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Giornalismo di serra

Nel suo chiarimento dell’Amaca sui filmati di professori umiliati/minacciati, Michele Serra lamenta, tra le altre cose, che avendo a disposizione per la sua rubrica solo 1500 caratteri non può che tagliare un po’ le curve e lasciare da parte distinguo e valutazioni di fino.

Ora, la cosa che mi viene da dire, a uno che di lavoro scrive, è che se pensi di non avere spazio per trattare accuratamente un argomento forse dovresti trovare un altro argomento o un altro taglio. Per esempio commentare il singolo caso e non lanciarti in generalizzazioni sul quadro più ampio. Ma questo doveva dirglielo, se non ci arrivava da solo, qualcuno a Repubblica. Come Gramellini, però, Serra deve avere raggiunto quello status per cui può fare il cazzo che gli pare. Chissà se qualcuno lo ha chiamato e gli ha fatto notare che se devi scrivere una cosa lunga per spiegare un pezzo di 1500 parole forse qualche problema c’è.

Il chiarimento, invece, si porta dietro un grosso problema di impostazione: non c’è un dato che sia uno. Serra si lancia in un’esposizione di taglio sociologico, ma senza una qualsiasi forma di indagine a monte la sociologia non si può fare. Abbiamo dei dati sulla violenza divisi per classe sociale? Come sono stabiliti i confini delle classi? Magari ce li abbiamo e i criteri sono anche ottimi, ma propenderei più per l’ipotesi che Serra proceda in base alla sua percezione del fenomeno, dando il significato peggiore del termine “opinionista”.

In assenza di dati, hanno ragione un po’ tutti e ne esce fuori la solita rissa (“il popolo del web contro i giornalisti”) che non serve a nessuno e non ci dice nulla.

Se non che una buona parte del giornalismo italiano fa decisamente passare qualsiasi voglia di spenderci dei soldi.

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Non è giornalismo

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L’ultima volta è stato con l’attentato a Monaco.
Ma prima si potrebbe citare il tentato golpe in Turchia, la strage di Nizza, la notte del Bataclan, l’attacco a Charlie Hebdo, l’attentato alla maratona di Boston…
Il modello della copertura in diretta di un evento tragico e drammatico sta diventando, a ogni ricorrenza, un rituale sempre più stanco e patetico.
Non è propriamente una novità: se n’era già accorto Furio Colombo, nel 1999, che l’idea di potere fare del giornalismo in diretta andava quantomeno ridimensionata:

L’annuncio è questo: il villaggio globale non esiste più. Credo di poter indicare un giorno e un’ ora per questo annuncio: 13 aprile 1999, ore 15. Giunge la notizia di una infiltrazione di soldati serbi in un posto di frontiera albanese. Italia Radio è collegata con il funzionario delle Nazioni Unite Andrea Angeli, che si scusa per l’ uso di frequenti parole inglesi. “La vostra”, dice, “è la trentesima telefonata in pochi minuti. Chiamano le agenzie di stampa di tutto il mondo”. Con un altro telefonino il funzionario dell’ Onu ascolta qualcuno che vede a distanza il posto di frontiera e può testimoniare. C’è una colonna di fumo dalle caserme della polizia albanese, gli dicono. Si sentono spari. Un mondo di media, satelliti, unità mobili e cellulari, siepi di telecamere, ponti radio, microfoni a quattro fili, studi aperti secondo i diversi fusi orari, tutto dipende dal telefonino di un funzionario di agenzia internazionale disperato per la stanchezza, che cerca di tenere la linea benché anche a lui sfuggano il senso di quello che vede e le conseguenze di quello che dice.

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I Roberto Saviano del non capire nulla

 

La prima cosa che ho scritto su Facebook appena saputo quello che stava succedendo il 13 novembre a Parigi è stata

Una buona tragedia non è tale se dentro non c’è almeno un pizzico di farsa. Come il fatto che un gruppo di allegri cazzoni come gli Eagles of Death Metal siano finiti in mezzo alla mattanza di Parigi.

Ognuno rapporta quello che succede a quello che conosce: sono stato una volta sola a Parigi, nel 1992 e non vado allo stadio, ma ho ascoltato parecchio “Death by sexy” degli EODM. È un disco che inizia con una risata, come fa a non piacerti un disco che inizia con una risata?
Sulle prime, l’identità del gruppo che suonava è stata in secondo piano, nel racconto e nei commenti. Giustamente. Poi, a mano a mano che si spolpava il grosso della carogna, qualcuno ha addentato “le aquile del metallo mortale”. Continua a leggere

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La valle degli orchi (cit.)

Per questo fa un po’ ridere vedere che, ora, giornali e tv annunciano scandalizzati i “pellegrinaggi dell’orrore ad Avetrana”. Quando sono stati loro a raccontarci la vicenda di “Sarah” come se fosse, già dal nome, una di famiglia.* Come se fosse una cosa importante, per cui preoccuparci e a cui appassionarci. Ne è venuto fuori, complice anche la disponibilità dei protagonisti a offrirsi al racconto mediatico, una specie di docudrama in tempo reale.
A cui, è questa forse la cosa più preoccupante, ha contribuito non solo l’informazione “bassa”, ma anche testate che reclamano una ben diversa credibilità. Al punto che il semplice e logico gesto del direttore della Stampa, che ha deciso di non pubblicare sul sito l’audio dell’interrogatorio di Michele Misseri, spicca come un atto coraggioso. Quando dovrebbe essere la norma, per un giornale che abbia un minimo di ambizioni di serietà.

Quella qui sotto è una rassegna dei titoli degli articoli del Corriere della Sera online realizzati dall’inviato Goffredo Buccini, che di Avetrana e delle famiglie Scazzi e Misseri è da un paio di settimane il massimo cantore.

Mi fa molto ridere quando compare quel “turisti della domenica”, perché mi ricorda un po’ una battuta di Altan (“Questo deprecabile razzismo da stadio sta rovinando l’immagine di milioni di razzisti perbene”). Se poi dai titoli passiamo agli articoli, prepariamoci a un salto in una prosa pacata e misurata.

L’orco era un tipo pio.

Questo è il fulminante attacco del pezzo “Lavoro nei campi e molestie alle donne. Vita e orrori dell’orco di Avetrana“. Esemplare il sommario: “Le voci del paese: abusi in casa”. Insomma, va bene che un giornalista non è tenuto a rivelare le sue fonti, ma fare un titolo sul Corriere della Sera avendo come fonti le “voci del paese” è cosa non da poco. Complimenti al titolista.
Poi Buccini è bravissimo, dopo frasi come

L’orco sgobbava come una bestia, certi orchi sono così, si capisce

a gettare il sasso e nascondere la mano, preparando il terreno per eventuali sviluppi futuri (che probabilmente erano nell’aria e che forse già giravano come rivelazioni fuori taccuino degli inquirenti):

Il problema è che forse nemmeno questo è vero, il mostro di Avetrana è buono come puntaspilli ormai, sempre che sia proprio il vero mostro, sempre che non abbia coperto qualcuno, sempre che non si sia sacrificato per la famiglia, vai a sapere («noi non siamo complici!», strillano le figlie previdenti, nelle telecamere prima che nei verbali).

L’articolo “Il gelo nella casa dell’orrore”, che racconta l’arresto di Sabrina Misseri inizia con un pezzo di pura fiction  (oppure Buccini vive nascosto in casa Misseri):

L’ultimo finale cala con le sigle dei tg sul divano arabescato, nel salotto buono costato una vita di fatica a Cosima e Miche’. «È peggio della sera che hanno arrestato papà!». Sabrina nei guai in caserma, Valentina gonfia di lacrime trattenute: «Ma lui non ci sta con la testa, e adesso rovina pure lei… Come diavolo fanno a credergli?». Perché sì, nell’ultimo finale è scritto che Michele ha ceduto, ha infine messo nei pasticci la figlia: forse non più orco, forse solo pover’uomo, domani chissà, forse capro espiatorio o papà disposto a tutto. Qui, dietro le serrande chiuse della villetta di via Deledda, comincia un’altra notte senza pace, un’altra notte insonne per questa famiglia spezzata in due, ormai per metà nelle mani della giustizia: per Cosima che dorme sì e no due ore verso l’alba e mangia come un uccellino, «manco mi ricordo l’ultima volta che ho fatto un sugo»; per Valentina che nasconde gli occhi stravolti dietro le lenti spesse da miope e s’aggrappa al marito Stefano, un buon ragazzone che fa il portinaio a Roma e la sorveglia discreto: «Meno male che è successo tutto oggi, così domani ripartiamo», gli sospira al mattino, senza ancora sapere cosa li aspetta.

E chiude, così:

Passano le ore, Cosima è una statua di pietra, «ma Sabrina quando torna?». Non torna, l’arrestano. Valentina scoppia in lacrime: «Voglio dormire in cella con lei… Almeno le porto l’mp3 per sentire la musica!». Cosima non perde un colpo, è di ghiaccio, comincia a preparare la borsa per la figlia, «servono cose di lana ormai». Da lontano, rimbalzano le parole di Sabrina: «Ha detto che non lo chiamerà più papà, nostro padre», svela Valentina. E sono parole che forse raccontano una passione capricciosa e delusa. Restano le foto, che dicono più delle parole. In corridoio ce n’è una dei tempi di Amburgo, «scattata vicino alla fabbrica dove facevamo gli operai», sussurra Cosima. Con lei e Miche’ ci sono anche le bambine, dev’essere un periodo di festa, Sabrina può avere un anno, ha le guance paffute, i calzettoni azzurri, il vestitino rosa, il papà la tiene in braccio come un ninnolo, stretta nelle mani forti. Forse, per capire quello che è successo, più che la pista dell’odio bisogna seguire quella dell’amore.

Ci immaginiamo l’inviato del CorSera attaccato con le ventose al soffitto che batte il pezzo sul suo iPhone (il touch screen non fa rumore) e lo invia in via Solferino, mentre intanto prende contatti con qualche agenzia letteraria per il reportage narrativo, che se si fa in fretta forse si riesce ancora a piazzare per il Natale.
Epocale, l’attacco del pezzo sui “turisti della domenica“:

Calano a ondate e molti sanno già tutto: sono più preparati che sul copione di «Un posto al sole».

Che detto da uno che ci ha raccontato il colore dei calzettoni e del vestitino di Sabrina nella foto appesa in corridoio fa un po’ tanto ridere. Però incassa senza un lamento il cazziatone del parroco:

non sembra per niente snob don Dario De Stefano, il parroco che ha officiato il funerale di Sarah, quando tuona: «Forse è lo stesso tipo di gente che poi manda minacce a Cosima e Valentina chiuse in casa o che infierisce sul gatto di Sabrina… non è gente di Avetrana, credo. Comunque la pressione è troppa ed è colpa anche di voi giornalisti, girano particolari morbosi».

Stiamo parlando dello stesso giornalista che il giorno prima scriveva:

Le due cugine tirano le cinque di mattina con quei ragazzi grandi, Sarah è una che si butta addosso, Sabrina la rimprovera, forse non più solo da sorella maggiore. Sarah un piccolo sole, lei troppo tonda per piacersi davvero.

Sabrina Misseri è un personaggio che intriga Buccini, che così ne parla in un altro articolo (dedicato alla promessa che lei aveva fatto, pare, alla cugina di andare a vivere insieme appena avesse compiuto 18 anni):

Sabrina era attaccata ad Avetrana come una cozza al suo scoglio […]
Sabrina che sognava di fare l’estetista – e forse quel desiderio era una piccola metafora del suo inseguimento a una bellezza che non riusciva ad acciuffare per sé – aveva lavorato e poi litigato in una bottega del centro del paese. Sabrina che aveva infine messo un lettino e un paio di lampade a casa, in attesa di clienti e tempi migliori. Sabrina che non credeva però davvero nei tempi migliori «non posso farcela ad avere successo» e viveva con il naso appiccicato alla tv e soprattutto al Grande Fratello, senza tuttavia nemmeno il coraggio di immaginarsi protagonista della Casa, lei tra le maggiorate, i tatuati, tutti appesi alla sua gonna proprio come la piccola Sarah.

A un certo punto Buccini si lascia anche andare al fascino del crossover tra omicidi in famiglia (si sta parlando di Mimina Misseri):

Il telefono squilla sempre. Tra mille insulti anonimi da tutta Italia, giorni fa chiamò dal Piemonte il papà di Erika De Nardo per darle solidarietà: adesso che la procura la sta tirando dentro, adesso che tutti pensano a lei come alla marescialla di questa casa e di questo orrore, pure certe solidarietà sembrano tanto lontane.

Insomma, facciamola breve che altrimenti non finiamo più.

La casa dei 1000 corpi

Un articolo “di colore” alla volta (questi articoli ne accompagnano sempre uno, più asciutto, dedicato agli sviluppi dell’indagine), il Corriere della Sera ha sviluppato un grande feuiletton che a Eugéne Sue non sarebbe forse dispiaciuto. Un omicidio in un ambiente quasi da novella verista, con un uomo-ciuco che si alza all’alba per andare a lavorare nei campi e dorme su una sdraio perché lì lo hanno confinato le donne di casa. Una famiglia chiusa e morbosa, una comunità che il racconto squaderna ed esplora nelle sue dinamiche, come se l’inviato stesse appunto costruendo un romanzo. E già che ci siamo, guardate che razza di copertina ha assemblato Panorama.
Non deve affatto stupire che il pubblico, posto davanti a una narrazione che è strutturata come una fiction addirittura in quotidiani da cui ci si aspetterebbe tutto un altro tono, si precipiti in massa nella versione neoproletaria della gita ai luoghi manzoniani. Il garage dei Misseri vale un castello dell’Innominato, così come a suo tempo la villetta di Cogne (non è una faccenda di nord o sud, in questo lo spirito nazionale è forte e unitario).
Forse bisognerebbe richiedere ai giornalisti un nuovo paradigma, per la cronaca. Non tanto “i fatti separati dalle opinioni” ma i fatti separati dalla narrazione patetica.
E, tanto per precisare, il problema è endemico. Ho scelto il Corriere perché gli articoli di Buccini sono, nel loro genere, magistrali, ma su questa storia, sui rilanci, le rivelazioni, il morboso e tutto quanto ci stanno davvero marciando tutti.

* Io se fossi il direttore di un giornale toglierei una settimana di stipendio a qualunque giornalista sorpreso a scrivere, fosse anche in bozze, solo il nome di una vittima di omicidio. Le persone hanno nomi e cognomi. Usare solo il nome è uno strumento retorico che non dovrebbe appartenere alla cronaca.

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