Australia, 3. Great Ocean Road

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Il più grande war memorial del mondo è in Australia e non è l’ennesimo simbolo fallico piantato in mezzo a una città, ma è una strada.
Si tratta della Great Ocean Road, una strada panoramica di 243 km che costeggia un tratto della costa sud est dello stato del Victoria. È stata costruita, tra il 1919 e il il932 dai soldati tornati dalla Prima Guerra Mondiale ed è dedicata, appunto, ai loro commilitoni uccisi in battaglia.

Propaganda bellica a favore dell'arruolamento nella Prima Guerra Mondiale

Propaganda bellica a favore dell’arruolamento nella Prima Guerra Mondiale

Parentesi: gli Australiani alla Prima Guerra Mondiale
La PGM è stato il primo evento storico in cui gli australiani – da dopo diventati quasi indipendenti, cioè un dominion dell’Impero Britannico – abbiano partecipato, quello che hanno scelto come momento fondante della nazione (essendo “quella volta che abbiamo massacrato una popolazione neolitica per fottergli le terre migliore” non molto presentabile). Gli australiani si arruolarono in massa per combattere a fianco dell’Impero Britannico; una parte combatté in Nuova Guinea, per conquistare le colonie tedesche presenti lì, ma il grosso del contingente isolare venne mandato, insieme ai neozelandesi, a combattere in Europa e Medio Oriente.
In particolare, contro il morente Impero Ottomano. E le presero fortissimo e malissimo. L’ANZAC (Australian and New Zealand Army Corps), schierato a Gallipoli, fu tra i protagonisti di una sconfitta cocente; gli australiani ebbero feriti o uccisi più della metà dei propri soldati. Vuoi per impreparazione, vuoi perché i vertici britannici dell’esercito usavano “i coloniali” per i lavori sporchi.
Però, dal 1916 il 25 Aprile, data dello sbarco delle truppe in Turchia, è considerata la più importante festa nazionale australiana. Memoriali ai soldati dell’Anzac (che sembra un toponimo turco) si trovano in tutte le città e lo “spirito dell’Anzac” ha un po’ la stessa valenza che può avere per noi la sconfitta di Caporetto.

La Great Ocean Road, da Melbourne, è una gita che si può anche fare in giornata; ma meglio dedicarci almeno un paio di giorni. Ci sono, ovviamente, pullman e tour guidati che toccano le località principali, ma la cosa migliore è senza dubbio farla con una macchina propria. Nel nostro caso, abbiamo avuto la fortuna di farci accompagnare da Francesco, mio fratello, che vivendo a Melbourne dal 2009 ormai ha una certa dimestichezza. In più, Rob, la guida del tour dei pinguini, mi ha mandato un paio di dritte di posti curiosi.
La prima si rivela subito efficacissima: ad Angelsea (tecnicamente non ancora Great Ocean Road) c’è un campo da golf al cui interno scorazzano, in cattività ma liberi di vagare per tutto il green, dei canguri.

"Santocielo, sta usando un legno 4. Che principiante."

“Santocielo, sta usando un legno 4. Che principiante.”

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Australia, 2. Pinguiiini.

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Per farla breve: a Phillip Island, dove fanno le corse delle macchine, ci sono i pinguini.
Di più: sono una delle attrazioni turistiche più efficaci di tutta l’Australia. Ogni sera, al tramonto, escono dall’oceano al termine di una dura giornata di lavoro e, passettin passettino tornano alle loro tane.
Potevamo mancarli, anche se in realtà sono dei pinguini nani e non certo gli elegantoni bianchi e neri? Certo che no.
E così, eccoci la mattina del secondo giorno a Melbourne, Lucilla e io, che prendiamo il tram per andare in centro al punto di incontro del tour che abbiamo prenotato. Ne abbiamo scelto uno molto basico, che si concentra sull’avvistamento di animali ed evita attrazioni come la fabbrica di cioccolato o le cantine vinicole; inoltre, il bus porta massimo undici persone, quindi non dovrebbe esserci l’effetto “gita al santuario con dimostrazione di pentole senza impegno”.
Infatti, siamo in quattro. Oltre alla guida, Rob, c’è un’altra coppia, di Roma, in viaggio di nozze (io e Lucilla abbiamo fatto perdere a Rob una scommessa con il suo capo, perché pensava che saremmo stati anche noi in luna di miele).
Come il bus parte e inizia a dirigersi verso l’autostrada, scopriamo che il buon Rob ha intenzione di parlare e descriverci tutto. Gli altri due sono seduti più dietro, Lucilla si mette a leggere la guida… chi resta a farsi carico del contatto umano? Esatto, io. Hurrah.

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Australia, 1. Melbourne, la vera Gotham City.

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Scopriamo Melbourne con gli AC/DC:

“Scusa giovane cameriera con questo taglio di capelli così studiatamente dimesso, ma che differenza c’è tra il batch coffee e il pour-over coffee?”
“Ah, il batch coffee è quello che viene fatto nella caraffa per tutti… il pour-over è… una cosa un po’ più tecnica…”
“Ok, prendo quello tecnico”
(“Che a casa mi faccio il caffè con l’aeropress, con chi credi di stare parlando? Non mi lascio impressionare da una bilancia e un termometro, io”)

Caffè tecnico. con carta di identità

Caffè tecnico. con carta di identità

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Non è giornalismo

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L’ultima volta è stato con l’attentato a Monaco.
Ma prima si potrebbe citare il tentato golpe in Turchia, la strage di Nizza, la notte del Bataclan, l’attacco a Charlie Hebdo, l’attentato alla maratona di Boston…
Il modello della copertura in diretta di un evento tragico e drammatico sta diventando, a ogni ricorrenza, un rituale sempre più stanco e patetico.
Non è propriamente una novità: se n’era già accorto Furio Colombo, nel 1999, che l’idea di potere fare del giornalismo in diretta andava quantomeno ridimensionata:

L’annuncio è questo: il villaggio globale non esiste più. Credo di poter indicare un giorno e un’ ora per questo annuncio: 13 aprile 1999, ore 15. Giunge la notizia di una infiltrazione di soldati serbi in un posto di frontiera albanese. Italia Radio è collegata con il funzionario delle Nazioni Unite Andrea Angeli, che si scusa per l’ uso di frequenti parole inglesi. “La vostra”, dice, “è la trentesima telefonata in pochi minuti. Chiamano le agenzie di stampa di tutto il mondo”. Con un altro telefonino il funzionario dell’ Onu ascolta qualcuno che vede a distanza il posto di frontiera e può testimoniare. C’è una colonna di fumo dalle caserme della polizia albanese, gli dicono. Si sentono spari. Un mondo di media, satelliti, unità mobili e cellulari, siepi di telecamere, ponti radio, microfoni a quattro fili, studi aperti secondo i diversi fusi orari, tutto dipende dal telefonino di un funzionario di agenzia internazionale disperato per la stanchezza, che cerca di tenere la linea benché anche a lui sfuggano il senso di quello che vede e le conseguenze di quello che dice.

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Lavori che gli italiani non vogliono più fare: ricacciare gli insulti in gola ai razzisti

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Fino a un certo punto, il racconto degli eventi che hanno portato alla morte di Emmanuel Chidi Nnamdi ha un taglio grottesco che richiama certe cose di Ammaniti.
C’è un caldo primo pomeriggio in una provincia dell’Italia centrale.
C’è un ultras della Fermana (nel mio mondo piccolo-borghese, già mi fa sorridere l’esistenza degli ultras delle squadre maggiori; figurarsi delle squadre dilettantistiche), con una storia di frequentazioni tra Casa Pound e i Forconi (ve li ricordate, i Forconi?). Un allegrone che, parole del fratello che cercherà di difenderlo, “quando passa un negro gli tira le noccioline”. Addosso ha la maglietta di un gruppo fascista ma, dice lui, non lo sa. Fascisti ingenui.
A un certo punto passa una coppia. Di negri.
Il nostro, che è un buontempone, non ha noccioline. Quindi dà sfogo alla sua allegrezza urlando “scimmia africana” alla donna.
A questo punto, apriamo un flashback.
Una chiesa piena di gente, una bambina che guarda in su, sorride. Poi uno scoppio, urla, silenzio.
Deserto. Camion, furgoni, jeep.
Botte.
Una donna che urla. Sangue. Sangue dove non c’era da mesi, dove non dovrebbe esserci per mesi.
Silenzio.
Il mare. Una barca.
Buio. Onde. Corpi.
Pianti, preghiere.
Terra.
Divise. Guanti di gomma.
Treni. Autobus.
Un’altra chiesa.
Anelli.
Documenti. Firme.
Sguardi. Attese. Sguardi.
“TUA MOGLIE È UNA SCIMMIA AFRICANA”. Continua a leggere

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Come non si pubblica il Mein Kampf

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Un “libro” non è quello che c’è scritto dentro. Quello è un testo.
Un libro è, più correttamente, la somma delle parti che lo compongono. Questa è una cosa parecchio importante per noi che di lavoro “facciamo libri”, definendo il nostro mestiere con una formula che indica tutto quello che succede da quando un testo arriva in casa editrice a quando vengono mandati allo stampatore i PDF definitivi.
Il formato del volume, il tipo di carta, la presenza di immagini, la gabbia grafica, il tipo di font usato sono tutti elementi che “fanno” un libro, che lo definiscono. Prendete una vecchia edizione di uno dei romanzi di James Bond scritti da Fleming e confrontatelo con la veste della recente edizione di Adelphi. Anche se la storia è la stessa, cambia tutto: la vecchia edizione è un libro mordi-e-fuggi, quella di Adelphi presenta le vicende di 007 in volumi raffinati, oggetti anche belli da esporre. Cerca di riqualificare quelli che sono romanzi di intrattenimento, non privi di un loro, ancorché sghembo, fascino, come grandi protagonisti della Letteratura.

La copertina della prima edizione italiana di Casino Royale, intitolato La benda nera

La copertina della prima edizione italiana di Casino Royale, intitolato La benda nera

 

L'edizione Guanda

L’edizione Guanda

 

L'edizione Adelphi, che – raffinatezza – riprende la copertina della prima edizione inglese

L’edizione Adelphi, che – raffinatezza – riprende la copertina della prima edizione inglese

 

Inoltre, un “libro”, specie se non è alla sua prima edizione, è anche tutti i discorsi che su quel libro sono stati fatti, il ruolo che ha svolto nella storia, sia quella letteraria sia quella del mondo o del Paese in cui è stato pubblicato.
Per esempio, come si pubblica un libro scritto da un dittatore che ha causato una guerra mondiale e, tra le altre cose, approvato un piano per lo sterminio dell’intera razza ebraica in Europa che, tutto sommato, gli è anche riuscito piuttosto bene? Non un romanzo giovanile o una silloge di poesie, no: proprio il suo manifesto programmatico.
Il Mein Kampf, tra tutti i libri “maledetti” è quello che senza dubbio si porta più a ragione questo titolo, essendo alla radice della morte violenta di svariati milioni di esseri umani tra il 1930 e il 1945. E non per un accidente della storia: proprio perché è stato messo in atto quello che in quel libro si teorizzava.
Nonostante questo, il Mein Kampf non è il Necronomicon: non è che se lo leggi diventi nazista automaticamente (come non è vero che il fascismo si cura leggendo). È bello pensare che si dia tutto questo potere ai libri, ma il MK da solo non basta a fare diventare nazista una nazione. Ci vogliono anche certe condizioni storico-sociali e una generale benevolenza del potere economico.
Sicuramente è un documento storico importante e come tale andrebbe trattato.
Il che è esattamente quello che non ha fatto il Giornale di Alessandro Sallusti quando ha deciso di proporlo come allegato al proprio giornale per inaugurare una serie di volumi dedicati al nazionalsocialismo. Continua a leggere

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Merdone, pestare il

Da anni, Massimo “Bart’s People” Gramellini ha una rubrica sulla prima pagina della Stampa nella quale scrive la sua opinione su qualcosa. Su qualsiasi cosa.
Con uno stile che ha evidentemente molti ammiratori, vista la longevità della rubrica e visto che gli stessi temi sono poi ripresi dall’autore il sabato sera in televisione da Fazio. Poi ci sono quelli che reggono a fatica sia lo stile di Gramellini sia i concetti che vengono veicolati: un pastone denso e sciropposo che può alternare indignazione, cauto ottimismo, sentimentalismo, moralismo, giustizialismo, spesso reazionario e conservatore. E io sono tra quelli: per me Gramellini è l’esempio di tutto quello che non dovrebbe essere il giornalismo, non ultimo per il vizietto di “aggiustare” i fatti perché si adattino meglio al messaggio (come nel caso di “Futoshi Toba“)

Il 9 giugno 2016, Gramellini ha pestato, come ogni tanto gli accade, il merdone.

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La sua opinione sulle nuove divise dell’Alitalia inizia, oltre che con un un erroraccio in terza riga (Etihad è di Abu Dhabi) che in un pezzo del vicedirettore di un giornale non è che faccia una bellissima figura, suonando subito l’allarme: i musulmani hanno sfondato le difese dell’Occidente e, scimitarra alla mano, hanno imposto a uno stilista milanese i centimetri di pelle da coprire del corpo delle hostess.
Per i più distratti, di seguito una foto dell’editoralista su un volo Torino-Roma, in compagnia di una hostess con la tipica divisa Alitalia.

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Le disegnava Frazetta, le divise.

La cosa buffa è che le divise di Etihad sono queste:

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E che le divise Alitalia degli ultimi trent’anni sono queste:

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Però ormai il Nostro è lanciato, ci ricorda che le calze verdi non appartengono alla cultura delle nostre donne (“non conosco una sola donna italiana che…” è il modo elegante di dirlo), con la strizzatina d’occhio al “ah, lo stile italiano”. Ti accusa di essere “un’anima bella” se non sei disposto come lui a sentirti a Vienna assediata dai Turchi e conclude con la tirata fallaciana che fa sempre fine e non impegna.

Questo pezzo è un po’ una summa di tutto quello che rappresenta il gramellinismo: un’opinione disinformata e paracula, condita di becero nazionalismo, un tono saccente e il piglio di chi ci crede tantissimo.
Su internet, il pezzo non è stato accolto benissimo.
Nei commenti dello stesso Buongiorno, sul gruppo Facebook Buongiorno un cazzo, su Linkiesta, da Mazzetta, su Vice, su twitter, il pezzo ha ricevuto critiche, sberleffi, insulti.
Fin qui niente di male.
Se non che, a un certo punto, nel tardo pomeriggio, la Stampa, la busiarda in persona, ha sgranchito i suoi poderosi apparati redazionali per correre in soccorso del suo vicedirettore. È intervenuto il vicedirettore Massimo Russo, con un pezzo sulla libertà di pensiero, che mette le sciocchezze di Gramellini sullo stesso piano di una vicenda più seria, ma che dimentica che il problema è che, come diceva Harlan Ellison, il diritto che si ha è quello della propria opinione informata. E Gramellini ha scritto i suoi pensieri su una roba di cui, evidentemente, non sapeva nulla.
Non puoi vedere due foto di una sfilata, ricordarti che le azioni sono in mano agli arabi, accendere il word processor e buttare giù quello che ti viene in mente. Dici che il committente è musulmano? Sei sicuro? Alitalia ha un ufficio stampa, se lo chiami (o lo fai chiamare, non sia mai che ti sprechi) magari puoi chiedere chi ha seguito la progettazione delle nuove divise. Guarda come erano le divise prima. Guarda come sono le divise di altre compagnie.

A un certo punto è intervenuta anche Anna Masera, che si occupa del rapporto con i lettori, su twitter:

È interessante che si derubrichi tutto a “va beh, ma è uno spazio leggero”, che ricorda un po’ quando Berlusconi diceva che non bisognava dare troppo peso alle dichiarazioni di Bossi (che in fondo era solo un ministro del suo governo). Quindi, se tu fai credere ai tuoi lettori, partendo da basi false, che dopodomani il burqa sarà obbligatorio per legge, non bisogna farci troppo caso perché è uno spazio “leggero” del giornale. Quindi sappiamo che ci sono spazi del giornale dove chi scrive può fottersene dei fatti. Mi sembra un concetto interessante, molto “giornalismo 2.0” come teorizzato dal direttore dell’Unità-renziana.
È curioso, perché da quello stesso spazio due mesi fa Gramellini ha tuonato contro Dorina Matei, con conseguenze tangibili.
Boh, magari allora dovrebbero mettere un bollino ogni giorno sul Buongiorno per dirci se quel giorno è serio o se sta cazzeggiando. Così ci regoliamo.

(Secondo me è andata che Gramellini, che deve essere uno di quelli che si fingono paciosi ma sono in realtà delle iene, si è incazzato come una biscia per come è stato accolto il suo pezzo e ha preteso di essere difeso dal giornale e sui social, dove figuriamoci se scende a discutere con qualcuno. È il direttore creativo, lui)
(E secondo me sabato sera la ripete uguale, da Fazio, questa storia).

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