Idioti in Senato. Idioti ovunque.

Il M5S oggi aveva la possibilità di dimostrare di essere una forza politica con la volontà di modernizzare il paese (dando pure un bello schiaffo morale al pezzo di PD più odioso di tutti). Invece, ha scelto di esporre una legge che vuole dare diritti a cittadini che ne sono ingiustamente privati a tutta una serie di agguati che cercheranno di renderla inutilizzabile.
Come dei Giovanardi qualsiasi.
Uno può dire “eh, ma il super-canguro [sic] non è una bella pratica”.
Certo.
Ma cosa è peggio, per il Senato?
Secondo me, perdere tempo a votare emendamenti come questi:

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MALAN
Al comma 1, lettera b), sostituire le parole da: «all’estero» al termine con le seguenti: «malattie sessualmente trasmissibili».

[il testo risultante è: «modifica e riordino delle norme in materia di diritto internazionale privato, prevedendo l’applicazione della disciplina della unione civile tra persone dello stesso sesso regolata dalle leggi italiane alle coppie formate da persone dello stesso sesso che abbiano contratto all’estero malattie sessualmente trasmissibili». Perché non c’è dell’omofobia, dietro all’opposizione al ddl Cirinnà, no. Figuriamoci. Me l’ha detto Giovanardi, quello per cui due donne che si baciano sono come uno che piscia per strada.]

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MALAN
Al comma 2, sostituire la parola: «italiano»; con la seguente: «libico».

E tutti gli altri di cui avrete letto in queste ore, che quando non sono semplicemente tecnicismi molesti, denotano un feroce disprezzo nei confronti delle persone che stanno aspettando una cazzo e stracazzo di legge (per altro timidissima) che dia alle coppie di cui fanno parte almeno i diritti minimi.
Secondo me, in questa situazione, per rispetto nei confronti delle persone, era giusto fare qualsiasi cosa per evitare di perdere tempo dietro a dei bulletti dell’emendamento.
Per i senatori del Movimento 5 Stelle, che evidentemente hanno come allineamento morale Legale Fesso, no.
E quindi hanno preferito dare legittimità all’ostruzionismo di Giovanardi e compagnia ributtante, silenziosamente approvato dai “cattodem” (in questo caso, “catto” sta verosimilmente per “mentecatto”).

Oh, certo, pure l’ostruzionismo è una prassi parlamentare consolidata e sono certo di avere apprezzato in passato forme di ostruzionismo parlamentare nei confronti di leggi dei governi berlusconiani.
Ma qua stiamo parlando di fare ostruzionismo verso la concessione di diritti elementari.
Stiamo parlando di giochini parlamentari sulla pelle di gente che aspetta da trent’anni uno straccio di leggina che la renda uguale agli occhi dello Stato ai propri colleghi, vicini di casa, amici. Almeno nelle cose minime.
E una forza politica che ha passato anni a sfrantumarci, triturarci, sminuzzarci, omogeneizzarci, caramellarci (va beh, ci siamo capiti) i coglioni sul fatto che all’estero facevano cose meravigliose mentre “in Italia…”, questa stessa forza politica, messa davanti alla scelta se essere parte della soluzione o parte del problema ha scelto, perché è più “corretto”, di essere parte del problema.
Invece di aiutare la parte migliore di quella roba orripilante che è il PD a fare la cosa giusta ha scelto di dire a Giovanardi “eh, sì, dobbiamo discutere le tue idee”. Il tutto con una conoscenza, a quello che risulta, dei regolamenti parlamentari pari a quella che ho io delle regole del baseball.
Invece di piazzare l’Italia sulla mappa insieme ai Paesi che hanno una legislazioni sulle unioni tra persone dello stesso sesso ha scelto che vale la pena rischiare di lasciarci in compagnia dell’ex blocco sovietico, roba che neanche il PCI avrebbe mai sognato.

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“Ma noi vogliamo votare la legge così com’è”, dicono. Ma sono così stupidi da non capire che l’unico modo per poterlo fare era bypassare quell’orda di roba su cui, se non si trova una soluzione (improbabile) toccherà votare, con le incognite dei voti segreti, delle assenze e tutte quelle furbizie parlamentari che gli altri conoscono e loro no, perché per statuto possono essere stati al massimo rappresentanti di classe al liceo.

L’unica consolazione è che almeno si rendono conto della loro inutilità e restituiscono una parte dello stipendio.

ps: Giovanardi merda.

 

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Bonelliana – Gennaio 2016

Sergio_Bonelli_Editore

Con l’anno nuovo cerco di fare rivivere una rubrica che ha avuto vita brevissima: Bonelliana, le recensioni dei fumetti Bonelli che ho letto il mese precedente. Contiene Adam Wild, Le Storie, Nathan Never, Morgan Lost, Dylan Dog. Continua a leggere

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Family Day

Potremmo liquidare l’argomento “Family Day” dicendo che non a caso lo fanno al Circo. 

E non uno qualsiasi: quello “massimo”.

Potremmo.

Ed effettivamente è quello che faremo.

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Yado

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Ci sono film di cui nessuno ha celebrato il trentennale.
Film che non avranno ristampe in Blu Ray con commenti, extra, immagine restaurata. E per fortuna perché sono bruttissimi.
Yado (o Red Sonja), sto parlando proprio di te.

"Non piangere, quel che è fatto è fatto"

“Non piangere, quel che è fatto è fatto”

Yado, uscito nel luglio del 1985 in America e poco dopo da noi, è uno di quei disastri ferroviari su pellicola che è veramente difficile riuscire a rivalutare, anche in questa epoca di ironia e distacco post-moderno. Perché la sua bruttezza non è figlia dell’essere troppo legato al periodo della sua realizzazione (anzi, sembra un film di dieci anni prima), non dipende da una storia piena di trovate improbabili (è semplicemente piatta e banale); è la pura e semplice noia di vedere alcuni pezzi legni aggirarsi su un set scambiandosi battute brutte senza il minimo impegno. Si salva giusto una messa in scena di un certo livello, con costumi e interi ricercati e dotati di una loro selvaggia nobiltà. Ma tutto il resto è noia.
No, non ho detto Hyboria, ma noia noia noia.

"Iz it a voman I zee beevore me?"

“Iz it a voman I zee beevore me?”

L’elefante in mezzo al bosco è Arnold Schwarzenegger. Doveva per motivi contrattuali un cammeo a De Laurentiis, una roba da una settimana sul set e poi via. Rimase in Abruzzo, dove si girava il film, un mese. In montaggio la sua parte fu estesa fino a farlo diventare uno dei principali comprimari del film, in scena per una buona ventina di minuti. In tutto il mondo il suo personaggio il suo personaggio si chiama Kalidor; nell’edizione italiana invece si chiama Yado ed è l’eroe titolare del film. Pare che esista una teoria propugnata da alcuni fan secondo la quale Kalidor/Yado sarebbe in realtà proprio Conan sotto mentite spoglie, facendo di questo il terzo film di Conan con Arnie. La verità è che il personaggio che interpreta è talmente neutro che potrebbe essere anche il vostro lattaio sotto mentite spoglie.

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“Frechete!”

La vera protagonista del film, Sonja, è un’esordiente Brigitte Nielsen ventiduenne, catapultata dagli studi fotografici al set cinematografico senza particolare preparazione. Sorprendentemente, una delle poche esperienze positive del film è scoprire che prima che si facesse impiantare due tacchini del giorno del Ringraziamento al posto delle tette, era una ragazza sì muscolosa e imponente ma anche parecchio aggraziata. Peccato che le sia pure toccato di recitare. E probabilmente è stata lei la ragione per cui Schwarzenegger non ha fatto troppe storie a prolungare la sua presenza sul set, visto che quando qualche anno fa il buon Arnie è stato sgamato come traditore seriale pure la Nielsen ha alzato la mano e ha detto “ah sì, ma pure mentre giravamo Red Sonja faceva delle robe con me”. Durante la promozione del film, Brigitte conoscerà Sylvester Stallone, che oltre a sposarla avrà la fenomenale intuizione di farla non-recitare in Rocky IV nel ruolo della moglie di Ivan Drago: un ruolo che prevede la più totale mancanza di espressioni facciali ed emozioni, nel quale effettivamente riesce a giganteggiare.
 Ma non divaghiamo.

Giustamente cerca di non farsi riconoscere con una maschera

Giustamente cerca di non farsi riconoscere con una maschera

L’antagonista, la malvagia regina/strega cripto-lesbica, è interpretata dalla stessa attrice che nel primo Conan interpretava Valeria, Sandahl Bergman. Qui le avevano offerto il ruolo della protagonista, ma probabilmente dopo aver letto il copione deve avere detto “no, guarda, faccio la cattiva” per dare meno nell’occhio.

Bikini chainmail!

Bikini chainmail!

Il film fu accolto bene, nel senso che comunque nessuno cercò di ammazzare i responsabili. Su Rotten Tomatoes vanta un mirabolante 15%. Schwarzenegger racconta di averlo usato come deterrente con i suoi figli: “Se vi comportate male vi chiudo in camera vostra e vi faccio vedere dieci volte di fila Yado”. L’allora moglie di Schwarzenegger, scrollando desolata i maestosi palchi, sentenziò: “Se non ammazza la tua carriera questa roba qua non so proprio che altro potrebbe riuscirci”.
Credo che nemmeno Italia Uno negli anni ottanta e novanta lo trasmettesse frequentemente, nonostante il richiamo che potrebbe esercitare Schwarzenegger.
Si parla da anni di un remake, o meglio di un nuovo film dedicato a Red Sonja, che è titolare di una serie a fumetti di un certo successo nel suo campo. A un certo punto doveva girarlo Rodriguez, poi mi sa che non se ne sia fatto più niente.
Da allora, Schwarzenegger si è tenuto più che alla larga dal fantasy. Abbiamo avuto davvero un terzo film di Conan, che è riuscito a sprecare Jason Mamoa (che era un cimmero fantastico, molto vicino alla visione di Barry Windsor Smith) costruendogli attorno un fantasy dozzinale molto lontano dall’essenza della sword and sorcery. Forse avremo un nuovo Conan con Schwarzenegger, ma quasi inizio a disperare.
Così Red Sonja/Yado resta lì, figlio ripudiato che ha soffiato in solitudine sulla sua trentesima cartolina, in uno di quegli squallidi residence di periferia fatto di riedizioni in dvd da due soldi in cui vivono i film che nessuno vuole rivedere, nemmeno per farsi due risate.

Buon compleanno, vecchio.
Ti è andata male, sono cose che succedono.

(questo post dovevo pubblicarlo l’anno scorso, poi mi sono dimenticato. Così ora Yado/Red Sonja non può neanche vantare un post commemorativo nell’anno giusto)

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Quando David Bowie era somigliantissimo alla Duse (e l’aereo sopra il palco)

La Stampa di Torino non è solo un giornalaccio il cui direttore propala la peggiore propaganda razzista coloniale e il cui vicedirettore è quel monumento al populismo di Massimo Gramellini*, ma ha il pregio di avere digitalizzato e messo online l’intero archivio, dal 1867. Questo permette di fare delle divertenti ricerche che hanno per tema “la prima volta che La Stampa ha parlato di gente famosa”. Anni fa ci feci un post parecchio divertente da scrivere (e pare anche da leggere), Quando i Beatles erano un duo di urlatori, che ha anche avuto un seguito un po’ meno brillante.
In quei post mancava David Bowie. Come ne avrà parlato per la prima volta La Stampa?
Così, il 18 febbraio dei 1973, in un articolo sulle nuove tendenze in America, firmato da Lietta Tornabuoni.

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Due gocce d’acqua, lui e la Duse.

Eleonora Duse

Eleonora Duse

Il camaleontico Duca Bianco

Il camaleontico Duca Bianco

Non conoscevo invece la foto di Keith Moon che cita, ma è meritevole e molto meglio della descrizione, perché non è abbracciato a un enorme Topolino ma coricato su una pelle d’orso.

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Qui deve essere dopo il tranquillante per cavalli

Va decisamente meglio il 1 maggio dello stesso anno, con la recensione di Aladdin Sane (in una pagina degli spettacoli e cultura che vi consiglierei di guardare per le locandine dei film).

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Già che ci siamo, e i Motörhead? Niente di divertente negli articoli, ma chi doveva promuovere il concerto torinese del 26 marzo 1980 sapeva certamente fare il suo lavoro.

L'aereo sul palco costava meno di Concato.

L’aereo sul palco costava meno di Concato.


* E con questo incipit dovrei essermi assicurato almeno un paio di “ma come si fa andare oltre le prime due righe?” nei commenti.

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David Bowie (1947-2016)

Venerdì ho ascoltato Black Star.
“Che angoscia,” ho pensato.
Questa mattina ho scoperto nel peggiore dei modi perché ci avevo sentito dentro qualcosa di così angoscioso.

Lo so che non è bello da dire di uno la cui carriera è fatta di una continua reinvenzione di se stesso e della propria musica, ma il “mio” David Bowie è quello che va da Space Oddity (1969) a Ziggy Stardust (1972). Massima stima per tutto quello che c’è dopo, ma per lo più non è musica che rientri più di tanto nelle mie corde.
Tra i cd di mio padre scoperti da ragazzino, quei due estremi, invece, spiccavano come due oggetti non troppo identificabili. Space Oddity era pieno di canzoni abbastanza lunghe, storte, non lineari. Nel libretto c’era una foto di Bowie nei panni di una sfinge.

tumblr_mvk9fpOdCr1qb1wbzo1_1280Ziggy Stardust era come un romanzo, da ascoltare rigorosamente tutto di fila. C’era scritto sul retro “TO BE PLAYED AT MAXIMUM VOLUME”. Lo facevi e arrivava pian piano la batteria di Five Years a gettarti nel dramma.
E poi c’era dentro LA canzone.
Mettetemi in mano una chitarra ed è probabile che entro trenta secondi io stia suonando l’attacco di Ziggy Stardust. In 3 minuti e 13 secondi Ziggy Stardust racconta la storia perfetta dell’ascesa e della caduta. When the kids had killed the man I had to break up the band. Bowie aveva raccontato Kurt Cobain quando Cobain era ancora un bimbo biondo e spensierato.

David Bowie l’ho visto domenica sera. In tv davano il Freddie Mercury Tribute. Cantava Under Pressure con Annie Lennox e poi All the young dudes con Ian Hunter e Mick Ronson (che sarebbe morto l’anno dopo e quella sarebbe stata la sua ultima esibizione); a un certo punto arrivavano Joe Elliot e Phil Collen dei Def Leppard a fare i cori. Brian May rispettosamente si ritirava a fare il ritmico a Mick Ronson. Bowie era elegantissimo, anche vestito da Barattolino Sammontana al pistacchio. Nelle versione di quella sera mancava Heroes, suonata subito dopo. E mancava il momento in cui Bowie si inginocchiava al centro del palco, senza averlo deciso prima, a recitare un Padre nostro per Freddie Mercury. “Avrei preferito se mi avesse avvertito prima”, dichiarò qualche tempo dopo Brian May. Bowie raccontò poi di essersi lasciato un po’ trasportare dall’emozione; un paio di suoi amici erano seduti vicino agli Spinal Tap e gli raccontarono che era riuscito a lasciare senza parole pure loro.
Quindi, ecco, come epitaffio potrebbe starci “lasciò senza parole gli Spinal Tap”.

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TRBNGR – Una storia di sesso, violenza e vendetta

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Un omicidio efferato. Unico indizio, la targa di un’auto: TRBNGR.
Per i detective Richard Patterson e Julius Cuomo è l’inizio di una corsa contro il tempo, sulle tracce di un assassino spietato.
Un thriller sovrannaturale sopra le righe, volgare e violento.
Sesso, violenza e vendetta in una storia lanciata a capofitto verso l’abisso.

TRBNGR è il mio quarto ebook; il primo a non avere per protagonista lo Spadaccino.
È una storia di vendetta, ambientata negli Stati Uniti verso la fine del primo decennio del XXI secolo. Dentro ci sono un sacco di parolacce, parecchio sesso, sangue e, spero, un po’ di umorismo grottesco.
Se il nume tutelare dello Spadaccino era Robert E. Howard, qui aleggia lo spettro di Garth Ennis e, attraverso di lui, Joe Lansdale. Con una spruzzata di Alan D. Altieri. Il tutto presentato alla mia maniera, giusto per non fare un calco pedissequo di cose che già esistono.
Sono 22.000 parole, il che vuol dire che è quella che gli anglosassoni chiamano “novella” (usando una parola che noi non usiamo più, se non a scuola).
Al momento TRBNGR è disponibile solo sul Kindle Store di Amazon, per 1 euro tondo tondo (gratis per gli abbonati a Kindle Unlimited). Può essere letto sui dispositivi Kindle e su tutte le applicazioni di Kindle installabili su computer, smartphone e tablet. Il file è privo di DRM, quindi può essere convertito in epub per essere letto su tutti gli altri lettori di ebook, attraverso applicazioni come Calibre.

Siccome TRBNGR ha ovviamente un debito enorme con i Turbonegro, un gruppo punk/metal/glam norvegese (per semplificare la cosa, loro definiscono quello che suonano “Death Punk”), già a partire dal titolo, lascio a loro l’ultima parola.
Siete pronti per un po’ di oscurità?
Siete pronti per un po’ di divertimento?

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