Caro Sergio

copertina di Tex 347, Ombre Cinesi. Disegno di Claudio Villa

Caro Sergio,
non ci conosciamo. Abbiamo brevemente chiacchierato di Tex all’inaugurazione di una mostra di fumetti che faceva parte della tua campagna elettorale nelle comunali bolognesi. Qualche tempo dopo, quando facevi il sindaco di Bologna e io lo stagista in un giornale, l’unica volta che mi mandarono a Palazzo D’Accursio, ti ho visto scambiare due battute con i cronisti e ho notato sorridendo che nella mazzetta dei giornali avevi l’ultimo Tex.
Insomma, non ci conosciamo ma ti do del tu perché tra gente che legge Tex ci si dà del tu.

Ti vorrei raccontare una storia, se hai due minuti. Secondo me li hai.
Qualche anno fa, era il 2009, tu non facevi più il sindaco di Bologna e io facevo lo scrutatore a Genova, per le elezioni europee. Ero in un piccolo seggio in una porzione particolarmente anziana e “rossa” di Genova, una città che, ormai lo saprai, è di suo parecchio anziana e parecchio “rossa”. Eravamo, come sempre capita ai seggi, una buffa squadra: c’ero io, c’era una ragazza che (CARRAMBA) era in classe al liceo con mio fratello minore, c’era un ragazzo che (CARRAMBA) era al liceo con me in un’altra sezione. E poi c’era un bizzarro über-italiano ultraquarantenne che viveva con la madre, non capivamo bene che lavoro facesse, stava con una ballerina dell’est ma odiava gli immigrati. Questo si era pure portato il computer e una chiavetta della 3 e di tanto in tanto si metteva a navigare. A un certo punto era andato a vedere il programma di Forza Nuova, poi è entrato qualcuno e lui è corso al tavolo a registrare i dati lasciando in bella vista il computer con su la schermata di Forza Nuova. Una delle sere mi ha chiesto se volevo un passaggio in auto per tornare a casa e sono tutt’ora convinto che se avessi accettato sarebbe finita tipo Il sorpasso di Dino Risi. Ma questa è un’altra storia.
Presidente di seggio era una signora, madre del ragazzo mio compagno di scuola, sulle prime molto cordiale. Si era portata da casa la macchina della Nespresso, per dire.
Poi questa signora ha iniziato a diventare un po’ inquietante.
Quel seggio era il “suo” seggio. Faceva la presidente lì da eoni. Senza problemi, ci raccontava di essere un’attivista del PD, aveva tutta una serie di reti di conoscenze a livello di quartiere per delle robe di orti per pensionati. Conosceva tutti quelli che venivano a votare.
Anziani, per lo più.
Come sempre, a passare tutto quel tempo insieme, finisce sempre che la gente si apra più di quanto sarebbe necessario. Quindi, oltre a sapere tutte le sue vicende famigliari (che francamente ne avrei anche fatto a meno), a un certo punto ho saputo che tutti i “suoi” vecchietti venivano a votare con il “santino” che lei aveva distribuito.
Immagino, Sergio, che tu sappia cosa sia il “santino”: è quel foglietto, tipo un biglietto da visita, che ricorda all’elettore come deve votare, quali preferenze indicare. È una roba un po’ antipatica, perché se c’è la lista e ci sono le preferenze l’elettore dovrebbe votare secondo coscienza e non secondo il partito.
Comunque, mi ha fatto vedere uno di questi santini.
Quando abbiamo iniziato a fare lo spoglio delle schede, oh, tu non hai un’idea di quante fossero le schede che votavano la lista del PD indicando esattamente quelle preferenze lì. E, lo avrai capito, il nome in cima alla lista era il tuo.
Non penso di starti rivelando chissà cosa. Lo sapevi tu per primo che il PD genovese era ben felice di mandarti al Parlamento Europeo per togliere di mezzo un ingombrante personaggio. Più o meno come altri erano ben felici di mandarti a fare il sindaco a Bologna per evitare che interferissi troppo con le sorti del PD nazionale.
A Strasburgo, una promozione che sa di rimozione (oltre che, lo dicevi anche tu, ottimo impiego part-time per potere seguire da vicino il tuo ultimo figlio), ci sei andato anche grazie a chissà quanti vecchini intruppati con il santino con il tuo nome in tasca. Vecchini che a me non sembrano così diversi dagli immigrati che, nella tua visione del mondo che già ci ha regalato l’indimenticabile racket dei lavavetri bolognesi, sarebbero andati a votare la tua avversaria in cambio di soldi. Oh, poi magari hai ragione tu, vallo a sapere. Però, ecco, io di quel giorno ai seggi mi ricorderò sempre perché mi ha insegnato una cosina o due sulle magagne del meccanismo elettorale.

Ma poi, forse, Sergio, non è nemmeno colpa tua. Sono le primarie che proprio non vanno. Guarda che teatro che è scoppiato a Modena quando hanno fatto quelle per il sindaco (sono modenesi, sono matti, se hai abitato a Bologna dovresti saperlo, ma tant’è…). Io una volta ho pure votato, a delle primarie. Per Scalfarotto, fai te. Però, più ci penso, più mi sembra assurdo che un partito o una coalizione possa pensare di demandare le sue scelte non ai suoi tesserati (come sarebbe logico, no?) ma, letteralmente, al primo che passa per strada e ha due euro che gli ballano in tasca. Secondo me dovreste pensarci un po’ bene, a questa cosa qua. Poi fate voi.

Comunque, chiudendo, lascia perdere. È andata così.
Bisogna saper perdere.
Non sempre si può vincere.
Non siamo mica tutti Tex.

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Cerchiamo di non essere stupidi tutti insieme

Non credo di potere dire di essere Charlie, non fosse altro perché all’epoca delle famigerate “vignette danesi” io e Charlie Hebdo avevamo due posizioni differenti. E ancora oggi penso che quella vicenda, in quel contesto, in quegli anni, avesse più a che fare con la propaganda che non con la libertà d’espressione.
Ma è ovvio che non ci sia bisogno di essere d’accordo al 100% con CH per essere agghiacciati dall’attacco alla sua redazione e annichiliti dall’assurda idea di un’irruzione con le armi nella redazione di un giornale (e in qualunque altro posto, ovvio; ma la redazione di un giornale ha un valore simbolico ben preciso per quella cosa che chiamiamo “cultura occidentale”. E soprattutto in Italia è una cosa che storicamente si associa con il fascismo, dalla devastazione della sede dell’Avanti fino alla bomba alla redazione del Manifesto nel 2000).
Che poi “Je Suis Charlie” venga usato, almeno in Italia, da persone che se CH fosse pubblicato nel nostro paese ne invocherebbero la chiusura un giorno sì e l’altro pure, non aiuta molto.

Non so molto della Francia, della sua società, della sua situazione politica. Quindi non posso sapere che cosa abbiano rappresentato i tre giorni “neri” di inizio gennaio per loro.
Però ho visto come sono stati raccontati e interpretati in Italia; e di colpo è stato come fare un salto indietro nel tempo di 10 anni.
Sulla bacheca di Facebook ho visto ricomparire la Fallaci di “La rabbia e l’orgoglio”, presentata come una Cassandra. La stessa classe dirigente che ha brigato per desertificare il panorama satirico italiano si è scoperta paladina della libertà d’espressione (il culmine è la Santanchè che vorrebbe pubblicare CH in Italia). Ridicoli tromboni dichiarano lo stato di guerra, ma con l’elmetto sembrano ancora più stupidi di quanto già non siano. In Veneto una circolare della Regione chiede alle scuole di ottenere dai genitori musulmani la dissociazione dagli attacchi (questa in effetti potrebbe essere una cosa inedita). Altri riaprono i dibattito sui limiti della satira. Si invoca la revoca di Schengen.
Tutte cose che mi sembrano follia e reazioni isteriche e scomposte che sono l’ultima cosa di cui dovremmo avere bisogno.
Dopo l’11 settembre 2001, Susan Sontag scrisse una cosa del tipo “Va bene, piangiamo tutti insieme, ma cerchiamo di non essere stupidi tutti insieme”.
Se la Fallaci avesse avuto ragione, dal 2001 a oggi l’intera Europa dovrebbe essere un campo di battaglia. O, quantomeno, il 7 gennaio 2015 Parigi avrebbe dovuto essere sconvolto da centinaia di attacchi simultanei. Invece no. La guerra che l’Islam starebbe portando in Europa è fatta di una manciata di attentati in 13 anni, che non sembrano granché incitare le comunità islamiche residenti all’insurrezione. Del resto, se così fosse, gli assalitori di Parigi sarebbero potuti scomparire inghiottiti dalla solidarietà della comunità islamica, come succede in Italia ai killer di mafia e camorra nel loro territorio. Se volete pensare, come Salvini, che il kebabbaro sotto casa vi sgozzerebbe come un agnellino, fate pure: ma ricordatevi che la paranoia è una malattia mentale per la quale dovreste cercare aiuto medico.
Tutto questo, ovviamente, non vuol dire dimenticare che esistono aspetti dell’Islam odiosi che sono gioiosamente abbracciati da musulmani in tutto il mondo e, soprattutto, che esistono realtà islamiche mostruose come ISIS o Boko Haram, la cui visione del mondo ha effettivamente dichiarato guerra alla mia. Per quanto riguarda questi ultimi, però, mi sembra che a oggi le loro principali vittime siano, fosse anche solo per una ragione geografica, altri musulmani, considerati “non abbastanza musulmani” (poi vi chiedete dove sta l'”Islam moderato”) o musulmani in modo sbagliato.

Salvini, Le Pen, la Fallaci e tutti quelli come loro non sono parte della soluzione: sono parte del problema. E i tre giorni di Parigi sono stati per i partiti di destra un dono dal cielo (senza cadere in dietrologie, credo sia abbastanza evidente). Ma più razzismo, più intolleranza, più diffidenza, sarebbero un dono dal cielo anche per i loro “avversari”, dei quali in realtà hanno un gran bisogno per fomentare la paura su cui si basa il loro consenso.

(L’ultimo pensiero è per gli scemi che sostengono che il video dell’uccisione del poliziotto davanti a Charlie Hebdo sarebbe un falso perché la testa non esplode come in Call of Duty: curatevi e/o cercate cosa ha da dire chi ha un minimo di infarinatura di balistica)

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Long story short: Renzi mi ripugna.

guy-fawkes-the-last-man-to-enter-parliament-with-honest-intentionsUna volta su questo blog si parlava abbastanza di politica (una volta su questo blog c’erano dei post in generale, ma questo è un altro paio di maniche).
Adesso non più perché è un periodo che va così. Però oggi il ripugnante Alfano che si presenta in parlamento (giusto nel giorno in cui si ricorda “l’unica persona a entrare in un parlamento con delle intenzioni oneste”*) a mentire con la strafottenza degli impuniti ha fatto traboccare la classica goccina.
Quindi ecco, lo metto giù per bene: Renzi mi ripugna.
Mi ripugna come odiavo il fratello maggiore suo coetaneo di un mio amico che ci pigliava per il culo perché era lui grande (e un giorno che ha preso botte da della gente più stronza di lui credo di avere almeno sorriso).
Mi ripugna il suo misto di vuoto modernismo dietro a cui si nasconde neanche troppo una squallida democraziacristiana versione Jonathan Ive.
Mi ripugna il suo governo.
Mi ripugna il suo fregarsene delle regole all’epoca delle primarie (quando cercò di forzare il regolamento a suo favore per favore votare al ballottaggio anche chi non aveva votato al primo turno).
Mi ripugna il suo palco della Leopolda (povero Leopoldo II, era pure un brav’uomo) con lo scaffale Ikea con su un numero di Wired Italia con in copertina Bill Gates.
Mi ripugna.

Ecco, ora che l’ho detto possiamo tornare alla non-regolare programmazione.
(E ‘sti gran cazzi, immagino. Lo so, però dovevo levarmi questo sassolino dalla scarpa)

* Che poi mi domando quanti sappiano chi era davvero Guy Fawkes (un cattolico che voleva riportare l’Inghilterra nella sfera di potere del papato; e tra l’altro poco più che un manovale sacrificabile in tutta la faccenda), al di là del simbolo.
Poi va beh, io al vecchio Guido gli voglio bene per il figurone che mi ha fatto fare con Umberto Eco.

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Non ci sono montagne alte abbastanza

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C’è una scena di quel filmaccio su Jerry Lee Lewis in cui il protagonista è costretto a suonare prima di Chuck Berry, nonostante sia lui quello che vende più dischi al momento. Allora mette su un esibizione tiratissima, che conclude dando fuoco al pianoforte. “Sono tutti tuoi,” dice alla fine al povero Berry, andandosene dal palco.

Ecco, “Guardiani della Galassia” fa lo stesso con il nuovo film di Star Wars in lavorazione.

Già il povero JJ Abrahms doveva sudare le proverbiali sette camicie per ridare fiato a un franchise che Lucas aveva cercato di disintegrare in tutti i modi possibili; ora si troverà pure a doversi confrontare con l’ingombrante spettro di un film che ha messo in scena tutto quello che di spettacolare c’era nella saga senza neanche un filo delle menate sulla Forza e il Lato Oscuro di cui, in fin dei conti, non è mai fregato niente a nessuno. Tanto appunto che quando Lucas ci ha propinato tre film in cui la cosa era costantemente in scena con la delicatezza di un panzer abbiamo tutti pregato per una morte rapida (ancora più che per Jar Jar Binks o per la faccia di fango del cane che interpretava Anakin).
Pensare che è tutto in casa Disney. E che in vista dell’acquisizione di Star Wars la stessa Disney aveva fatto di tutto per soffocare nella culla il promettente John Carter.
E invece, BAM, ti spunta dal nulla questo gruppo di personaggi improbabili ripescati dai meandri dell’Universo Marvel da una serie divertentissima e in due ore porta a casa un film in cui c’è tutto: azione, tamarragine, il famigerato sense of wonder, guasconeria, personaggi larger than life, UN PROCIONE CON IL MITRA (ed è tutta di colpa di Paul McCartney, pensa un po’), un sacco di risate, Space Invaders a tradimento, persino il Tempo delle mele…

La cosa più folle di tutte è che questa roba, sulla carta un suicidio commerciale, ha sfondato il botteghino.
Il che è straordinario perché vuol dire che “Marvel” è evidentemente diventato un marchio capace di portare al cinema molta più gente di quanta compri o comprerà i fumetti. E a questo punto, se è andata bene con questa, c’è il rischio che davvero si azzardino a portare sullo schermo più o meno qualsiasi cosa dal titanico serbatoio della Casa delle Idee; e non so se abbiamo abbastanza pop-corn, da queste parti. Poi non è detto che tutto venga bene (ciao, Agents of S.H.I.E.L.D.), però magari va a finire che ci scappa fuori un film decente sul Punitore (a questo punto è lecito anche aspettarsi il Punitore sopra le righe della prima gestione Ennis?). E magari pure il remake di quel film evocato alla fine…

Comunque: auguri JJ.
Ne avrai bisogno, con tutti quei pianoforti in fiamme.

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L’isola del Teschio – ebook gratis fino a domenica

copertina1Per festeggiare Halloween, cosa c’è di meglio di leggere un ebook gratis?
L’isola del Teschio, di cui forse avete già letto qualcosa qua e qua, è gratis fino a domenica.
Dentro ci trovate anche l’incipit di Colei che canta, la seconda storia dello Spadaccino.

Per scaricare il testo ci vuole un account Amazon.
Il file non ha DRM, quindi può essere convertito in ePub per essere letto più o meno ovunque.

Sono una cinquantina di pagine, quelli a cui è piaciuto dicono che si legge abbastanza in fretta.
Se ti piace, parlane da qualche parte (su Amazon, ma anche su Goodreads, tipo).

Di seguito, un simpatico brano dei 3 Inches of Blood che fa parte del calderone delle fonti di ispirazione dell’Isola del Teschio.

Se vi interessano altre offerte su ebook di autori autopubblicati italiani, tenete d’occhio il gruppo Facebook De Ebook Mysteriis

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All you need is cash, o della parodia preventiva

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C’è un film in cui recitano Eric Idle, Micheal Palin, John Belushi, Dan Akroyd, Bill Murray, Mick Jagger, George Harrison, Ron Wood, Neil Innes, Paul Simon e Bianca Jagger.
Sul serio.
Si chiama All you need is cash ed è la prima parodia preventiva della storia del cinema, nel senso che è uscito prima del materiale che prende in giro. Continua a leggere

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Colei che canta

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È disponibile sul Kindle Store di Amazon Colei che canta, la seconda avventura dello Spadaccino, il personaggio già incontrato ne L’isola del Teschio.

La vicenda si svolge molti anni prima, nel 1530, nella Vienna scampata all’assedio turco. Qui lo Spadaccino incontrerà una compagna misteriosa e dovrà risolvere il mistero di una casa infestata, cercando di portare a casa la pelle.
Il racconto è un po’ più lungo del precedente, costa meno (sono riuscito a capire come calcolare i prezzi di Amazon per fare cifra tonda) e ha un tono molto diverso dal primo. Anche il personaggio, essendo un ragazzo di vent’anni, non è lo stesso incontrato molti anni dopo. Insomma, tutto quello che non andrebbe mai fatto in campo di serialità credo di averlo fatto.
L’idea era quella di scrivere una storia rocambolesca, dove ci fosse più spazio per dialoghi (spero) brillanti e allo stesso tempo un po’ di horror. Uno degli elementi della storia è il mio omaggio al racconto di Robert E. Howard Pigeons from Hell, che avevo tradotto un paio di anni fa.

L’anteprima scaricabile copre i primi due capitoletti e un pezzo del terzo; la si può leggere, senza scaricare niente, da amazon.com, cliccando sulla copertina del libro.
Qui sotto, il primo capitoletto: Continua a leggere

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