Archivi tag: giappone

Il Giappone è proprio come lo disegnano, ep. 3: Pareti d’oro e pareti d’argento! La cesta dei gatti non ha padroni!!

Lo strano muschio giapponese

Lo strano muschio giapponese

Secondo giorno a Kyoto.
La prima tappa è il Kinkaku-ji, un tempio buddista il cui nome “tempio del padiglione d’oro”. In realtà nacque come villa per lo shogun Ashikaga Yoshimitsu, alla fine del XIV secolo; morto lui il complesso diventò un tempio, secondo le sue ultime volontà.
Quello che si vede oggi è una ricostruzione degli anni cinquanta del Novecento: il tempio era infatti stato bruciato nel 1950 da un apprendista monaco ventiduenne, che subito dopo cercò di suicidarsi nel parco. Non ci riuscì ma morì sei anni dopo di tubercolosi. Si dice che la ricostruzione abbia un po’ pompato la doratura dell’edificio rispetto all’originale (c’è una foto di fine ottocento dove in pratica non se ne vede traccia, ma magari è solo perché è una foto ridipinta).
Oggi il padiglione d’oro è davvero scintillante: a noi è capitata una giornata nuvolosa e brillava come se fosse stato colpito da una luce piena. Se fosse stato in pieno sole, ci dicono, sarebbe stato fastidioso a guardare, anche perché poi si riflette in un laghetto che amplifica l’effetto.

15Japon-1886-41
Continua a leggere

Annunci

2 commenti

Archiviato in giappone, viaggio

Il Giappone è proprio come lo disegnano, ep. 2: Niente scarpe dentro al tempio! Chi porta fiori al dio dei cinghiali?

4 Anche se la nostra base è Osaka, è Kyoto la città attorno alla quale graviteremo per i primi giorni. In treno ci vuole appena una quarantina di minuti, cambi compresi, tra le due città. Osaka è meno costosa e anche a dormire a Kyoto ci vorrebbe comunque parecchio tempo per raggiungere le mete turistiche; visto che i treni li abbiamo già pagati con il Rail Pass, ci conviene. Quella che si presenta alla mattina nell’atrio dell’ostello è una compagnia provata dalla stanchezza, che rantola verso la fonte di zuccheri mattutina: Mister Donut. Questa catena ha una filiale proprio di fronte alla stazione e offre quello che il nome promette: ciambelle. Lisce, glassate, al cioccolato, alla fragola. Oltre ad altri dolciumi, succhi di frutta e caffè. Ci sarà tempo per le colazioni alla giapponese, qui ne approfittiamo per darci alla perdizione glicemica. Ognuno si sceglie le sue ciambelle, le mette su un vassoio usando delle pinze e le porta alla cassa. Lì il cassiere prima di ogni cosa mette sulle mani del disinfettante dal dispenser (a fine giornata non deve avere più la pelle), poi con delle pinze passa le ciambelle su un vassoio da portata, leggermente più elegante, ti chiede che cosa vuoi da bere. Parlando. In continuazione. I giapponesi addetti alla vendita concludono qualsiasi transazione dicendo un sacco di cose, anche se è evidente che tu non abbia la minima idea di che cosa stiano dicendo. Così che fai? Annuisci, sorridi, abbozzi inchini e smozzichi mezze parole. Se non altro non sono di quella scuola di pensiero secondo la quale se uno non capisce la tua lingua basta parlare FORTISSIMO.

E il treno si ferma proprio lì.

E il treno si ferma proprio lì.

Continua a leggere

3 commenti

Archiviato in giappone, viaggio

Il Giappone è proprio come lo disegnano, ep. 1: Un viaggio lungo un giorno! Il cibo prima del giusto sonno!!

Amici di Buoni Presagi, ma soprattutto amiche di Buoni Presagi (cit.), inizia un’altra serie di post di viaggio. Questa volta tocca al Giappone; nelle mie intenzioni il format questa volta dovrebbe prevedere una sezione in fondo al post con informazioni più o meno pratiche per chi volesse ripetere il viaggio o parti di esso.
Per la prima volta ho portato in viaggio un caro amico, Cthulhu, che vedrete spesso immortalato sullo sfondo di tipici panorami nipponici. Mi piace pensare di essere un po’ l’Amelie di R’lyeh.

1

Questa in realtà è la copertina della Lonely Planet. Il ponte è quello del giardino di un albergo di Tokyo.

Atterro a Osaka circa 28 ore dopo essere uscito di casa mia a Bologna.
In mezzo ci sono state circa quindici ore di volo e tredici di attese e spostamenti (da Bologna a Milano, da Milano a Malpensa).
Non ho particolari emozioni, se non il sollievo di essere arrivato sano e salvo. Forse sono troppo stanco per averne. La preoccupazione principale è trovare dove cambiare il voucher per il Rail Pass, il fondamentale abbonamento del treno per gaijin che ti permette di scorazzare liberamente per la rete ferroviaria nazionale.
Il Giappone non è mai stato una delle mie mete irrinunciabili: l’unico manga che abbia mai letto e collezionato per intero è Video Girl Ai, provo un sottile fastidio per gli otaku italici, non frequento i videogiochi, non ho mai visto la terza serie di Kenshiro, non ho mai visto quello e nemmeno questo. Faccio molta fatica a leggere i manga non ribaltati. Il mio luogo dell’immaginario è l’America, per tagliarla corta. Però è capitata l’occasione di andarci con un’amica che ci è già stata diverse volte, capisce e parla il giapponese; abbiamo trovato un volo relativamente economico, prenotato con nove mesi di anticipo, e così eccoci qua a Osaka.
Quest’anno così non siamo più solo io e Lucilla: ci sono Paola, l’amica di cui sopra, Antonio (suo marito) e Aurora (una loro amica). Sono partito avendo solo una vaga idea del percorso che faremo, se non nelle sue tappe fondamentali: prima Osaka, poi una puntata a Hiroshima, poi Tokyo, poi l’Italia.

2

Il primo impatto con il Giappone, quindi, è un aeroporto, che sembra uguale a tutti gli altri aeroporti del mondo, solo con delle scritte diverse e più giapponesi degli altri. Mentre ci aggiriamo tra i piani alla ricerca dell’ufficio dove prendere i pass del treno passiamo davanti a un paio di ristoranti; uno espone, come moltissimi, le riproduzioni in plastica dei piatti che è possibile ordinare. Sono bellissime.
Poi troviamo l’ufficio, cambiamo i biglietti, cerchiamo la ferrovia e la troviamo.
Curiosamente il treno è pieno di giapponesi. Dal finestrino scorre un panorama di sobborghi piuttosto europeo.
Cambiamo treno nella stazione di Osaka, che ancora ha il sapore del non-luogo (ho fatto tutto un post su un aeroporto senza scrivere “non-luogo”, adesso concedetemene uno, per favore), poi finalmente arriviamo alla nostra destinazione, una stazione dal ben augurante nome di Fukushima.
Sui pilastri del cavalcavia sono disegnati i sette dei della fortuna, ma non basta ancora.
Qualcosa che arriva quando svoltiamo l’angolo ed entriamo nella via dove si trova l’ostello. Ecco il Giappone fatto proprio come lo disegnano: una lunga via pedonale fiancheggiata da case basse, con i fili della luce che sembrano moltiplicarsi da un palo all’alto in quelli che sembrano nodi impossibili da sciogliere. Al piano terreno di ogni palazzina c’è un posto dove mangiare: è quasi ora di cena, dalla vetrina di una specie di bettola vedo salary men che bevono sorbiscono ramen dalle ciotole. Per la strada persone che si affrettano, qualche bicicletta.

Il Giappone è proprio come lo disegnano

Il Giappone è proprio come lo disegnano

L’ostello è a due minuti dalla stazione. L’ingresso ti accoglie con la cortese ma ferma richiesta di levarti le scarpe per entrare. Dopo quasi trenta ore con le stesse scarpe addosso non c’è bisogno di insistere molto. Dentro ci sono delle ciabatte monotaglia piuttosto orribili, di cui impareremo prestissimo a fare senza. Si paga in anticipo, ma c’è una specie di tessera a punti utilizzabile in altri ostelli della stessa catena: con quello che spendiamo abbiamo diritto subito a un omaggio e scegliamo un bustone di snack giapponesi che non abbiamo poi il coraggio di aprire e che ci siamo spupazzati per tutto il Giappone. Adesso è sul tavolo della mia cucina. In attesa.
Il tempo di prendere possesso delle stanze, cambiarsi e rinfrescarsi il minimo sindacale e siamo già per strada, che abbiamo un invito a cena. La destinazione è delle più improbabili: un ristorante italiano. Ma non italiano generico: di cucina marchigiana. Credo di non averlo mai visto in Italia un ristorante di cucina marchigiana, al di fuori delle Marche. E invece la mia prima cena in Giappone sarà in un ristorante marchigiano di Osaka. La proprietaria è una ragazza giapponese che Paola ha conosciuto anni prima, Kumiko, che ha portato in Giappone ricette e ingredienti dopo avere trascorso un anno e mezzo dalle parti di Ancona.
Per arrivare al suo ristorante peniamo un po’ perché in Giappone le vie non hanno nomi (se non in rarissimi casi) e le indicazioni sono tipo caccia al tesoro (”gira a destra dopo quello che fa gli udon”, una cosa così). A peggiorare le cose, non è detto che un ristorante si affacci sulla strada: potrebbe essere al primo o secondo piano di un palazzo (cioè, secondo le indicazioni giapponesi al secondo o terzo, perché il nostro piano terreno per loro è il primo piano). Per fortuna Kumiko manda dei suoi amici a prenderci, altrimenti saremmo ancora lì adesso a cercare. Due dinamicissimi e snellissimi ragazzi giapponesi, che si barcamenano tra un paio di saluti e qualche parola di italiano, ci accompagnano su per due piani in un palazzo prefabbricato parecchio brutto, nella traversa anonima di una grande strada di scorrimento. Quando varchiamo la soglia dell’Osteria della cicerchia, siamo in un altro mondo. Il locale è piccolissimo, c’è spazio per un bancone con una decina di sgabelli, un tavolo per quattro e il bagno. La cucina è a vista, Kumiko cucina e serve i clienti. Tutto l’arredamento è in legno, rustico; sembra di stare nella cucina di un casa di campagna. Gli amici di Kumiko sono cuochi anche loro, si stanno preparando a fare un viaggio in Italia, chiedono informazioni su posti da vedere e cose da mangiare. Ne approfitto per piantare il pippone del pesto con il basilico di Prà e per spiegare i pansoti con la salsa di noci. Un altro dei ragazzi è un suonatore di shamisen, ma non ne ha uno dietro, quindi mi resta la voglia di provarlo. Intanto mangiamo. Bene.
La cucina italiana di Kumiko è credibilissima e ci mette davanti piattini con qualsiasi cosa a getto continuo. A un certo punto, panico, trippa al sugo con i fagioli. Non ho mai mangiato la trippa ma che fai, rifiuti qualcosa che ti viene offerto? E così, per la prima volta in vita mia, nel posto più lontano da casa mia in cui sia mai stato, in un ristorante marchigiano gestito da una giapponese, mangio la trippa. Sa di carne.
La serata si conclude per esaurimento forze. Siamo un po’ picchiati dal jet lag e dal viaggio, ripariamo in ostello per prepararci alla prima giornata piena in Giappone; giusto per sicurezza prenotiamo per la sera dopo al ristorante sotto quello di Kumiko, che fa gli okonomiyaki (so cosa sono perché guardavo Ranma).

つづく

Informazioni pratiche:
> Osteria La Cicerchia
Cucina marchigiana. Se siete in zona e sentite bisogno di cibo italiano, è valida.

> Ostello J-Hoppers
Nel quartiere di Fukushima, in mezzo a decine di ristoranti, comodo per i mezzi.

> Japan Rail Pass
Si può fare solo online e solo se visitate il Giappone come turisti. Permette di salire su qualsiasi treno della JR (le FS giapponesi), Shinkansen compresi (salvo due linee). In questo caso però dovete prenotare il posto alla biglietteria in stazione. Vale anche per la metropolitana di Tokyo e alcune linee minori e traghetti. Per accedere ai binari bisogna mostrarlo all’omino che sta nel gabbiotto di fianco ai varchi automatizzati. Va mostrato anche all’uscita.

3 commenti

Archiviato in giappone, viaggio

Transito

(sto andando in Giappone)

Fo to di Andrea Lombardo

Fo to di Andrea Lombardo

Viaggiare in aereo ti mette fuori dal tempo, fuori dai luoghi.

L’aeroporto di Dubai è una cattedrale in quello che non è più un deserto.
Sono da due ore nel posto più a sud ed est da casa mia in cui sia mai stato e potrei essere ovunque.
Fuori ci sono 28 gradi, o almeno c’erano quando siamo atterrati, ma dentro c’è la temperatura standard da aeroporto. E’ passata mezzanotte, ma non so che ore siano. Ci sono tre ore di fuso dall’Italia, abbiamo volato verso il tramonto ed è come se avessimo avuto una giornata molto breve e molto lunga allo stesso tempo.
Il volo da Milano è stato una bolla di sospensione dal mondo. La Emirates mette a disposizione in ogni sedile uno schermo dove si possono guardare film, giocare con i videogames, ascoltare musica. Ininterrottamente.
Ho guardato G.I. Joe 2 (che ha soddisfatto pienamente le mie aspettative), Toy Story 2 (che non avevo ancora visto), un documentario maffo sulle origini del metal. Ho ascoltato un po’ dei nuovi dischi dei Franz Ferdinand e dei Vampire Weekend, ma troppo poco per dare un giudizio. Più per il gusto di poterlo fare che altro. Ho provato a leggere un po’, ho un libro da finire di leggere, ma il richiamo delle immagini in movimento era troppo potente.
Ho mangiato del cibo buono, lontano mille miglia dall’idea di “cibo da aereo” per consistenza e sapore. Ho visto una signora con il velo integrale che lo sollevava furtiva per mangiare; le ho visto il mento e la bocca e mi sono imbarazzato quasi come avessi cercato di guardarle le mutande.
Nessun problema alle orecchie, sedile comodo. Sei ore di volo e non mi sembrava nemmeno di essere in aereo. Solo altrove, come in un’animazione sospesa.
Ho volato sopra la Turchia e all’Iraq e al Kuwait, che brilla come un albero di natale. E guardavo dei film su dei giocattoli (non ci ho pensato fino a questo momento).
Mentre aspettiamo di scendere sento uno che frequenta Dubai che racconta di un imprenditore che ha costruito dei grattacieli vista mare, poi qualche tempo dopo un altro imprenditore ha avuto il permesso per costruirne altri davanti ai suoi perché è entrato nelle grazie della famiglia reale. Ora, dice, stanno pensando di ampliare la spiaggia per potere costruire altri edifici con la vista mare garantita. Fino al prossimo giro di vento. Leggenda urbana? Non lo so, ma mi sembra abbia una morale.
Poco prima dell’atterraggio sugli schermi è passato uno spot dell’ente turismo di Dubai. Niente ministri dall’inglese stentato che riempono lo schermo con il loro faccione e i loro appelli: tre minuti e mezzo di Frank Sinatra su un montaggio vertiginoso di alberghi, mall, ristoranti, oasi, acquari, piste da sci, pinguini.
Ti domandi che cosa spinga qualcuno che ha un sacco di soldi ad andarli a sputtanare a Dubai, di tutti i posti nel mondo.

All’aeroporto abbiamo vagato come ipnotizzati per il duty free, quasi sommersi dalla quantità di merci che brillano sotto i neon.
In questo grande frullatore culturale ci sono dolci arabi, ristoranti italiani e cinesi, una succursale di Shake Shack (che ha sede a New York, giusto a due passi da dove avevamo l’albergo). E poi il kitsch, che ha la stessa struttura profonda del nostro ma si riveste dell’apparenza di una cultura differente: un sacco di cammelli in tutte le forme possibili, kit sale e pepe con una donna velata in nero e un uomo con il camicione bianco, penne con teste umane, magneti da frigo, sottobicchieri fatti come tappeti persiani.
Attendiamo l’imbarco spiaggiati davanti ai bagni.
Più in là ci sono le sale per la preghiera, una per gli uomini e una per le donne, poco dietro distese sterminate di alcolici e superalcolici in offerta.
Una ragazza di una squadra femminile di pattinaggio argentina gira con al collo bene in vista uno di quei brutti rosari di plastica fosforescenti.
Le hostess della Emirates girano con quel cappellino con velo che scende attorno al collo come una sciarpa che sembra uscito di prepotenza da Star Wars o qualche copertina di un planetary romance.
All’imbarco di un volo per Karachi mi ipnotizzo a guardare un gruppo di uomini in abiti tradizionali, i volti affilati e le lunghe barbe, seduti accovacciati. Sembravano una banda di guerriglieri del Grande Gioco per qualche motivo scagliati fuori dal loro tempo, lontano dai loro lunghi fucili.
Di fianco a me un ragazzo orientale gioca a Wing Commander, emulato su un MacBook.
Ho una moneta da 5 yen legata al polso a un braccialetto.
Non so dove sono, non so che ore sono. E’ tecnicamente notte fonda, ma i negozi sono tutti aperti. Credo che qui il tempo non esista, come nelle città sepolte nelle sabbie del deserto dei racconti di Lovecraft e dei suoi epigoni. Forse per questo faccio foto alla mia statuina di Cthulhu tra i cammelli del duty-free.

(post scriptum: la foto in apertura è del fotografo genovese Andrea Lombardo. Andrea è partito per Tokyo il giorno dopo della mia partenza e ha trascorso lunghe ore di transito notturno, all’andata e al ritorno, all’aeroporto di Istanbul. Il suo reportage fotografico di quell’esperienza, intitolato In transito, ha alcune assonanze con questo post – che non credo Andrea avesse letto prima di partire – e sono contento che mi abbia permesso di usare un’immagine per illustrarlo. Il fatto che la foto e il testo parlino di due aeroporti diversi, ovviamente, non fa altro che rafforzare il senso di spaesamento che questi luoghi provocano)

4 commenti

Archiviato in giappone

E poi, silenzio.

C’è un rumore di fondo che rende particolarmente sgradevoli le discussioni a caldissimo che si stanno facendo in Italia sul nucleare mentre il Giappone sta marciando sul sottilissimo orlo della tragedia (che si sommerebbe alle distruzioni causate dal terremoto e dal conseguente tsunami).
Non è, spero, un ragionamento conscio di chi si oppone alla costruzione di centrali nucelari in Italia ma una semplice conseguenza logica del appoggiarsi ora, da qui, alla situazione della centrale di Fukushima. Ed è il discorso del “tanto peggio, tanto meglio”. Vale a dire che, chiaramente, maggiore è la portata dell’incidente, più alte sono le possibilità che sull’onda degli avvenimenti il referendum del 12 giugno riesca a passare. Ripeto, non so per quanti sia un ragionamento consapevole, però questo è implicito nel tipo di discorso pubblico che sta prendendo piede. E, in fondo, i giapponesi, che l’immaginario comune vuole pronti al sacrificio per l’onore e/o il bene comune, sono un po’ gli attori ideali per il ruolo tragico che questo tipo di scenario gli cucirebbe addosso.

Quindi, ora come ora, che cosa si dovrebbe fare, da qui?
Mandare soldi per gli aiuti, se si può. Sperare che la situazione di Fukushima non peggiori ancora.
E poi cercare di capire che cosa sta succedendo, perché, che cosa potrebbe succedere o non succedere. A tal proposito, Amedeo Balbi ha scritto un bel pezzo che spiega un po’ di cose in modo semplice (tra cui il fatto che l’espressione “esplosioni nucleari” in questo contesto è fuorviante; le centrali non esplodono come bombe atomiche) (il che non significa ovviamente che comunque non ci siano rischi).
Poi, quando l’emergenza sarà finita, discutere. Ma su dei dati, sui dei fatti certi.
Ora, stare qui ad accapigliarsi sugli spalti come se stessimo guardando una partita di calcio non è proprio il caso. E questo vale anche per chi è favorevole al nucleare e cita il fatto che tutto sommato un incidente come questo è statisticamente rassicurante. Stiamo parlando di esseri umani le cui vite sono state, o stanno per essere, devastate. Un minimo di rispetto, almeno ora, si dovrebbe cercare di averlo.

4 commenti

Archiviato in società