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The day the music died. Twice.

L’8 dicembre, oltre a essere una festa religiosa su cui la gente di solito ha le idee poco chiare (è il giorno in cui viene concepita Maria che è, i soliti raccomandati, immune dal peccato originale, non quello in cui l’angelo mette incinta Maria) è la Giornata Nazionale di Sparare ai Musicisti.
Tutti sanno di John Lennon, ma pochi sanno che il vero assassino non è Mark Chapman bensì Stephen King. Quest’anno sono 30 anni tondi tondi e il livello di moleste celebrazioni zuccherose del Cristo Ateo sarà ancora più elevato del solito.
A me questo tipo di glorificazione fa un po’ ridere, perché Lennon era un personaggino abbastanza lontano dal santino che ne è stato fatto nel corso degli anni. Sia nei turbolenti anni di Liverpool prima e Amburgo poi (dove i Beatles vissero da Rolling Stones tra amfetamine, prostitute, malavitosi e spacciatori), sia in quelli successivi.
Una delle infamie più memorabili perpetrate ai danni di Paul McCartney all’epoca in cui i Beatles stavano andando in frantumi è la registrazione di The Long and Winding Road, canzone che Macca aveva pensato perché diventasse uno standard per i Grandi Cantanti. E che, incidentalmente, Phil Spector o non Phil Spector, è una lagna mortale. All’epoca i quattro volevano tornare alle registrazioni in presa diretta, così Ringo suona la batteria, George la chitarra, Paul il piano e John Lennon il basso.
Il risultato è questa traccia, in cui il basso fa un po’ di tutto fuorché le note giuste (ed è facile immaginare John che sogghigna mentre sbaglia).

Ian McDonald, autore del monumentale e fondamentale “Revolution in the head”, in cui analizza tutte le registrazioni dei Beatles, definisce quello di Lennon un vero e proprio sabotaggio per rendere inutilizzabile quello che doveva essere un demo e che poi ha finito per diventare la traccia vera e propria. A me fa impazzire la “scivolata” a 1:03, che non c’entra nulla.  Comunque, le foto del Getty sono bellissime (occhio che parte Imagine a tradimento).
C’è anche un curioso aneddoto sul giovane John raccontato da Lemmy nella sua autobiografia. In pratica, i giovani Beatles sono al Cavern a suonare, tra un pezzo e l’altro un tizio urla “Lennon sei un frocio”. Lennon mette giù la chitarra, scende e chiede chi è stato. Si fa avanti uno e dice “Sono stato io, e allora?” BAM! BAM! Due craniate sul naso, il “Liverpool kiss”. E poi di nuovo sul palco. “Qualcuno ha qualcos’altro da dire? No? Ok. Il prossimo pezzo è Money”. Living life in peace, yu-hu, uhuhuh.

Ma l’8 dicembre 2004 a Columbus, Ohio, è morto, ucciso a colpi di pistola sul palco, Dimebag Darrell, chitarrista dei Pantera.
Spiegare il ruolo dei Pantera nell’evoluzione del metal alla fine degli anni ottanta in poche parole non è semplicissimo. Ascoltare Vulgar Display of Power è molto più semplice e divertente. Qui magari basta dire che per qualche anno prima che il mondo del metal piombasse nella più bieca restaurazione ottantiana, i Pantera sono stati la bandiera di uno svecchiamento del genere, di un metal che non sembrava la caricatura di qualcosa. Poi sono arrivati gli Hammerfall.
A ogni modo, Dimebag come chitarrista aveva tutto: un immenso senso del ritmo, velocità e ignoranza e un suono enorme (dato, almeno fino al 2004, solo da amplificatori a transistor; cosa molto inusuale visto che di solito i chitarristi prediligono quelli a valvole). E poi è stato seppellito in una bara dei Kiss.
Uno dei progetti a cui aveva lavorato prima di morire era il disco di Southern Metal Rebel meets Rebel, insieme al cantante country David Allan Coe e al batterista e al bassista dei Pantera.
Che è un bel disco cialtrone e rumoroso e divertente. E che spiega che i cowboy si bombano più droga che i musicisti rock.

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70

Il signore che suona la batteria qui, come solo lui avrebbe potuto fare, compie 70 anni. Ed è notizia di stamattina che ha appena smaltito la sbronza del 5 marzo 1963.

(e ricordiamo che se Ringo è ingiustamente passato alla storia come batterista mediocre, Pete Best faceva davvero schifo. Ed è vero che tutte le fanzine di Liverpool dell’epoca lo idolatravano, ma perché era pure il proprietario di uno dei club cardine di quella scena)

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I libri di giugno

I libri letti nel mese precedente. Brevi commenti, più impressioni che recensioni. Evidenziato, al solito, il libro che mi ha colpito di più.

8 euro e qualcosa da Bookdepository.

The Taqwacores – Michael Muhammad Knight (Soft Skull Press)
Allah è grande e Jello Biafra il suo profeta.
Questo potrebbe essere in sintesi il succo di questo libro, che è una roba esplosiva. Era da parecchio che non mi capitava di trovarmi così preso da una storia, dai suoi personaggi, dalle idee che mette in mostra. MMK racconta di una casa in cui abitano alcuni punk. Islamici. Che cercano, ognuno a modo suo, di trovare una convivenza tra la propria religione e lo stile di vita punk. Il modello a cui guardano è la scena Taqwacore della costa ovest: gruppi punk di fede islamica, dai nomi minacciosi, l’ultima frontiera della minaccia all’America WASP. La cosa straordinaria è che se oggi si cercano su Myspace i gruppi citati, come i Vote Hezbollah, li si trova. Perché dal libro è nata davvero una scena taqwacore. E questo è il potere della letteratura in tutto il suo splendore: quando le idee diventano cose reali. Quando la letteratura non si limita a raccontare il mondo, ma contribuisce a trasformarlo.
Il romanzo, una storia di formazione raccontata da un ragazzo di origini pakistane, è pieno zeppo di dialoghi pungenti e spicci sulla religione, su Maometto, sulle affinità tra Islam e punk, su cosa possa voler dire essere americano e musulmano insieme. E si conclude con un concerto in cui tutte le contraddizioni, tutte le anime, tutto quanto, esplode in tutto il suo drammatico potenziale.
È un libro terribilmente affascinante, sfacciato e compiaciuto. Che ha fatto incazzare musulmani integralisti a go-go. Tanto che in UK è uscito pure tagliuzzato. In Italia ha avuto una fugace edizione usa-e-getta per la Newton, con il titolo di Islampunk; ma è già esaurito. Cercatelo. Leggetelo. Fatelo leggere.
Dal libro sono stati tratti ben due film: un documentario e un adattamento.
Adesso devo procurarmi il seguito: Osama Van Halen.

Tutti i miei amici sono supereroi – Andrew Kaufman (Meridiano Zero)
Non sono molto a mio agio con questo genere di letteratura vagamente surreale e romantica. Ma se non altro il libro di Kaufman ha dalla sua il fatto di essere piuttosto breve (poco più che un racconto lungo) e di avere qualche idea carina nella descrizione dei “supereroi” che ne popolano le pagine. Ma per il resto mi ha lasciato parecchio indifferente.

Summer of love – George Martin (Coniglio Editore)
George Martin racconta la registrazione di Sgt. Pepper, concedendosi anche quale sortita nel resto della storia del suo lavoro con i Beatles. Non vengono rivelati segreti particolari (bene o male è tutta roba che i fan conoscono da tempo), ma è bello sentire raccontate certe cose direttamente dalla voce di chi ha dato forma alle idee dei quattro. Peccato per una traduzione un po’ altalenante. Il vero ero del libro però è Geoff Emerick, che una volta suggerisce di appendere John Lennon a testa in giù davanti a un microfono, in modo che cantando il dondolio del corpo riproduca un effetto Leslie e l’altra prova a infilare un microfono ina caraffa mezza piena d’acqua per vedere che suono esce cantando dentro la caraffa.

Cassandra – Christa Wolf (e/o)
Il mito della guerra di Troia, con tutte le sue infiniti propaggini (un Marvel Universe ante-litteram, al quale il fumettista Eric Shanower ha applicato una robusta dose di ret-con per poterlo raccontare in un’opera colossale e di una profondità senza precedenti, “L’età del bronzo“) sta alle fondamenta della cultura occidentale, con le sue figure archetipiche, il suo modo di raccontare le passioni, i difetti, i dubbi degli uomini. Christa Wolf prende questo mondo e lo guarda, ci costringe a guardarlo, attraverso gli occhi di una delle figure più drammatiche di quei miti, la profeta Cassandra. E lo fa in un romanzo-monologo incalzante, ipnotico e allucinato, che sbatte in faccia al lettore tutta la brutalità che è possibile immaginare, da una prospettiva dichiaratamente femminista, di grandissima efficace. È difficile, dopo, tornare a pensare ad Achille in termini diversi dalla “bestia”, che incarna tutto il furore e la mancanza di umanità di un mondo in cui la sopraffazione del forte sul debole è la norma e travalica ogni legge che gli uomini si sono dati al punto che per fermarlo è necessario violare le leggi.
Un’opera impressionante, che ha la stessa forza d’urto e la stessa intensità delle tragedie antiche, la stessa profondità di temi. Solo, ovviamente, non sempre agevolissima da seguire.

Acapistrani – Pablo Renzi (Libero di scrivere)
Ecco, mettiamo l’avvertimento: Pablo è un mio amico. Acapistrani è una raccolta di racconti umoristici, del genere che fa, grosso modo, capo a Woody Allen: parodie, inserti surreali, personaggi strampalati. Mediamente, i racconti fanno ridere. Alcuni di più degli altri. Uno in particolare, “Ho scritto t’amo sulla sabbia”, mi è piaciuto parecchio più degli altri.

Carni (e)strane(e) – Adriano Barone (Epix Mondadori)
Epix ha fatto una cosa che è mediamente l’equivalente editoriale di un suicidio: pubblicare la raccolta di racconti di un esordiente italiano. Racconti fantastici, per di più. E lo ha fatto due volte. Questa di Adriano Barone è la seconda (la prima, Malarazza, l’ho saltata); a dire il vero Barone non è un esordiente-esordiente, visto che come autore di fumetti ha pubblicato due volumi prima di questa raccolta (“L’era dei titani“, con i disegni di Massimo Dall’Oglio, è un bell’esempio di storia di robottoni post-evangelion), ma siamo comunque lì. Ciò detto, i racconti oscillano tra l’horror, lo strano (o weird) e il fantasy (in senso lato); e il meglio sta proprio in questi ultimi, con i racconti finali dedicati ai personaggi biblici, che avanzano con un passo sicuro e inarrestabile. È bello anche il primo racconto (già apparso su Carmilla), mentre francamente mi ha colpito abbastanza poco tutto quello che c’era nel mezzo.

Slash. The autobiography – Slash & Anthony Bozza (Harper&Collins)
Le autobiografie rock sono un genere che fa sempre piacere leggere. Ci trovi mescolati un po’ di pettegolezzi, un po’ di notizie interessanti, degli incroci inaspettati con gente che non ti aspetteresti e via così. Questa dell’unico vero guitar hero “di massa” degli ultimi venticinque anni non fa eccezione: il buon coautore ha fatto un bel lavoro nel mettere in bella forma i ricordi di Slash, dall’infanzia ai Velvet Revolver. Ovviamente la parte del leone la fanno gli anni con i Guns n’ Roses e la sua versione degli scazzi con Axl (i cui avvocati devono avere letto sillaba per sillabe le bozze, perché il tutto è molto con il freno a mano tiratissimo). Le parti più noiose, alla lunga, sono quelle relative alla droga, a quella volta che era sfatto di qua e quella in cui era sfatto di là. È interessante, però, che non ci sia mai una presa di distanza forte da quelle esperienze. Slash non pare rinnegare granché, se non i casini che la dipendenza gli ha procurato. Il che è abbastanza onesto, da parte sua. In generale, è la versione “down to earth” di tutte quelle ridicole biografie su “Guns n’ Fucking Roses” uscite negli anni novanta, che ridimensiona alcune leggende, senza però smentirne le basi. Bello, nel suo genere.

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I libri di Gennaio

Anno nuovo, stessa rubrica. Evidenziato il titolo più interessante

La scatola a forma di cuore – Joe Hill (Sperling & Kupfer)
Joe Hill è uno dei figli di Stephen King. Se è vero che per chi si vuole dedicare a un’attività è utile avere qualcuno di bravo a cui chiedere consiglio, Joe è stato fortunato perché gli bastava salire le scale o aspettare l’ora di cena.
Il romanzo è una ghost-story che ha per protagonista un attempato musicista rock (un po’ Alice Cooper) con la passione per il macabro che compra un abito infestato da un fantasma. Hill dosa abbastanza bene la tensione, trascinando i suoi protagonisti nell’incubo a poco a poco, e piazza nella storia un cattivo che fa paura. Forse non è ancora abbastanza bravo a tenere la tensione per tutta la durata del romanzo e a un certo punto c’è un po’ di stanchezza. Però come esordio sulla lunga distanza è considerevole. Da tenere d’occhio anche la sua serie a fumetti “Locke & Key“, il cui primo volume è stato pubblicato da Magic Press.

Veracruz – Valerio Evangelisti (Mondadori)
Nel mondo dei suoi pirati dei Caraibi Evangelisti sguazza contento come un delfino, libero di dare sfogo alla descrizione di personaggi amorali e privi di qualunque remora, corrosi da un incessante desiderio di distruzione. Prequel di “Tortuga”, del quale rivela alcuni antefatti, ne supera uno dei difetti principali che era quello di “un’informazione che non sapevi sul mondo dei pirati a ogni capitolo”. Qui Evangelisti non vuole dimostrare di avere fatto i compiti e va dritto a raccontare una storia d’avventura che fila come un treno, senza che il sottotesto “politico” (i pirati come precursori estremi del liberismo più sfrenato che punta all’accumulo di ricchezze fine a se stesso, senza rispetto per le vite umane) risulti troppo invadente. Divertimento feroce.

La visione del cieco – Girolamo De Michele (Einaudi)
Il terzo romanzo di De Michele è il meno riuscito. Non ha l’asciutta tristezza di “Tre uomini paradossali”, né la vastità dell’affresco di “Scirocco”, ma si risolve nella descrizione, troppo estremizzata e incattivita per non sembrare una goffa caricatura, di un paesino di provincia nel quale “i notabili” sono l’epitome di tutti i mali e di tutti i vizi possibili, ambientandoci un delitto ispirato a quello di Cogne. Il tutto resta diviso tra buoni e cattivi in modo troppo netto e raccontato in modo non irresistibile. Il tratto più interessante è quello stilistico, con l’abolizione del verbo “essere” (ma ho trovato un paio di “siamo” – nella versione pdf gratuita che sembra però essere una bozza non definitiva, visto che banalmente mancano i titolati correnti in cima alle pagine), ma in realtà non è che produca poi particolari effetti stranianti. Niente, un libro brutto. Capita. (nota pignola: sarei curioso di sapere in quale manifestazione del G8 genovese uno dei personaggi si sia trovato in dei vicoli, visto che erano tutti in piena zona rossa).

Capitano Alatriste – Arturo Pérez-Reverte (Il Saggiatore)
Bell’esercizio di stile, quello di scrivere un romanzo di cappa e spada come se fosse coevo di quelli di Dumas. E il Capitano è un personaggio affascinante che Pérez-Reverte riesce a dotare di una sua tridimensionalità, con il suo carattere malinconico. Piacevole.

Quando ero un Beatles – Giampiero Orselli (Theoria)
La storia di Pete Best, primo batterista dei Beatles, scaricato impietosamente poco prima di registrare il primo disco è la storia degli anni perduti dei Fab Four, quelli di cui Brian Epstein ha fatto svanire quasi ogni traccia fisica (centinaia di foto acquistate e distrutte), prima che i quattro facessero il resto imponendosi con un’immagine da bravi ragazzi. È la storia di concerti a turni massacranti nei locali di Amburgo, tra malavitosi, puttane, droghe, risse. Ed è anche per un pezzo la storia dell’altro Beatle perduto, Stu Sutcliffe.
Purtroppo il libro è poco più che un riassunto dell’autobiografia di Best, più volte citata. E va bene come primo assaggio sull’argomento ma lascia insoddisfatto chi voleva saperne un po’ di più su quello che è rimasto fuori dall’Anthology.
Bizzarre scelte nella resa dei nomi tedeschi: lo storico quartiere di St. Pauli diventa “San Paolo”, il fiume Elba resta “Elbe”.

La voce della nostra ombra – Jonathan Carroll (Fazi)
È un po’ deludente, questo romanzo di Carroll dei primi anni Ottanta. Perché se c’è già tutta la sua bravura nel descrivere personaggi realistici e le loro relazioni, non è ancora integrato bene l’aspetto sovrannaturale. Si resta così in attesa di un’esplosione che non arriva mai, neanche nel frettoloso finale.

Revolution in the head – Ian McDonald (Vintage Books)
La storia dei Beatles è una delle grandi storie del XX secolo. Non ci sarà mai più un fenomeno paragonabile ai quattro di Liverpool, per quello che possiamo osservare da qui, non per motivi musicali ma perché è irripetibile quell’intreccio di fattori che ha portato i Beatles a incarnare l’essenza stessa degli anni in cui hanno operato. Questa è, in estrema sintesi, la tesi che Ian McDonald espone nell’introduzione e nella postfazione di questa opera, che è una delle più complete ed esaurienti mai compilate sulle canzoni dei Fab Four. McDonald ha infatti schedato una per una tutte le canzoni incise dai Beatles, analizzando per ognuna le fonti di ispirazione, eventuali fatti musicali degni di nota, l’impatto e la fortuna commerciale, i musicisti presenti nelle sessioni e i loro ruoli, tutto quanto, non risparmiando bordate critiche quando sono necessarie. McDonald infatti è splendidamente idiosincratico e non si appiattisce mai sulla posizione “tutto quello che hanno fatto i Beatles è bellissimo, sempre”. Trova velleitaria buona parte della produzione di Harrison (il che rende per contrasto ancora più importanti gli elogi a “Something”), critica apertamente la faciloneria del confuso periodo post-Pepper, storce il naso davanti ai momenti più “rock” degli ultimi anni, nei quali secondo lui i quattro sacrificano e semplificano il loro talento (“While my guitar gently weeps” diventa addirittura una premonizione dello stadium rock), non risparmia frecciate alla musica dei decenni successivi agli anni Sessanta. Insomma, non un noioso e pedante fan ma un signore con delle idee ben precise e una penna vivace con cui esporle. Da qualunque lato si osservi, biografia dei Beatles, analisi di costume, prontuario di consigli spicci di produzione musicale, questo libro è un monumento che non dovrebbe mancare a chi si interessa di cultura pop. A completare il tutto, c’è poi una dettagliata cronologia comparata che dà conto degli eventi nella carriera dei Beatles, nel mondo e nella cultura di quegli anni.
In Italia è pubblicato da Mondadori, ma l’edizione tradotta è la prima; l’ultima edizione originale dà invece conto anche dei brani contenuti nei tre volumi dell’Anthology (e McDonald non si è particolarmente commosso davanti alla collaborazione postuma dei tre superstiti con John Lennon, per la cronaca).

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Tedeschia

Nella tradizione dei Grandi Resoconti di Viaggio di Buoni Presagi, alcuni appunti sparsi da una settimana tedesca. Ci sono anche le foto.

* Iniziamo con Emiliana Torrini perché il suo è l’unico vero grande singolo estivo di quest’anno (e in Italia mi pare di capire che non se lo fili nessuno – evidentemente Linus ha deciso che non gli piaceva e quindi cicca) (dannati gatekeeper) e se non andavo in Germania non lo scoprivo mica.

* Quest’anno è la seconda volta che vado in Germania. E più ci vado e più ci andrei (la Germania sarebbe un posto meraviglioso, se solo fosse sottotitolata, anche solo in spagnolo). Nel senso che poi appena torno in Italia mi prende una tristezza inverosimile, se confronto lì e qui. Intendiamoci. Credo di non essere così ingenuo da fare quello che va una settimana in un posto e torna pensando che sia il posto più bello del mondo e che l’Italia blablabla. Però quello che mi sembra, girando per le città, prendendo i treni, gli autobus, guardando quel poco di tv che riesco a capire è che i tedeschi vivano molto più sereni e tranquilli di noi. E poi per una settimana non ho visto nessuna ragazza con gli stivaletti infradito.

* Viaggiare in aereo mi piace un sacco. Venire taglieggiato di cinque euro per arrivare all’aeroporto di Bologna con il malefico Volabus un po’ meno. Una delle cose più sgradevoli che mi succedono di solito è che tra il check in e l’imbarco mi succede almeno una volta ogni cinque minuti di domandarmi terrorizzato dove ho lasciato il mio bagaglio. Comunque al controllo bagagli mi hanno passato un qualche tampone sulla borsa. Credevo fosse per la dddroga e invece è un controllo per verificare la presenza di esplosivi.

* La mancanza di reti wireless gratuite negli aeroporti che ho visitato in questo viaggio (Bologna, Monaco, Amburgo, Francoforte) mi pare un po’ anacronistica. Ho pagato, dammi un codice per mezz’ora stampato sulla carta di imbarco, che ti costa? Spettacolare il meccanismo delle postazioni internet a pagamento a Bologna: devi scegliere un nome utente e una password e il tuo numero di cellulare, poi il sistema ti manda un SMS con il codice di attivazione. Tutto questo per navigare da un fuffa-computer pubblico spendendo 10 cent al minuto (stesso prezzo in Germania, ma niente procedura di autenticazione via SMS, ringraziamo Beppe Pisanu)

* Il clima ad Amburgo è un po’ variabile: coperto, pioggia leggera, pioggia forte, sole, coperto, nuvole che sfrecciano a 200 km/h, pioggia forte, pioggia debole, pioggia a secchiellate, sole. Tutto questo nei primi dieci minuti, poi mi sono stufato di farci caso e mi sono adeguato agli usi degli indigeni, che sembrano fregarsene bellamente. Bella città, ma forse ora capisco perché Michael Weikath, fondatore degli Helloween, alla fine è andato a vivere a Tenerife.

* Il quartiere di St Pauli, ad Amburgo, è un po’ triste. Ma nonostante sia il quartiere dei locali zozzi e dei sexy shop ho visto molte meno tette che in un blocco pubblicitario Rai. Ho vagolato un po’ sulla strada principale con il testa il ritornello dell’omonima canzone degli Art Brut (“Punk rock ist nicht tot”), poi sono sceso verso il fiume.
Sul fiume c’è una specie di passeggiata costellata da locali, negozi di souvenir e uffici dove puoi prenotare giri in nave del porto. Un sacco di gente che lavora in quest’ultima attività ha una somiglianza notevole con il vecchio Capitan Findus. Tira vento e l’acqua ha il colore del piombo fuso. Figata.
Non ho trovato tracce del passaggio dei Beatles da queste parti all’epoca del loro turbolento apprendistato; magari nei sexy shop vendono vibratori a forma di Paul, ma non ho controllato.

* Turismo piromane: Amburgo è la seconda città che visito, dopo Dresda, in cui la ferocia dei bombardamenti alleati ha causato una tempesta di fuoco (o feuersturm). Come funziona una tempesta di fuoco? Facile: quando si sviluppa un fuoco di dimensioni molto grandi l’aria circostante viene attirata verso la fonte di calore con forza sufficiente da creare delle vere e proprie correnti d’aria. Che a loro volta possono creare piccoli tornado infuocati e altri fenomeni terribilmente distruttivi. Nella guerra moderna, la tempesta di fuoco non è un effetto collaterale indesiderato, ma un evento che si cerca di far verificare il più possibile. Ad Amburgo, raccontano le cronache, prese fuoco l’asfalto, le persone nei rifugi antiaereo morirono carbonizzate per il calore mentre altri, allo scoperto, vennero risucchiati e trascinati nella colonna di fuoco (secondo alcuni anche il sacco di Magdeburgo del 1631 fu seguito da un incendio di proporzioni tali da ricreare questo fenomeno, nel qual caso le città che ho visitato salgono a tre).

Caspar David Friedrich, Viandante sul mare di nebbia

Caspar David Friedrich, Viandante sul mare di nebbia

* Amburgo ha una galleria d’arte abbastanza interessante ed estesa. Tra l’altro custodisce questo quadro qua, che in originale è molto meno cupo di quanto mi immaginassi. C’è anche il Mare di ghiaccio, dello stesso autore, che fa sempre la sua figura. Poi io tendo ad avere un limite congenito e dopo un certo numero di quadri inizio a fondere, quindi forse non sono stato una compagnia propriamente amabile. Però ho visto molte cose belle e sono contento di averle viste.
Tra l’altro c’era anche una mostra dedicata a un artista pop tedesco (divertente) e, nei sotterranei, una serie di installazioni un po’ così (ma lì sono io che sono gretto e non capisco lo splendore struggente di un kayak con entrambe le estremità segate e appoggiate lì a fianco. Credo)

* Siamo stati anche Lubecca, la città in cui Manfred Mann ha ambientato le sue opere rock più famose, come The Buddha in Rock e Tommy Kröger.
Il confine con la DDR passava a pochi chilometri dal centro della città. Dove c’era il posto di blocco occidentale adesso c’è un piccolo museo, dove proiettano anche un breve documentario sull’apertura improvvisa delle frontiere il 9 novembre 1989 (per le modalità, raro capolavoro di idiozia di un regime arrivato per la sua idiozia alla frutta marcia). A un certo punto si vede un espositore di giornali stranieri, tutti che titolano varianti del concetto “la Germania è riunita”. Fa eccezione Repubblica: “Scoppia il caso Berlino”. Just don’t ask.

* La Playmobil ha messo in vendita un meraviglioso blister con due personaggi: il poliziotto e il black bloc. E una favolosa linea di pirati zombie.

* Anche i treni tedeschi possono viaggiare in ritardo. Capita. La cosa dell’altro mondo, per un pendolare italiano, è che nel caso il capotreno prende immediatamente il microfono e spiega dalla sua viva voce i motivi del ritardo e la sua durata prevista. È vero, i biglietti sono più cari, ma il servizio non è nemmeno lontanamente paragonabile.
Una cosa divertente di cui mi accorgo in treno è che, visto il tempo variabile, c’è una certa schizofrenia nel vestire, un continuum che va da bermuda maglietta e infradito fino a pantaloni pesanti e giacca a vento, passando per tutte le combinazioni intermedie.

* Un giorno a pranzo, per sentirmi quasi un personaggio di Larsson ordino un bagel con salmone e semi di senape e una tazza di caffè lungo (non fate quelle facce lì, che vi vedo: era tutto buonissimo. Pensate alla pasta al microonde che mangiate al bar in pausa pranzo).

Hitler, a German Fate (1932)

Hitler, a German Fate (1932)

* A Ratzeburg (pittoresca cittadina su un lago) visita al museo di Andreas Paul Weber, illustratore e pittore tedesco. Che non conoscevamo, ma stava iniziando a piovere e mettersi al riparo sembrava la cosa migliore. I lavori di Weber sono un po’ nella tradizione di Dorè e spesso dannatamente inquietanti. Ma la cosa migliore del museo, per me, è l’archivio delle pietre litografiche; non ne avevo mai viste dal vivo e fa davvero impressione la precisione con cui sono incise sulla pietra tutte le linee dell’illustrazione.

* Al ritorno, come al solito, mi prende un po’ la malinconia da rientro in Italia. In aeroporto compro un libro di King in inglese, per tirarlo fuori alla bisogna e fingermi così straniero in caso di incontri con connazionali molesti e potenzialmente ansiosi di comunicare. Poi però mi dedico di buona lena ad affrontare il terzo tomo della saga di Larsson (che Barbalbero vi fulmini, amici della Marsilio: capisco il venire incontro agli ipovedenti, però perché stamparlo con caratteri da sussidiario e costringere la gente ad andare in giro con dei tomi di quelle – scomodissime – dimensioni quando poi in realtà il libro non è così lungo? Sono quei momenti in cui mi viene voglia di comprare un iPod Touch da adibire a lettore di ebook) (il Kindle è BRUTTO, fatevene una ragione, amici di Amazon), vergognandomi tantissimo perché poi sembro uno di quelli che legge un libro all’anno, quello che gli ha regalato a Natale un suo cugino di secondo grado (che l’ha comprato alle 19.54 del 24 dicembre, entrando in Feltrinelli per l’unica volta all’anno e comprando quello di cui c’era la torre più alta vicino all’ingresso).

* Comunque la Lufthansa non dà più niente da mangiare nei voli brevi, nemmeno quelli che si svolgono in orari coincidenti con pranzo o cena (o almeno a me è andata così). In compenso se gli chiedi la birra ti danno una bottiglia di vetro (prendete appunti, aspiranti dirottatori) da 33 cl, invece che lo striminizito bicchierino di qualsiasi altra cosa.

* Una dimostrazione che in Italia ti trattano con il culo? Ho viaggiato spedendo come bagaglio un borsone. A Monaco ero seduto sopra il portellone della stiva e ho visto caricare i bagagli sul nastro trasportatore. Il borsone mi è passato sotto gli occhi correttamente orientata; e anche ad Amburgo al ritiro bagagli era dritto. Idem tutti gli altri borsoni. A Bologna, invece, è sbucato sul nastro dei bagagli accuratamente ribaltato. Così come tutti gli altri borsoni, evidentemente lanciati secondo il metodo noto come “a cazzo di cane”.

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