Cominciamo bene

A Genova, l’avrete saputo, il candidato della destra ha vinto le elezioni comunali, la Lega è il primo partito e ora probabilmente manca solo che gli squali dell’acquario fuggano dalle vasche e inizino a sbranare gente per strada.
Del resto, una volta che diventa governatore della regione Liguria un viareggino che si occupava di Lucignolo e ha un’insana passione per i red carpet pagati con i fondi della società che dovrebbe occuparsi della digitalizzazione della pubblica amministrazione tutto è possibile.
Persino che ritorni il basilisco. Non so se sapete la storia: alla fine del IV secolo a Genova si insedia un basilisco, che è una bestiaccia un po’ gallo e un po’ serpente che ammorba l’aria con il suo fiato velenoso. Allora Siro, allora vescovo e non ancora santo, lo convince dopo tre giorni di preghiera e digiuno ad andarsene dal buco in cui viveva e tuffarsi in mare. Ecco, è un po’ di tempo che ogni tanto si sente una forza puzza, anche in centro. Una volta hanno anche evacuato il palazzo della Regione.
Io non ho detto niente.

Comunque.
Succede anche che qualcuno vada a sbirciare sul profilo Facebook del neo-eletto presidente di uno dei Municipi cittadini, Francesco Carleo, carabiniere in congedo, e ci trovi roba di questo di tipo (scusate il Mascellone):

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Ovviamente c’è una tale quantità di asinerie che verrebbe quasi da pensare che sia una trollata, ma è in compagnia di una sacco di altre fascistate da mani nei capelli.

Allora ci fa un articolo che esce su un sito locale.
Succede poi che Ferruccio Sansa, giornalista e figlio di un ex sindaco di Genova, rilanci sulla propria pagina Facebook la notizia.
Domenica sera, Sansa va al comitato elettorale di Bucci (il candidato sindaco della destra) a fare il suo lavoro e si verifica un simpatico siparietto che lui racconta così:

Fai un altro passo ed ecco un gruppo di persone che appena ti vede dice: “Sento puzza di merda. Fa schifo lui come suo padre. Non provare ad avvicinarti!”.

Scusi, dite a me?, provi a chiedere. Ma loro con la vigliaccheria che contraddistingue da sempre la mentalità fascista piegano lo sguardo verso terra. “Dicevamo solo che c’è puzza di merda”.

Poi altri insulti, da voci che subito si nascondono: “Merda, infame, venduto”.

A un certo punto si becca anche un “giornalaio”, che è il tipo insulto che la gente analfabeta rivolge ai giornalisti (perché essendo analfabeta non sa che le edicole sono il pilastro della civiltà e i giornalai andrebbero portati in palmo di mano).
Nel frattempo, ovviamente, il profilo Facebook di Carleo è stato bonificato e ora si vede solo una sua foto datata 25 aprile in compagnia della Meloni, a suo modo significativa.

E niente, Genova è in questa mani qua.
Il Coisp (belle merde) già si dichiara pronto ad andare a sradicare il cippo di Piazza Alimonda che ricorda che una volta lì è morto uno e, insomma, va tutto benissimo.

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La Stanza Profonda

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Parlare di un libro come “La stanza profonda” (d’ora in poi LSP) di Vanni Santoni mi mette un po’ in imbarazzo, per una lunga serie di motivi.
Il primo è che LSP è un libro sui giochi di ruolo e una delle cose che scopri dopo un po’ che giochi di ruolo (voce del verbo “giocare di ruolo”) è che di giochi di ruolo (sostantivo) non si parla con chi non gioca. Ti risparmia un sacco di noiose spiegazione al termine delle quali l’interlocutore comunque decide che sei un cretino.

INCISO
Una volta metto su un gruppo musicale con un amico (al quale effettivamente mai avevo parlato di GdR). Un giorno siamo lì che chiacchieriamo con il chitarrista solista, che conosciamo da un paio di settimane, e lui in una frase dice una cosa tipo “in quei casi devi avere un senso del dovere da Cavaliere di Solamnia”. Al che io abbocco e faccio: “Uh, Dragonlance! Grande!”.
Lui annuisce e dice “Bene, quindi giochi. Se non avessi colto il riferimento non avrei mai più tirato in ballo i giochi di ruolo”.
(Diventò poi il nostro master in una campagna che rendemmo molto più interessante andando a confidarci con quello che credevamo il nostro amico più fidato e che invece avrebbe dovuto essere chiaro che si trattava del vero cattivo di tutta la faccenda).

Invece ora non solo esce un romanzo che ha in copertina un d20 (un solido regolare a venti facce triangolari, per la gente normale) e che parla di gdr, ma che per giunta finisce candidato al Premio Strega (non che abbia particolare interesse per i premi letterari, ma va da sé che danno un +3 alla visibilità del libro) e viene letto e recensito anche da gente che, probabilmente, nella sua “stanza profonda” non ci è mai entrata.
Ora, non si tratta di affermare spavaldi che “i nerd hanno vinto”, cosa che da qualche anno si sente ripetere sia tra chi ha da sempre frequentato dadi e mondi fantastici sia, soprattutto, tra chi non lo ha mai fatto. La situazione è ben più complessa, come riconosce anche Vanni Santoni nel libro (ne avevo parlato in un post di qualche tempo fa), e i toni trionfali sono un po’ fuori luogo.
No, dovete piuttosto considerare che fino a non moltissimo tempo fa, se sentivi parlare di giochi di ruolo fuori dall’ambiente era per cose del genere:

Quarant’anni fa, i giochi di ruolo in Italia non avrebbero trovato alcun seguace: perché i giovani un ruolo lo avevano davvero, fatto di responsabilità e progetti, nella società. Quindici anni fa, in America, il gioco della Torre e del Dragone venne tolto dal commercio; noi lo abbiamo trasformato in gioco di ruolo, e portato in Italia con grande successo, come tanta altra immondizia d’importazione.
Può un gioco portare al suicidio? E può un suicidio giovanile essere assistito? La risposta è sì, ad entrambi i quesiti.

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Australia, 10. Finire.

1 (133).jpgFinito il giro a caccia di balene, ci mettiamo alla ricerca di qualcosa da mangiare e poi affrontiamo uno dei grandi momenti di ogni viaggio: l’itinerario consigliato dalla Lonely Planet, che, come da tradizione, facciamo al contrario (amici di Lonely Planet: siete voi che progettate i vostri percorsi in città a cazzo o siamo noi che ci troviamo sempre più comodi a partire dall’altra parte?).
L’area scelta è quella di The Rocks, il quartiere storico di Sydney che si trova sulla costa ovest di Sydney Cove, la baia dove gli inglesi fondarono il loro primo insediamento australiano nel 1788. Continua a leggere

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La Ragazza e l’Angelo – Una storia dello Spadaccino

Una nuova storia dello Spadaccino…

Dorso di carta

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Egitto, VII secolo d.C.
Una ragazzina sfuggita alla distruzione del suo villaggio incontra una creatura che cambierà la sua vita.

Nove secoli dopo, lo Spadaccino apre una tomba protetta da segni misteriosi e risveglia qualcosa che avrebbe dovuto restare sepolto per sempre.
L’unica salvezza sembra essere al riparo delle mura di un antico monastero cristiano, che custodisce un segreto millenario.

La Ragazza e l’Angelo.
Lo Spadaccino è tornato.
Questa volta i suoi viaggi lo hanno portato in Egitto, alla ricerca di antichità per conto di un ricco signore turco.
È una storia con dentro parecchio horror, più simile ai primi due racconti pubblicati che a Gatto e Libertà, con la quale ha un collegamento abbastanza diretto (anche se si svolge prima; un altro collegamento è con Colei che canta, ma non so in quanti se ne accorgeranno).

strange_norrell_4 Enzo Cilenti, qui nei panni di Childermass nella miniserie “Jonathan…

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Tutti gli Universi paralleli del 2016

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L’anno scorso ho iniziato a scrivere su Nipresa (il mio tumblr) una serie di piccoli non sequitur intitolati Universi paralleli.
Li metto tutti in fila qui, come una specie di libro delle vignette di Forattini:

Un universo parallelo in cui il piano di Grace Slick per somministrare LSD a Richard Nixon è andato a buon fine.

Un universo parallelo in cui Gasparri è costretto alle dimissioni dai suoi compagni di partito, terrorizzati di perdere voti se associati a lui
Un universo parallelo in cui Mussolini non viene ucciso alla fine della guerra e, dopo un’incarcerazione, passa gli anni sessanta in un crepuscolo di irrilevanza berlusconiana tra cani, ville e fidanzate molto più giovani di lui.
Un universo parallelo in cui invece Vendola e suo marito hanno adottato un bambino e tutti gli rompono i coglioni lo stesso.
Un universo parallelo in cui tutto quello che Richard Benson racconta è assolutamente vero.
Un universo parallelo in cui quelli che arredano il sedile del treno di fianco al proprio come fosse una cabina armadio, invece di fare la faccia scocciata quando chiedi se puoi sederti, vengono sbranati dai lupi.
Un universo parallelo in cui l’Italia reintroduce la pena di morte dal furto di caramelle in su per soddisfare il popolo del web ma il popolo del web insorge lo stesso perché la morte non è abbastanza dolorosa. Segue importazione coatta di lapponi per strappare a morsi le palle dei condannati e lasciarli morire dissanguati, mentre in parlamento si infervora il dibattito sulla tecnica più adatta per la pena di morte femminile.
Un universo parallelo in cui ai poliziotti è consentita l’obiezione di coscienza.
“Al ladro! Al ladro! Agente lo fermi, mi ha rubato la borsa”
“Mi spiace signora, non credo alla proprietà privata. Provi più avanti a vedere se c’è un collega”
Un universo parallelo in cui Jessica Jones è una fan del Dr. Who e non capisce cosa ci sia di male nell’essere succubi di David Tennant.
Un universo parallelo in cui la città di Bologna solleva il culo dai Colli per andare al commissariato di via del Pratello e denunciare Salvini per stalking.
Un universo parallelo in cui nelle edicole le copie del Pertini di Andrea Pazienza mettono in fuga le copie del Mein Kampf allegate al Giornale.
Un universo parallelo in cui il primo film insieme di Bud Spencer e Terence Hill era tratto dai romanzi di Leiber con Fafhrd e il Grey Mouser.
Un universo parallelo in cui le leggi elettorali italiane non hanno dei nomignoli idioti.

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Non si dicono le bugie

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bùfala s. f. [da bufalo]. – 1. La femmina del bufalo: mozzarella di bufala; uova o ovoline di bufala, latticinio fresco, fatto con latte di bufala. 2. Nome di alcune razze di frumento turgido coltivate in Sicilia. 3. fig. a. Svista, errore madornale; affermazione falsa, inverosimile; panzana. b. roman. Produzione, e spec. spettacolo, scadente, di scarso valore: quel film è una bufala!

bùfala mediàtica  locuz. sost. f. – Notizia falsa che viene ripresa e amplificata dai media. Il saper riconoscere una notizia non rispondente al vero è una delle basi del giornalismo, ma le tecnologie digitali di comunicazione hanno molto accelerato la diffusione di una bufala mediatica. L’espressione può indicare anche, impropriamente, fenomeni come la voce (rumor) e la leggenda metropolitana. La b. m. può diffondersi intenzionalmente o per errore, dovuto alla carenza di verifiche sulle fonti della notizia, e la concorrenza fra i media può accentuarne gli effetti. Essa può anche mettere in luce le debolezze e la scarsa affidabilità del sistema dei media, nonché le imprevedibili conseguenze, dato che la successiva dimostrazione della non veridicità di una notizia non necessariamente ne arresta la diffusione.

Le parole si possono rompere, con l’uso?
Probabilmente sì. Prendete “bufala”. Le due definizioni vengono dal sito della Treccani; la prima dal Vocabolario, la seconda dal Lessico del XXI secolo.
Entrambe contengono la menzione dell’involontarietà: effettivamente, fino a qualche anno fa, ho sempre associato le “bufale” a fraintendimenti, incomprensioni, semplificazioni, in un ambito semantico che confinava con quello della leggenda urbana.
Piero Pelù interprete della sigla televisiva di Jeeg Robot d’Acciaio.
Billy Corgan attore in Vicky.
Il cucchiaino nella bottiglia di spumante per non farlo sgasare.
Però è sempre stato, come riporta il Lessico, un termine strettamente giornalistico.

Da qualche anno, grazie alla diffusione dei social network (ma poi principalmente di Facebook), le informazioni che non corrispondono necessariamente a stati di realtà hanno iniziato a moltiplicarsi e diffondersi a un ritmo vertiginoso. E non più solo o prevalentemente per sbadataggine o incompetenza, ma per calcolo.
Che sia economico (come messo in luce da Paolo Attivissimo e David Puente) o politico o entrambi, come nel caso della rete di siti pallonari della Casaleggio Associati / Movimento 5 Stelle, dietro alla diffusione di notizie false c’è dell’interesse.
Chi ha iniziato per primo a interessarsi a mettere un po’ d’ordine nella massa di informazioni che circolava in rete senza controlli ha, probabilmente per formazione, utilizzato quasi da subito il termine giornalistico, appunto “bufala”. Che è rimasto attaccato a questo tipo di comunicazione, creando un curioso corto-circuito.
L’informazione falsa di successo ha due caratteristiche: è semplice (riduce la complessità degli eventi a uno schema semplicissimo buoni/cattivi) e conferma le convinzioni del suo pubblico si riferimento. Quindi, per dire, funziona benissimo, in un paese intimamente e inconsciamente razzista, qualsiasi falsità che riguarda la Kyenge che augura cose brutte all’Italia, perché conferma il preconcetto che in quanto negra non può essere davvero italiana e la fa diventare una persona crudele che odia gli italiani. Specularmente, in un paese che tutto sommato spera sempre in un Uomo della Provvidenza che metta a posto le cose un Putin che deride la politica italiana non può che fare sfracelli.
Invece, spesso la realtà (come meglio possiamo approssimarla) è complessa e non accomodante con le nostre aspettative. Si crea così una polarizzazione tra la notizia falsa (semplice, comprensibile dalla gente) e la sua confutazione (complicata, richiede attenzione).

Risultato?
“Bufala” inizia a diventare una parola che identifica chi la usa come “non-gente”: il debunker è accusato di essere pagato da qualcuno, di lavorare al servizio dei famigerati “poteri forti”, di cercare di confondere le idee con i paroloni. Se una volta “bufala” era un dato di fatto, ora è un’opinione. Tu dici che quella è una bufala perché non capisci che davvero la Kyenge vorrebbe costringere gli italiani ad andare in giro con il lucido per le scarpe in faccia perché la pelle bianca le fa schifo e anche se non l’ha mai detto (ma chi lo sa, cosa dice agli amici allo zoo) potrebbe comunque pensarlo.
Quindi, “bufala” è una parola che ormai ha perso ogni potere al di fuori di chi la usa.
È una parola che si è rotta, non può più aiutarci a incidere sul reale, sulla percezione del mondo che le persone hanno.

Questo post nasce dalla lettura di un post sul tumblr di Idee per scrittori, che ho usato per mettere in pratica un’idea che avevo da tempo. Ho creato un filtro con un’estensione di Chrome, Word Replacer, grazie al quale ora quel testo si legge così:

A proposito di bugie, questa devo proprio raccontarla. Sta girando una bugia su Cecile Kyenge. Secondo un articolo tratto da un sito internet che non pubblicizzo, la Kyenge avrebbe detto, subito dopo l’attentato a Berlino: “I mercatini di Natale sono un’offesa per le altre religioni, andrebbero vietati”. Dopo aver verificato l’inattendibilità della notizia, ho segnalato la bugia a diverse persone e in diversi gruppi. Purtroppo alcuni utenti di Facebook mi hanno risposto che i disseminatori di bugie “hanno fatto bene, perché la Kyenge è stata un pessimo ministro”. Di fronte alle domande di coloro che chiedevano le ragioni di questo giudizio severo, quasi nessuno ha fornito spiegazioni. Dico “quasi” perché uno si è giustificato così: “Fanno bene a diffondere bugie su di lei. La Kyenge è pessima perché ha detto che l’Italia avrebbe bisogno di un attentato”. Controllo e naturalmente scopro che anche questa è una bugia. Quindi, riassumendo, ecco la situazione. Alcuni individui si sono fatti un’opinione negativa di Cecile Kyenge a suon di bugie. Tale opinione è diventata una sentenza definitiva che secondo loro rende lecita la diffusione di ulteriori bugie. Tutto questo è allucinante.

A me sembra che “bugia” funzioni straordinariamente. Funziona semioticamente, perché chi ha messo in giro la notizia ha detto una bugia, che è un’affermazione che si sa non corrispondere a uno stato di realtà.
Ma soprattutto funziona a livello inconscio. “Bugia” è uno dei primi concetti negativi che impariamo, è una parola semplice e modesta che esprime un’azione piccola e, per lo più, meschina. Non è “menzogna”, che già riempie la bocca e ben si presta a essere tuonata.
“Bugia” funziona per anni quando siamo piccoli.
Forse potrebbe tornarci utile anche oggi che, in teoria, dovremmo essere cresciuti.

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Carlo Cane è pronto a credere in voi

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Fare l’indagatore dell’incubo può sembrare una buona idea, se non hai un lavoro, il tuo cognome è Cane e il tuo nome inizia con la stessa lettera.
Ma quando Carlo Cane decide di inscenare una messa nera in una chiesa diroccata per attirare l’attenzione della televisione non può immaginare le conseguenze delle sue azioni
Tra vecchi partigiani, un cane, ragazze sboccate, star della seconda serata televisiva, beghine, comunisti, un vescovo (anzi, un arcivescovo), storici dell’arte, vigili urbani, gerarchi nazisti, streghe, bariste, chiese diroccate e parecchi gatti, un racconto sovrannaturale ambientato tra Genova e il suo entroterra, ambientato nello stesso universo narrativo delle Storie dello Spadaccino.

Carlo Cane è pronto a credere in voi.

Quest’anno Dylan Dog ha compiuto trent’anni di vita editoriale, un evento festeggiato, tra l’altro, con il ritorno di Tiziano Sclavi alla scrittura, Dopo un lungo silenzio.
Siccome ho un grosso debito, a più livelli, con l’indagatore dell’incubo di Craven Road, volevo in qualche modo celebrare a mio modo questa ricorrenza. E quale modo migliore se non scrivere una storia che inizia con un coetaneo di Dylan Dog, ma genovese, che decide di darsi anche lui alla carriera di indagatore dell’incubo? Continua a leggere

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