Nuove notizie dallo Spadaccino

villa-del-principe-museo-genova-ritratti-andrea-doria-gatto

La terza storia dello Spadaccino, che si chiamerà “Gatto e Libertà“, è quasi pronta.
La stesura del testo è finita e ora si tratta di dargli gli ultimi ritocchi, scrivere un po’ di note di chiusura e preparare la copertina. Resta sempre un bel po’ di lavoro, ma meno faticoso che quello che c’è stato finora.
Intanto, alcuni aggiornamenti:

– per chi usa Facebook, c’è una pagina, Storie dello Spadaccino, che raccoglie notizie e curiosità.

-Credo di avere trovato un volto definitivo per lo Spadaccino: non più Joey DeMaio ma Enzo Cilenti, attore inglese di origini italiane. Cilenti interpreta il ruolo di Childermass nella serie BBC Jonathan Strange & Mister Norrell (tratta dall’omonimo romanzo di Susanna Clarke) e in quei panni è praticamente perfetto per interpretare lo Spadaccino.

enzo_cilenti– La storia nuova è lunga circa il doppio dell’Isola del Teschio ed è ambientata per lo più all’inizio del 1547 tra Genova e il suo entroterra (con un flashback al largo della Corsica nel 1540). E’ la prima volta che mi cimento con qualcosa che confina parecchio con il romanzo storico, mettendo in campo come personaggi alcune persone realmente esistite. La parte più complicata è stata decidere come fare interagire lo Spadaccino con un evento storico. Davanti c’erano diverse possibilità, alla fine ho scelto l’opzione che se da un lato mi legava di più le mani dall’altro mi impediva di svaccare. In un’altra parte della storia, invece, ho barato e ho inventato un posto in cui fare accadere con una cinquantina d’anni di anticipo cose accadute per davvero da un’altra parte. La differenza in questo duplice modo di trattare degli eventi storici sta nel fatto che il primo è un fatto con alcune grosse ripercussioni sulla storia cittadina ed europea, il secondo in realtà poco più – oggi – che una macabra nota a piè pagina dei libri di storia. Se tutto va bene, questa storia potrebbe dare vita a una specie di seguito ambientato ai giorni nostri, se mai riuscirò a finire di scriverlo.

– Per chi usa Goodreads, sia L’Isola del Teschio sia Colei che Canta sono stati inseriti sul sito e possono essere recensiti e commentati pure lì (oltre che su Amazon, se già non l’avete fatto)

Per ora è tutto.

Gatto! Gatto e Libertà!

1 commento

Archiviato in Libri, liguria, paperback writer

Bonelliana, marzo 2015 (Adam Wild, Ringo, Le Storie, Nathan Never, Coney Island, Dylan Dog Magazine, Dylan Dog, Dylan Top)

Bonelliana: opinioni non richieste sui fumetti Bonelli che seguo.
Questo mese con un bonus.

Copertina di Darko Perovic - Adam Wild 6

Copertina di Darko Perovic

Adam Wild 6, “L’incubo della giraffa”
(Gianfranco Manfredi – Paolo Raffaelli)

In Africa, si sa, la mattina come ti svegli tocca correre. Ma correre è difficile se hai perso una gamba andando a caccia di giraffe. E ancora peggio, se la notte sogni la giraffa per colpa della quale ti hanno dovuto mozzare una gamba, che forse è una specie di spirito malvagio.

LUCIDISSIMO.

LUCIDISSIMO.

Il sesto episodio di Adam Wild abbandona per un po’ la lotta agli schiavisti per buttarsi in una storia che forse vira sul sovrannaturale e forse no, ispirata alla mitologia africana. Se l’idea di una giraffa in fiamme, come si vede in copertina, può sulle prime fare un po’ sorridere, lo svolgimento della storia, supportato dai bei disegni nervosi di Raffaelli, vira verso atmosfere cupe appena stemperate dal conte Molfetta, qui in veste di più canonica spalla. Tra le cose che si imparano: la giraffa è una bestiaccia feroce – del resto pure lei tutte le mattine deve alzarsi e correre, chi non diventerebbe nervoso? – che si batte con i suoi simili usando la testa come un maglio. Se poi volete dedicarvi alla sua caccia, un metodo tradizionale è quello di sgarrettarla da cavallo. Dagli organi della giraffa si ricava un potente allucinogeno.


 

ringo6

Copertina di Emiliano Mammuccari

 

Orfani: Ringo 6, “Come pioggia”
(Roberto Recchioni, Mauro Uzzeo – Alessio Avallone – Nicola Righi)

Prosegue il viaggio di Ringo, Rosa, Nuè e Seba (una/o dei tre è suo figlia/o ma non sappiamo chi) in un’Italia post-apocalittica. Questa volta il trio fa tappa da qualche parte nell’Appenino tosco-emiliano per un numero di riflessione e di approfondimento psicologZZZZZZZZZZ Continua a leggere

Lascia un commento

Archiviato in bonelliana, fumetti

Lo scherzo che continua a uccidere

BG-Cv41-Joker-variant-solicitation-68d7f

Una volta Alan Moore, che ormai odia la DC Comics più di quanto a noi comuni mortali sia possibile immaginare, ha detto che va ormai avanti da anni ricicciando le buone idee che lui ha avuto negli anni Ottanta.
Chissà come gongola ora che la lunga onda di una sua storia per Batman del 1988 è diventata la miccia di una polemica di quelle che si guadagnano pure un hashatg su twitter.
In breve, per festeggiare i 75 anni del Joker, a giugno le testate DC usciranno con delle copertine variant dedicate al più iconico avversario di Batman. Per la serie di Batgirl Rafael Albuquerque, disegnatore brasiliano, ha pensato di ripescare dal passato comunque dei due personaggi una delle pagine più cupe della storia di Batman, raccontata da Alan Moore in un episodio, disegnato da Brian Bolland intitolato The Killing Joke. Anche se non lo avete letto, probabilmente ci siete entrati in contatto senza saperlo se avete visto il secondo Batman diretto da Nolan, perché il Joker di Heath Ledger è dichiaratamente ispirato a quello della storia di Moore. Per farla breve, in The Killing Joke Moore indaga sulla psicologia del Joker e sul suo rapporto con Batman, concludendo – senza troppe sorprese – che sono due psicopatici non troppo dissimili l’uno dall’altro. Nel corso della storia, il Joker va a casa del commissario Gordon, spara alla figlia, che è in realtà Batgirl, e lo rapisce cercando di farlo impazzire. Anche facendogli vedere foto della figlia nuda e ferita (sopravviverà, anche se su una sedia a rotelle, per poi riprendere a camminare in un reboot recente). A questo proposito, uno dei giganteschi non-detti di questa storia è, da 27 anni, se Barbara Gordon sia stata violentata o no; una versione scartata di una tavola divulgata qualche tempo fa ha riaperto il dibattito. Continua a leggere

2 commenti

Archiviato in fumetti

Dissolvenza in ottarino

Terry Pratchett è morto.

Non lo leggo da parecchio, ma quando decisi di aprire un blog ero parecchio preso dalla trilogia iniziale del Mondo Disco. Però Scuotivento su splinder era già preso, così guardai sul comodino, dove c’era Good Omens, il libro scritto a quattro mani da Pratchett e Neil Gaiman. Decisi che Buoni Presagi suonava bene; poi avevo pure fatto firmare il libro da Gaiman, sicuramente avrebbe portato bene. 

Quando Pratchett passò da Bologna qualche anno fa gli organizzarono una presentazione alla sezione per bambini della Sala Borsa, moderata da due docenti di pedagogia che piantarono tutto un pippone sul fiabesco che probabilmente avrà fatto rivalutare a Pratchett l’Alzheimer. Lo so, non è bello scherzare sulle malattie (specie quelle più spaventose di qualsiasi altra cosa mi possa venire in mente), ma lo fece lui stesso. Cioè, non disse che per fortuna non ricordava più bene le cose, ma lo ripetè un paio di volte. 

Pratchett era un sostenitore del diritto di decidere quando e come andarsene in maniera dignitosa. Non ho ancora letto nulla sulla sua fine, ma gli auguro di non essere stato sorpreso dalla comparsa di quel tizio in nero che parla TUTTO IN MAIUSCOLO.

(Tra le varie invenzioni adorabili del Mondo Disco, mi piace ricordare la biblioteca della Unseen University, i cui libri sono incatenati agli scaffali non per evitare che possano essere danneggiati ma per evitare che danneggino i lettori)

Lascia un commento

Archiviato in Libri

Bonelliana, febbraio 2015 (Adam Wild, Dampyr, Dylan Dog, Tex, Julia, Ringo, Le Storie)

Sergio_Bonelli_Editore

Provo a ridare vita a una rubrica regolare: nasce oggi Bonelliana, che si occuperà degli albi Bonelli letti nel mese passato.
Perché solo i Bonelli? Perché ne leggo diversi, da quasi quindici anni, e trovo interessante la fase nuova che si è aperta nella casa editrice dopo la morte di Sergio Bonelli (a proposito, qui si può scaricare l’ebook collettivo che assemblai su di lui).
Quindi è una roba un po’ da fanboy. Astenersi “i fumetti Bonelli sono tutti copiati”, “Dylan Dog è finito con il numero 100″, “Kit Carson mica era quello lì” e via dicendo.

Copertina di Darko Petrovic

Copertina di Darko Petrovic

Adam Wild 5, “La terza luna”
(Gianfranco Manfredi – Antonio Lucchi)

In appena due numeri, AW è diventato una delle mie serie irrinunciabili. Dopo la pesantezza di Shangai Devil, Manfredi ha azzeccato un personaggio sopra le righe, che riesce a essere il classico eroe tutto d’un pezzo senza sembrare anticaglia da museo. Merito probabilmente della cura con cui è ricostruita l’Africa ottocentesca e del cast di comprimari, su cui spicca il nobile italiano Narciso Molfetta, figura che come già Poe in Magico Vento esula dai tipici doveri della spalla bonelliana senza però distaccarsi completamente da quel ruolo. Per farla breve, questo quinto numero conferma quanto di buono visto finora: una storia lineare ma trascinante, cattivi facilmente identificabili, azione, violenza e nozioni storiche. Ai disegni, Lucchi si produce in un esordio poderoso e dinamico, forse fin troppo: il suo stile si distacca da quello più realistico visto finora nella serie e avrebbe fatto faville su una serie più “guascona” come Long Wei.
Però niente da dire: we want more.

adam 3 Continua a leggere

Lascia un commento

Archiviato in fumetti

Beatles e Rolling Stones, quanta rivalità

Una delle più durature leggende della storia della musica pop è la rivalità tra Beatles e Rolling Stones.
Da un lato i bravi ragazzi, dall’altro i ragazzacci.
Facile, pulito, efficiente.
Peccato che, nella realtà dei fatti, tra Beatles e Rolling Stones c’erano in realtà delle larghe intese. Non solo le rispettive case discografiche cercavano di coordinare le uscite per evitare di sovrapporsi, ma anche perché tra i membri dei due gruppi c’era comunque una certa frequentazione che in alcuni casi è anche sfociata in vere e proprie collaborazioni. Sono cose che sapranno in molti, ma nel dubbio, una piccola carrellata.

Per dire: nel 1962 i Beatles scazzano un’udienza con la Decca. Negli anni l’evento passa negli annali come uno dei più clamorosi epic fail della storia della discografia, ma va detto che con Pete Best alla batteria i Beatles non sembravano pronti per la sala d’incisione (sì, Pete Best era un batterista molto peggiore di Ringo)

Comunque, un anno dopo i Beatles sono i Beatles e Dick Rowe, uno dei responsabili della Decca si sta ancora mangiando le mani per avere detto a Brian Epstein “l’epoca dei gruppi con le chitarre è finita”. George Harrison un giorno lo chiama e gli dice: “Ciccio, vai a fare un salto al Crawdaddy a sentire quei tizi che suonano”. Quei tizi si fanno chiamare “The Rolling Stones” e Rowe, nel dubbio, li mette sotto contratto.
Gli Stones esordiscono su disco con una cover di Chuck Berry, Come on, di cui non sono convintissimi perché loro si sentono musicisti blues e suonare quella roba commerciale per ragazzini li mette un po’ a disagio, a punto che si rifiutano di suonarla dal vivo. Per il secondo singolo, il loro manager Andrew Loog Oldham si mette in contatto con Paul Mc Cartney e John Lennon, per i quali aveva lavorato come ufficio stampa, e chiede se per caso non hanno una canzone che avanza.
Lennon e McCartney non ci mettono molto a mettere tra le mani dei futuri rivali I wanna be your man, completandola davanti a un esterrefatto Mick Jagger (che non aveva mai visto nessuno scrivere una canzone). Non è la migliore composizione del duo, tanto che, come dirà anni dopo Lennon “la nostra versione l’abbiamo fatta cantare a Ringo”, però gli Stones la interpretano con il giusto piglio. Brian Jones ci mette una chitarra slide, il basso di Bill Wyman pulsa come si deve, Keith Richard si ritaglia un assolo mordace, Mick Jagger sprizza ardore adolescenziale e Charlie Watts è la solita sicurezza.

Sul retro del singolo compare Stoned, uno strumentale blues (Mick Jagger dice giusto ogni tanto “Stoned” e “out of my mind”) composto dal gruppo al completo, compreso il pianista Ian Stewart (vero e proprio membro originario del gruppo, escluso dalla formazione ufficiale per questioni di immagine; già Oldham doveva fare i salti mortali per non fare scoprire che Bill Wyman era parecchio più anziano del resto del gruppo). Il primo germe della produzione autonoma Jagger/Richards.

Nel giugno del 1967, Brian Jones si presenta armato di sax a una sessione di registrazione dei Beatles. Incide una parte in una canzone che si chiama You know my name, look up the number, che è poco più che un momento di cazzeggio in studio e resta chiusa negli archivi del gruppo fino a quando non esce nel 1970 come B-side di Let it be.

Qualche giorno dopo, Lennon e McCartney ricambiarono la visita e, accompagnati da Allen Ginsberg, capitarono negli studi dei Rolling Stones mentre questi stavano registrando We love you, una canzone che era un beffardo messaggio alle autorità inglesi che quello stesso anno avevano arrestato Jagger e Richards per possesso di marijuana. Era successo a febbraio del 1967, a casa di Keith Richards nel Sussex: la polizia aveva fatto irruzione e trovato droga e Marianne Faithfull seminuda (lei stessa bolla come “fantasie di poliziotti segaioli” la leggenda urbana che avesse un Mars tra le gambe e Mick Jagger che lo mangiava; all’epoca, dice, non era una che si tirava indietro, ma quella era una stronzata). George Harrison e la fidanzata se ne erano andati da poco: secondo alcuni la polizia avrebbe aspettato che se ne andassero per non trascinare i Beatles nello scandalo, ma non c’è alcuna prova.
Comunque, non accreditati, Paul e John cantano nei cori.
La canzone ebbe anche un videoclip che richiama il processo a Oscar Wilde (quella cosa che i videoclip li avrebbero inventati i Queen è una stronzata o quantomeno una grossa imprecisione).

Il 1967 è anche l’anno in cui esce Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band, sulla cui copertina, tra le altre cose, è visibile una bambola con una maglia con su scritto “Welcome the Rolling Stones”. A fine anno esce il disco “psichedelico” dei Rolling Stones, Their Satanic Majesties Requests: se si guarda bene la copertina si possono notare i volti dei quattro Beatles nascosti.

satanic_majesties

Nel dicembre del 1968 i Rolling Stones registrano per la televisione un lungo spettacolo con ospiti come i Jethro Tull (unica occasione in cui si esibirono con Tony Iommi alla chitarra), The Who e i Dirty Mac, un gruppo occasionale formato da Mith Mitchell (batterista di Jimi Hendrix), Eric Clapton, Keith Richards (nelle vesti non troppo insolite di bassista) e John Lennon.

2 commenti

Archiviato in musica

Gatto e libertà – Notizie dallo Spadaccino

804.80

Una delle cose più fighe che ho fatto nel 2014 è stata pubblicare due ebook su Amazon.
L’isola del Teschio a fine agosto e, un mesetto dopo, Colei che canta.
Era la prima volta che mi esponevo così come scrittore e devo dire che l’esordio è stato elettrizzante. L’isola del Teschio è piaciuto, ha delle buone recensioni su Amazon (e anche fuori) e ci sono possibilità di sviluppi interessanti. Il seguito (che in realtà è un prequel) ha avuto un impatto minore, ma anche lui si è guadagnato una recensione di tutto rispetto.

Mi sono incagliato sul terzo episodio.
Dopo due false partenze (una storia ambientata in Germania e una in Egitto) ho deciso di dare il via libera a una storia che pensavo di affrontare più avanti perché, sulla carta, molto più complicata di una semplice storia con il “mostro della settimana”. Invece, mi sono reso conto che questa storia che mi faceva paura era invece più facile da approcciare delle altre due e, per giunta, più facile da fare rientrare in quello che voglio sia il mood delle storie dello Spadaccino: non un fantasy storico ma storie di orrore sovrannaturale in cui l’irruzione del fantastico sia per certi versi vista, per quanto inevitabile, come una rottura dell’ordine naturale delle cose. Uno dei motivi per cui non so bene come riprendere un filone aperto nella storia viennese, tra l’altro.
Comunque.
Anche questa storia più facile è in realtà piena di insidie. Al momento il file “Spada 3 – scarti” è abbastanza lungo e contiene scene scritte ma che non andavano da nessuna parte, tenute da parte nella speranza di potere riciclare qualcosa. Dice: “Ma non potevi farti una scaletta prima di iniziare?” Certo, l’ho fatto, Ma quello che funzionava sulla scaletta non funziona messo in pagina, anche perché avere per scelta un protagonista cinico e disilluso non aiuta molto a fargli, per esempio, prendere parte delle parti in una questione politica.
Alla fine, però, credo di avere trovato la strada giusta e con un po’ di fortuna dovrebbe portarmi a destinazione.

Cosa ci sarà in questa nuova storia (che per ora si chiama “Gatto e libertà”)?
Ve lo dico per immagini.

Continua a leggere

3 commenti

Archiviato in il cotone nell'ombelico, paperback writer