Canadà (1 – Toronto)

Ciao, questo è un nuovo primo capitolo di un post di viaggio. Come altri post del genere potrebbe essere l’inizio di una serie che resterà sospesa, come è successo con il Giappone e con la Finlandia.
Affezionatevi a questa cosa a vostro rischio e pericolo.

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La cosa quest’anno era un po’ complicata, perché fino a luglio Lucilla non ha saputo se avrebbe avuto le ferie ad agosto. Quando alla fine ha avuto il via libera, non avevamo un piano preciso. Per un po’ ci siamo baloccati con l’idea di un giro Boston/Maine/Rhode Island, però i voli non si incastravano bene. Alla fine è successo che, come ho spiegato in una telefonata a mio padre, “la cosa più comoda era il Canada”. Che in effetti è una frase che tolta dal contesto è un po’ bizzarra, ma si traduceva in “da Roma sono diretti sia l’andata sia il ritorno”.
Avendo poco tempo (9 giorni) ci siamo organizzati un nuovo tour della morte: Toronto, Cascate del Niagara, Montreal (appena sei ore di pullman da Toronto), Quebec City, gita fuori porta, Quebec City, Montreal, Roma. Fidandoci dei signori della Lonely Planet, ci siamo presi la guida Discover Canada, che con una grafica accattivante offriva in un volume contenuto informazioni su tutto il Paese. Questo è stato un discreto errore, perché in effetti le informazioni che dà sono poco più che “oh, lì sopra gli USA c’è il Canada, fa parecchio freddo d’inverno”; piuttosto, se doveste trovarvi nella stessa situazione, comprate i singoli capitoli che vi interessano in pdf dal sito della Lonely Planet.
Comunque.
Ci affidiamo ad Air Transat, che ha buoni prezzi e orari comodi, che ci permettono di arrivare a Fiumicino con tutta calma, ovvero circa tre ore e mezza prima del volo – l’umanità si divide in chi arriva in aeroporto assurdamente presto e chi poi deve essere chiamato più volte perché stanno per chiudere l’imbarco – nonostante abbiamo già fatto il check-in online e dobbiamo solo mollare i bagagli e stampare le carte di imbarco. Sono io il principale responsabile di questa cosa e mi viene fatto notare che forse potrei anche evitare di correre come un forsennato appena arrivato in aeroporto, tipo Fantozzi quando deve andare a Montecarlo in cuccetta e arriva in stazione che è ancora giorno.
Il volo di andata va liscio, a parte che partiamo con un’ora di ritardo. Lo schermo del sedile funziona bene, mi gusto il film Lego di Batman (che è un gioiellino), leggo, sonnecchio, guardo un paio di puntate di Friends
Certo, Air Transat ha questa politica un po’ da low cost per cui alcune cose tipo la coperta se la vuoi devi pagarla a parte, insieme al diritto di avere uno snack più degli altri e qualche altra cosa minore, ma tutto sommato le 9 ore passano tranquille.

Arrivati all’aeroporto di Toronto, la cui sigla, YYZ, deve essere stata decisa quando avevano finito tutte le altre combinazioni oppure solo per permettere ai Rush di fare gli sboroni, ci troviamo subito a volere tornare indietro: grazie all’informatizzazione del sistema di immigrazione si passano tutti i controlli senza che nessuno ti timbri il passaporto, che è uno dei motivi per cui vale la pena viaggiare. Va beh, ce ne faremo una ragione (in realtà fino a che non siamo usciti abbiamo continuato a domandarci se non avessimo sbagliato qualcosa, ma considerato che poi ci hanno anche lasciato ripartire credo fosse il percorsi giusto).
Per andare al bed and breakfast prendiamo un taxi, pensando “così ci rilassiamo”.
Ah. Ah. Ah.
L’autista fa una faccia strana quando gli dico il nome della via. L’avrò pronunciata male.
Allora glielo faccio leggere.
Fa una faccia strana.
Guardo su Google Maps (prima di andare da qualche parte dove non avrete connessione, salvatevi in locale le mappe della zona con tutti i segnaposto), gli faccio vedere. Fa una faccia strana. Poi mette una via sul tablet con Google Maps e parte.
Dopo un po’, mi accorgo che ha messo come nome della via il nome del bed and breakfast. Glielo faccio notare, lo corregge, ma a quel punto per sicurezza tengo d’occhio il percorso sul telefono.

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Poi alla fine arriviamo davvero al Nest Inn di Urban North Inns, che è una casa di tre piani con tre stanze, cucina, salottino e terrazzo, in una stradina tranquilla ma molto centrale. Roger, il titolare, è un simpatico signore di origini asiatiche che ci accoglie sorridente nonostante siamo in ritardo mostruoso su quello che gli avevo comunicato arrivati all’aeroporto, e ci fa una rapidissima carrellata su tutto quello che possiamo trovare in zona. La stanza è fighissima e il Nest Inn resterà la migliore sistemazione delle quattro che avremo, di gran lunga.

Facciamo in tempo a uscire a mangiare qualcosa, hamburger e birra, dimenticarci di lasciare la mancia e tornare a letto a svenire, pronti per il giorno dopo, che è dedicato interamente alla città (l’unico, perché il giorno dopo andiamo alle cascate e quello dopo ancora partiamo).

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Iniziamo il giorno dopo facendo colazione in un caffè con pancake alti un dito innaffiati da sciroppo d’acero, come da stereotipo. È così presto che un altro caffè dove volevamo andare non era nemmeno aperto. Ma in fondo è domenica.
Il lungolago di Toronto, affacciato sul lago Ontario, è molto piacevole e c’è anche una spiaggia con ombrelloni e sedie (gratis). Io però nel frattempo mi innamoro dei pali della luce in legno e delle bacheche su cui si attaccano volantini e locandine con graffette di metallo che poi arrugginiscono, si impastano di carta vecchia e creano un effetto molto affascinante (ne fotograferò parecchie, in giro).

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Raggiungiamo il molo da cui partono i traghetti per le Toronto Islands, una serie di isolette che si trovano a pochissima distanza dalla città, che ospitano un parco, il porticciolo turistico, un aeroporto, ecc. In realtà le isole in origine erano una penisola, poi negli anni cinquanta dell’Ottocento si è formato in seguito a tempeste un canale che le ha separate dalla terraferma.
Quando arriviamo ci sembra che si sia parecchia gente; in realtà, quando torneremo indietro verso l’una, ci renderemo conto che se avessimo rimandato la visita al pomeriggio saremmo rimasti in coda ad aspettare per ore (quindi, se volete andarci, andateci presto e/o prenotate il biglietto su internet).

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Sulle isole si gode un’affascinante vista sia del lago Ontario (che è il più piccolo dei cinque Grandi Laghi della regione, ma che è comunque il 14° lago più grande del mondo), si passeggia nel verde, si può andare al luna park, si possono noleggiare delle biciclette, si fanno dei picnic. Tutto è tenuto benissimo e i paragoni con il rapporto che abbiamo in Italia con i nostri spazi verdi, anche e soprattutto quelli all’interno delle città, è davvero impietoso.

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Scattate le foto di rito allo skyline cittadino dall’isola, torniamo sulla terraferma.
A questo punto il nostro programma subisce un’incartata. Ci incamminiamo, sotto un sole abbastanza feroce, per andare verso un mercato che pare molto interessante e mangiare qualcosa, ma a un certo punto ci rendiamo conto che è domenica e che lo troveremmo chiuso. Così torniamo verso la CN Tower, uno dei landmark di Toronto.
Si può salire con l’ascensore a una piattaforma panoramica, ma c’è un sacco di coda, io mi metto un po’ di traverso e non ne facciamo niente. Faccio una pausa pranzo con un hotdog (che non è una grande idea con il caldo, il jetlag e tutto quanto) e proviamo a ripiegare sulla visita guidata della birreria che c’è lì vicino, in mezzo a un museo all’aperto delle ferrovie canadesi. Picche anche lì perché la prima visita guidata parte dopo un’ora e mezzo.
Allora ci incamminiamo, io sempre più stanco (mi sono svegliato alle 6 ora locale, senza più riaddormentarmi) verso il Kensington Market. Ho un momento di crollo nei pressi della Art Gallery of Ontario e ci fermiamo nel parchetto lì fuori.

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Scoiattolo!

Mi salva la vita una mezza pinta di caffelatte da asporto.
Prima attraversiamo qualche via dell’affollatissima Chinatown locale, impestata di banchetti che vendono fidget spinner di tutte le fogge (è un oggetto entrato rapidissimamente in una fase barocca), poi arriviamo alle vie del Market, che sono una caotica miscela di negozi alternativi, sfattoni-ma-non-troppo, graffiti… L’impressione generale è un po’ quella di certe zone di Melbourne: un epicentro di hipsterismo, ma autentico, non derivativo. Non sembra che nessuno si stia impegnando a essere così, ma sia semplicemente così come è.
Credo che sia in queste strade che iniziamo ad apprezzare davvero Toronto.

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Ci si trovano cose così. I due ragazzi seduti sul cofano si stanno facendo fare un ritratto.

La (lunghissima) passeggiata prosegue verso Little Italy, Little Portugal e poi verso casa.
Momenti interessanti:

  • Guardando tra i vialetti tra le villette a schiera di una via vedo uno strano cane di media taglia. Solo che non è un cane. È un gatto. Un Maine Coon, mi spiega una tizia apparsa lì vicino. Siamo distanti, lei è in fondo a una rampa di scale, ci chiede delle cose che non capisco bene e a cui nel dubbio rispondo sempre “no”, perché sembrava un po’ una di quelle situazioni in cui poi ti ritrovi a fumare crack nello scantinato di uno sconosciuto senza neanche avere capito bene perché.
  • Un tizio in macchina, bloccato nel traffico, che ne approfitta per esercitarsi alla batteria, picchiando con le bacchette sul volante.

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    Lo so, non si vede, ma è questo qua

  • Un sacco di camion dei pompieri bellissimi.
  • Il ristorante “Abbiocco”. 2017_canada_iphone - 2 di 3.jpg
  • Snake and Lattes, un pub/ristorante/ludoteca/negozio di giochi con due pareti enormi piene di giochi tra cui scegliere e un altrettanto ottimo assortimento di giochi da tavolo, affollatissimo.
  • Una coda chilometrica davanti a quella che poi scopriremo essere una gelateria, che fa dei gelati molto instagrammabili.
  • La cena dal piccolo posto vietnamita che fa il pho e (quasi) solo il pho.
  • Tornando a casa ci accorgiamo che nella via c’è una festa di ragazzini con i bicchieri rossi, come nei film americani.
  • Le banconote canadesi sono di plastica, con una finestrella trasparente.
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Parasole di un certo livello

Ecco. Fine della prima parte.
Prossima tappa: cascate del Niagara. Il trionfo della natura. E non solo!
(in più: un INASPETTATO ritorno dal passato di uno zio che credevamo di non incontrare mai più di nuovo!)

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All apologies (all in all, is all we are)

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Spiazza un po’ che di punto in bianco salti fuori che un deputato del PD abbia portato in discussione alla Camera una legge sull’apologia di fascismo.
Spiazza perché, insomma, il PD è un gran casino e dentro c’è ancora tutto e il contrario di tutto, quindi vanno valutati i singoli, però negli ultimi anni i personaggi di quel partito che si sono trovati a discettare amabilmente con i fascisti non sono pochi, come si può leggere in questo Storify.
Quindi, ok, bene, però non è certo un partito che abbia tutte le credenziali per fare la morale al Movimento 5 Stelle, che in questo periodo sta cercando di raccattare tutti quei succosi voti di destra per cui un po’ si sta dando da fare anche Matteo “non avete capito un cazzo, siete i soliti negri” Renzi.

Sicuramente non è stato un caso se domenica Repubblica aveva un grosso articolo sulla “spiaggia fascista” di Chioggia. È quel genere di cose che funzionano sempre bene.
Però, se vogliamo parlare di fascisti in spiaggia, mi pare che sia molto più significativo quello che è successo domenica su di un’altra spiaggia, quella di Ostia.
Lì, un gruppo di militanti di Casa Pound, in piena campagna elettorale è andato a fare una “passeggiata” per scacciare i venditori ambulanti dalla spiaggia.
Ora: a me non vengono in mente molte cose più intimamente fasciste che andare a costruirsi consenso sulla pelle di poveracci che cercano di sopravvivere vendendo cianfrusaglie in spiaggia, con la certezza che nessuno di loro reagirà mai perché non in regola con i documenti.
Questo fascismo non espone simboli, non recupera slogan, non suscita indignazione immediata come quello del coglione di Chioggia; anzi, è un fascismo perfettamente integrato, in linea con il decreto Minniti. Tanto che i fascisti di Casa Pound hanno detto che stavano facendo il lavoro che i vigili non possono o non vogliono fare (per chi ha bisogno dei sottotitoli: bande di fascisti che vanno in giro a fare quello che le forze dell’ordine secondo loro non vogliono/possono fare è un revival degli anni Venti).

E quindi: può anche andare bene una legge che ribadisca che il fascismo non è un’idea come un’altra ma un pericolo costante.
Però che cosa si sta facendo, concretamente, per disinnescare la gigantesca voglia di fascismo che si agita in questo Paese?
A parte legittimare i fascisti andando a discutere con loro perché il dialogo è importante?

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Cominciamo bene

A Genova, l’avrete saputo, il candidato della destra ha vinto le elezioni comunali, la Lega è il primo partito e ora probabilmente manca solo che gli squali dell’acquario fuggano dalle vasche e inizino a sbranare gente per strada.
Del resto, una volta che diventa governatore della regione Liguria un viareggino che si occupava di Lucignolo e ha un’insana passione per i red carpet pagati con i fondi della società che dovrebbe occuparsi della digitalizzazione della pubblica amministrazione tutto è possibile.
Persino che ritorni il basilisco. Non so se sapete la storia: alla fine del IV secolo a Genova si insedia un basilisco, che è una bestiaccia un po’ gallo e un po’ serpente che ammorba l’aria con il suo fiato velenoso. Allora Siro, allora vescovo e non ancora santo, lo convince dopo tre giorni di preghiera e digiuno ad andarsene dal buco in cui viveva e tuffarsi in mare. Ecco, è un po’ di tempo che ogni tanto si sente una forza puzza, anche in centro. Una volta hanno anche evacuato il palazzo della Regione.
Io non ho detto niente.

Comunque.
Succede anche che qualcuno vada a sbirciare sul profilo Facebook del neo-eletto presidente di uno dei Municipi cittadini, Francesco Carleo, carabiniere in congedo, e ci trovi roba di questo di tipo (scusate il Mascellone):

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Ovviamente c’è una tale quantità di asinerie che verrebbe quasi da pensare che sia una trollata, ma è in compagnia di una sacco di altre fascistate da mani nei capelli.

Allora ci fa un articolo che esce su un sito locale.
Succede poi che Ferruccio Sansa, giornalista e figlio di un ex sindaco di Genova, rilanci sulla propria pagina Facebook la notizia.
Domenica sera, Sansa va al comitato elettorale di Bucci (il candidato sindaco della destra) a fare il suo lavoro e si verifica un simpatico siparietto che lui racconta così:

Fai un altro passo ed ecco un gruppo di persone che appena ti vede dice: “Sento puzza di merda. Fa schifo lui come suo padre. Non provare ad avvicinarti!”.

Scusi, dite a me?, provi a chiedere. Ma loro con la vigliaccheria che contraddistingue da sempre la mentalità fascista piegano lo sguardo verso terra. “Dicevamo solo che c’è puzza di merda”.

Poi altri insulti, da voci che subito si nascondono: “Merda, infame, venduto”.

A un certo punto si becca anche un “giornalaio”, che è il tipo insulto che la gente analfabeta rivolge ai giornalisti (perché essendo analfabeta non sa che le edicole sono il pilastro della civiltà e i giornalai andrebbero portati in palmo di mano).
Nel frattempo, ovviamente, il profilo Facebook di Carleo è stato bonificato e ora si vede solo una sua foto datata 25 aprile in compagnia della Meloni, a suo modo significativa.

E niente, Genova è in questa mani qua.
Il Coisp (belle merde) già si dichiara pronto ad andare a sradicare il cippo di Piazza Alimonda che ricorda che una volta lì è morto uno e, insomma, va tutto benissimo.

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La Stanza Profonda

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Parlare di un libro come “La stanza profonda” (d’ora in poi LSP) di Vanni Santoni mi mette un po’ in imbarazzo, per una lunga serie di motivi.
Il primo è che LSP è un libro sui giochi di ruolo e una delle cose che scopri dopo un po’ che giochi di ruolo (voce del verbo “giocare di ruolo”) è che di giochi di ruolo (sostantivo) non si parla con chi non gioca. Ti risparmia un sacco di noiose spiegazione al termine delle quali l’interlocutore comunque decide che sei un cretino.

INCISO
Una volta metto su un gruppo musicale con un amico (al quale effettivamente mai avevo parlato di GdR). Un giorno siamo lì che chiacchieriamo con il chitarrista solista, che conosciamo da un paio di settimane, e lui in una frase dice una cosa tipo “in quei casi devi avere un senso del dovere da Cavaliere di Solamnia”. Al che io abbocco e faccio: “Uh, Dragonlance! Grande!”.
Lui annuisce e dice “Bene, quindi giochi. Se non avessi colto il riferimento non avrei mai più tirato in ballo i giochi di ruolo”.
(Diventò poi il nostro master in una campagna che rendemmo molto più interessante andando a confidarci con quello che credevamo il nostro amico più fidato e che invece avrebbe dovuto essere chiaro che si trattava del vero cattivo di tutta la faccenda).

Invece ora non solo esce un romanzo che ha in copertina un d20 (un solido regolare a venti facce triangolari, per la gente normale) e che parla di gdr, ma che per giunta finisce candidato al Premio Strega (non che abbia particolare interesse per i premi letterari, ma va da sé che danno un +3 alla visibilità del libro) e viene letto e recensito anche da gente che, probabilmente, nella sua “stanza profonda” non ci è mai entrata.
Ora, non si tratta di affermare spavaldi che “i nerd hanno vinto”, cosa che da qualche anno si sente ripetere sia tra chi ha da sempre frequentato dadi e mondi fantastici sia, soprattutto, tra chi non lo ha mai fatto. La situazione è ben più complessa, come riconosce anche Vanni Santoni nel libro (ne avevo parlato in un post di qualche tempo fa), e i toni trionfali sono un po’ fuori luogo.
No, dovete piuttosto considerare che fino a non moltissimo tempo fa, se sentivi parlare di giochi di ruolo fuori dall’ambiente era per cose del genere:

Quarant’anni fa, i giochi di ruolo in Italia non avrebbero trovato alcun seguace: perché i giovani un ruolo lo avevano davvero, fatto di responsabilità e progetti, nella società. Quindici anni fa, in America, il gioco della Torre e del Dragone venne tolto dal commercio; noi lo abbiamo trasformato in gioco di ruolo, e portato in Italia con grande successo, come tanta altra immondizia d’importazione.
Può un gioco portare al suicidio? E può un suicidio giovanile essere assistito? La risposta è sì, ad entrambi i quesiti.

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Australia, 10. Finire.

1 (133).jpgFinito il giro a caccia di balene, ci mettiamo alla ricerca di qualcosa da mangiare e poi affrontiamo uno dei grandi momenti di ogni viaggio: l’itinerario consigliato dalla Lonely Planet, che, come da tradizione, facciamo al contrario (amici di Lonely Planet: siete voi che progettate i vostri percorsi in città a cazzo o siamo noi che ci troviamo sempre più comodi a partire dall’altra parte?).
L’area scelta è quella di The Rocks, il quartiere storico di Sydney che si trova sulla costa ovest di Sydney Cove, la baia dove gli inglesi fondarono il loro primo insediamento australiano nel 1788. Continua a leggere

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La Ragazza e l’Angelo – Una storia dello Spadaccino

Una nuova storia dello Spadaccino…

Dorso di carta

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Egitto, VII secolo d.C.
Una ragazzina sfuggita alla distruzione del suo villaggio incontra una creatura che cambierà la sua vita.

Nove secoli dopo, lo Spadaccino apre una tomba protetta da segni misteriosi e risveglia qualcosa che avrebbe dovuto restare sepolto per sempre.
L’unica salvezza sembra essere al riparo delle mura di un antico monastero cristiano, che custodisce un segreto millenario.

La Ragazza e l’Angelo.
Lo Spadaccino è tornato.
Questa volta i suoi viaggi lo hanno portato in Egitto, alla ricerca di antichità per conto di un ricco signore turco.
È una storia con dentro parecchio horror, più simile ai primi due racconti pubblicati che a Gatto e Libertà, con la quale ha un collegamento abbastanza diretto (anche se si svolge prima; un altro collegamento è con Colei che canta, ma non so in quanti se ne accorgeranno).

strange_norrell_4 Enzo Cilenti, qui nei panni di Childermass nella miniserie “Jonathan…

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Tutti gli Universi paralleli del 2016

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L’anno scorso ho iniziato a scrivere su Nipresa (il mio tumblr) una serie di piccoli non sequitur intitolati Universi paralleli.
Li metto tutti in fila qui, come una specie di libro delle vignette di Forattini:

Un universo parallelo in cui il piano di Grace Slick per somministrare LSD a Richard Nixon è andato a buon fine.

Un universo parallelo in cui Gasparri è costretto alle dimissioni dai suoi compagni di partito, terrorizzati di perdere voti se associati a lui
Un universo parallelo in cui Mussolini non viene ucciso alla fine della guerra e, dopo un’incarcerazione, passa gli anni sessanta in un crepuscolo di irrilevanza berlusconiana tra cani, ville e fidanzate molto più giovani di lui.
Un universo parallelo in cui invece Vendola e suo marito hanno adottato un bambino e tutti gli rompono i coglioni lo stesso.
Un universo parallelo in cui tutto quello che Richard Benson racconta è assolutamente vero.
Un universo parallelo in cui quelli che arredano il sedile del treno di fianco al proprio come fosse una cabina armadio, invece di fare la faccia scocciata quando chiedi se puoi sederti, vengono sbranati dai lupi.
Un universo parallelo in cui l’Italia reintroduce la pena di morte dal furto di caramelle in su per soddisfare il popolo del web ma il popolo del web insorge lo stesso perché la morte non è abbastanza dolorosa. Segue importazione coatta di lapponi per strappare a morsi le palle dei condannati e lasciarli morire dissanguati, mentre in parlamento si infervora il dibattito sulla tecnica più adatta per la pena di morte femminile.
Un universo parallelo in cui ai poliziotti è consentita l’obiezione di coscienza.
“Al ladro! Al ladro! Agente lo fermi, mi ha rubato la borsa”
“Mi spiace signora, non credo alla proprietà privata. Provi più avanti a vedere se c’è un collega”
Un universo parallelo in cui Jessica Jones è una fan del Dr. Who e non capisce cosa ci sia di male nell’essere succubi di David Tennant.
Un universo parallelo in cui la città di Bologna solleva il culo dai Colli per andare al commissariato di via del Pratello e denunciare Salvini per stalking.
Un universo parallelo in cui nelle edicole le copie del Pertini di Andrea Pazienza mettono in fuga le copie del Mein Kampf allegate al Giornale.
Un universo parallelo in cui il primo film insieme di Bud Spencer e Terence Hill era tratto dai romanzi di Leiber con Fafhrd e il Grey Mouser.
Un universo parallelo in cui le leggi elettorali italiane non hanno dei nomignoli idioti.

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