Martin Mystère – Le Nuove Avventure a Colori

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Copertina di Lucio Filippucci, colori di Daniele Rudoni

La prima cosa che ti viene in mente dopo la prima ventina di pagine del primo numero della nuova serie dedicata a (un) Martin Mystère è “va beh, ma questo non è Martin Mystère”. Subito dopo, appare al dottoressa Grazia Arcazzo che ci complimenta con te, visto che prima di iniziare la storia hai letto l’editoriale di Alfredo Castelli che ti spiega per filo e per segno la genesi della serie: nata dalle idee per una mai realizzata serie tv, reinventa MM come se fosse stato concepito oggi e non all’inizio degli anni Ottanta, rielaborando sia il personaggio (e i comprimari) sia il modo di raccontare le sue avventure.
Questo secondo aspetto è forse quello che, a fine lettura, colpisce di più. La serie classica di Martin Mystère è famosa (e/o famigerata, dipende dal gusto personale e dall’abilità dei singoli autori) per la verbosità: nelle storie del Detective dell’Impossibile si parla tantissimo, vengono spiegate tantissime cose in modo più che dettagliato. E può succedere che succeda non molto. Il ritmo narrativo delle Nuove Avventure a Colori (almeno da in questo primo numero – il secondo è già uscito ma solo a Lucca Comics e non ho pensato di chiedere a qualcuno di portarmelo) invece è indiavolato. Era una delle promesse degli autori, quella di usare una narrazione più serrata e “televisiva”, ed è stata ampiamente mantenuta. Il primo assaggio lo si trova proprio all’inizio dell’albo, quando Mystère spiega in un balloon che cosa sia La battaglia di Anghiari, il perduto affresco di Leonardo da Vinci per Palazzo Vecchio a Firenze; nella serie classica ci sarebbero volute almeno un paio di tavole in stile La Storia d’Italia a fumetti di Enzo Biagi. Poi la storia prende davvero il via e corre a rotta di collo fino alla fine dell’albo.

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Australia, 9. Sydney, possum e balene

Ibis: già uccello sacro nell'Antico Egitto, oggi si aggira ai giardinetti di Sydney come un pensionato

Ibis: già uccello sacro nell’Antico Egitto, oggi si aggira ai giardinetti di Sydney come un pensionato

Trovare l’ostello di Sydney dopo avere lasciato la metropolitana è abbastanza semplice.
Si percorrono un paio di vie dove ogni tre passi c’è un posto dove ci fermeremmo a mangiare tutto (siamo reduci dalla malefica Peri Peri Chicken Pizza, ricordatelo) e si arriva in questo che è proprio un ostello come uno si aspetta un ostello: giovane, dinamico, un sacco di musica nella hall dove ci sono dei divani comodissimi.
Fare il check-in in ostello è, di colpo, complicatissimo, perché bisogno prima registrarsi usando i tablet forniti su un sito, con tanto di scansione del passaporto (che funziona malissimo), e scarsa collaborazione dai tizi dietro al bancone.
Quando finalmente riusciamo ad avere la camera siamo esausti.
Ma la grande gioia, dopo tre notti di bisogni corporali espletati all’aperto e lavaggio più o meno a secco e/o a pezzi, è scoprire che avevamo prenotato una stanza con bagno privato.
Ritrasformati in creature presentabili, affrontiamo il panorama gastronomico che Sydney ha da offrirci e alla fine cosa c’è che dice “mollezze delle civiltà” più che polpette di riso e aceto con sopra dei pezzi di pesce crudo? Continua a leggere

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Australia, 8. Verso Alice Springs

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Per l’ultima colazione nel bush, visto che la sera prima non abbiamo assunto abbastanza proteine animali, ci siamo tenuti eggs & bacon.
Per l’ultima volta smontiamo il campo, arrotoliamo gli swag e copriamo il fuoco con la sabbia.
C’è parecchia mestizia, perché in poche ore Lucilla e io saremo su un aereo per Sydney – e qualche giorno dopo di nuovo nell’emisfero boreale – mentre Amy e Fra resteranno ad Alice Springs.

Sulla strada, facciamo una sosta agli Ochre Pits, una miniera all’aria aperta dove gli aborigeni estraevano l’ocra che usavano per dipingersi ritualmente il corpo nelle cerimonie. Ci sono, nelle pareti di roccia, diverse zone da cui affiora l’ocra, di diversi colori. Ci sarebbe anche un percorso che esplora la zona, ma non abbiamo molto tempo quindi lasciamo perdere.
Per la cronaca, se ti beccano a portarti via l’ocra ci sono delle multe ferocissime.

Gli Ochre Pits. Dal vivo sono più affascinanti, giuro.

Gli Ochre Pits. Dal vivo sono più affascinanti, giuro.

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Il diritto ad avere successo senza essere famosi

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In una “lettera aperta” all’autrice, Sandra Ozzola aveva infatti sostenuto che la curiosità dei suoi lettori avrebbe meritato “una risposta più generale, al di là delle interviste ai giornali, non solo per placare chi perdersi nelle ipotesi più inverosimili sulla tua vera identità, ma anche da un sano desiderio da parte dei tuoi lettori […] di conoscerti meglio.”

Era nata così La Frantumaglia, il saggio sedicentemente autobiografico dal quale i lettori hanno appreso che la scrittrice ha tre sorelle, che la madre era una sarta napoletana incline a esprimersi “nel suo dialetto”, e che lei aveva vissuto a Napoli fin quando non ne era “scappata via” avendo trovato lavoro altrove. La mia inchiesta ha dimostrato però che niente di tutto questo corrisponde alla vita personale della scrittrice.

Insomma, la prima a violare la privacy di Elena Ferrante è stata… Elena Ferrante. Ma lo ha fatto fornendo ai suoi fan informazioni assolutamente non vere, per di più su richiesta di quegli stessi editori che oggi mi attaccano per aver fornito invece dati veri. (via)

Di tutto il bailamme attorno all’inchiesta del giornalista Claudio Gatti che ha verificato intrecciando dati finanziari una delle ipotesi sull’identità reale della persona che firma dei libri con il nome di Elena Ferrante, mi stupisce e incuriosisce la dedizione, degna di migliore causa, con la quale Gatti (volevo scrivere “il giornalista” per non ripetere il cognome, anche perché ho un amico con lo stesso cognome e mi sembra di stare parlando di lui, però se scrivevo “il giornalista” mi sembravo uno di quelli che usano il termine in senso dispregiativo) difende il suo operato.
Andare a ravanare nei conti di una casa editrice e delle persone a essa collegata per scoprire l’identità di una persona che nonostante il suo grande successo preferisce vivere una vita il più lontano possibile dai riflettori è un gesto che appartiene più al gossip che non al giornalismo di inchiesta.
Tant’è che pure Luca Sofri, che difende l’operato di Gatti, la mette – inconsciamente – giù così:

Perché raccontare chi sia Elena Ferrante non è diverso da raccontare il divorzio tra Brad Pitt e Angelina Jolie – e probabilmente più interessante -, o chi fosse Gola Profonda.

Prima il gossip, poi, alzando il tiro vertiginosamente, l’identità della fonte dei cronisti dello scandalo del Watergate. La cui vera identità ci aiuta nella comprensione della realtà esattamente come quella di Elena Ferrante.

Claudio Gatti (che ha un curriculum giornalistico di tutto rispetto, ma io ho fatto il portiere e ho introiettato questa cosa che se hai fatto dieci miracoli e poi hai preso un gol da pirla negli spogliatoi tutti ti chiederanno conto del gol da pirla) insiste con questa idea che in qualche modo sia tutta colpa di “Elena Ferrante” stessa, che avendo successo avrebbe perso il suo diritto all’anonimato e, mentendo per proteggerlo, avrebbe ulteriormente “provocato” le indagini sul suo conto.
È questo aspetto che da molti, sia lettori sia altri giornalisti, per lo più all’estero, è stato visto – con diverse sfumature e approcci – come un atto di violenza nei confronti di una persona che, appunto, chiedeva solo di essere lasciata in pace (una breve rassegna è stata assemblata dai Wu Ming su twitter); tanto più con l’utilizzo di un metodo decisamente invasivo e “brutale”, se paragonato per esempio al più approfondito tentativo recente, quello di Marco Santagata, tutto basato sull’intreccio di biografie.
Come mi sembra feroce raccontare persino la vita della madre della presunta persona dietro a Elena Ferrante: storia tragica e affascinante certamente, ma che la persona più titolata a raccontarla (nel caso l’identificazione fosse stata vera) aveva deciso di non raccontare e magari aveva i suoi motivi. Invece, SBAM, è il giornalismo bellezza. Tra l’altro Gatti, da buon giornalista investigativo, ha una prosa che sembra sempre stia incastrando qualcuno e a un certo punto ti viene quasi paura che stia cercando una macchina del tempo per segnalare gli spostamenti della famiglia ebrea alle autorità competenti.
Anche nell’inchiesta pubblicata sul Sole 24 Ore, il tono è quello di qualcuno che sta incastrando un mascalzone che inganna noialtra brava gente che andiamo in giro con il nostro nome e cognome (omissis e corsivi miei):

[…] le prove da noi raccolte puntano il dito su [omissis], traduttrice residente a Roma la cui madre era un’ebrea di origine polacca […]

[…] (anche se non si può certamente escludere che Starnone abbia dato un rilevante contributo intellettuale). […]

[…] Nessuno di questi dettagli corrisponde alla vita di [omissis]. Come la madre di Elsa Morante, la sua era infatti un’insegnante, non una sarta. E non era affatto napoletana. […]

Da non giornalista, mi domando se ne valga la pena: una volta che tutte le tue indagini conducono a confermare che “Elena Ferrante” non è lo pseudonimo di qualcuno di famoso, non è una scelta di marketing o una qualche altra forma di “inganno” per confezionare meglio un prodotto, ma che puntano a una persona il cui nome conoscono giusto un po’ di addetti ai lavori (che magari già sapevano tutto senza bisogno che arrivavi tu a scomodare il catasto) e quelli che leggono il frontespizio o il colophon dei libri… perché andare avanti?
Ti sei levato la curiosità, che giustamente è quello che spinge il tuo lavoro ed è giusto e bello che sia così, ma che senso ha trascinare sotto i riflettori chi stava evidentemente chiedendo di starsene in pace lì dietro le quinte?
Chi te ne dà il diritto?

In un tempo in cui sappiamo tutto di tutti ben più di quanto vorremmo, in cui siamo arrivati, santissimi numi, alle Facebook-stars non è bello pensare che qualcuno riesca a restare in incognito, a non parlare veramente se non attraverso quello che scrive?
Che riesca, come si augurava George Harrison, ad avere successo senza essere famoso?

ps: il primo commento all’inchiesta di Gatti è molto affascinante nella sua semplicità (è tutta una questione di tempismo: ci arrivi dopo avere letto un muro di testo e…)

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Ho riso molto (sono una persona semplice)

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Dylan Dog 361 – Mater Dolorosa

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Devo dire che non ho mai amato il numero 100 di Dylan Dog.
Certo, era lodevole l’intento di ricucire insieme i pezzi sparsi della mitologia “dylaniata” (santi numi), come Xabaras (che già sapevamo essere il padre di Dylan) e i morti viventi, Morgana, il modellino di galeone mai terminato, l’affermazione di Groucho che Dylan Dog sarebbe in realtà morto nel XVII secolo… Il risultato, però, era stato ben al di sotto delle aspettative, con uno Sclavi stanco che confezionava una storia strampalata ambientata in parte nel XVII secolo, appioppava a Dylan un complesso d’Edipo grande come una casa facendo di Morgana sua madre, trasformava Xabaras nella metà malvagia del padre di Dylan e confinava la metà buona ai confini dell’universo in compagnia di un pupazzo di Jim Henson. Il tutto accompagnato da uno Stano colorato con la noncuranza tipica dei colori Bonelli di una volta, che non aiutava certo a calarsi nella storia (per giunta pensata per essere il finale della serie o almeno uno dei possibili finali della serie) (tanto che per anni, per vezzo, ho tenuto l’albo in fondo allo scaffale).

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Quando Mater Dolorosa, storia che celebra il trentennale di Dylan Dog, è iniziata riportandomi sul galeone dove il futuro Xabaras sta cercando di scoprire il segreto dell’immortalità, accompagnato dalla moglie Morgana e dal giovanissimo Dylan, ho temuto il peggio.
C’è voluto pochissimo, però, per scoprire che quella storia non era poi così sbagliata. Era solo stata raccontata non bene come avrebbe potuto; c’è una battuta che gira tra i fan di un altro Dylan, Bob, secondo la quale non esistono sue brutte canzoni, ma solo canzoni per cui non ha ancora trovato l’arrangiamenti giusto. Ecco, forse la genesi dell’universo di Dylan Dog aveva bisogno di qualcuno che ne prendesse le parti migliori e le raccontasse in un altro modo.

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La prima grande intuizione di Roberto Recchioni è quella di saldare la mitologia creata da Sclavi con quella che lui ha iniziato a forgiare sulla serie: nello specifico, l’introduzione nella ricerca dell’immortalità di Dylan senior della variabile imprevista Mater Morbi (la personificazione della malattia al centro dell’omonimo albo con cui Recchioni ha fatto capire cosa poteva fare con Dylan Dog) funziona perfettamente e carica quella storia, tutto sommato un po’ lineare, di un nuovo livello di sfida.
La seconda è quella di portare sulle pagine di un numero celebrativo Bonelli, che la tradizione vuole a colori, un disegnatore che pensi direttamente a colori: Gigi Cavenago aveva già realizzato le copertine per i Maxi Dylan Dog, ma ancora non aveva affrontato un albo intero. Cavenago è l’arma segreta che dà vita a tutto l’albo, ma in particolare trasforma il galeone, fin dalle prime pagine, dal modellino Playmobil che era nel numero 100 in una scenografia spaventosa, una specie di antro dello stregone in mezzo a un mare in tempesta. C’è tutto un lavoro sul colore, sul suo uso narrativo per rimarcare i diversi momenti dell’albo, che lascia a bocca aperta; e non è un caso di fumetto “pittorico” composto da tante belle illustrazioni statiche. È fumetto vero, immagini che raccontano e racconterebbero anche senza i balloon.
Cavenago non è che alza l’asticella dell’uso dei colori in albo “classico” Bonelli: la prende e se la porta a casa. La rivolete? Andatevela a prendere.

Nell'ultima vignetta, all'improvviso, David Tennant in Broadchurch

Nell’ultima vignetta, all’improvviso, David Tennant in Broadchurch

Ovviamente, Mater Dolorosa non è solo un esercizio di retro-continuity sul passato di Dylan Dog (non solo il numero 100, ma anche il 74, Il lungo addio, è oggetto di rivelazioni), ma anche un’anticipazione di cose che succederanno, per bocca di John Ghost, il personaggio introdotto di recente per essere una nuova nemesi di Dylan e che per ora è rimasto nell’ombra.
È anche una storia un po’ alla Sclavi, che contiene alcune sequenze non necessariamente collocabili nella realtà o nel sogno – come il sabato sera di Dylan, sinistramente simile a quello di un certo Francesco Dellamorte.

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Tutto perfetto?
No, non tutto perfetto.
Dove l’albo gira a volte a vuoto è soprattutto nello scontro tra Morgana e Mater Morbi. Il confronto tra le due donne è gestito attraverso una serie di dialoghi tra il didascalico e il meccanicamente teatrale, che smorzano un po’ la portata di quello che dovrebbe essere il cuore dell’albo.
In parte riprende uno stile già visto in Orfani e che poteva funzionare lì (e per me ogni tanto girava a vuoto anche lì); nello scontro metafisico tra una donna del Seicento e la personificazione di un concetto certi toni stridono un po’ e rendono la lettura meno scorrevole e “naturale” di quello che dovrebbe.

Copertina di Massimo Carnevale

Copertina di Massimo Carnevale

Ma, nonostante tutto, resta forse il miglior albo “celebrativo” di Dylan addirittura dai tempi del 121, Finche morte non vi separi, perché cerca – e sotto molti aspetti ci riesce – di essere qualcosa di unico, sia visivamente sia narrativamente.
È una testimonianza della ritrovata vitalità della testata, che da quando è passata sotto la cura di Recchioni, pur tra alti e bassi inevitabili ha mostrato una grande quantità di approcci diversi all’Indagatore dell’Incubo, spesso da parte di esordienti sulla collana o in Bonelli.
Anche se forse per ora la cosa migliore della nuova fase è il rilancio della collana degli Speciali con le storie del “pianeta dei morti”, con Dylan Dog cinquantenne in un’Inghilterra infestata da zombi. Un’ambientazione creata da Alessandro Bilotta, che nei due Speciali finora scritti da lui, il 29 dello scorso anno, La casa delle memorie,  e quello attualmente in edicola, La fine è il mio inizio, sta continuando anche lui a ricomporre, a suo modo, la mitologia sclaviana, con effetti di grandissimo fascino.
E intanto, il mese prossima, torna in edicola Tiziano Sclavi con una nuova storia dedicata all’alcolismo di Dylan.
What a time to be undead.

Ps: il titolo dell’albo mi ricorda una cosa che mi raccontò mia madre, che insegnava matematica alle medie. Un giorno arrivò dal ministero un test di logica da sottoporre agli alunni, domande a risposta multipla. Una domanda era: “Una madre ha sempre: a. dei figli; b. delle amiche; c. dei dolori”. La maggior parte degli alunni, quindi ragazzini dagli 11 ai 13 anni, scelse la risposta c. Dei dolori.

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Australia, 7. Palme, luterani, crateri, acqua, cammello e canguro.

Il risveglio, quando stavi dormendo beato e ti svegliano e per colazione c’è sì del caffè ma poco altro, può non essere il massimo.

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Specie se poi, mentre stai mettendo a posto le sedie per prepararsi alla partenza, finalmente (per modo di dire) ti trovi un ragno a pochi dalla mano. E sei l’unico della compagnia ad avere problemi con gli aracnidi e nessuno sembra condividere il tuo terrore.

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“Ah, ma è un cucciolo” dirà Amy.

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I dettagli dei sandali! L’occhio della Madre (Teresa di Calcutta)!

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Il lettore dell’edizione italiana del libro di Christopher Hitchens su Teresa di Calcutta, La posizione della missionaria, si trova a un certo punto dell’introduzione davanti a questa frase:

Molly Moore, l’acuta cronista del Washington Post che seguì il viaggio, spiegò chiaramente nei suoi pezzi che la visita era in stile corazzata Potemkin

Segue la descrizione dell’attraverso da parte della neo-santa di un villaggio completamente rimesso a nuovo in fretta e furia. E uno pensa “boh, vorrà dire che la visita è stata una cagata pazzesca“, anche perché non c’è alcun legame con le vicende dell’ammutinamento nel paragrafo che segue.


Però, per quanto la scena del cineforum di Il secondo tragico Fantozzi sia famosissima (e spesso citata un po’ a sproposito), come poteva conoscerla Hitchens?
Tra l’altro, nel film la pellicola russa si chiama La corazzata Kotiomkin perché non è il vero film di Ėjzenštejn (che nella versione più lunga conosciuta dura appena 80 minuti, tra l’altro) bensì un suo calco. Per dire, le scene che si vedono proiettate sono state ricostruite dallo stesso Luciano Salce perché non c’erano i diritti per utilizzare quelle del vero film; e il regista è chiamato “Einstein”, nel cartello introduttivo.
Quindi?
Beh, il signor Grigory Potemkin a cui era intitolata la famosa corazzata era un nobile russo vissuto nel diciottesimo secolo, gran favorito della zarina Caterina. Il suo nome è legato non solo alla famosa pellicola e alla sua parodia ma anche, per chi si occupa di raccontare il potere, ai cosiddetti “villaggi Potemkin“.
Il nome si riferisce all’idea che alcuni biografi gli attribuirono (ma non è dato sapere quanto a ragione) di fare visitare all’imperatrice solo villaggi accuratamente rimessi a nuovo, anche con quinte teatrali, apparati assolutamente effimeri e forse addirittura figuranti, per darle l’impressione che la gente vivesse meglio di quanto effettivamente non facesse.
Il testo originale, infatti, non fa alcun riferimento a nessuna nave da battaglia:

[…] the visit was of a Potemkin nature […]

Spero che minimum fax non abbia crocifisso nessuno in sala mensa per questa cosa.

Disclaimer: lavoro in una casa editrice, ho tradotto e revisionato traduzioni e sicuramente mi è scappata roba anche peggiore di questa. Questo post serve solo perché magari qualcuno che ha trovato incomprensibile il riferimento ci si imbatte e scopre l’arcano.

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