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Autodifesa – Agosto 2011

More about A Dance with DragonsStava diventando una barzelletta, al pari di Chinese Democracy dei Guns ’n Roses o di Duke Nuke ’em Forever. Che poi sono usciti davvero e non sono piaciuti più o meno a nessuno.
E a pensarci bene, che A dance with Dragons (Bantam) il quinto pluri-rimandato capitolo delle Cronache del Ghiaccio e del Fuoco di George R.R. Martin, potesse fare schifo era una possibilità concreta. Il suo precedessore, A Feast for Crows, è stato il volume più deludente della saga, tutto concentrato su personaggi noiosi a cui non succede quasi nulla; e a ogni rinvio della data di uscita, e poi alla scomparsa della stessa, il timore era quello che Martin si fosse stufato della sua creatura, magari dopo essersi reso conto che stava assumendo dimensioni non più umanamente gestibili. Del resto stiamo parlando di una serie fantasy che si articola su almeno tre macro-storie variamente intrecciate, popolate ciascuna da almeno una decina di personaggi principali: l’intreccio politico (il “gioco del trono” che dà il titolo al primo volume), il ritorno della magia nel mondo e un’imminente invasione di zombi (o assimilabili). Il tutto raccontato con un tono realistico e cinico e con pochissimi scrupoli nell’ammazzare personaggi tutt’altro che secondari.
Io, personalmente, non ho creduto all’uscita fino a che non ho potuto prenotarlo su Amazon. E fino a che una bella mattina di luglio non è comparso sul mio Kindle non ci ho comunque creduto davvero. E per fortuna è valsa la pena di aspettare tutti questi anni: intanto perché il libro è gigantesco. Io che leggo abbastanza veloce ci ho messo venti giorni buoni; non so quante pagine siano di preciso l’edizione cartacea, ma il volume è grosso davvero. E poi succedono un sacco di cose: le vicende scorrono all’inizio parallele a quelle del libro precedente, ma presentano tutti o quai i personaggi migliori della saga (non dico quali perché per chi ha letto solo il primo libro o ha visto la serie tv – che è bellissima – sarebbe uno spoiler anche sapere che certi personaggi sono ancora vivi) e poi, verso i tre quarti del volume, le proseguono.
Entrare nel dettaglio degli eventi è inutile perché chi non segue la saga non credo sia interessato e chi la segue magari vuole leggerseli da solo. Dico solo che, mentre leggevo, mi convincevo sempre di più che Martin sta diventando una specie di Dumas del XXI secolo, impegnato nella stesura di un hyper-feuilleton pieno di tradimenti, colpi di scena, rivelazioni, agnizioni, sangue, sesso e violenza (un Dumas ibridato con il buon De Sade, a volte). Potenzialmente, potrebbe andare avanti all’infinito, fino a che i lettori gli vanno dietro e gli danno corda; e forse lo farà, perché non riesco immaginare, dopo le rivelazioni di quest’ultimo volume, come farà a chiudere con soli due volumi, come previsto, la serie. Io penso che l’ultimo capitolo dell’ultimo libro sarà raccontato dal punto di vista di un gigantesco meteorite e tanti saluti a tutti.
Comunque i venti giorni di lettura sono stati un piacere continuo (fatti salvi forse i capitoli incentrati sulle pene d’amore di un certo personaggio femminili, che sembravano un po’ come mi immagino quei romanzi rosa con in copertina la dama tra le braccia di un nerboruto selvaggio – ma poi anche quella storyline tira fuori gli artigli) e forse siamo davanti all’apice della serie. Ho solo paura a pensare a quando dovrà uscire il prossimo. Speriamo bene.
In Italia uscirà, come da tradizione, diviso in almeno due volumi (se non tre): un buon motivo per armarsi di santa pazienza e leggerselo in inglese, che si imparano un sacco di parole arcaiche. Continua a leggere

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I libri di febbraio

Aggiornamento magro della lista dei libri letti, che febbraio è stato sì breve ma anche ventoso, per così dire. Evidenziato il meglio del mese.

Haiducii. Homo Homini Pitbull – Tommaso Labranca (Excelsior 1881)
Torna Tommaso Labranca, questa volta con un’opera più di narrativa che di saggistica, che racconta, per frammenti non sequenziali ambientati in diversi anni (fino al futuro prossimo) la storia di una famiglia di romeni immigrati in Italia. Lo sguardo di Labranca sul consumismo, sull’immigrazione e la xenofobia è, al solito, particolare e interessante. Non sono così d’accordo con la sua idea che gli italiani abbiano solo paura “del povero”, perché penso che dietro ci sia dell’altro, meno razionale e più brutale, però è un gran leggere, con alcuni momenti parecchio divertenti.

Fevre Dream – George R.R. Martin (Kindle)
Mark Twain incontra Bram Stoker (o Ann Rice), per dirla in parole povere. Già in questo romanzo dei primi anni Ottanta, Martin dà prova della sua capacità di usare il genere senza appiattirsi sugli stereotipi del caso. I suoi succhiasangue sono diversi quanto basta dal cliché per permettergli di tracciare un parallelo con la questione razziale dell’America prima della Guerra Civile e il tono generale è quello del brutale realismo usato poi nella sua saga fantasy. E c’è una trovata che è stata ripresa recentemente in una serie di romanzi poi diventata una serie tv.
Le parti sui battelli a vapore del Mississippi sono ugualmente curate e divertenti.
Insomma, un solido romanzo horror-storico. Gargoyle Books lo ha tradotto come “Il battello del delirio”.

Il filo rosso – Paola Barbato (Rizzoli)
Il terzo romanzo per Paola Barbato torna in parte sui territori classici del thriller del romanzo d’esordio: c’è la sua brava dose di inverosimiglianza, ci sono piani intricati e c’è un serial killer. Ma quest’ultima figura è reinterpretata con una prospettiva diversa da solito, che spinge la storia lontano dai binari tradizionali e la innesta in un altro terreno, quello dei grandi casi insoluti – o ambigui – di cronaca nera, del loro impatto non solo sulla vita dei parenti delle vittime ma anche sulla società. Come nelle prime storie a fumetti della Barbato a un certo punto arriva lo spiegone, che è un blocco importante del romanzo, quasi un romanzo nel romanzo a sua volta. E come negli altri romanzi della Barbato il finale è crudele.
Non è bello come Mani Nude, però è un’altra prova di bravura da parte di un’autrice che sembra sempre scrivere senza pudori, senza paura di andare un passo troppo oltre nella descrizione dell’orrore, anche grazie a dettagli minimi (per chi l’ha letto, non è agghiacciante quel “dopo c’era così tanto sangue che è stato tutto più facile?” e, soprattutto, non è agghiacciante la naturalezza con cui quella frase è inserita nel dialogo?)

Quella notte alla Diaz – Christian Mirra (Guanda)
È molto d’impatto e ha un valore enorme come testimonianza non solo dell’immediato (le cariche del sabato e l’irruzione alla Diaz) ma anche dell’esperienza di chi si è ritrovato piantonato in ospedale.
Dal punto di vista fumettistico, però, mi pare che disegno e sceneggiatura presentino qualche ingenuità.

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