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Martin Mystère – Le Nuove Avventure a Colori

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Copertina di Lucio Filippucci, colori di Daniele Rudoni

La prima cosa che ti viene in mente dopo la prima ventina di pagine del primo numero della nuova serie dedicata a (un) Martin Mystère è “va beh, ma questo non è Martin Mystère”. Subito dopo, appare al dottoressa Grazia Arcazzo che ci complimenta con te, visto che prima di iniziare la storia hai letto l’editoriale di Alfredo Castelli che ti spiega per filo e per segno la genesi della serie: nata dalle idee per una mai realizzata serie tv, reinventa MM come se fosse stato concepito oggi e non all’inizio degli anni Ottanta, rielaborando sia il personaggio (e i comprimari) sia il modo di raccontare le sue avventure.
Questo secondo aspetto è forse quello che, a fine lettura, colpisce di più. La serie classica di Martin Mystère è famosa (e/o famigerata, dipende dal gusto personale e dall’abilità dei singoli autori) per la verbosità: nelle storie del Detective dell’Impossibile si parla tantissimo, vengono spiegate tantissime cose in modo più che dettagliato. E può succedere che succeda non molto. Il ritmo narrativo delle Nuove Avventure a Colori (almeno da in questo primo numero – il secondo è già uscito ma solo a Lucca Comics e non ho pensato di chiedere a qualcuno di portarmelo) invece è indiavolato. Era una delle promesse degli autori, quella di usare una narrazione più serrata e “televisiva”, ed è stata ampiamente mantenuta. Il primo assaggio lo si trova proprio all’inizio dell’albo, quando Mystère spiega in un balloon che cosa sia La battaglia di Anghiari, il perduto affresco di Leonardo da Vinci per Palazzo Vecchio a Firenze; nella serie classica ci sarebbero volute almeno un paio di tavole in stile La Storia d’Italia a fumetti di Enzo Biagi. Poi la storia prende davvero il via e corre a rotta di collo fino alla fine dell’albo.

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Bonelliana – Gennaio 2016

Sergio_Bonelli_Editore

Con l’anno nuovo cerco di fare rivivere una rubrica che ha avuto vita brevissima: Bonelliana, le recensioni dei fumetti Bonelli che ho letto il mese precedente. Contiene Adam Wild, Le Storie, Nathan Never, Morgan Lost, Dylan Dog. Continua a leggere

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Bonelliana, febbraio 2015 (Adam Wild, Dampyr, Dylan Dog, Tex, Julia, Ringo, Le Storie)

Sergio_Bonelli_Editore

Provo a ridare vita a una rubrica regolare: nasce oggi Bonelliana, che si occuperà degli albi Bonelli letti nel mese passato.
Perché solo i Bonelli? Perché ne leggo diversi, da quasi quindici anni, e trovo interessante la fase nuova che si è aperta nella casa editrice dopo la morte di Sergio Bonelli (a proposito, qui si può scaricare l’ebook collettivo che assemblai su di lui).
Quindi è una roba un po’ da fanboy. Astenersi “i fumetti Bonelli sono tutti copiati”, “Dylan Dog è finito con il numero 100”, “Kit Carson mica era quello lì” e via dicendo.

Copertina di Darko Petrovic

Copertina di Darko Petrovic

Adam Wild 5, “La terza luna”
(Gianfranco Manfredi – Antonio Lucchi)

In appena due numeri, AW è diventato una delle mie serie irrinunciabili. Dopo la pesantezza di Shangai Devil, Manfredi ha azzeccato un personaggio sopra le righe, che riesce a essere il classico eroe tutto d’un pezzo senza sembrare anticaglia da museo. Merito probabilmente della cura con cui è ricostruita l’Africa ottocentesca e del cast di comprimari, su cui spicca il nobile italiano Narciso Molfetta, figura che come già Poe in Magico Vento esula dai tipici doveri della spalla bonelliana senza però distaccarsi completamente da quel ruolo. Per farla breve, questo quinto numero conferma quanto di buono visto finora: una storia lineare ma trascinante, cattivi facilmente identificabili, azione, violenza e nozioni storiche. Ai disegni, Lucchi si produce in un esordio poderoso e dinamico, forse fin troppo: il suo stile si distacca da quello più realistico visto finora nella serie e avrebbe fatto faville su una serie più “guascona” come Long Wei.
Però niente da dire: we want more.

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Il grande Belzoni

Pub.Bonelli

È uscito il 30 ottobre e non sono quanto resterà in edicola

Avevo già citato a proposito di Felice Benuzzi la teoria del mio amico Flavio secondo la quale in un dato campo dell’agire umano c’è almeno un italiano che ha fatto delle cose notevoli per lo più sconosciute dai suoi connazionali.
Giovanni Battista Belzoni, padovano di nascita, inglese d’azione, avventuriero ed esploratore in Egitto, è un altro di quei personaggi. Nato a Padova nel 1778, è stato uno dei pionieri dell’egittologia all’inizio del XIX secolo. Ha scoperto tombe (la più famosa quella di Seti I) e ha localizzato l’ingresso alla piramide di Chefren, fino a quel momento – tombaroli a parte – considerata priva di camera sepolcrale. Per sicurezza firmò anche la sua scoperta. Tornato in Inghilterra, organizzò tra le altre cose la prima esposizione sull’antico Egitto, con tanto di ricostruzione della tomba di Seti I da lui scoperta.
Morì in Africa, mentre cercava di raggiungere Timbuctu, in cui all’epoca da secoli nessun occidentale aveva mai messo piede.

Ma prima di dedicarsi all’esplorazione di antichità era stato un fenomeno da baraccone in Inghilterra: la sua statura (due metri) e la stazza imponente gli permettevano di interpretare il personaggio del “Sansone Patagonico”. In questa veste, si caricava addosso una decina di persone e le portava in giro per il palco.
Un personaggio, come dicono gli inglesi, “larger than life”, a cui sembra si sia ispirato anche George Lucas per il personaggio di Indiana Jones.
Dice: e a un tizio così nessuno ha pensato di dedicare un romanzo, qualcosa?
No, almeno in Italia (su amazon si trova un ebook di un autore che fa vivere al padovano avventure pulp-avventurose), almeno fino a che Walter Venturi, fumettista già visto all’opera sulle pagine di John Doe e Zagor, non è riuscito a convincere la Bonelli a pubblicare la sua ricostruzione della vita di Belzoni.
Un balenottero di 272 pagine che mescola con grande disinvoltura il racconto biografico e la storia avventurosa, miscelando con cura i due ingredienti a seconda delle necessità, ma senza mai diventare un pastiche fantastico (niente steampunk, niente zombi, niente mummie redivive, per intenderci).

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Fin dalle prime pagine, Belzoni è una figura tratteggiata con molti chiaroscuri: è violento, minaccioso e spinto da ossessioni che gli fanno calpestare tutto quello che sta sulla sua strada. Ma allo stesso è un puro, incapace di rendersi conto, per entusiasmo, quando sta venendo ingannato. Non è un bonario Bud Spencer in costume, è più una specie di Conan di inizio Ottocento (tanto che a un certo punto tira un pugno a un cammello).
La storia si alterna tra due piani temporali ed esplode in una straordinaria sequenza che è quanto di più coerentemente epico abbia visto disegnato da qualche tempo a questa parte, roba che il Conan di Roy Thomas al confronto è la Pimpa.
Venturi racconta la sua storia rispettando con molta diligenza la gabbia bonelliana (3 strisce di due vignette e permutazioni), in tavole di grande potenza e precisione grafica, che in alcuni dettagli possono richiamare alla mente qualcosa di Magnus.

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Belzoni-3Un lavorone, insomma.
Un fumetto epico che ha il pregio di cercare di fare conoscere un personaggio affascinante quasi più sepolto dalle sabbie del tempo delle rovine che ha scavato. E che rischia pure lui di scomparire dal mercato troppo in fretta (a questo punto potrei inserire tutta una tirata sui fighetti che chiamano “GRAPHIC NOVEL” narrazioni ombelicali di una manciata di pagine e davanti a queste cose invece storcono il naso e dicono “ah, ma è un fumetto”, ma lasciamo perdere).
Per cui una segnalazione ci sta tutta, prima che sparisca dalle edicole.
Sono nove euro e cinquanta per 272 pagine.

(se poi uno volesse approfondire su Belzoni, io mi sono preso Il gigante del Nilo, un saggione “serio” che ricostruisce nel dettaglio la vita del personaggio e i suoi tempi. In alternativa, i resoconti dello stesso Belzoni si trovano su Google Books, anche in italiano)

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