa segnalato dalle tipiche conchiglie stilizzate.

Se guardate una piantina turistica del centro di Pamplona, scoprirete che il Cammino e il percorso dell’encierro si sovrappongono in diversi punti. Mi domando come mai Buñuel non abbia sfruttato la coincidenza per “La via lattea“.
Comunque non è che ci sia nulla di particolarmente significativo da dire sui pellegrini che si incontrano in giro per la città: hanno la loro conchiglia sullo zaino, degli zaini pesantissimi e la sera girano in ciabatte chiedendo se qualcuno ha un accendino per sterilizzare l’ago con cui bucarsi le vesciche (proprio di fianco a dove siete seduti voi, eh).
Comunque in due giorni a Pamplona abbiamo fatto un sacco di strada sul Cammino; nel caso, spero che ne tengano conto (è un po’ come tutte le volte che entro a Santo Stefano a Bologna, che gironzolo attorno alla colonna che dà 200 anni di sconto in Purgatorio: non si sa mai).
In compenso, visto che siamo in Spagna negli stessi giorni della visita del papa a Madrid per la GMG, ci imbattiamo in un terrificante gruppone di cattolici italiani, delegazione di quattro parrocchie romane con tanto di stendardo, che hanno occupato una piazza e fanno uno strano ballo in tondo attorno a dei tizi che zappano fortissimo sulle chitarre classiche con le corde di metallo.
Per riprenderci dall’apparizione, cosa c’è di meglio che buttarsi in un piacevole bar a strafogarsi di pintxos? Magari in uno con i prosciutti appesi al soffitto che trasudando grasso e rendono l’aria spessa come un muro di gomma? E con la spina per la birra fatta a forma di zampa di maiale?

La spina è quella in primo piano. Le cose bianche attaccate ai prosciutti sono vaschette che raccolgono il grasso che trasuda. Non ho chiesto se ti ci fanno fare la puccia con il pane.

Venti minuti dopo avere scattato la foto qui sopra scopriamo l’esistenza delle crocchette di besciamella con dentro i pezzi di prosciutto crudo e il mondo non è più lo stesso di prima.

Mentre torniamo in albergo la prima sera a Pamplona ci rendiamo conto di una cosa che a Vitoria non avevamo avuto il tempo di mettere bene a fuoco: gli spagnoli parlano tanto. Ma tantissimo. Fuori da ogni bar, dentro ai bar, sui gradini delle fontane, davanti ai negozi chiusi, ovunque, ci sono capannelli di persone che parlano. E sembra che parlino tutte assieme. Telefonini, colpi di pollice alla velocità della luce, visi raggelati dal basso dalla retroilluminazione: assenti. Se in determinate circostanze è lo zaino Invicta o la maglietta dell’Hard Rock Café di chissà dove a qualificarti come italiano, qua deve essere tirare fuori l’iPhone davanti a un bar.
Di colpo mi rendo conto come hanno fatto questi ad andare in piazza e restarci settimane: probabilmente qualcuno aveva iniziato un discorso un po’ più lungo e poi una cosa tira l’altra e ne parliamo domattina, ma magari restiamo a dormire qua così facciamo prima, ehi è una grande idea, vale, vale, vale e Valerio o Valeria o Valentina* hanno portato le loro tende e…

Quando alle quattro di mattina sei milioni di Pamplonesi sono ancora tutti lì a chiacchierare sotto alla finestra della nostra stanza (che non ha l’aria condizionata) però questo tratto del popolo spagnolo lo apprezzo un po’ di meno.

(continua)

* BATTUTONE.

ps: Angry Bulls, per iOS, permette di correre l’encierro dalla parte del toro (olè!). Mai più senza.

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Baschia (1 di 6)

Belin

È una tradizione consolidata: come metto piede in territorio francese, corro a cercare un posto che venda schifezze alla ricerca dei prodotti “Belin”. Per fortuna l’aeroporto di Parigi non ha deluso (almeno sotto questo aspetto).
Ma che ci facevo a Parigi? Ci facevo che quest’anno c’è scappato il secondo viaggio dopo quello newyorchese, un ameno giro in nove giorni di una fetta dei Paesi Baschi spagnoli. Poiché siamo vecchie faine della prenotazione dei voli su internet (e di tutto quanto), abbiamo trovato un comodo Genova-Parigi-Bilbao con un agevole scalo di tre ore e passa nel nulla del terminal 2G del Charles de Gaulle. Ma costava meno. E visto che io sono uno che corre a fotografare “Belin” trovandola una cosa divertentissima (chissà se i francesi ogni si domandano perché ci siano italiani che fotografano le scatole con il telefono) capirete che l’argomento è sensibile.
A ogni modo, il CDG è noiosissimo. Per fortuna ci sono delle poltroncine in pelle (verde, bleah) parecchio comode e ho un Kindle carico e non ho paura di usarlo. C’è giusto da andare a vedere la libreria/edicola e commuoversi nel vedere i fumetti venduti fianco a fianco ai libri, ordinati, belli, luminosi nella loro linea chiara, che ti guardano altezzosi dall’alto in basso e dicono “pë pë pë les italians”. Tu non arrossire e non abbassare il capo, ma digli “zitti che a voi in italia vi pubblicano Lanciostory e Skorpio sulla carta velina che neanche la guida tv, fate poco i furbi”.
Comunque così c’è tempo per ripassare il piano di battaglia, che non è semplicissimo. Continua a leggere

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