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Il tuo sasso, le strade di Genova

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A Genova nell’estate del 2001 è successo questo: la gente è improvvisamente impazzita e per due giorni ha attaccato senza sosta, con ogni mezzo, le forze di polizia presenti in città, impegnate a distribuire caramelle ai bambini e aiutare le vecchiette ad attraversare la strada. Le stesse forze di polizia che gestivano un ostello nell’entroterra, a Bolzaneto, e che organizzavano eccitanti cacce al tesoro notturne in una scuola locale, la Pertini-Diaz.
Questo scenario è più o meno quello che emerge dalla continua offensiva del COISP, sindacato sedicente autonomo di polizia, che forse ricorderete negli ultimi tempi per la delicata manifestazione sotto l’ufficio della madre di Federico Aldrovandi a sostegno dei colleghi che hanno ammazzato di botte suo figlio.
È dall’anno scorso che il COISP ha rivolto le sue attenzioni al G8, nello specifico a piazza Alimonda. Nel luglio del 2012, infatti, ha girato per le strade di Genova un camion pubblicitario con un collage di foto a dire il vero poco leggibile e lo slogan “L’estintore quale strumento di pace. Liberi di fare questo!“. La cosa fece saltare la mosca al naso al mio amico Pablo, che ebbe con il COISP un simpatico scambio epistolare (1, 2, 3; usare “belle merde” come chiusura della prima lettera è stato un errore strategico perché ovviamente poi hanno potuto attaccarsi all’insulto per fare le vittime verginelle).
I tempi non devono sorprendere: pochi giorni prima erano uscite le sentenze definitive sulla scuola Diaz, che inchiodavano esponenti della Polizia a responsabilità piuttosto pesanti, il film Diaz era uscito nelle sale in primavera.
Quale cosa migliore da fare, per provare a imporre un reframing dei “fatti di Genova” che non attaccarsi a piazza Alimonda (tra l’altro in un improvviso attacco di ecumenismo verso i cugini dell’Arma)?
Piazza Alimonda è sempre stata una materia scottante da maneggiare, perché mentre esistono migliaia di casi di violenza ben documentati e documentabili di atti di violenza praticati a freddo dalle forze dell’ordine su gente inerme, lì c’è altrettanto ben documentata una situazione di scontro reciproco. Non è questa la sede per fare per l’ennesima volta la storia della camionetta che non è bloccata contro un muro ma in mezzo alla piazza, della posizione di Giuliani, dell’estintore, del calcinaccio, l’uomo con la trave, quello con il giubbino, il tuo sasso e tutto quanto. Anche perché è stata ricostruita già molto bene da altri. Carlo Giuliani viene ucciso negli scontri successivi alla carica (assurda) di via Tolemaide e questo è il punto su cui non si può prescindere: Giuliani viene ucciso in uno scontro. Ora, ognuno di noi ha opinioni diverse sulla legittimità di quello scontro, immagina di sentirsi più o meno d’accordo con le motivazioni che possano portare una persona a scegliere di combattere, ma il dato di fatto è che Giuliani non viene ucciso mentre passa di lì per caso.*
Su questo aspetto fanno leva quelli del COISP: sanno benissimo che, a distanza di 12 anni, tante cose sono decantate nella memoria degli italiani, ma non l’immagine di Giuliani con l’estintore che sembra proprio in bocca al retro della jeep, la pistola puntata su di lui.

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In piazza Alimonda c’è un piccolo blocco di pietra bianca, che ricorda crudelmente il famoso “sasso” con cui secondo un poliziotto un manifestante avrebbe ucciso Carlo Giuliani (o quello con cui verosimilmente qualcuno ha fatto una ferita sulla fronte del cadavere per corroborare questa versione). È lì da luglio, sostituisce una lapide che veniva periodicamente danneggiata, c’è scritto sopra “Carlo Giuliani, ragazzo” e la data del 20 luglio 2001.
Si tratta dell’unico segno tangibile in città degli eventi del luglio del 2001. L’unico. Non troverete niente altro in città che ricordi quei giorni di caldo e follia, in cui i manganelli della polizia picchiavano più forte di quanto potrà mai fare qualsiasi anticiclone con un inutile nome mitologico. Non  c’è niente che ricordi le decine di migliaia di donne e uomini picchiate, terrorizzate, gassate, la maggior parte mentre stava cercando semplicemente di salvarsi il culo. Non c’è niente alle scuole Diaz-Pertini, niente alla caserma di Bolzaneto (figurarsi), niente in corso Italia, in via Tolemaide, in piazza Alimonda, in corso Gastaldi. Niente.
Solo quel sasso e quelle tre parole e una data.
Troppo, per il COISP, che ha indetto una raccolta firme perché anche quel piccolo segno venga cancellato (e state pur sicuri che vista la visibilità che l’iniziativa sta avendo qualche solerte amico delle forze dell’ordine farà di testa sua nottetempo). Schermata 2013-08-06 a 11.53.02Non c’è bisogno di dire che, vista la natura controversa della figura di Giuliani, la cosa sta raccogliendo una certa simpatia: il mood dei lettori del Corriere è “soddisfatto”, con tanto di faccina sorridente (che tra l’altro temo si immaginino proprio una statua a tutto tondo di Giuliani con l’estintore in mano, visto il titolo dell’articolo). Scorrendo i commenti si trovano lettori che condannano l’operato delle forze dell’ordine a Genova o attaccano per la morte di Federico Aldrovandi “…ma Giuliani…“.
Così, facendosi forza sull’episodio di piazza Alimonda e sulla sua indigeribilità da parte dell’opinione pubblica, cercano di cancellare dal tessuto della città qualunque segno di quei giorni. Cercano di imporre la loro narrazione dei “fatti di Genova”: non più le aggressioni a freddo ai cortei, l’irruzione a spaccare teste, le torture alla gente in cella, ma i poveri poliziotti aggrediti mentre fanno il loro lavoro.

Che cosa si può fare?
Dando per scontato che sul cippo di piazza Alimonda ora si aprirà un guerriglia a bassa intensità fatta di vernice, sfregi, martellate fino al giorno che puf, sarà scomparso nella notte.
Io credo sempre che il racconto del G8 di Genova vada parzialmente “de-Alimondizzato”. Non del tutto, ovviamente. Non si può prescindere dalla morte di una persona. Ma piazza Alimonda si è tante volte mangiata il contesto, il prima e il dopo. Il ricordo delle violenze di quei giorni va portato anche fuori da quella piazzetta e dalla sua aiuola, lontano dalla facciata della chiesa.

Prendendo il sole in corso Italia

Ci sono strade di Genova che grondano sangue e il cui asfalto è chiazzato di lividi che vanno da corso Gastaldi a piazza Manin. C’è stata gente picchiata da sei o sette divise tutte insieme appena sopra corso Italia, altra calpestata nelle aiuole di corso Italia mentre cercava di proteggere una ragazza. La gente caricata dai blindati in via Tolemaide (poi si chiedono perché ne hanno bruciato uno).

“Lo scontrino della focaccia dov’è, EH?”

A piazza Alimonda c’è scappato il morto, per usare l’orribile espressione che è corsa sulle labbra di tutti il 20 luglio, ma non si è esaurito tutto lì. Bisogna rovesciare addosso alla polizia le carrettate di inermi massacrati, invece di concentrarsi solo sull’evento in cui qualcuno aveva deciso che era anche ora di smetterla di stare lì a prendere botte.

Forse si dovrebbero recuperare foto, molte foto. Ricostruire dove sono state scattate. Creare una mappa ad hoc su google maps. O ancora meglio stamparle su dei bei pannelli e piazzarle in città nel punto esatto.
Sentiamo cosa ha da dire il COISP, quale giustificazione hanno anche per le teste rotte di gente con le mani alzate.
Se ne può parlare?

* Sottotitoli: Non considero Giuliani né un eroe né un teppista. Solo qualcuno che ha fatto una scelta, una scelta che non essendo io lì non posso giudicare. Dice: ma anche Placanica ha fatto una scelta. Certo, proprio per evitare che la gente nella merda faccia scelte sbagliate bisognerebbe evitare di dare pistole a chi fa ordine pubblico.

Ps: notavo cercando immagini che i fotogrammi di Diaz su google escono mischiati alle foto vere. Non credo sia una cosa positiva.

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Prima di andare a Genova – 5. Marziani a Sestri Ponente

In realtà la serie di post sul pre-G8 non è proprio chiusa. Avevo in mente di scriverne almeno un altro paio, prima della ricorrenza del decennale, ma non ce l’ho fatta. Ci sarà tempo dopo. Intanto riprendo le pubblicazioni con un pezzo scritto da mio fratello:

Il G8 l’ho visto arrivare presto, e salutato tardi.

Un pomeriggio di periferia tra amici, ciondolato sulla solita panchina della solita piazza. Una coppia di ragazzi arriva verso di noi. Lui e lei, dreadlock biondi e zaini da backpackers: marziani.

Non si vedono molti viaggiatori a Sestri Ponente, periferia ovest di Genova: un quartierone operaio schiacciato tra il cantiere navale, lo snodo ferroviario, l’acciaieria e l’aeroporto.

Sembravano proprio alieni con le antenne che spuntavano da dietro la testa, fuori dagli zaini.

Siamo arrivati dalla Germania, in autostop – così abbiamo capito nel nostro inglese approssimativo. Erano belli e solari, si tenevano per mano. Cercavano uno dei centri di accoglienza per il G8.

Li abbiamo accompagnati in centro a Genova, fino alla porta.

Scuola A. Diaz.

Hanno anche ringraziato.

Ricordo ancora quei termosifoni insanguinati, chissà’ se e’ il loro, mi chiedevo.

Chissà’ se e’ sangue alieno.

Il G8 per noi localz e’ iniziato almeno un anno prima e sembrava un piano di ristrutturazione urbana più’ che un meeting di capi di stato. Passeggiate a mare rimesse a nuovo, le facciate del centro storico stuccate a festa, strade della prima repubblica finalmente riasfaltate. Lavori ovunque.

Poi ha iniziato a prendere i contorni di qualcosa di totalmente diverso e la televisione trasmetteva proclami di persone che non avevamo mai visto prima, Genova era ovunque e l’atmosfera iniziava a farsi tesa.

Il menu prevedeva un pesto senza aglio. Solo a quel punto si capi’ che qualcosa stava per andare storto.

Poi sono arrivati gli sbirri, tanti. Sono comparsi dal nulla insieme alle barricate anti-arrampicata. Era Luglio e tutti i negozi sbarravano le vetrine. Poi anche “Carlo Calzature” a Sestri Ponente ha chiuso le sue due vetrine d’angolo con pannelli di legno duro, da cantiere. Carlo Calzature vende scarpe, a Sestri, a tot chilometri dal centro città’, anni luce da qualsiasi percorso di qualsiasi corteo, ever.

Ma noi a Sestri le vedevamo bene le batterie antiaerea sulla pista dell’aeroporto.

Poi tutti i miei amici sono scomparsi. Mandati in vacanza, mandati dai nonni in campagna, fisicamente segregati in casa. Avevamo solo 17 anni e le nostre famiglie pensavano che quella non fosse la loro guerra, tanto meno quella dei loro figli.

Forse non era nemmeno la mia ma ero li’, ed eravamo migliaia. Centinaia di. Io non ero mai stato in un corteo così .

All’inizio sembrava divertente, i tizi vestiti di rosa che correvano contro il g8, quelli che distribuivano specchi per “fare come Archimede” (e dare fuoco agli sbirri?), quelli che distribuivano le teste d’aglio da lanciare e correggere così quel pesto insipido. L’immancabile contadino con mucca… e poi videocamere macchine fotografiche, persone ovunque, musica, sole. Ridevamo dei poliziotti e facevamo gli scemi: loro impettiti sotto il casco, noi assaporando l’ubriacatura di folla.

Poi tutto e’ diventato più spigoloso, sempre più spigoloso, e nessuno sapeva più’ fermarlo.

Come un viaggio lisergico che va male.

Post Scriptum: Anni dopo in una piazza di Zurigo incontriamo una coppia di buskers, i nostri amici alieni. Avevano lasciato la Diaz il giorno prima del blitz. Un peso in meno sulla coscienza.

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Che paura che c’inghiotte e non torniamo più

Poi quando credi che tutto sia finito scopri che il mostro non è morto, come nei film horror.
La scuola Diaz e la caserma di Bolzaneto sono due gironi infernali che ci fanno ancora più paura di tutto quello che è successo nei due giorni precedenti per le strade di Genova.
Siamo costretti a immaginarli dai racconti di chi c’è stato, dalle immagini delle conseguenze. Scrive il Corriere della Sera (che all’epoca tenne una linea parecchio vicina alle forze dell’ordine):

Sul registro di classe della II B c’è una manata di sangue che sta colando. Nell’ufficio del dirigente scolastico Carlo Angelo Castelli ci sono la bandiera italiana e quella dell’Unione Europea buttate per terra. Al terzo piano ci sono due scatole di preservativi, marca francese, macchiate di rosso.

Alle 2.35 l’ingresso della scuola Diaz è di nuovo a perto a tutti, tre gradini e si entra nella palestra al pianterreno. E’impossibile capire cos’era prima di questo buco nero. Ci sono vetri per terra, vestiti buttati ovunque, pozze di sangue fresco che impasta tutto, sacchi a pelo, provviste, libri e riviste.

Le porte degli uffici amministrativi della scuola, quelle dei bagni, hanno tutte il segno dello scarpone che le ha sfondate. In un’aula c’è un televisore con lo schermo a pezzi, un computer che deve aver preso fuoco, perché è tutto bruciato. Tra vestiti e sacchi a pelo, per terra ci sono anche i crocifissi delle aule. Tutti gli zaini sono stati buttati all’aria. C’è un libro sull’erotismo di Bataille strappato a metà, come gli album di fumetti americani. Sacchi a pelo zuppi di sangue. Il lavandino del bagno al pianterreno è tappato, ci sono due dita di acqua rossastra. Scatole di succhi di frutta schiacciate, meloni spiaccicati per terra.

Concita De Gregorio, per Repubblica, scrisse un articolo dall’attacco spaventoso:

Sangue vivo, scivoloso e lucido come sciroppo di lampone. Bibbia, rotolo di carta igienica, sangue. Scatola di metallo piena di preservativi, diario con numero di telefono di Micha: 2152635. Don Quixote senza copertina, sangue. Assorbenti, barattolo di olive, sveglia da viaggio, sangue. Passaporto strappato, polacco. Portamonete di similpelle nero, vuoto, con indirizzo: Nancy e Darryl Beal, 1051224 W 10th Ave. Vancouver, Canada. Avvertite i genitori.

La notte della Diaz è stata la notte.
Hanno picchiato gente che non aveva fatto nulla, hanno mentito e hanno mentito ancora, hanno sospeso ogni prassi e quando hanno finito hanno lasciato le porte aperte perché tutti vedessero che la Polizia di Stato fa quello che vuole (perché la Diaz fu un affare della Polizia, i Carabinieri erano addetti a fare cordone attorno; certo nessuno può escludere che non sia stato invitato qualcuno alla festa dentro, del resto per mesi non si è nemmeno riusciti a capire che cazzo di corpo della Polizia sia stato, a entrare).
Nonostante il processo, la Diaz non è una ferita che si rimargina. Resta lì. È successo.
Quei poliziotti sono ancora in giro, fanno ancora il loro lavoro. Su 349 ne sono finiti a processo in 29, 25 dei quali hanno ricevuto una condanna in appello (ma grazie al ricorso in cassazione forse scatterà la prescrizione), e dubito che una cosa del genere la fanno solo un gruppetto di “mele marce”. Sono tutti colpevoli. Moralmente. Lo sanno. E sono per le strade, allo stadio, ai concerti, a fare il loro lavoro. A fine 2008 l’avvocatura di Stato, che rappresenta il ministero dell’Interno, ha detto che la Diaz non è stata una spedizione punitiva e che era compatibile con l’ordinamento democratico.
Maroni ha assolto Scajola, in pratica.
Hanno deciso che è tutto a posto e che non è successo niente. Una rissa tra ragazzi che hanno un po’ esagerato.
Prendiamo atto.

 

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Il giorno prima

A me ha salvato la vita Bob Dylan. O se non la vita, almeno il profilo.

Nel luglio del 2001 studiavo a Bologna, mi ero iscritto all’Università nel 1998 e l’idea di lasciarmi alle spalle a Genova mi sembrava la cosa più incredibile di tutte.
A Genova c’ero tornato per le vacanze il 17 luglio. “Oggi mi hanno fermato solo quattro volte” mi ha detto un mio amico alla stazione.
In tasca avevo i biglietti per il concerto di Bob Dylan a La Spezia il 20 luglio, nella testa tutto il confuso casino dei mesi prima: Seattle, la polizia che spara a un manifestante a Goteborg, Praga, il Sismi che annuncia che temono che i manifestanti lancino gavettoni pieni di sangue infetto di HIV sulla polizia, l’allora poco noto Bin Laden che starebbe pensando ad attentati con aeroplani radiocomandati, la dichiarazione di guerra ai potenti della terra delle Tute Bianche, la zona gialla e la zona rossa. Ancora prima che il G8 in sé mi infastidisce tutto il pesante baraccone sicuritario che si sta mettendo in piedi: il divieto di stendere le mutande, la città tagliata in due, le grate nei vicoli.
Ho in programma di andare solo alla prima manifestazione, quella dei migranti di giovedì 19 luglio e poi, la mattina dopo muovermi verso Spezia. Al concerto vado con mio padre, dovremmo partire la mattina insieme a un mio amico, lasciarlo in una località di mare sulla strada a prendere posto in campeggio e poi proseguire per Spezia. Io devo raggiungerlo dopo il concerto e dovremmo restare lì per un paio di settimane, come da cinque anni a quella parte.
Il 18 faccio un giro in centro. Arrivarci, dal quartiere del Ponente dove abito, non è semplicissimo, perché le stazioni sono già chiuse, si deve prendere un autobus fino ai margini della zona gialla, poi un altro che fa un giro lunghissimo. Il centro è già quasi deserto. Negozi chiusi con pesanti pannelli di legno ignifugo sulle vetrine, anche dentro la zona rossa. Nessuno sembra fidarsi troppo della tenuta delle barriere approntate dalla polizia. In via XX Settembre, piena zona rossa, a due passi da palazzo ducale, sede del vertice, conto almeno quattro camionette piene di agenti che stanno a scoglionarsi sotto il sole. Ufficialmente, le forze dell’ordine dovrebbero familiarizzare con la città, invece questi sono tenuti lì dove sanno già che nessuno metterà mai piede ad accumulare nervosismo e frustrazione. A Palazzo Ducale, che dovrebbe ancora essere aperto, non mi lasciano entrare. Varco un paio di volte le grate nei vicoli. Brutte sensazioni.
La mattina dopo Genova si sveglia e scopre che la recinzione della zona rossa è stata ancora rinforzata: oltre alle reti, un muro di container.
Vado al concentramento della manifestazione, dove ho appuntamento con Enrico, lo stesso amico con cui sarei dovuto partire il giorno dopo. C’è davvero tanta gente. Già arrivare da Piazza della Vittoria al concentramento è un pre-corteo. Sulla strada lambiamo uno dei confini della zona rossa, Piazza Dante. Reti e cemento. Poliziotti in antisommossa. Uno si mette a roteare il manganello mentre passiamo. Io ho la maglia degli Stones con la linguaccia. Mi sembrava la più adatta per l’occasione. Sono nervosissimo.
Davanti alla chiesa di Carignano c’è ancora una scritta rimasta dai funerali di De André quasi due anni prima: “per quanto voi vi crediate assolti siete per sempre coinvolti”. Sbircio sotto i caschi dei poliziotti che fanno cordone a difesa di non so cosa, forse il distretto militare. Uno ha voglia di menare le mani, uno sembra terrorizzato, uno sembra che aspetti che qualcuno gli dica che espressione deve avere.
Sul corteo dei migranti del giovedì si è scritto pochissimo: il suo ricordo è stato fagocitato da tutto quello che è successo dopo. Per me, che di Genova 2001 ho solo quel ricordo personale, resta uno dei cortei più belli e colorati e divertenti a cui abbia mai partecipato. Abbiamo cantato, abbiamo ballato, mi sono tinto le mani di bianco e ho lasciato una manata sulla parete di una galleria che ha resistito per un paio d’anni, abbiamo applaudito quelli che ci applaudivano dalle finestre sventolando mutande. Su corso Italia, davanti al mare, quando ormai siamo tutti stremati dal caldo e dalla lunghissima camminata, due ragazze russe insegnavano a un ragazzo francese il testo russo dell’internazionale. “Grazie Genova!” ha gridato a pieni polmoni lui. Credo che in quel momento Genova fosse la città più bella di ogni mondo reale e possibile.

Questa è la versione “lunga” della prima parte di un pezzo che ho scritto per un ebook collettivo su Genova 2001 che uscirà a settembre. In qualche modo, è la puntata finale della serie “prima di andare a Genova“.
Il finale del servizio del tg1 sulla manifestazione dei migranti, con la strada vuota, il sax malinconico e i poliziotti nervosi sembra fatto apposta. 

Sempre a proposito di ebook collettivi, oggi è stato pubblicato da BarabbaCicatrici“, che non ha nulla a che vedere con l’omonimo libro di Morozzi, ma che è una raccolta di oltre cento storie in cui un sacco di gente racconta come si è procurata delle cicatrici. In mezzo ci sono pure io.
Barabba ha anche pubblicato tre raccolti di scritti di gente che di solito scrive in Rete ispirati alla Resistenza, tra le altre cose. Date un’occhiate al loro catalogo

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