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Autodifesa – settembre 2011

Settembre è stato un mese in cui, non so bene perché, forse perché mi sono capitati tra le mani libri parecchio svelti, ho letto parecchio. Per questo ci ho messo un po’ a finire il post. Ma ce l’ho fatta.

More about The StandIntanto, ho finito The Stand, di Stephen King, il romanzo in Italia noto come “L’ombra dello scorpione”. Un titolo enigmatico, quello italiano, che chissà da dove è saltato fuori (il titolo inglese significa più o meno “La resistenza”; in spagnolo e portoghese si chiama “La danza della morte”, in francese “L’epidemia” e in tedesco “The stand”) e che batte persino “Una splendida festa di morte” (titolo italiano della prima edizione di “The Shining”) come traduzione più casuale di un titolo kinghiano, visto che se non altro in Shining si fa cenno alle feste dell’Overlook e di morte ce n’è quanta se ne vuole. Di scorpioni e di ombre, invece, qui non ne ricordo.
Comunque, la storia la sanno pure i sassi, oggi: i militari sviluppano un super-virus, per un errore il virus sfugge di mano e stermina praticamente tutta la popolazione mondiale. In America, si fronteggiano due gruppi di sopravvissuti: i Buoni e i Kattivi. Benché il romanzo sia famoso per la presenza di Randall Flagg, il cattivo kinghiano per antonomasia, la parte davvero imperdibile è quella iniziale, in cui King avvolge le storie dei suoi personaggi attorno al diffondersi dell’epidemia e in cui descrive il progressivo sfascio della civiltà e della società così come le conosciamo. È un King pienamente a suo agio nel fare quello che sa fare meglio: raccontare le vite di gente normale, costruire personaggi un pezzettino alla volta, creare scene apparentemente normali in cui si inseriscono piccoli elementi disturbanti. Una menzione particolare per l’heinleiniano professor Bateman. Anche il capitolo in cui entra in scena Flagg è un capolavoro di scrittura e narrazione.
Poi, però, si formano queste due benedette comunità, i Buoni e i Kattivi, e la noia inizia a scorrere sovrana. Tra l’altro il finale è (letteralmente) un terrificante deus ex machina, e non ci capisce nemmeno bene che utilità abbia la spedizione della delegazione dei buoni a Las Vegas, visto che è del tutto ininfluente su quanto succede (nonostante sia stata “ordinata” dall’alto). E purtroppo Flagg, alla fine dei conti, è un super-cattivo allo stesso livello di inettitudine di Voldemort.
Boh, davvero boh. Se fosse tutto bello come la prima parte, sarebbe un capolavoro assurdo. Lo scontro tra il Bene e il Male (nei termini in cui è raccontato, poi!) lo rende invece un mattonazzo pazzesco nella seconda metà. Tra l’altro, la versione attuale è un’espansione pubblicata alla fine degli anni 80 dell’originale pubblicato dieci anni prima (che a quanto ho capito si dilungava meno sull’espansione dell’epidemia – che è appunto la parte migliore) e la vicenda che prima si svolgeva all’inizio degli anni 80 adesso si svolge all’inizio degli anni 90. Purtroppo il lavoro di aggiornamento dei riferimenti culturali e temporali non è stato particolarmente curato e i personaggi escono da degli anni 80 che assomigliano terribilmente agli anni 70.
Mentre leggevo mi domandavo come suonasse “Baby can you dig your man?”, il successo di Larry Underwood. Ho scoperto che è stata registrata da Al Kooper per una miniserie tv tratta dal libro:

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I libri di novembre

Ecco qua i libri letti a novembre. Evidenziato il più consigliato.

Il carro magico – Joe R. Lansdale (Fanucci)
Lansdale alle prese con il western a modo suo, tra cialtroni e antiche maledizioni indiane.
Non è certamente Champion Joe al vertice della sua forma, ma ha i suoi momenti divertenti e si legge , come al solito, con grande piacere.

Kafka sulla spiaggia – Haruki Murakami (Einaudi)
Mi ha fatto lo stesso effetto di La città incantata, il film di Miyazaki: un’incursione in un mondo e in un sistema di simboli che, da occidentale, non riuscirò mai a penetrare completamente e che, proprio per questo, ha una qualità magica e “sospesa” che lo rende ancora più affascinante. È da un lato la storia della fuga da casa di un ragazzo quindicenne e delle persone che incontra, dall’altro quella di un signore dotato di straordinari poteri e della sua “missione” per salvare il mondo. Ma tutto è immerso in un’atmosfera onirica, in cui le cose più straordinarie avvengono con la massima naturalezza e, quasi, con grande serenità. Finire il libro è quasi come risvegliarsi da un lungo sogno.

Inchiesta su Gesù – Corrado Augias, Mauro Pesce (Mondadori)
Inchiesta sul cristianesimo – Corrado Augias, Remo Cacitti (Mondadori)

Li metto insieme perché mi ero scordato di recensire il primo un paio di mesi fa e perché sono, in fondo, lo stesso discorso spezzato in due. Attraverso la formula dell’intervista a due specialisti, Augias punta a ricostruire la figura storica di Gesù prima e le vicende attraverso le quali il cristianesimo si è trasformato da una forma di ebraismo a un sistema religioso a sé stante. Sono libri divulgativi, che inquadrano le questioni in modo sintetico ma esauriente, rimandando ad altri studi per approfondire. Il primo è più interessante e scorrevole del secondo, che tende di tanto in tanto alla ripetizione; ma in entrambi i casi si tratta di libri interessanti e utili per saperne un po’ di più su cose che si danno troppo spesso per scontate.

Nel nome del padre – Gianni Biondillo (Guanda)
Un matrimonio che finisce, la lotta tra un padre e una madre per l’affidamento dell’unica figlia. Inizia lasciando presagire la tragedia, poi si scioglie in un finale che se non è proprio allegro è almeno sereno. Biondillo è un narratore che sa fare il suo lavoro e riesce a tenere alta la tensione nella prima parte e a rendere non così lineare e manichea la seconda, dando sufficiente tridimensionalità ai personaggi. Concepito prima della nuova legge sull’affido dei figli in caso di separazione, come segnala l’autore nella nota introduttiva. Non è il Biondillo migliore, comunque.

LKJ. Vita e battaglie del poeta del reggae – Sara Paroai (Chinaski Edizioni)
Linton Kwesi Johnson è un poeta e musicista giamaicano, che vive a Londra dagli anni sessanta, noto per i suoi reading accompagnati dalla musica reggae. Un personaggio di cui non sapevo praticamente nulla e che si racconta qui, intervistato da una ragazza genovese (per inciso, mia compagna di classe al liceo) che l’aveva contattato per una tesi di laurea e con cui poi ha mantenuto contatti sempre più frequenti, racconta la sua vita. Una vita che si intreccia con le battaglie per il miglioramento delle condizioni di vita degli immigranti in Inghilterra, con la scoperta della loro letteratura e del rapporto con la cultura britannica. I punti più deboli del libro sono quelli in cui l’autrice racconta di sé e di Genova, che avrebbero avuto bisogno forse di una limata redazionale per renderli più efficaci e, in generale, una cura redazionale sostanzialmente nulla (per dirne una: nel libro non c’è sillabazione delle parole. Temo che sia stato impaginato direttamente in Word). Però, a parte questi difetti, è una testimonianza molto interessante su un ambiente culturale poco noto – e che dovrebbe interessarci, visto che pure noi stiamo diventando una società più complessa che in passato, con tutto quello che questo, nel bene e nel male, comporta.

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