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I libri di Dicembre

Ultimo appuntamento dell’anno con la rubrica dei libri (in anticipo, ma tanto dubito che riuscirò a finire Harry Potter and the Goblet of Fire entro domani, visto che l’ho iniziato ieri). Evidenziato, quello più consigliato.
La rubrica si vedrà anche nel 2011. Intanto vedo di mettere insieme tutte le uscite di questi cinque anni in un unico file.
Buone letture (e buon anno).

Harry Potter and the Prisoner of Azkaban – J.K. Rowling (Bloomsbury)
Secondo me i libri di Harry Potter sono fatti per essere letti quando fa freddo. Comunque. Come sanno anche i sassi, credo, questo è il terzo della serie e segue sostanzialmente lo schema dei primi due, introducendo però uno sguardo un po’ più ampio sugli eventi che portarono alla morte dei genitori di Harry e, soprattutto, un tono leggermente più cupo (i guardiani della prigione di Azkaban sono degli spettri che risucchiano tutte le emozioni positive delle persone lasciandole in preda alla più nera disperazione e incapaci di agire). La costruzione della trama è lenta come una nevicata a novembre, ma quando la Rowling inizia a tirare le fila della storia, beh, c’è solo da dire wow. Mi spiace solo che qui Snape (Piton) faccia un po’ la figura dell’idiota, perché è decisamente il personaggio più interessante di tutti (e l’unico a trattare con un po’ di polso l’altrimenti intoccabile Harry, a cui tutto è concesso). Qui si inizia a capire perché la serie di HP sia piaciuta così tanto.

Alice nel paese della Vaporità – Francesco Dimitri (Salani)
Dopo Pan, che è un robustissimo romanzo urban fantasy, mi aspettavo grandi cose da questa Alice. Invece, purtroppo, questo romanzo costruito come l’avventura di un gioco di ruolo (con una cornice metanarrativa che non ne risolleva le sorti) si è rivelato una lettura molto meno entusiasmante. Si capisce che Dimitri avrebbe un sacco di cose da raccontare sulla Steamland, la distesa allucinata che circonda una Londra retro-futuribile che ricorda un po’ il mondo della Torre Nera kinghiana, ma purtroppo quelle che ha scelto di mettere per iscritto non sono le più interessanti e la struttura della quest ogni tanto mi ha fatto inconsciamente venire voglia di dare un’occhiata alla scheda del mio personaggio. L’ambientazione è intrigante, ma non è supportata da una storia all’altezza: si legge piacevolmente, ma non mi ha soddisfatto del tutto.

The Innswich Horror – Edward Lee Jr. (Deadite Press)
Senza H.P. Lovecraft, chissà cosa sarebbe oggi l’immaginario orrorifico e sovrannaturale. Questo romanzo breve di un autore di cui non so nulla, ma che è uno di quei paperback writer capaci di sfornare decine di romanzi per il mercato dei tascabili mettendo una parola dietro all’altra con grande senso del dovere e amore per lo splatter, riprende uno dei topoi più tipici della narrativa post-lovecraftiana, vale a dire l’idea che Lovecraft abbia raccontato nelle sue storie fatti reali per avvisare l’umanità dei pericoli che corre. Così, qui abbiamo un gentiluomo di Providence, lettore di Lovecraft, che negli anni Trenta si reca in vacanza a Innswich, località del Rhode Island nella quale lo stesso Lovecfrat si era recato (nella finzione di Lee) e a cui si era ispirato per scrivere uno dei suoi capolavori, La maschera di Innsmouth (che se non hai mai letto puoi anche trovare in inglese o in una qualunque antologia di Lovecraft). Ovviamente, ci vuole poco perché il viaggiatore si renda conto che Lovecraft non si è ispirato solo all’aspetto esteriore della cittadina per la sua storia. La storia ricalca quella originale di Lovecraft, aggiunge solo uno sguardo più smaliziato, un po’ di orrore esplicito e di sesso e un colpo di scena che fa più che sorridere. Non è niente di che (ed è stampato malissimo), ma è un romanzo onesto di un onesto professionista che non ha altre pretese che non rendere omaggio a uno dei titani dell’immaginario fantastico del Novecento.

Song of Kali – Dan Simmons (Gollancz)
Questo è uno di quei casi in cui le aspettative ti rovinano la lettura di un romanzo: ne avevo sentito parlare in alcune discussioni (qui, per esempio) in termini decisamente lusinghieri e mi aspettavo grandi cose. Ora che l’ho finalmente letto, sono abbastanza perplesso perché a ben vedere non è che abbia trovato che questo libro si distacchi così tanto dagli standard del genere, né per lo svolgimento né per la qualità della rappresentazione del Male o per le descrizioni di Calcutta. La storia è quella di un redattore di una rivista di poesia che viene mandato in India a cercare di scoprire se è vero che un poeta indiano creduto morto ha invece ricominciato a scrivere. Si porta dietro la moglie (indiana) e la figlioletta di pochi mesi (che ha la data di scadenza in fronte; non è uno spoiler, è evidente dalla prima pagina) e viene invischiato in una storia torbida di presunte resurrezioni, adoratori di Kali, ladri di cadaveri, ecc. Alla fine scoprirà che il Male vive tra noi, che viviamo in un’era dominata dalla furia distruttrice della Dea e c’è ben poco che possiamo fare prima di andare a gambe all’aria tutti quanti. Forse mi aspettavo troppo, però mi è rimasto ben poco dalla lettura di questo libro (ma nonostante questo, qualcos’altro di Simmons voglio leggerlo, perché comunque qua e là dei lati interessanti li ho trovati).

Little Brother – Cory Doctorow (Kindle)
Più che un romanzo per young adults, lo definirei un juvenile, come quelli di R.A. Heinlein, con cui ha in comune il desiderio di essere non solo una storia appassionante ma anche una sorta di manuale di comportamento, con al centro i temi di cui Doctorow scrive di solito, vale a dire l’utilizzo consapevole della tecnologia, il software libero, l’ossessione per la sicurezza post-9/11. La storia è quella di un ragazzino di San Francisco che dopo un attentato al Bay Bridge organizza una resistenza al controllo militaresco operato in città dal DHS, il Department of Homeland Security. E benché non sia difficile appassionarsi alle sue vicende, è chiaro che il cuore del libro siano le informazioni che Doctorow dà ai suoi giovani lettori sull’attenzione che dovrebbero prestare al modo in cui usano i computer e sulle contromisure che si possono adottare. La risoluzione della storia è abbastanza deludente (il giornalista investigativo buono come deus ex machina), ma prima di arrivarci ci si diverte parecchio. Come dice Neil Gaiman, è un libro da far leggere a qualunque ragazzino e ragazzina un minimo svegli che si conoscano. Ovviamente, l’edizione cartacea italiana è fuori commercio. Si trova un ebook che grazie al cielo è privo di DRM (sarebbe stato paradossale, vista la storia). Se avete un e-reader e leggete in inglese, la versione originale in Creative Commons è liberamente scaricabile dal sito dell’autore (come tutti i suoi libri).

Il porto degli spiriti – John A. Lindqvist (Marsilio)
Dalle grinfie di Lovecraft non si scappa, se si racconta di una comunità che vive in riva al mare (in questo caso un’isola svedese) in cui ogni tanto scompare misteriosamente della gente. Lindqvist si porta dietro l’etichetta di “Stephen King norvegese”, che non è del tutto campata per aria, a giudicare dallo svolgimento di questo romanzo, che abbraccia le vite di due generazioni di personaggi (tratteggiati con grande abilità) i loro amori, i loro drammi, i loro segreti e il loro rapporto con gli eventi sovrannaturali. C’è qualche eco di A volte ritornano nei due demoniaci fan degli Smiths (l’ho sempre detto io di non fidarsi di Morrisey e soci…), ma comunque il modo che ha Lindqvist di costruire la sua storia e il suo sovrannaturale è decisamente personale. E anche quando sconfina nel fantasy più esplicito (lo Spiritus), riesce a farlo senza stonare con il resto del mondo che ha creato e senza concedere nulla o quasi allo spiegone. In effetti la qualità più interessante del libro è proprio l’atmosfera di non detto e l’imperscrutabilità del potere del mare (che richiama anche il buon Hodgson), che danno l’impressione di trovarsi davanti a uno scrittore che non solo ha alle spalle un’ottima conoscenza dei meccanismi del genere ma anche una capacità di costruire storie, ambienti e personaggi superiore alla media.

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I libri dell’estate – parte seconda

Seconda parte del riepilogo. Evidenziati con il rientro, i Gran Fighi.

Hellgate – Alan D. Altieri (TEA)
Seconda raccolta di racconti di Altieri, questa volta dedicata ad Andrea Calarno, poliziotto apparso per la prima volta in “L’uomo esterno”. Raccogli diversi racconti “d’occasione” (tra cui uno che ha come protagonista Duca Lamberti, personaggio-icona di Scerbanenco) e spesso il tono sarcastico e sopra le righe va un po’ troppo sopra le righe – come nel romanzo breve che chiude il volume.

La regina dei castelli di carta – Stieg Larsson (Marsilio)
Conclusione della trilogia di Larsson, di fatto è la seconda parte del secondo libro. Il problema più grosso è che, a un certo punto, c’è troppa roba. Troppe coincidenze, troppe sottotrame. E, per un lettore italiano, un’inspiegabile fiducia nella legge e nell’ordine costituito. Oltre a un manicheismo che stona con il realismo delle parti dedicate ai rapporti tra politica, economia e giornalismo. Però lo stesso si va avanti una pagina dopo l’altra, intrappolati dalla macchina macina-trama di Larsson.

Guida alle case più stregate del mondo – Francesco Dimitri (Castelvecchi)
Nei primissimi anni novanta, il secondo Almanacco di Dylan Dog ospitava un lungo speciale dedicato ai fantasmi e al ghost-hunting. Questo libro ne è un po’ l’erede spirituale: non solo recensisce una gran quantità di dimore e luoghi infestati in giro per il mondo, ma fornisce anche all’aspirante cacciatore di fantasmi una certa quantità di nozioni su come affrontare il suo nuovo hobby. La parte più interessante, però, è quella teorica, in cui Dimitri spiega come la realtà che percepiamo sia, a grandi linee, costruita da noi stessi e da ciò in cui crediamo (o vogliamo credere).

Feroci invalidi di ritorno dai paesi caldi – Tom Robbins (Baldini & Castoldi – Dalai)
È la prima volta che leggo qualcosa di Robbins. E ne sono stato completamente rapito. Personaggi sopra le righe ma allo stesso tempo credibili, ambientazioni esotiche e sospese tra sogni e realtà, veloci cenni sulla storia delle religioni, dialoghi spumeggianti. Da leggere.

La Torre Nera – Stephen King (Sperling&Kupfer)
E così un lungo viaggio arriva alla fine. Il giudizio è per tutta la serie, non per il libro in sé che ha dei momenti anche un po’ imbarazzanti (lo scontro con il Re). Ma King ha davvero costruito un incredibile monumento (anche a se stesso e al suo lavoro), un atto di amore verso la scrittura e le storie da levare il fiato.

Monster nation – David Wellington (Mondadori)
Il primo della serie iniziava lento e si impennava solo verso i tre quarti della storia. Questo inizia lento e resta uguale fino alla fine. È difficile sbagliare con gli zombi, ma qui Wellington ce l’ha fatta.

Acque oscure – Valerio Evangelisti (Mondadori)
Antologia un po’ (molto) altalenante, dove per fare volume è stato infilato di tutto, compresi due raccontini d’occasione come quelli su Palahniuk e Dan Brown. Il piatto forte è il racconto finale, che però miscela “Il nodo Kappa” e “Sepultura”, racconti già editi. Divertente il racconto, molto fantascienza vecchio stile, “Stanlio e Ollio terror detectives”.

Let it be – Paolo Grugni (Mondadori)
“Noir” all’italiana, che mescola semiotica e canzoni dei Beatles. Sulla carta, un capolavoro. Ma Grugni appesantisce il tutto abusando di quella che gli anglosassoni chiamano “purple prose”, vale a dire infiocchetta tutto con uno stile che cerca di mescolare la durezza del noir con un lirismo assolutamente fuori luogo. Si arriva alla fine con una certa stanchezza.

Animere nere reloaded – AA. VV. (Mondadori)
Seconda puntata dell’antologia di racconti crudeli curata da Altieri. L’accumulo di sesso, violenza, sesso, violenza, sesso, violenza produce rapidamente una certa noia. Qualcosa di interessante c’è, ma va cercato bene. O forse sono racconti che andrebbero letti uno ogni tanto e non tutti di seguito.

Settanta – Simone Sarasso (Marsilio)
Rispetto a “Confine di Stato”, il balzo in avanti di Sarasso è notevole. Se il primo romanzo era tutto scritto come fosse un film d’azione tradotto, qui c’è un’attenzione alla resa delle diverse parlate dei personaggi (a seconda della loro provenienza) del tutto inedita – e che non sfocia mai nella macchietta. Sterling fa un passo indietro, non è più il motore principale delle vicende, e tutta la storia ne guadagna in credibilità e incisività. Anche il pastiche di stili e prestiti altrui (in CdS c’era un pezzo di “54” di Wu Ming e il racconto di una famosa storia con Superman di Garth Ennis) lascia posto a una scrittura più organica e compatta – resta ancora qualche debito con Genna, evidentissimo in una scena con lo Svedese.

La ragazza dai capelli strani – David Foster Wallace (Minimum Fax)
Tanto mi piace il DFW saggista e articolista, tanto ho difficoltà con le sue storie. Non so cosa sia di preciso, forse che applicata alla narrativa la sua capacità di analizzare e scomporre le cose mi annoia, fatto sta che non riesco a godermi i suoi racconti come i suoi saggi. Racconti che pure sono tutt’altro che disprezzabili. Sono io che non ce la faccio.

Al servizio di chi mi vuole – Giorgio Scerbanenco (Garzanti)
Scerbanenco è stato uno dei grandi artigiani della narrativa italiana, capace di sfornare pagine su pagine, di qualsiasi genere. Questo è un romanzo di guerra che racconta l’assalto di una banda di mercenari a un deposito d’armi in Florida per conto dei ribelli cubani, dal punto di vista di un ex paracadutista italiano. Solida narrativa di genere, con quel tono di fondo malinconico tipico dei romanzi noir di Scerbanenco e la durezza tipica di tempi in cui il “politically correct” non esisteva. In appendice, un racconto, altrettanto duro e malinconico, di ambientazione partigiana.

La città perfetta – Angelo Petrella (Garzanti)
Uno dei più convincenti tentativi di adattare gli stilemi di Ellroy alla narrativa in italiano che mi sia capitato di leggere. Petrella racconta la Napoli dei primi anni Novanta intrecciando tra loro le storie di tre personaggi (un poliziotto corrotto, uno spacciatore, un ragazzo che passa dal movimento studentesco alla lotta armata) e nel farlo lascia intravedere l’Italia che sta sorgendo. Ellroy lo si ritrova non tanto nella forma ma nel tono generale, nella voce dell’autore, nel modo in cui riesce a raccontare la città. Gran romanzo.

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