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Born in the USA, reloaded

La storia di Scott Olsen, il ragazzo colpito alla testa da un proiettile di gomma sparato da un poliziotto durante lo sgombero di Occupy Oakland, in California, ha tutti i contorni della storia “esemplare”, quella che sembra quasi costruita a tavolino per dimostrare delle tesi.
Olsen infatti aveva fatto due turni in Iraq nei Marines, prima di entrare a fare parte dell’associazione Veterans for peace. Dalle notizie che arrivano di raccolte di fondi per coprire le spese mediche, il ragazzo non ha nemmeno un’assicurazione per le spese mediche (e come ricorderete, il progetto di Obama di dotare gli USA di un servizio sanitario nazionale sostenuto dalle tasse è stato bollato di essere l’anticamera del nazismo). L’attuale situazione clinica di Olsen è che per i danni al cervello non riesce più a parlare (e non si sa se tornerà a farlo) e nemmeno scrivere correttamente. Non male come esplicitazione del concetto “mettere a tacere le proteste”: fosse una storia, sarebbe goffamente didascalica.
Ma gli Stati Uniti sono in guerra dal 2001. Tra Iraq e Afghanistan, hanno mandato sul campo più di due milioni di soldati, in gran parte ragazzi come Olsen. Olsen ha un lavoro, ma il tasso di disoccupazione tra questi nuovi “veterani” era del 15% a gennaio 2011 (contro il 9% nazionale). Una mezza generazione di gente che ha combattuto in una guerra dai confini e dagli scopi fumosi – in cui c’è stato chi ha fatto cose ancora più orribili delle cose orribili che vengono richieste normalmente ai soldati.
E che tornata a casa si è trovata in una versione aggiornata di Born in the USA, la canzone di Springsteen sui reduci del Vietnam che per qualche misterioso motivo (per modo di dire: un arrangiamento beffardamente stallonian-reaganiano la cui ironia non è stata colta) diventato un inno all’America-America.
È una generazione che non è ancora stata raccontata da libri e film, protagonista di guerre sempre meno visibili (il ritiro dall’Iraq è imminente, ma l’Afghanistan continua a essere un inferno), ma che probabilmente nel frattempo si sta facendo sentire nei vari occupy, che esprimono il disagio per una politica guidata dalle stesse logiche dell’economia che hanno portato alle due guerre mediorientiali.
Una generazione di cui Scott Olsen rischia di diventare una specie di eroe e simbolo.

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Autodifesa – settembre 2011

Settembre è stato un mese in cui, non so bene perché, forse perché mi sono capitati tra le mani libri parecchio svelti, ho letto parecchio. Per questo ci ho messo un po’ a finire il post. Ma ce l’ho fatta.

More about The StandIntanto, ho finito The Stand, di Stephen King, il romanzo in Italia noto come “L’ombra dello scorpione”. Un titolo enigmatico, quello italiano, che chissà da dove è saltato fuori (il titolo inglese significa più o meno “La resistenza”; in spagnolo e portoghese si chiama “La danza della morte”, in francese “L’epidemia” e in tedesco “The stand”) e che batte persino “Una splendida festa di morte” (titolo italiano della prima edizione di “The Shining”) come traduzione più casuale di un titolo kinghiano, visto che se non altro in Shining si fa cenno alle feste dell’Overlook e di morte ce n’è quanta se ne vuole. Di scorpioni e di ombre, invece, qui non ne ricordo.
Comunque, la storia la sanno pure i sassi, oggi: i militari sviluppano un super-virus, per un errore il virus sfugge di mano e stermina praticamente tutta la popolazione mondiale. In America, si fronteggiano due gruppi di sopravvissuti: i Buoni e i Kattivi. Benché il romanzo sia famoso per la presenza di Randall Flagg, il cattivo kinghiano per antonomasia, la parte davvero imperdibile è quella iniziale, in cui King avvolge le storie dei suoi personaggi attorno al diffondersi dell’epidemia e in cui descrive il progressivo sfascio della civiltà e della società così come le conosciamo. È un King pienamente a suo agio nel fare quello che sa fare meglio: raccontare le vite di gente normale, costruire personaggi un pezzettino alla volta, creare scene apparentemente normali in cui si inseriscono piccoli elementi disturbanti. Una menzione particolare per l’heinleiniano professor Bateman. Anche il capitolo in cui entra in scena Flagg è un capolavoro di scrittura e narrazione.
Poi, però, si formano queste due benedette comunità, i Buoni e i Kattivi, e la noia inizia a scorrere sovrana. Tra l’altro il finale è (letteralmente) un terrificante deus ex machina, e non ci capisce nemmeno bene che utilità abbia la spedizione della delegazione dei buoni a Las Vegas, visto che è del tutto ininfluente su quanto succede (nonostante sia stata “ordinata” dall’alto). E purtroppo Flagg, alla fine dei conti, è un super-cattivo allo stesso livello di inettitudine di Voldemort.
Boh, davvero boh. Se fosse tutto bello come la prima parte, sarebbe un capolavoro assurdo. Lo scontro tra il Bene e il Male (nei termini in cui è raccontato, poi!) lo rende invece un mattonazzo pazzesco nella seconda metà. Tra l’altro, la versione attuale è un’espansione pubblicata alla fine degli anni 80 dell’originale pubblicato dieci anni prima (che a quanto ho capito si dilungava meno sull’espansione dell’epidemia – che è appunto la parte migliore) e la vicenda che prima si svolgeva all’inizio degli anni 80 adesso si svolge all’inizio degli anni 90. Purtroppo il lavoro di aggiornamento dei riferimenti culturali e temporali non è stato particolarmente curato e i personaggi escono da degli anni 80 che assomigliano terribilmente agli anni 70.
Mentre leggevo mi domandavo come suonasse “Baby can you dig your man?”, il successo di Larry Underwood. Ho scoperto che è stata registrata da Al Kooper per una miniserie tv tratta dal libro:

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Da Sarkò a Joey Ramone in quattro mosse

Questo è il 1978, questi sono gli Shakin’ Street e sono un gruppo francese di hard rock. Ma questo in realtà è un crocevia di gente, luoghi, musiche diverse.

Prendete la cantante leopardata.
Si chiama Fabienne Shine. Anzi, Fabienne Essaïgh, perché Shine è il cognome del suo primo manager.  A Parigi un giorno conobbe un certo Johnny Thunders, che per lei pare che scrisse una canzone chiamata “You can’t put your arms around a memory“, che visto che è stata rifatta dai Guns (o meglio dal solo Duff) in “The spaghetti incident?” è probabile che un bel po’ di persone nate tra la fine degli anni settanta e gli anni ottanta conoscano. Nel 1975 è fidanzata con Jimmy  Page e ha fatto un po’ di prove con lui e Plant, che le hano consigliato di mettere su un gruppo.
Uno dei primi chitarristi del progetto di madamoiselle Shine (che si chiama come una canzone degli MC5) si chiama Louis Bertignac, che poi se ne va quasi subito per formare i Téléphone, che paiono essere stati uno dei più famosi gruppi rock d’oltralpe tra gli anni settanta e ottanta. All’inizio del terzo millennio, tenetevi forte, è diventato il chitarrista di Carla Bruni.

Prendiamo poi il chitarrista con la camicia scura. Lui non è francese. È americano. New York City. All’anagrafe si chiama Ross Friedman, per qualche tempo si è fatto chiamare Ross Funicello, ma è più noto come Ross the Boss. Viene da un gruppo che si chiama(va) The Dictators e che è uno dei segreti meglio custoditi del protopunk newyorchese. Parlare dei Dictators è al di là degli obiettivi di questo post: ascoltate “Go Girls Crazy” e “Blood Brothers” (e poi gli altri due e il solista di Handsome Dick Manitoba – un uomo che è puro carisma) e buon divertimento. I Dictators giravano nella scena del CGBG, quindi è facile immaginare quali e quanti collegamenti ci siano tra Ross the Boss e mezzo punk newyorchese. È più sorprendete, invece, scoprire che Bruce Springsteen ha fatto un brevissimo cammeo in una canzone dei ‘tators: è quello che urla “1, 2, 1, 2, 3, 4” alla fine dell’assolo. The Boss e il Boss.

Per un certo periodo, nei Dictators suonò anche Mark Mendoza, che poi è diventato il bassista dei Twisted Sister.
E sempre per stare negli anni ottanta, ovviamente, uno dei motivi per cui Ross the Boss è noto ai più è che dopo essersene andato dagli Shakin’ Street (dove era stato portato dal manager Sandy Pearlman, più noto come manager e compositore dei Blue Öyster Cult, in sostituzione di un altro chitarrista, cacciato dopo che si era venduto la chitarra per comprare dell’eroina) ha fondato insieme a Joey De Maio i Manowar. La storia è, nel mondo metal, nota: gli Shakin Street erano in tour in Inghilterra con i Black Sabbath di cui Joey De Maio era un roadie e un giorno Ronnie James Dio (sempre sia lodato) ha presentato i due newyorchesi. We met on english ground, in the backstage room we heard the sound, and we all knew what we had to do.

Ma se state pensando che comunque, vabbeh, alla fine è tutta una roba tra metallari, preparatevi a trasalire.
L’altro chitarrista, quello con la maglia chiara, è francese. Si chiama Eric Levi. Ed è responsabile di crimini acustici contro l’umanità (o quantomeno contro le mie palle).
Vi ricordate gli anni novanta? Vi ricordate la New Age? Profezie di celestino, fiori di bach, sincretismo un tanto al chilo, musica di merda?
Vi ricordate ERA? Quella roba con synth pomposi e “atmosferici” e canti pseudogregoriani in latinorum?

Ecco. ERA era Eric Levi.

Così degrada il mondo.
Si parte da Johnny Thunders e Jimmy Page e si arriva a questa roba qua.

(Bonus: Joey Ramone + The Dictators – The kids are alright)

 

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