Cose che non vorrei più leggere su “Il risveglio della Forza”

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C’è stato un risveglio.
Più che nella Forza, nella gente che si riversa su internet a esprimere la propria opinione su cose che non ha capito.
Io capisco che sia passato il JJ Abrams Act che intima di avere un’opinione sul nuovo Star Wars, ma è dal 16 dicembre che mi trovo a leggere commenti sul film che mi sembrano quanto meno fuori luogo. O che andrebbero almeno contestualizzati meglio.
Partiamo dall’aspetto che forse offre maggiormente il fianco alle critiche: la faccenda del reboot / remake di episodio IV.
Se non avete trascorso le ultime settimane su Jakku avrete forse sentito dire che la struttura di Il risveglio della Forza è decisamente ricalcata su quello di Una nuova speranza (o semplicemente Guerre Stellari, quando uscì), con spruzzatina degli altri due film della trilogia classica. A qualcuno la cosa proprio non va giù. Per me è ok: il senso della storia non è la sua struttura profonda, ma gli “abiti” che a questo scheletro vengono appesi. E bisogna tenere conto del fatto che non è che Lucas per Una nuova speranza abbia esattamente concepito un intreccio rivoluzionario: il film era infatti un caso di applicazione da manuale del “viaggio dell’eroe” identificato da Joseph Campbell come struttura comune a infinite narrazioni mitologiche (successivamente lo sceneggiatore Christopher Vogler ha distillato la teoria di Campbell in un libro diventato una specie di bibbia per la scrittura cinematografica, intitolato appunto “Il viaggio dell’eroe“) e ha funzionato alla perfezione per creare una mitologia. Non solo: Una nuova speranza è anche uno straordinario crocevia di immaginari diversi, che Lucas ha distillato (e questo è il suo enorme, gigantesco, ineludibile merito) in una mitologia nuova, ridefinendoli per una nuova generazione.
En passant, nel 1977 la critica cinematografica Pauline Kael (una delle più influenti della sua epoca) scrisse una recensione di Star Wars che sembra anticipare le stesse critiche di quelli che oggi attaccano Il risveglio della Forza, definendo il film “un assemblaggio di parti disgiunte, privo di una presa emotiva. Potrebbe essere il primo film nel quale le sorprese sono rassicuranti, è un’epica priva di sogno. Ma è probabilmente l’assenza di meraviglia a essere la causa dell’enorme e particolare successo del film. L’entusiasmo di chi lo definisce il film dell’anno supera la nostalgia e tocca il sentimento che sia giunto il momento di tornare all’infanzia.”
Per noi che viviamo in un mondo post-StarWars può essere difficile capire il senso di questa critica; ma il montaggio che trovate qui sotto, che ricostruisce Una nuova speranza senza usare una sola immagine o un solo suono del film, ma solo elementi di film da cui Lucas ha preso ispirazione (o, in misura minore) di film che hanno ripreso Star Wars, può essere d’aiuto. Oltre a essere un lavoro di cinefilia da competizione.

Insomma, che Abrams, Arndt e Kasdan abbiano voluto rimettere in piedi lo scheletro della storia di Lucas per raccontare un nuovo inizio (anche) a un nuovo pubblico non mi sembra un peccato mortale, visto che quello scheletro fa ormai parte del nostro patrimonio di storie tanto quanto ne facevano parte, nel 1977, gli ingredienti scelti da Lucas.
Tra l’altro, tutto questo concentrarsi sulle similitudini fa perdere di vista la diversa strada scelta per raccontare il Male.

(da qui in poi, chi non ha visto il film forse farebbe meglio a smettere di leggere)Lego_Kylo_Ren_Cape

L’internet è pieno di gente che, con il tono di quelli che sono svegli e mica se le bevono le stronzate degli americani, si sta dilettando in tutta una serie di variazioni sul tema di “oh minchia, bozzacelo, Kylo Ren è troppo uno sfigato! Gli hanno dato l’armatura figa ma è un babbo di minchia, mica come Darth Vader!”.
A questo punto ti rendi conto che l’incapacità di comprendere un testo non si limita a quelli scritti ma si estende evidentemente anche a quelli audiovisivi, che pure in teoria dovrebbero essere più immediati.
Kylo, per quanto mi riguarda, è una delle cose migliori del film e la più promettente per il prosieguo della saga. Mi affascina perché è la messa in scena di un problema che gli sceneggiatori devono essersi posti in fase di scrittura: rimpiazzare Darth Vader. È assodato che scrivere un altro cattivo come Darth Vader è molto difficile. Se non impossibile. Vader distillava in sé, per un’abile combinazione di design, caratterizzazione, interpretazione, generazioni di improbabili crudeli villain pulp e fantascientifici. Era uno stregone, un relitto di un’epoca passata, guardato con sospetto ma temuto. Non è immediatamente chiaro se sia un umano o no. È una delle principali cause di morte tra i graduati dell’Impero. È iconico.
Un altro Vader non lo trovi.
Infatti Lucas non ci aveva nemmeno provato, nella trilogia prequel, limitandosi a mettere in scena dei Sith monodimensionali senza neanche preoccuparsi di approfondirli (Darth Maul, il conte Dooku, Lord Grievous) al di là del “sono cattivi”.
Qui invece cosa abbiamo?
Un personaggio che vorrebbe essere Darth Vader. Ma che non è Darth Vader. Ed è conscio non solo di non esserlo ma anche che con ogni probabilità non potrà mai esserlo. Perché Vader è un modello inarrivabile per lui, nel mondo della narrazione, come lo è per noi, nel nostro mondo di spettatori. E quindi Ben Solo, come l’ultimo dei fanboy del pianeta Terra, si concia come lui, cerca di essere lui. È persino frustrato perché una parte di sé non vorrebbe essere Darth Vader e vorrebbe rifiutare di abbracciare il Lato Oscuro.
Se Una nuova speranza metteva in scena il “viaggio dell’eroe”, Il risveglio della Forza gli affianca il “viaggio” della sua nemesi. Darth Vader nel primo film non aveva un arco narrativo vero e proprio: incarnava una minaccia monolitica ai personaggi, fin dall’inizio della pellicola. A Kylo viene offerta una possibilità di essere altro e lui sceglie invece di essere Darth Vader, sperando che il patricidio sia abbastanza Lato Oscuro.
Kylo Ren in realtà più che un altro Darth Vader è un altro giovane Anakin. In una manciata di scene Adam Driver e gli autori riescono a delineare un giovane di grande potenziale attratto dal Lato Oscuro; quello che Lucas, per niente aiutato dall’avere scelto un attore improbabile, non è riuscito a fare negli episodi II e III. Quindi, vai tranquillo, giovane Kylo, che stai facendo meglio di tuo nonno.

(incidentalmente, Emo Kylo Ren è il profilo twitter dell’anno)

E poi. La Disney! Il merchandising! Il marketing!
Un sacco di gente pensa che la Walt Disney Company sia unicamente quell’azienda che produce le storie di Topolino e Paperino, i cartoni animati e i film per famiglie. Quando invece è una delle più grandi aziende mondiali dell’intrattenimento a tutto campo, che controlla tutta una serie di compagnie di produzione e distribuzione. Per dire, Pulp Fiction uscì nel 1994 distribuito dalla Miramax, che era un’azienda controllata dalla Disney.
Ma se leggete le critiche di un sacco di gente da quando nel 2012 Lucas ha venduto la Lucasfilms alla Disney, penserete che i primi tre film di Star Wars fossero usciti come piccole pellicole indipendenti, piene di sesso, violenza e temi adultissimi; e che George Lucas viva in miseria a causa della sua coerenza nell’avere difeso la propria visione d’artista. In realtà Lucas è ricchissimo grazie alla brillante intuizione di avere chiesto, per la realizzazione del primo Star Wars, un compenso fisso relativamente basso in cambio di tutti i diritti sul merchandising.
Magari non tutti si ricordano Space Balls.

Mel Brooks non ci aveva “visto lungo” come ho letto da qualche parte in questi giorni: stava semplicemente descrivendo l’esistente.
Scelte di marketing, racconta Gary Kurtz, che produsse con Lucas i primi due film, fecero scegliere a Lucas di non fare morire Han Solo durante Il ritorno dello Jedi (come chiesto da Harrison Ford, che non ne poteva più del ruolo, e suggerito anche da Kasdan, che sosteneva che la morte di uno dei personaggi avrebbe reso più tesa l’atmosfera del film) e di non chiudere il film su una nota minore, con Luke che se ne va da solo come un eroe spaghetti-western e Leia alle prese con i rischi del potere. I film tristi fanno vendere meno pupazzetti, quindi vai con la festa degli ewok (poi degenerata nella festa della galassia intera con le riedizioni).
Da sempre Lucas è stato un abile venditore del suo materiale, sia agli studios sia ai fan; semplicemente, ha ceduto la Lucasfilm a un pesce più grosso, con più esperienza e più possibilità. Ma i meccanismi di promozione sono gli stessi.
Per quello che riguarda i contenuti, davvero credete che tra i film di Lucas (la trilogia classica e i prequel) e Il risveglio della Forza ci sia tutta questa distanza o siano state edulcorate delle cose?
Star Wars è sempre stata una serie grossomodo “per famiglie”, con molta violenza fuori campo (nei prequel abbiamo due stragi di bambini in due film, ma non su schermo) e qualche momento un po’ più forte soprattutto nei primi due film: i cadaveri carbonizzati di Owen e Beru, un braccio mozzato a Mos Eisley, la sequenza della palude con la testa mozzata di Luke… Già Lucas nelle riedizioni si era messo all’opera per smorzare qualcosa (Han che non spara più per primo; anzi, per unico, visto che Greedo non fa a tempo a rispondere), dopo avere reso il Ritorno decisamente più family-friendly (anche per i papà, grazie al bikini dorato). Il risveglio della Forza per certi versi alza l’asticella, anche rispetto ai prequel: il massacro iniziale da parte degli stormtrooper è feroce e brutale, condotto su persone per lo più inermi. E c’è un simbolismo del sangue, con quella manata dell’uomo morente sull’elmetto di Finn, che se fossi un bambino troverei abbastanza forte. Anche il combattimento tra Finn e Kylo Ren è parecchio meno asettico degli altri duelli a colpi di spada laser che abbiamo visto in precedenza, anche grazie alle famigerate “else” laser che dimostrano la loro utilità (torturare la gente). E che dire di Kylo Ren che si prende a pugni la ferita per risvegliare il dolore che alimenta il Lato Oscuro?
Certo, tralasciando poi quel piccolo particolare del patricidio a sangue freddo di uno dei personaggi più amati della saga (che come abbiamo visto va a rimediare a una “marketta” di trent’anni fa).
Ma anche, in generale, è leggermente più adulto di tutto quello che abbiamo visto nella saga il rapporto tra Han e Leila, il loro distacco causato dal fallimento come genitori. E pure la solitudine di Rey, abbandonata a una vita al confronto della quale quella di Luke su Tatooine sembra uno spasso.
Però sì, sicuramente è colpa della Disney.

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Poi, certo, resta quella sensazione di insoddisfazione dovuta al fatto che non hai visto un film compiuto ma il primo tassello di un progetto più ampio che comprende non solo i due seguiti che comporranno la terza trilogia ma anche tutta una serie di produzioni collaterali. È chiaro che c’è molto nel film che sembra messo lì come un test per verificare il gradimento del pubblico in vista di eventuali spin-off: per esempio, io vedrei volentieri una serie tv su Poe Dameron.
Ma neppure questa è una novità. L’Universo Espanso di Star Wars (per lo più dichiarato apocrifo dopo la cessione alla Disney del 2012) era già un gigantesco blob che espandeva il nucleo iniziale su più media: film, cartoni animati, libri, fumetti, videogiochi. Il Nuovo Canone diventerà in breve altrettanto ramificato.
Pensare, nel 2015, che un franchise come Star Wars si possa basare unicamente sull’evento cinematografico è, quale che sia la nostra opinione al riguardo, pura utopia (e già questa strategia era stata sperimentata nella trilogia prequel, con Clone Wars che si andava a piazzare tra il secondo e il terzo episodio, introducendo tra l’altro Grievous, che gli spettatori cinematografici si trovavano all’inizio del terzo film senza quasi alcuna introduzione). Il passaggio della proprietà alla Disney, che già sta sperimentando la gestione di un universo cinematografico/televisivo condiviso con i personaggi Marvel, da questo punto di vista è un vantaggio perché permette di sperare che il tutto venga supervisionato da un’azienda che sta maturando esperienza in materia e che ha le carte in regola per gestire il tutto al meglio.
Insomma, buongiorno Forza.

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Sette anni di canzoni di Natale

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Buon Natale (il panettone) è la settima canzone di Natale che i Keap (cioè io alla chitarra e al basso ed Enrico e Dario alla voce) pubblicano in sette anni.
Sette anni precisi, perché era il 21 dicembre 2009 quando pubblicammo la nostra prima canzone natalizia.

(attenzione, da qui in poi è tutto un trionfo di sguardo fisso sul mio ombelico)

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I Roberto Saviano del non capire nulla

 

La prima cosa che ho scritto su Facebook appena saputo quello che stava succedendo il 13 novembre a Parigi è stata

Una buona tragedia non è tale se dentro non c’è almeno un pizzico di farsa. Come il fatto che un gruppo di allegri cazzoni come gli Eagles of Death Metal siano finiti in mezzo alla mattanza di Parigi.

Ognuno rapporta quello che succede a quello che conosce: sono stato una volta sola a Parigi, nel 1992 e non vado allo stadio, ma ho ascoltato parecchio “Death by sexy” degli EODM. È un disco che inizia con una risata, come fa a non piacerti un disco che inizia con una risata?
Sulle prime, l’identità del gruppo che suonava è stata in secondo piano, nel racconto e nei commenti. Giustamente. Poi, a mano a mano che si spolpava il grosso della carogna, qualcuno ha addentato “le aquile del metallo mortale”. Continua a leggere

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Lo sciacallo

Lo sciacallo

Lo sciacallo (screenshot preso nella notte tra venerdì 13 e sabato 14 novembre)

Gli animali che si nutrono di cadaveri spesso devono aspettare che i predatori abbiano finito il loro pranzo. Di conseguenza sono abituati a mangiare tutto freddo.
La tecnologia, però, permette agli sciacalli bipedi di avventarsi sui cadaveri dei propri simili quando sono ancora belli caldi.
Con il tempo, si sa, ci si abitua a tutti. E quindi pure il cadavere caldo deve venire a noia.
E poi quando il cadavere cade per terra si sporca, la terra impasta un po’ la bocca.
E allora perché non affondare le zanne quando la carne ancora non ha toccato terra?
Va’ come sorride soddisfatto, il Matteo.
Non gli pare vero.

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Finlandiamo, Ep. 6: chitarre infernali a Helsinki

Riassunto delle puntate precedenti: siamo andati in Finlandia, per la precisione a Rovaniemi. La sera prima di arrivare in Norvegia (la nostra destinazione è Capo Nord), scopriamo che la macchina a noleggio non può uscire dalla Finlandia. Per fortuna, un intraprendente finlandese ci mette una pezza.Arriviamo così in Norvegia, dove andiamo a fare due passi nel nulla, prima di venire invitati a tornare indietro. Poi incontriamo degli italiani e ci fingiamo morti come gli opossum. Arriviamo a Capo Nord e ci imbamboliamo per ore a guardare l’orizzonte. Poi torniamo indietro e per tornare a Helsinki dobbiamo aspettare che ci aprano l’aeroporto.

Obbligatoria foto di gabbiani

Obbligatoria foto di gabbiani

Un mio amico ha questo interesse per i lavori che sul medio termine non saranno più eseguiti da esseri umani ma da macchine. Non è l’unico, perché c’è anche un sito che vi calcola la percentuale di possibilità che un giorno veniate sostituiti da un robot o da un software.
Sicuramente avrebbe apprezzato l’Omena Hotel di Helsinki, che ha una reception totalmente automatizzata: del resto, gestire la disponibilità delle stanze di un hotel è un’operazione che un software sa fare senza alcun problema. Così tu prenoti e un paio di giorni prima del tuo arrivo ti arrivano una mail e un SMS che ti dicono il numero della stanza e un PIN che apre il portone, l’ascensore, la tua stanza. Una cosa che mi sarei aspettato di trovare in Giappone (dove invece tutti i nostri albergatori erano umani, in un caso pure troppo) e che invece ci è toccata a Helsinki. La cosa è sulle prime un pelo spiazzante, poi non ci fai più caso. Certo, poi crea dei momenti di imbarazzo quando sali in ascensore insieme a qualcuno e guardi dall’altra parte mentre uno digita il codice, come i cassieri quando ti passano il POS. Ma forse la cosa più surreale, se ci pensi, è che le persone che rifanno le camere quando i clienti le lasciano – uniche presenze umane – probabilmente ricevono i loro turni di lavoro pure loro da un computer.

Helsinkiani felici.

Helsinkiani felici.

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Morgan Lost

Disegno di Giovanni Talami, realizzato a Rapalloonia 2015. Credo di essere una delle primissime persone ad avere uno sketch di Morgan Lost.

Morgan Lost, il più recente personaggio pubblicato dalla Bonelli (il primo numero è uscito il 20 ottobre, anche se in alcune città lo si trovava già il 18), è una roba strana.

Il suo creatore è Claudio Chiaverotti, che probabilmente conoscete perché è quel tizio a cui un giorno in Bonelli hanno detto “guarda, Sclavi ha bisogno di fermarsi. Da oggi Dylan Dog lo scrivi tu”. Aveva 24 anni ed erano gli anni in cui Dyd vendeva un sacco; per certi versi, il Dylan idealista e romantico di cui tutti si innamorarono nei primi ’90, quando vendeva tantissimo, è un personaggio ricreato da Chiaverotti. Una sua caratteristica erano quei doppi finali in cui il caso veniva prima “risolto” razionalmente e poi invece nell’ultima pagina… ZAC! L’orrore non è finito, il mostro esisteva davvero e uccide ancora. È interessante notare che quando Dylan vendeva molto era per lo più scritto da un autore anagraficamente vicino ai suoi lettori.
Poi va beh, come è successo per esempio con Claudio Nizzi e Tex, Chiaverotti è rimasto su Dylan più a lungo di quanto non fosse consigliabile per il personaggio e lui.
Nel 1998 crea Brendon, un fantasy-dark post-apocalittico che esce in 100 albi (più 12 speciali), chiudendo a dicembre del 2014. Brendon per me è un mistero: l’ambientazione ha un certo potenziale, ma il personaggio e le storie, con questo tono disperato spesso scavalcano a pie’ pari lo steccato dell’umorismo involontario.* La recensione del numero uno della serie pubblicata da uBC è stata per un certo periodo un grande classico della stroncatura di un albo Bonelli.

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Tempo fa leggevo un’intervista a qualcuno di Elio e le Storie Tese in cui si diceva che visto che tanto i dischi non li compra più nessuno è inutile stare a farsi tante domande su che cosa possa piacere al pubblico e fare ciò che si vuole fare, senza troppi calcoli.
Non-lasciarmiMorgan Lost sembra un fumetto che, fin dalla copertine, di Fabrizio De Tommaso, segue proprio questa strada. Se il collage di antagonisti sulla copertina del primo numero può sembrare una deroga alle classiche regole di composizione di una copertina bonelliana, la divisione in tre vignette della seconda copertina invece fa pensare che questa scomposizione dell’immagine potrebbe essere la norma.
Ma ancora prima, la campagna promozionale è stata una cosa bizzarra: una serie di pin-up di tizi strambi che dichiarano “ucciderò Morgan Lost”. E poco altro: si sapeva che l’ambientazione sarebbero stati degli anni ’50 alternativi, più avanzati tecnologicamente dei nostri, in una metropoli nordamericana ma con una forte presenza di iconografia dell’Antico Egitto. Che, ok, non è una scelta visivamente originalissima, ma che comunque ha sempre il suo fascino.

L’altra cosa che si sapeva era che le tavole non sarebbero state nel tradizionale bianco e nero bonelliano e nemmeno a colori (come Orfani), ma in bicromia: sfumature di grigio e rosso. Che è una scelta che più che al fumetto “popolare” fa pensare a certe cose di fumetto “da libreria”. O a Sin City, certo. Ma nel fumetto di Miller il rosso (o comunque il colore) è sporadico, qui è in ogni tavola e ha una ragione narrativa precisa: Morgan Lost ha dei problemi nella percezione dei colori, vede solo il rosso. Banale? Sì, no, forse. Ma, pure questo, funziona: i disegni di Rubini sono molto buoni, con le mezze tinte e il rosso diventano qualcosa che in edicola non c’era. E ti tirano dentro alla storia e al mondo di Morgan Lost.
Anche qui, non aspettatevi di trovare niente di assolutamente inedito: nel mondo di ML i serial killer sono delle star e hanno trasmissioni televisive a loro dedicate che tengono il conto dei morti. Per contrastarli esistono i cacciatori di taglie, con regolare licenza governativa, che sopravvivono intascando le laute taglie che pendono sulle teste degli assassini. Morgan è uno di loro, cela nel passato un evento traumatico che lo ha spinto a dare la caccia ai mostri e che gli ha lasciato come ricordo quella mascherina nera tatuata attorno agli occhi. È un solitario, insonne, tormentato dagli incubi (ehi, “incubi” è la parola 666 di questo post), vive dentro a un orologio in disuso. Un tempo gestiva un cinema, ora gli è rimasta solo la passione per il cinema più misconosciuto.

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Non c’è molto di più: alcuni colleghi cacciatori di taglie, una poliziotta che sembra essere destinata a essere la spalla dell’eroe (ma il vero comprimario, dice Chiaverotti, arriverà solo nel secondo numero), un’indagine che va a risvegliare un passato che sembrava chiuso e che sembra destinata a svelare una macchinazione politica.
Però quello che funziona è che questa città silenziosa, dove nevica sempre, affogata nel grigio e chiazzata di rosso, ti prende. C’è uno strano silenzio in Morgan Lost, che è quello di alcuni sogni. C’è il perturbante, le cose simili a quelle che conosci ma leggermente diverse. E la storia, anche se forse l’hai già letta altre volte da altre parti, con altri personaggi, in un’altra città, funziona pure lei. E quando arrivi all’ultima pagina, con quel “fine primo tempo”, vorresti avere subito il secondo numero tra le mani.
Intendiamoci: non è il capolavoro che cambierà le sorti del fumetto bonelliano. Ha alcuni difetti bizzarri (tipo che a un certo punto due personaggi subiscono una tortura che dovrebbe essere tremenda, nella descrizione, e li vedi con due graffi sul petto e qualche ferita qua e là; la spiegazione del perché ci sono le statue egizie e la città si chiama Neo Heliopolis è semplicistica a dir poco, per dirne due) e la caccia al serial killer del mese potrebbe diventare alla lunga ripetitiva.
Però nonostante usi ingredienti comuni, Morgan Lost li mescola secondo un gusto personale, lascia un buon sapore in bocca e alla fine non assomiglia troppo ad altro che non a se stesso.
Si vede che è il lavoro di un autore che sta scrivendo qualcosa a cui tiene, senza preoccuparsi di farlo “giusto”, ma di farlo come piace a lui. E, di questi tempi, non è poco.


  • Faccio la persona matura, ma per un anno almeno comprai Brendon solo per poterne ridere, nei primi anni 2000

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Finlandiamo, Ep. 5: Back to Suomi (un post di passaggio)

Riassunto delle puntate precedenti: siamo andati in Finlandia, per la precisione a Rovaniemi. La sera prima di arrivare in Norvegia (la nostra destinazione è Capo Nord), scopriamo che la macchina a noleggio non può uscire dalla Finlandia. Per fortuna, un intraprendente finlandese ci mette una pezza.Arriviamo così in Norvegia, dove andiamo a fare due passi nel nulla, prima di venire invitati a tornare indietro. Poi incontriamo degli italiani e ci fingiamo morti come gli opossum. Arriviamo a Capo Nord e ci imbamboliamo per ore a guardare l’orizzonte.

Se non ricordo male dovrebbe essere una statua di Samuel Balto, un sami norvegese che partecipò alla prima attraversata documentata della Groenlandia nel 1888. Si trova a Karasjok, dove Balto morì.

Se non ricordo male dovrebbe essere una statua di Samuel Balto, un sami norvegese che partecipò alla prima attraversata documentata della Groenlandia nel 1888.
Si trova a Karasjok, dove Balto morì.

Con Capo Nord termina il nostro viaggio in Norvegia: la giornata successiva è infatti dedicata al ritorno in Finlandia, con destinazione Ivalo, da dove prenderemo un volo per Helsinki.
È un po’ un viaggio di ritorno e come tutti i viaggi di ritorno ha una certa dose di mestizia. Inoltre è una tappa parecchio lunga: per questo abbiamo previsto una sosta nella ridente Karasjok, che la infida Lonely Planet ci garantisce essere il principale centro della cultura Sami in Norvegia (i Sami sono quel popolo che ti viene in mente quando dici “lappone”) (come in “un lappone che con un morso ti strappa le palle”). Il problema è che a queste latitudini e con questa densità, quando ti dicono “città” devi leggere “incrocio tra due strade a lunghe percorrenza dove trovi un distributore di benzina e un supermarket”. Karasjok ospiterebbe anche un museo sulla cultura sami e una specie di parco tematico sullo stesso argomento, ma quando arriviamo è tutto talmente desolante che, dopo avere inutilmente cercato un posto per mangiare qualcosa che non fosse lo spaccio del distributore che fa hot dog (che hanno pure un bell’aspetto, se non fai caso all’odore di benzina che viene da fuori), decidiamo di ripartire e puntare alla Finlandia e tanti saluti.
Quando arriviamo a varcare il confine possiamo segnare un piccolo primato: siamo stati due giorni in Norvegia senza mai toccare una singola moneta o banconota locale. La Norvegia infatti non usa l’euro ma lì, come in Finlandia, riesci a pagare veramente tutto con il bancomat o la carta di credito, fosse anche solo un magnete da cinque euro. La cosa straordinaria è che lì, in mezzo al niente, la linea del POS è velocissima. Continua a leggere

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