Archivi tag: dictators

Faster and Louder – The Dictators NYC @ Vicolo Bolognetti, 29/7/2014

Ma quindi, alla fine della fiera, come sono questi Dictators NYC, dal vivo?

The party starts NOW

The party starts NOW!

Una macchina da guerra.
Dal vivo, Handsome Dick Manitoba si conferma un concentrato di carisma e showmanship senza eguali. Dove non arriva con la voce arriva con il mestiere, è quasi impossibile staccargli gli occhi di dosso fin dal momento in cui sale sul palco. Ha quell’accento newyorchese che lo senti ed è subito il grande black out degli anni ’70. Su Baby let’s twist scende a cantare e ballare tra il pubblico. Scherza annunciando un set acustico. Si spruzza addosso acqua con uno spruzzino con sopra il logo dei Dictators (si intravede nella foto in alto). Gira filmati con il telefonino dal palco per fare vedere al figlio undicenne e fan del rap che c’è davvero gente che lo crede un figo. Si diverte e fa il suo mestiere, a sessant’anni suonati (e non tutti pacifici). Su internet ha scritto che questo tour europeo non vuole essere un modo di speculare su un marchio di successo ma l’occasione di costruire qualcosa; vuole che l’anno prossimo la band sia invitata di nuovo a suonare negli stessi posti. E si vede.
Dietro, la band suona compatta – e faster and louder – un impasto di punk e hard rock spinto da un batterista, “Thunderbolt” Patterson, che picchia come un mastro ferraio e da un bassista, Dean Rispler, che sa il fatto suo. Alle chitarre, Daniel Ray (produttore di alcuni dischi dei Ramones e collaboratore di Joey Ramone, tanto per dire che sul palco c’è dell’aristocrazia della NY punk) e Ross the Bass sono attaccati direttamente a due stack Marshall. Niente effetti, niente trucchetti. Sei corde, quattro dita, un cavo e uno stronzo che suona, per citare Keith Richards. Tutto è molto in your face e a un volume abbastanza preoccupante, cioè quello giusto per questa musica.

IMG_7599

Ross the Boss fa il suo lavoro di guitar hero con dedizione e senso scenico, prendendosi il proscenio a ogni assolo, sempre sparato a mille ma con quel gusto melodico viscerale che è il suo marchio di fabbrica qualunque cosa faccia. Guardare suonare per oltre un’ora uno dei miei chitarristi preferiti da mezzo metro scarso di distanza è stata un’esperienza surreale. Neanche fosse stata una clinic.

La scaletta ha saltato a piè pari il secondo disco, Manifest destiny, ma non è stato un male, anche perché quei pezzi non avrebbero reso molto in questa veste sonora più metallosa. Però si sono state Avenue A, New York New York, Two Tub Man, Faster and Louder, The Next Big Thing, Stay with Me, Who Will Save Rock and Roll, The Savage Beat, Baby Let’s Twist, I Stand Tall, The Party Starts Now. Un ottimo campionario dell’abilità di compositore di Andy Shernoff (che ha deciso di non essere più della partita da un sacco di tempo).
E poi una manciata di cover: Slow Death dei Flamin’ Groovies, American Beat dei Fleshtones e per finire una Kick Out the Jams degli MC5 che ha avuto più o meno l’effetto di una sassata in un formicaio.

Gente, per essere un martedì sera piovoso di fine luglio a Bologna ce n’era fin parecchia. Pochissimi fan dei Manowar lì solo per Ross the Boss, parecchi fan dei Dictators (e io che temevo di essere l’unico o giù di lì). Che sia stato un concerto in cui non c’è stato tempo per respirare lo dimostra il fatto che a due giorni di distanza su youtube non c’è nemmeno un video.
Dopo il concerto, tutti e cinque i membri del gruppo gironzolavano tranquilli nei pressi del banchetto del merchandising a firmare qualsiasi cosa, farsi fare foto e scambiare due chiacchiere.
Io a quel punto avevo il collo pezzi, un orecchio che fischiava in modo preoccupante e il collo indolenzito, segno che il concerto era stato un successone.

Per chi può, la prossima data italiana è sabato sera a Seregno (MB).

 

 

Annunci

Lascia un commento

Archiviato in musica

The next big thing – I Dictators, il rock and roll e tutto quanto – 1

tumblr_l9sdw1WCTS1qckm0wo1_500

I Dictators sono uno dei segreti meglio custoditi del rock and roll. E incidentalmente uno dei miei gruppi di sempre, amati di un amore che non avrei mai creduto di potere provare per un gruppo scoperto ormai lontano dall’adolescenza. Ne ho parlato un paio di volte, qui e nel resoconto del viaggio a New York.
Ma siccome i Dictators (o meglio i Dictators NYC, formula dietro alla quale si nascondono alcune menate tra i membri fondatori e il fatto che della formazione originale sopravvivono solo due membri) sono appena sbarcati in Europa per un tour che toccherà anche l’Italia per ben quattro date, mi sembra giusto condividere questo segreto con il mondo (inteso come: quelli che curiosamente hanno ancora questo blog nel feed reader).

Dalla Rolling Stones Record Guide del 1982. D.M. è Dave Marsh, cofondatore di Creem e una delle 120.000 persone che si contendono il titolo di "prima persona ad avere usato il termine PUNK parlando di musica"

Dalla Rolling Stones Record Guide del 1982. D.M. è Dave Marsh, cofondatore di Creem e una delle 120.000 persone che si contendono il titolo di “prima persona ad avere usato il termine PUNK parlando di musica”

1. I Dictators sono stati fondati attorno al 1973 da Andy Shernoff, bassista e cantante, che a 16 anni aveva fondato la fanzine Teenage Wasteland Gazette, per la quale scrisse qualcosa anche Lester Bangs.

2. Il loro primo disco è del 1973, si intitola The Dictators Go Girl Crazy ed è stato prodotto da Murray Krugman e Sandy Pearlman, che all’epoca gestivano anche i Blue Öyster Cult. Non fu propriamente un successo commerciale, però ispirò due ventenni di nome John Holmstrom e Legs McNeil a fondare una fanzine sperando di potere un giorno intervistare la band. Quella rivista si chiamava “PUNK!”, forse ne avete sentito parlare. Per sfiga, quando i due chiamarono la Epic per chiedere un’intervista al gruppo si sentirono dire che il gruppo si era sciolto e tanti saluti.
Toh, ascoltatelo tutto, tanto è breve:

3. Un paio di canzoni del primo disco sono cantante da “Handsome Dick Manitoba”, al secolo Richard Bloom, amico di Shernoff e roadie tuttofare della band. Narrano le cronache come roadie Manitoba fosse un disastro, in qualsiasi mansione (dalla guida alla cucina); in compenso una sera del 1974 salì sul palco (per la prima volta in vita sua) per cantare Wild Thing. Doveva essere una specie di scherzo, ma il pubblico impazzì letteralmente, non tanto perché Manitoba sia un grande cantante (anzi), ma per il carisma promanato a profusione. Da lì, è diventato la “secret weapon del gruppo” e quando Pearlman e Krugman hanno messo sotto contratto il gruppo hanno preteso che diventasse un membro ufficiale.

4. Tra le altre bizzarre decisioni di Pearlman ci fu anche quella di cambiare il cognome di Ross da Friedman a Funicello, perché l’idea dell’italo-americana tirava di più. Il cognome gli resterà appiccicato almeno fino ai primi dischi dei Manowar.

5. L’ultimo concerto prima dello scioglimento temporaneo nel 1975 fu a una roba che si chiamava Miss All Bare America. Abbiamo una foto dell’edizione del 1977 (mandate a letto i bambini):

Foto di Roberta Bayley

Foto di Roberta Bayley

Edizione del 1975

Edizione del 1975

6. Si riformano all’inizio del 1976. Shernoff si fa un po’ da parte e si presenta come bassista Mark “The Animal” Mendoza. Ha una testa di capelli afro da fare paura e suona come un mastro ferraio. Probabilmente le due cose non sono collegate, ma qualche settimana dopo il palazzo in cui provano crolla mentre loro non ci sono.

7. Manitoba è il protagonista di uno degli eventi più citati nei libri sugli anni punk di New York: “The Wayne County Incident”. Wayne County era all’epoca un cantante transessuale e si stava esibendo con il suo gruppo al CBGB’s. Ubriaco, Manitoba si mette a insultarlo. Questo è il punto su cui tutti i testimoni concordano, perché poi le interpretazioni divergono: per alcuni era un attacco omofobo in piena regola, per altri aveva sempre fatto parte del gioco. Fatto sta che a un certo punto Manitoba mette un piede sul palco. Il CBGB’s era un buco, pare che per andare in bagno fosse una strada obbligata. Oppure voleva menarlo? Anche qui i resoconti divergono. Quello su cui tutti concordano è l’epilogo: Wayne County urla una roba tipo “CICCIONEDDIMMERDAHAIROTTOILCAZZO” e schianta l’asta del microfono addosso a Manitoba. La scena pare sia stata molto buffa, perché i due protagonisti sono questi:

Handsome Dick Manitoba (a sinistra, l'altro è Muddy Waters)

Handsome Dick Manitoba (a destra, l’altro è Muddy Waters)

Wayne County

Wayne County

Manitoba crolla a terra in un bagno di sangue. Il colpo gli ha sfasciato la clavicola.
Succede ovviamente un casino. I Dictators sono ostracizzati più o meno da chiunque, tanto che la rivista PUNK! si sente in dovere di fare qualcosa per il suo gruppo ispiratore. Per prima cosa, chiede un articolo a Lester Bangs. Bangs, che sta per trasferirsi a New York, manda una sbrodolata allucinante sulla “Mafia gay di New York”, poi rinsavisce e chiede che non venga pubblicato. Il pezzo si trova online e non è tra le cose migliori di Bangs. Tempo fa provai a tradurlo, ma è un inferno:

Ma questa non è una novità. Queste stronzate sono vecchie come Brian Epstein. Più vecchio. Se volessi tirartela davvero da artista e vantarti della tua erudizione potresti risalire a tutta la documentazione sul fatto che Nijinsky dovette lasciarsi fottere nel culo da Diaghilev per diventare “un successo”. È come tutte quelle stronzate che hai letto su Hollywood, le attricette e il divano per i provini, ed è tutto VERO, a parte che sono e sono stati i bei ragazzi quelli che qualcuno si vuole succhiare. Mi ricordo nel ’66, sto vedendo qualcosa su Warhol e i Velvet sulla tv pubblica, sono lì a fumare erba con mio nipote mentre guardiamo i Velvet al Dom che suonano un’ininterrotta jam “orientale” con Cale che incombe sulla sua viola accordata aperta e Lou Reed che strimpella davanti a una muraglia di amplificatori e poi c’è uno stacco sul pubblico che è tutto pieno di questi scenaioli warholiani che ballano come coglioni su questo bordone senza muovere gomiti e ginocchia, in una catatonia metamfetaminica, e con tutta l’ingenuità del 1966 guardo mio nipote e gli dico “cioè, mi domando come potresti mai entrare a fare parte di un gruppo di gente del genere”.

Okay, non ce l’ho con il fare i pompini e non ce l’ho con gli omosessuali. Una persona etero non può permettersi di fare nulla di neanche lontanamente vicino a una cosa del genere in questo momento storico, perché come per i neri la memoria delle terribili oppressioni è ancora troppo fresca – a dire il vero là fuori dove la maggior parte degli americani vive sono ancora cosa di tutti i giorni, il che vuol dire che mi scuso se suona paternalistico ma mi sento dispiaciuto per chiunque debba vivere tra completi rincoglioniti che ammiccano a loro con occhi che luccicano di gioia sadica solo perché capita che siano un po’ diversi in un modo o nel’altro. Ci sono delle sofferenze dietro all’essere alla moda, dietro alle stronzate S&M/D&D effeminate che qualunque sadico o masochista degno di questo nome dovrebbe odiare almeno quanto le odia l’autore di questo pezzo, dolori che hanno a che fare con sorrisetti alle spalle e individui chiaramente incompleti, coglioni repressi che ti vogliono fare mangiare merda perché ami o ami fare l’amore con persone del tuo stesso sesso o hai altre propensioni che non rientrano nelle strette maglie del loro eterno terrore…

Comunque l’altra cosa che fanno quelli di Punk! è organizzare ai Dictators un concerto, in un locale nuovo e fuori dal giro, che attira un sacco di gente incuriosita e che vuole vedere questi tizi di cui ha tanto sentito parlare.

8. Il secondo disco si chiama Manifest Destiny. Shernoff ci suona le tastiere. È il disco meno riuscito del gruppo, anche se contiene almeno due perle.
Una è Young, fast, scientific, che contiene il verso “rock and roll made a man out of me” che è talmente enorme che i KEAP hanno dovuto scrivere una canzone con quel titolo.

L’altra è la cover di Search and destroy degli Stooges che, beh, fate un po’ voi.

Neanche questo disco va bene e nel 1978 Mendoza se ne va, per finire poi nei Twisted Sisters. Shernoff torna a fare il bassista a tempo pieno e scrive le canzoni per un nuovo disco.

9. Bloodbrothers è il titolo del terzo disco, il primo in cui Manitoba canta TUTTE LE CANZONI. Il fatto che non sia un cantante è opzionale. Non ci fai quasi nemmeno caso.
Il disco è famoso per un featuring misconosciuto, quello di Bruce Springsteen.
New York in quegli anni era un posto dove succedevano un sacco di cose, musicalmente, e Springsteen era uno con le orecchie lunghe e frequentazioni variegate (come dovreste sapere, visto che scrisse Because the night per Patti Smith e Hungry Heart per i Ramones, salvo poi tenersela per sé) (se volete approfondire la NYC musicale di quegli anni, c’è un buon libro da poco pubblicato in Italia da Codice Edizioni: New York 1973-1978. Cinque anni che hanno rivoluzionato la musica). Fatto sta che Springsteen è nello studio di fianco che registra Darkness on the edge of town, in una pausa si affaccia e chiede se gli fanno fare qualcosa, nello specifico urlare ONE! TWO! ONE TWO THREE FOUR! alla fine dell’assolo di Faster and Louder.
Altri due pezzoni sono Stay with me, pezzo “alla Ramones”, e Baby Let’s Twist, che ebbe un minimo di vita radiofonica, una specie di Louie Louie in minore

(continua)

Lascia un commento

Archiviato in musica

Autodifesa – Agosto 2011

More about A Dance with DragonsStava diventando una barzelletta, al pari di Chinese Democracy dei Guns ’n Roses o di Duke Nuke ’em Forever. Che poi sono usciti davvero e non sono piaciuti più o meno a nessuno.
E a pensarci bene, che A dance with Dragons (Bantam) il quinto pluri-rimandato capitolo delle Cronache del Ghiaccio e del Fuoco di George R.R. Martin, potesse fare schifo era una possibilità concreta. Il suo precedessore, A Feast for Crows, è stato il volume più deludente della saga, tutto concentrato su personaggi noiosi a cui non succede quasi nulla; e a ogni rinvio della data di uscita, e poi alla scomparsa della stessa, il timore era quello che Martin si fosse stufato della sua creatura, magari dopo essersi reso conto che stava assumendo dimensioni non più umanamente gestibili. Del resto stiamo parlando di una serie fantasy che si articola su almeno tre macro-storie variamente intrecciate, popolate ciascuna da almeno una decina di personaggi principali: l’intreccio politico (il “gioco del trono” che dà il titolo al primo volume), il ritorno della magia nel mondo e un’imminente invasione di zombi (o assimilabili). Il tutto raccontato con un tono realistico e cinico e con pochissimi scrupoli nell’ammazzare personaggi tutt’altro che secondari.
Io, personalmente, non ho creduto all’uscita fino a che non ho potuto prenotarlo su Amazon. E fino a che una bella mattina di luglio non è comparso sul mio Kindle non ci ho comunque creduto davvero. E per fortuna è valsa la pena di aspettare tutti questi anni: intanto perché il libro è gigantesco. Io che leggo abbastanza veloce ci ho messo venti giorni buoni; non so quante pagine siano di preciso l’edizione cartacea, ma il volume è grosso davvero. E poi succedono un sacco di cose: le vicende scorrono all’inizio parallele a quelle del libro precedente, ma presentano tutti o quai i personaggi migliori della saga (non dico quali perché per chi ha letto solo il primo libro o ha visto la serie tv – che è bellissima – sarebbe uno spoiler anche sapere che certi personaggi sono ancora vivi) e poi, verso i tre quarti del volume, le proseguono.
Entrare nel dettaglio degli eventi è inutile perché chi non segue la saga non credo sia interessato e chi la segue magari vuole leggerseli da solo. Dico solo che, mentre leggevo, mi convincevo sempre di più che Martin sta diventando una specie di Dumas del XXI secolo, impegnato nella stesura di un hyper-feuilleton pieno di tradimenti, colpi di scena, rivelazioni, agnizioni, sangue, sesso e violenza (un Dumas ibridato con il buon De Sade, a volte). Potenzialmente, potrebbe andare avanti all’infinito, fino a che i lettori gli vanno dietro e gli danno corda; e forse lo farà, perché non riesco immaginare, dopo le rivelazioni di quest’ultimo volume, come farà a chiudere con soli due volumi, come previsto, la serie. Io penso che l’ultimo capitolo dell’ultimo libro sarà raccontato dal punto di vista di un gigantesco meteorite e tanti saluti a tutti.
Comunque i venti giorni di lettura sono stati un piacere continuo (fatti salvi forse i capitoli incentrati sulle pene d’amore di un certo personaggio femminili, che sembravano un po’ come mi immagino quei romanzi rosa con in copertina la dama tra le braccia di un nerboruto selvaggio – ma poi anche quella storyline tira fuori gli artigli) e forse siamo davanti all’apice della serie. Ho solo paura a pensare a quando dovrà uscire il prossimo. Speriamo bene.
In Italia uscirà, come da tradizione, diviso in almeno due volumi (se non tre): un buon motivo per armarsi di santa pazienza e leggerselo in inglese, che si imparano un sacco di parole arcaiche. Continua a leggere

9 commenti

Archiviato in Libri, Libri del mese, musica

Well NYC really has it all (2 di 10)

Mi piaceva il fatto che ci fosse una persona seduta sulla finestra delle scale anti incendio. Poi mi sono accorto che era lo stesso palazzo della copertina di Physical Graffiti dei Led Zeppelin

Se siete mai stati di notte al Porto Antico di Genova avete sicuramente visto i gabbiani che volano in tondo nella luce dei fari che illuminano il Bigo, tutti con dipinta sul becco un’espressione del tipo “ma che cazzo ci facciamo qui? Non dovrebbe essere notte? Perché c’è luce?”. Continua a leggere

3 commenti

Archiviato in musica, New York, viaggio

Da Sarkò a Joey Ramone in quattro mosse

Questo è il 1978, questi sono gli Shakin’ Street e sono un gruppo francese di hard rock. Ma questo in realtà è un crocevia di gente, luoghi, musiche diverse.

Prendete la cantante leopardata.
Si chiama Fabienne Shine. Anzi, Fabienne Essaïgh, perché Shine è il cognome del suo primo manager.  A Parigi un giorno conobbe un certo Johnny Thunders, che per lei pare che scrisse una canzone chiamata “You can’t put your arms around a memory“, che visto che è stata rifatta dai Guns (o meglio dal solo Duff) in “The spaghetti incident?” è probabile che un bel po’ di persone nate tra la fine degli anni settanta e gli anni ottanta conoscano. Nel 1975 è fidanzata con Jimmy  Page e ha fatto un po’ di prove con lui e Plant, che le hano consigliato di mettere su un gruppo.
Uno dei primi chitarristi del progetto di madamoiselle Shine (che si chiama come una canzone degli MC5) si chiama Louis Bertignac, che poi se ne va quasi subito per formare i Téléphone, che paiono essere stati uno dei più famosi gruppi rock d’oltralpe tra gli anni settanta e ottanta. All’inizio del terzo millennio, tenetevi forte, è diventato il chitarrista di Carla Bruni.

Prendiamo poi il chitarrista con la camicia scura. Lui non è francese. È americano. New York City. All’anagrafe si chiama Ross Friedman, per qualche tempo si è fatto chiamare Ross Funicello, ma è più noto come Ross the Boss. Viene da un gruppo che si chiama(va) The Dictators e che è uno dei segreti meglio custoditi del protopunk newyorchese. Parlare dei Dictators è al di là degli obiettivi di questo post: ascoltate “Go Girls Crazy” e “Blood Brothers” (e poi gli altri due e il solista di Handsome Dick Manitoba – un uomo che è puro carisma) e buon divertimento. I Dictators giravano nella scena del CGBG, quindi è facile immaginare quali e quanti collegamenti ci siano tra Ross the Boss e mezzo punk newyorchese. È più sorprendete, invece, scoprire che Bruce Springsteen ha fatto un brevissimo cammeo in una canzone dei ‘tators: è quello che urla “1, 2, 1, 2, 3, 4” alla fine dell’assolo. The Boss e il Boss.

Per un certo periodo, nei Dictators suonò anche Mark Mendoza, che poi è diventato il bassista dei Twisted Sister.
E sempre per stare negli anni ottanta, ovviamente, uno dei motivi per cui Ross the Boss è noto ai più è che dopo essersene andato dagli Shakin’ Street (dove era stato portato dal manager Sandy Pearlman, più noto come manager e compositore dei Blue Öyster Cult, in sostituzione di un altro chitarrista, cacciato dopo che si era venduto la chitarra per comprare dell’eroina) ha fondato insieme a Joey De Maio i Manowar. La storia è, nel mondo metal, nota: gli Shakin Street erano in tour in Inghilterra con i Black Sabbath di cui Joey De Maio era un roadie e un giorno Ronnie James Dio (sempre sia lodato) ha presentato i due newyorchesi. We met on english ground, in the backstage room we heard the sound, and we all knew what we had to do.

Ma se state pensando che comunque, vabbeh, alla fine è tutta una roba tra metallari, preparatevi a trasalire.
L’altro chitarrista, quello con la maglia chiara, è francese. Si chiama Eric Levi. Ed è responsabile di crimini acustici contro l’umanità (o quantomeno contro le mie palle).
Vi ricordate gli anni novanta? Vi ricordate la New Age? Profezie di celestino, fiori di bach, sincretismo un tanto al chilo, musica di merda?
Vi ricordate ERA? Quella roba con synth pomposi e “atmosferici” e canti pseudogregoriani in latinorum?

Ecco. ERA era Eric Levi.

Così degrada il mondo.
Si parte da Johnny Thunders e Jimmy Page e si arriva a questa roba qua.

(Bonus: Joey Ramone + The Dictators – The kids are alright)

 

1 Commento

Archiviato in musica