Archivi tag: dublino

In Dublin fair city (3 di 3)

Il Gallagher migliore è quello morto.

Si diceva che a Dublino tendenzialmente si mangia presto, specie se vuoi spendere poco.
Con il senso del tempo completamente partito, ci infiliamo a cena attorno alle 19.30, ma per me potevano essere le due di notte o le nove. Era buio, di più non so.
Affrontiamo una leggera cena locale a base di stufati, pane di segale e ciotole di burro salato (ho dovuto contenermi per non dare spettacolo, ma giuro che avrei chiesto dell’altro pane per finire tutta la ciotola) e siamo pronti a buttarci di nuovo nella rutilante vita notturna dublinese!
(scusate il punto esclamativo e il grassetto, per un attimo ero convinto di stare scrivendo per nuok.it)

Prima torniamo verso Occupy Dame Street, dove c’è della gente che suona. Come ovunque a Dublino.
Poi scendiamo di nuovo per Grafton Street, dove c’è dell’altra gente che suona. Anzi, che Suona, con la S maiuscola: sono in due, batteria e basso, quarant’anni in due a dir tanto e sparano del funk precisissimo e orecchiabile come se niente fosse. Gli lascio degli spicci che se li meritano davvero.
Arriviamo fino in fondo alla via, a St Stephen’s Green e ci troviamo davanti a un hen party, un addio al nubilato, organizzato con i fiocchi: una trentina di donne dai venti ai cinquant’anni che sbarcano da un pullmino a noleggio, tutte vestite coordinate con cappello di pailettes, giarrettiera rosa in vista sulle calze. Portano come in trofeo un bambolo gonfiabile gonfiato e pronto all’uso, che si divertono a puntare verso i passanti. Seguiamo la comitiva a debita distanza per vedere dove vanno, c’è un momento molto WTF quando passano davanti a un teatro da cui stanno uscendo bimbette di una scuola di danza che hanno appena fatto il loro saggio e da un lato hai tutte queste bambine in abito da ballerina e dall’altro il bambolo. Oscar Wilde avrebbe scritto un aforisma meraviglioso, lo so.

Dopo avere gironzolato ancora un po’, chiudiamo la serata al Temple Bar Pub, dove c’è, indovinate un po?, una tizia che suona. Il Temple Bar è stato teatro, nel luglio del 2011, di un Guinness World Record: un tizio, Dave Browne, è salito sul palco per suonare la chitarra e ha smesso dopo cinque giorni (ogni 8 ore poteva fare una pausa di 40 minuti, più 3o secondi tra un brano e l’altro) e spiccioli, per un totale di 114 ore e 20 minuti.
Qui sotto lo potete ammirare, sulla destra, alla 93ima ora:

Quando la cantante l’ha annunciato sul palco c’è stata una meritata standing ovation per l’impresa compiuta. Come chitarrista invece non è che sia eccezionale, nel senso che è parecchio veloce ma anche parecchio inespressivo. Ma l’importante è che comunque posso spuntare dalla mia lista di cose da fare nella vita “stonare The Wild Rover in un pub irlandese” (resta Whiskey in the Jar, però).
È anche divertente notare l’allegra disinvoltura con cui chi suona da queste parti mette insieme brani tradizionali, grandi classici (tipo Sweet Home Alabama), vecchi successi da one hit wonder (ho sentito Save tonight di Eagle-Eye Cherry in almeno due pub diversi) e cose contemporanee (la tizia ha fatto una Someone like you di Adele da pelle d’oca). Rispetto all’Italia e alle pletore di cover band di Vasco o Ligabue o alla tristezza del pianobar con le basi midi c’è un abisso gigantesco di cultura musicale e rapporto con la musica.

La mattina dopo, affrontiamo la seconda colazione irlandese della nostra vita con una certa disinvoltura (Lucilla chiede se è possibile non prendere le salsicce e per punizione le portano doppia razione di uova), lasciamo i bagagli in albergo e andiamo a prendere l’autobus per Howth.
Cose da sapere per prendere l’autobus a Dublino: se non avete comprato il biglietto da qualche parte, lo fate a bordo. Dovete avere il denaro contato, in monetine. Se non le avete contate l’autista vi dà una ricevuta con cui potete andare a ritirare il resto in O’Connell street.
Howth, dicevo, è un’idea come un’altra: o per essere più precisi un borgo di pescatori a una quarantina di minuti da Dublino, su un promontorio circondato da scogliere. La cosa migliore da fare è prendere il 31 nei pressi della Custom House e scendere all’ultima fermata, in cima a una collina. Da lì si sale ancora un po’ e si arriva a un parcheggio da cui si dipartono i sentieri sulla scogliera, che offrono percorsi più o meno lunghi a seconda di quanto tempo si ha disposizione (e quanta voglia di camminare). Noi scegliamo quello più breve, che comunque regala un buon assaggio di quelle cose a cui pensi quando pensi all’Irlanda.

In fondo alla passeggiata, quando si entra a Howth, c’è un condominio che tiene in bella mostra un esempio di raffinato buongusto nell’arredare gli spazi esterni:

Dannati Lannister

Stremati dalla passeggiata e dalla frugale colazione, ci fiondiamo nel primo posto che troviamo per della caffeina zuccherata con il latte e un dolcetto: e lì mi scontro per la prima volta con le deviazioni dallo standard della pronuncia locale, quando la signora mi chiede se nel mio scone ci voglio “potter”. Era come se mi parlassero nell’incomprensibile caricatura dell’accento liverpooliano di Yellow Submarine, ma senza sottotitoli. Alla fine capisco che “potter” sta per “butter”, ma credo che invece non ci sia nulla da fare per la distinzione tra “white coffee”, “latte”, “cappuccino” e altre mille robe che alla fine hanno tutte lo stesso sapore.
Se vi piace fotografare gabbiani e affini, come dovrebbe piacere a qualsiasi persona nel pieno delle facoltà intellettiva, Howth è un bel posto: i pennuti sono ovunque e sono abituati agli umani quanto basta per fare delle foto ravvicinante (avere una compatta con uno zoom ottico da 26x aiuta, poi).

Ma l’attrazione zoologica di Howth, quella che ci ha portato lì, è un’altra: le foche. Da uno dei due moli del porto, dice la guida, è possibile vedere le foche, che gironzolano lì aspettando che qualcuno gli tiri da mangiare. “Ma figurati se le vedremo”, dicevo io la sera prima e mi tornava in mente di quando nell’estate del 1988 feci un viaggio con i miei in California.
Durante uno degli spostamenti in macchina sulla costa mio padre insiste per fermarci in un posto che si chiama “Baia delle foche”. Mia madre, con sano scetticisimo genovese per cui la fregatura è sempre dietro l’angolo, scende dalla macchina dicendo “ma figurati se ci sono le foche”. Pochi metri al largo, un nutrito gruppo di foche prende il sole su uno scoglio.
Tredici anni e passa dopo, la scena è la stessa: a ridosso del molo due foche se ne stanno beate in acqua a guardare verso i turisti aspettando del pesce. Poco dopo ne arriva una terza, che si piazza anche lei lì a fissarci con l’espressione un po’ da here we are, entertain us.

Restiamo un po’ a lì a guardare le foche che ci guardano mentre le guardiamo, poi passeggiamo fino in fondo al molo, irrigidendoci ogni volta che passano degli italiani.
Facciamo un salto alle bancarelle del mercatino che offrono un sacco di roba che sarebbe bello assaggiare, se non fosse che la colazione irlandese è ancora lì che aspetta. Poi però dopo un altro po’ che camminiamo ci viene un po’ di fame e ci diciamo che sarebbe un peccato andarsene senza avere mangiato neanche un po’ di fish and chips.
Il risultato è questo:

La cosa positiva è che abbiamo tirato tranquillamente avanti fino alla colazione del giorno dopo senza mangiare altro.

(e niente, finisce così. L’Irlanda voglio ricordamela così, con il sole in faccia e il fritto in panza)

Annunci

2 commenti

Archiviato in dublino, musica, viaggio

In Dublin fair city (2 di 3)

Eravamo rimasti, sconsolati, a metà dell’Ha’Penny Bridge a guardare i lucchetti mocciani.
Attraversato il ponte, siamo di nuovo a Temple Bar, che essendo giusto le dieci e venti ha l’aria di una casa di studenti fuorisede il mattino dopo una festa. Sonnecchiosamente le bancarelle di roba per turisti mettono fuori la loro mercanzia, mentre gli spazzini si danno da fare per ridare una parvenza di ordine alle strade (Dublino è mediamente sporca, cosa in cui ricorda un po’ Genova). Iniziamo, già che ci siamo, la ricerca di magneti da frigo, sia per uso personale sia come regalo a chi ama riceverne, e abbiamo un primo assaggio di un problema che ci perseguiterà per tutto il giorno: i magneti da frigo in vendita a Dublino fanno mediamente schifo. Anche per la media dei magneti da frigo. Sono giganteschi, obbligatoriamente in rilievo e brutti (il meno peggio sarà un Temple Bar Pub in rilievo, con la sua facciata rossa e una bicicletta appoggiata che non credo sia una citazione di De Andrè; e uno piatto con una pubblicità della Guinness d’annata). Io per conto mio mi compro un paio di spilline, un “pog ma thoin” e un “I’ll be Irish in a few beers” (e finalmente mi daranno una bicicletta), da mettere rigorosamente in Italia perché va bene essere turisti ma fare la figura di quelli che girano a New York con la maglietta I ♥ NY no. Vediamo anche le prime bancarelle di un mercato di cibo che si svolge il sabato in zona, ma siamo ancora provati dalla colazione e rifuggiamo la vista del cibo, puntando invece decisi verso il Dublin Castle. Al Dublin Castle non entriamo per la visita. Ci limitiamo a gironzolare nei cortili, guardiamo da fuori la torre medievale e ci godiamo la giornata fredda ma soleggiatissima. Dedichiamo qualche minuto anche a ispezionare il gift shop, che trabocca ovviamente di magneti improponibili.

Le tende proseguivano sul lato sinistro

Sulla strada per il Trinity College, su Dame Street, c’è l’accampamento di Occupy Dame Street, la branca dublinese del movimento Occupy (gli “indignados”) che si è collocata davanti alla Central Bank. Dopo un boom nel corso degli anni Novanta, l’Irlanda si è trovata parecchio inguaiata dal punto di vista economico: quando l’acronimo era ancora PIGS era lei la I (le altre ovviamente erano Portogallo, Grecia e Spagna) (cheap holidays in other people’s misery). Ora le I sono due e noi siamo l’altra. Rispetto alla sua controparte bolognese della primavera del 2011, questo accampamento si presenta molto strutturato: ci sono una quindicina di tende, attorno alla quale è stato eretto un recinto per impedire l’accesso agli estranei. Le tende sono montate non sul marciapiede ma su bancali di legno, per garantire un minimo di isolamento termico. Una tenda più grande ospita la dispensa degli occupanti, mentre fuori dal recinto c’è un banchetto con volantini e un foglio dove lasciare il proprio indirizzo email. I pali della luce lì attorno sono coperti di manifesti e infografiche.

tipo questa. Avrei voluto fermarmi a fare due chiacchiere, poi ho visto che gli dobbiamo un sacco di soldi e ho soprasseduto, che magari poi me li chiedevano a me

Continua a leggere

2 commenti

Archiviato in dublino, Libri, musica, viaggio

In Dublin fair city (1 di 3)

I regali che temo di più, da quando ho memoria di me, sono i pacchetti molli. Di solito l’odio per i pacchetti molli nasce sotto l’albero di Natale da piccolo, quando tua madre ti costringe a ringraziare la zia che ti ha appena messo in mano un pacco dentro il quale è fisicamente impossibile che ci sia un pupazzetto dei Master ma altamente probabile ci sia un maglione. Poi le persone normali passano una fase nell’adolescenza in cui iniziano a chiedere capi di vestiario come regalo di Natale e quindi davanti ai pacchetti molli sono contente; io non ci sono mai passato e lasciavo per ultimi tutti i pacchi che non potevano contenere libri o cd anche mentre i miei coetanei stavano scartando entusiasti jeans dell’Energie o giubbotti dell’Essenza sotto i loro alberi.
Il primo pacchetto molle che abbia davvero apprezzato è stato quello che conteneva una sciarpona di lana irlandese, una decina d’anni fa. E dopo quello ce ne sono stati altri, perché un regalo è un regalo.
Quest’anno ero convinto che per il compleanno Lucilla mi avrebbe fatto un pacchetto molle. Non so bene perché, ma ero convinto che sì.
Invece mi sono trovato tra le mani una busta di Feltrinelli. Una sospettosa busta piccola di Feltrinelli. Segretamente sollevato, ho aperto, ho messo la mano dentro e mi sono trovato davanti a una mini Lonely Planet di Dublino. “Ma nooo! Dovevi prendere prima il biglietto.” Nel biglietto c’erano i dettagli di un fine settimana dublinese, da venerdì sera a domenica pomeriggio (quindi stavolta ve la cavate con poche puntate). Continua a leggere

6 commenti

Archiviato in dublino, il cotone nell'ombelico, viaggio