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Autodifesa – aprile 2011

Questo mese la rubrica dei libri del mese arriva in ritardo e, per la prima volta, ha un titolo vero, che riprende una famosa battuta (?) di Woody Allen che ho riletto stampata su una borsa al Salone del Libro di Torino (di cui poi parliamo). Arriva in ritardo perché c’è un sacco di roba e perché ho avuto da fare. Nello scriverla, mi sto rendendo conto di quanto mi piaccia la possibilità offerta dagli ebook di inserire in mezzo alla recensione estratti del libro senza alcuna fatica. Leggessi solo ebook forse questa rubrica sarebbe solo una lunga lista di citazioni.

More about Harry Potter and Deathly HallowsQuando ho iniziato a leggere Harry Potter avevo da poco finito di recuperare un’altra saga in sette parti, quella della Torre Nera di Stephen King, e pensavo fosse il momento buono per buttarmi in un’altra storia di largo respiro, possibilmente un po’ meno frammentaria e dispersiva del colosso kinghiano. Pensavo di metterci un sacco, di centellinarmi i libri e, in effetti, tra il primo e il secondo e tra il secondo e il terzo ho lasciato passare un bel po’ di tempo. Ma quando con “The Prisoner of Azkaban” la serie ha iniziato ad allargare gli orizzonti e a far intuire che il titolare è in realtà un pretesto per raccontare (anche) la resa dei conti tra un sacco di maghi di trentaseiesimo livello ho deciso di accelerare. Parlare dell’ultimo volume “Harry Potter and the Deathly Hallows” (Bloomsbury) è in realtà fare anche un consuntivo dell’intera saga messa in piedi da J.K Rowling, perché in sé il libro, oltre a essere ovviamente incomprensibile senza aver letto quelli precedenti, è decisamente al di sotto delle due vette della serie (il quarto e il quinto episodio). Il ritmo è discontinuo, c’è una lunga e noiosa palude narrativa in cui Harry, Hermione e Ron vagano con l’Unico An… pardon, l’Horcrux e parti dove si va a mille. Sarebbe stato bello anche staccare ogni tanto da Harry per mostrare la vita nel mondo dei maghi e a Hogwarts sotto il regno di Voldemort. Ma il modo in cui la Rowling chiude il percorso narrativo dei suoi personaggi è magistrale (paradossalmente, anche se è in assoluto il libro in cui è meno in scena, è anche quello in cui Dumbledore/Silente è davvero protagonista, e che protagonista; ma è Snape/Piton a brillare più di tutti) ed è davvero difficile non pensare che davvero avesse in mente fin dall’inizio tutto quello che era successo prima che Hagrid si presentasse ad accompagnare Harry ad Hogwarts. O quello, o è una maestra della ret-con (quel genere di espediente narrativo per cui crei coerenza a posteriori da un corpus di storie slegate tra loro: un esempio eccellente e alto è “The life and times of Scrooge McDuck”, la serie in cui Don Rosa ha ricostruito la vita di Paperon de’ Paperoni dando coerenza a riferimenti biografici e geografici sparsi in modo più o meno casuale da Carl Barks nelle storie classiche. Esempi deleteri si trovano in narrazioni seriali come le telenovele o i fumetti di supereroi). In ogni caso, una tessitrice di trame e una costruttrice di mondi di prim’ordine. Certo, non ha affatto uno stile indimenticabile: mette una dietro l’altra senza particolari artifici le parole che le servono per raccontare quello che ha in mente e, come dice King, “è difficile che si imbatta in un avverbio che non le piace” (credo che i sette volumi contengano tutti gli avverbi in -ly permessi dalla lingua inglese). Però davanti al piacere della narrazione ci si passa sopra volentieri. E poi, oltre a essere una lettura divertente e avvincente, la saga di Harry Potter ha dentro anche un nucleo etico e morale non da poco, pur nella sua semplicità: tu sei quello che decidi di diventare con le tue azioni. E, per dirla con gli Zeppelin, il cammino lungo e c’è sempre tempo per decidere su quale strada farlo. Forse, da lettore adulto, avrei preferito però un cattivone supremo un po’ meno tonto e monolitico nella sua malvagità rispetto a Voldemort, tanto che forse la più spaventosa delle figure negative della serie è la Umbridge, meraviglioso esempio di piccola malvagità ministeriale e ipocrita. Al suo confronto, il tizio senza naso è uno spaventapasseri da luna park. Ma forse il vero malvagio, nonostante tutto, della serie, un freddo e calcolatore manipolatore di vite altrui salta fuori proprio in questo libro. Ed è una bella doccia fredda, anche se è dal primo episodio che subodoravi qualcosa. Spero solo che la Rowling sia così intelligente da tenersi alla larga da prequel o sequel. Anzi. Joanna. Se mi stai leggendo (o se qualcuno dell’ufficio stampa di Salani mi sta leggendo e può tradurglielo): pensa a George Lucas. Pensa a Jar-Jar Binks. I midichlorian. Gli Sgusci. Ecco. Ci siamo capiti.
Mi raccomando.

More about Un lavoro sporcoHo letto un altro libro di Christopher Moore, “Un lavoro sporco” (Elliott), da cui mi sono sempre tenuto lontano perché temevo che sull’argomento “umano che fa l’aiutante della Morte” avesse già detto tutto Terry Pratchett. Beh, a quanto pare mi sbagliavo: in primo luogo perché il protagonista di questo libro non diventa un aiutante del Tristo Mietitore in senso stretto, in secondo luogo perché Moore è riuscito a insufflare in una vicenda che non perde l’occasione per sfociare nell’assurdo e nel bizzarro un’asciutta (e per questo ancora più efficace) riflessione sulla separazione dalle persone amate che muoiono. Si ride tanto quando c’è da ridere, con progressioni comiche calibrate molto bene, e ogni tanto ci si commuove. L’impressione è quella di leggere il romanzo di un Jonathan Carroll più pirotecnico, popolato di personaggi usciti da una puntata di Futurama (la signora cinese che cucina qualsiasi cosa si muova le capiti a tiro è la mia preferita in assoluto). E con un lieto fine in linea con le premesse del libro: tenero, commovente e completamente bizzarro. Ora, non starò a fare confronti con quell’altro romanzo sull’amico d’infanzia di Gesù (che ormai si dovrebbe essere capito che… ok, la smetto), però è proprio bello da leggere e fa venire voglia di leggere altri romanzi di Moore. Ah, anche in questo caso compare almeno un personaggio da un romanzo precedente, ma non è nulla che disturbi la lettura. Una nota sulla traduzione: in una nota (ops) c’è scritto che il nome di un personaggio viene da un brano degli Elvenking, che sono un gruppo di folk metal italiano (che ho pure visto dal vivo). Mi sembra parecchio strano, ma faccio a fidarmi. Anche se non è che sia convintissimo della cosa.

More about Addio all'estateSempre per la mia abilità di leggere libri che riprendono le vicende di altri libri che non ho letto, però, questo mese ho letto “Addio all’estate” di Ray Bradbury (Mondadori). Di Bradbury non ho mai letto nulla, neanche la sua opera più famosa, quindi è stata una sorpresa scoprire che ha una scrittura meravigliosa, lirica ed evocativa, che sorregge questa storia in cui i ragazzini che abitano in una piccola città degli Stati Uniti decidono di non crescere più, scatenando una guerra con gli anziani della città. Il tono elegiaco e il fatto che il romanzo si chiuda con l’accettazione dell’inevitabile danno al libro un po’ il tono di un commiato, se non altro letterario, da parte di un autore alle prese con la vecchiaia. Anche se va detto che il buon Bradbury è stato lo scorso anno oggetto del desiderio di una giovane cantante americana:

(che ci crediate o no, il video è finito tra le nomination per il premio Hugo 2011, categoria “cortometraggi”)
Comunque, bello, mi è piaciuto e ho capito da dove vengono, credo, parte delle atmosfere e delle visioni di gente come King o Gaiman. Sono ben accetti consigli su cosa leggere di Bradbury ora (credo di aver visto da mio padre Paese d’ottobre, ora che ci penso).

More about Fantozzi totale

La meravigliosa Liù Bosisio (anche se io per vari motivi preferisco la signora Pina della Vukotic), voce di Marge Simpson (e di Patty e Selma)

I libri di Fantozzi scritti da Paolo Villaggio li avevo in casa tempo fa. Poi ci sono state un po’ di vicissitudini e si sono un po’ sparpagliati. Quando ho visto in libreria il malloppone “Fantozzi Totale” (Einaudi) ho pensato che potevo recuperare immediatamente tutto quanto. In realtà però questa non è una raccolta completa dei primi volumi (i più interessanti, poi Villaggio ha usato il nome Fantozzi per pubblicare altra robetta – un po’ come con i film dopo Super Fantozzi) ma un’antologia che per quanto parecchio ampia si concentra quasi esclusivamente sugli episodi che hanno poi avuto una trasposizione cinematografica, lasciando fuori piccoli quadretti poetici come l’episodio in cui Fantozzi scopre di poter volare o un racconto ferocissimo in cui Fantozzi, mentre al telefono si professa femminista, massacra di botte moglie e figlia. E manca anche il racconto che una volta mi fece rotolare giù dal divano (un ROTFL ante-litteram), in cui una scoreggia è descritta con le parole “rombo di cavallo ungherese”. Ma quello che c’è (a partire da una copertina splendida con la fam. Fantozzi al cenone di Capodanno) è comunque di primissimo livello. Certo, oggi è difficile capire quanto per l’epoca fosse dirompente l’umorismo di Villaggio, quanto fossero precise le sue descrizioni del micro-cosmo lavorativo dell’ufficio e quanto fosse inedita e spericolata la sua lingua fatta di vertiginosi e improvvisi accostamenti di alto e basso, aggettivazione ricercata applicata a eventi minimi, iperboli, climax acrobatici (“mani due spugne, salivazione azzerata, manie di persecuzione, miraggi”; potremmo passare anni ad analizzare il meccanismo comico di questa progressione). Oggi quando vogliamo fare ridere noi (almeno i “noi” che hanno grosso modo la mia età) usiamo un linguaggio che sta tra Fantozzi e la Gialappa’s, ma all’epoca dell’uscita dei primi libri questo genere di linguaggio comico era fuori dalla norma, in Italia. Se li trovate, cercate i vecchi volumi (mi pare fossero Bompiani). Ma se non li trovate, questo campionario della bravura di un autore straordinario in uno dei momenti più luminosi della carriera è un volume da avere.

More about Nel segno del martelloMi capita raramente di imbattermi in libri che proprio non mi piacciono. Questo perché di solito cerco sempre di andare sul sicuro, raccogliere in giro pareri, recensioni, giudizi per capire se qualcosa che mi sembra interessante possa piacermi o no. A volte però capita il pacco terribile. Per esempio è successo con “Nel segno del martello” di Giacomo Scalfari (Montag), di cui copincollo la quarta:

Karlo è un quattordicenne come tanti altri, ama l’heavy metal e ha la passione dei miti nordici. Ma un giorno Thor si manifesta a lui affidandogli una missione fondamentale per la salvezza dell’equilibrio cosmico: deve abbattere l’Anti-Yggdrasill, il pilastro storto dell’universo, e fondare un’organizzazione politica comunista perché Thor, nel caso non lo sapeste, è seguace del socialismo cosmico. Karlo, tra i servi di Loki che vogliono ucciderlo, Roskva e Thjalfi compagni di Thor che lo aiutano e Freda, che gli farà conoscere un altro modo di concepire la vita, si trasferirà a Bologna, città crocevia dei mondi, perché lì il 24 marzo del ’94, durante il comizio elettorale di Fini, si svolgerà l’ultima battaglia.

Questa quarta di copertina è un ottimo lavoro, dal punto di vista commerciale, perché attraverso la scelta delle parole (“missione fondamentale”, “nel caso non lo sapeste”, “socialismo cosmico”; se invece di “Fini” ci fosse stato “Gianfranco Fini” si prendono in un colpo solo i fan di Stanis Larochelle) presenta il libro come un’allegra e spensierata sboronata autoironica, qualcosa che avrebbe potuto scrivere Ammaniti o Morozzi. Visto che in libreria non lo trovavo l’ho ordinato perché, in fondo, la speranza di incappare nella perla sconosciuta uno ce l’ha sempre. E invece. E invece il libro ha una lunga serie di difetti che trovo imperdonabili, a partire dal fatto che si prende terribilmente sul serio. Terribilmente. In Thor che si palesa davanti a un ragazzino italiano in gita nei paesi nordici e gli dice “sono Thor, devi mettere su un gruppo metal e fondare un movimento comunista” non c’è la minima traccia di ironia. E non c’è la minima traccia di ironia nel descrivere l’improbabile infiltrazione di troll tra i frequentatori di un centro sociale e altre scene e vicende che prendono a mazzate ferocissime qualsiasi tentativo di sospensione dell’incredulità da parte del lettore. Se a questo si unisce una narrazione che taglia gli spigoli e non cerca di creare alcuna tensione su sottotrame che avrebbero meritato un po’ più di approfondimento (Karlo deve formare una band? Impara a suonare la batteria in un mese, si unisce a dei suoi amici e il primo concerto è un successo incredibile. Deve fondare un movimento politico? In breve tempo il suo gruppetto conta un sacco di iscritti, e via discorrendo), la voglia di finire in fretta il libro, che per fortuna è breve, è alta. Se non altro ho imparato qualcosina in più sui miti nordici (che Scalfari si è studiato bene) e ho scoperto la storia del Partito Comunista Internazionalista (che ignoravo; ero convinto fossero gli stessi di Lotta Comunista, ma immagino invece che ci siano sottilissime e fondamentalissime divergenze tra le due visioni). Niente, peccato: uno spunto meraviglioso ma un libro che non mi è piaciuto per niente (mi piacerebbe tanto riscriverlo o riutilizzare lo spunto, ma penso che l’autore non sarebbe per niente d’accordo).

Già che ho citato Morozzi, ad aprile c’è stata la seconda uscita dell’iniziativa di Quintadicopertina a cui sono abbonato: questo ebook si chiama Troppe Storie (per un uomo solo) e tiene fede al titolo presentando anteprime di tre romanzi a cui lo scrittore bolognese (e almeno una redazione di sedici schiavi, come diavolo fa a scrivere così tanto?) sta lavorando, oltre a due racconti. L’iniziativa, ne ho già parlato, è molto bella e se avete un lettore ebook fareste bene a sottoscrivere l’abbonamento; gli estratti presenti sono parecchio divertenti. In particolare, mi ha divertito questo passaggio dalla storia che vede come protagonisti dei fumettari:

Ogni tanto, ai pranzi con gli altri autori del giro Gamma, qualche sceneggiatore anziano che aveva scritto Cowboy Jim negli anni sessanta o settanta mi dava dei consigli. “Ricordati” mi diceva, ricacchiando e addentando il pollo “tu tieni sempre una banda di messicani cattivi e armati di fucile dietro una roccia, e un puma in agguato in cima a un albero. Quando non sai come portare avanti la storia, o fai sparare i messicani o fai saltare il puma.”

(immagino sia facile capire cosa sia la casa editrice “gamma” e chi sia “cowboy jim”, se bazzicate i fumetti italiani).
Ma anche la storia londinese promette parecchio bene.
Quintadicopertina ha anche una collana di ebook interattivi (sullo stile dei vecchi libro game), Polistorie, di cui prima o poi devo provare qualcosa.

More about RuhlebenDopo anni che puntavo il libro, mi sono comprato in ebook “Ruhleben” di Geoffrey Pyke (Alet), il memoriale dell’idea, non brillantissima, di un giovane giornalista inglese che allo scoppio della Grande Guerra decise di viaggiare in incognito per la Germania per verificare se le voci della propaganda erano vere. Ovviamente, nel giro di una settimana finì in prigione, prima, e in un campo per prigionieri civili alle porte di Berlino poi. Non so cosa faceste voi a ventun anni: Pyke trovò il modo di fuggire dal campo di prigionia e, insieme a un altro fuggiasco, andò a piedi, di nascosto, da Berlino alla frontiera olandese. Tornato in patria, raccontò la sua esperienza in questo libro che uscì a guerra ancora in corso e che quindi non contiene la descrizione dell’ingegnosa trovata che gli consentì la fuga, che si trova nell’introduzione:

Rivelò quel piano a un giornalista solo molti anni dopo, quando ormai Ruhleben era stata smantellata e lui poteva sentire il bisogno di una piccola vanità: e dunque ecco come andò. Al campo l’appello veniva fatto solo al mattino, dando per scontato che ai tentativi di fuga era necessaria la notte. Ma dopo il tramonto, aveva constatato Pyke, la sorveglianza intorno alle baracche dei prigionieri veniva fatalmente intensificata. La sua inappuntabile strategia finale, la quattordicesima che elaborò, si avvantaggiava del giorno per eludere la sorveglianza, e della notte per affermare la fuga: il fatto è che bisognava evadere con il favore del buio, ma non dalle baracche. In disparte, su un lato del campo, sorgeva un piccolo capanno, usato come deposito degli attrezzi: nel pomeriggio del 9 luglio 1915 Geoffrey Pyke ed Edward Falk si nascosero lì dentro sotto alcune reti (reti da tennis) che non li nascondevano affatto, e rimasero distesi, ad aspettare, con una sufficiente scorta di fiducia. Come ogni pomeriggio, prima che i prigionieri venissero riportati nelle baracche, una delle guardie sarebbe andata a controllare nel capanno. Quando avesse aperto la porta, come ogni pomeriggio di quelle settimane d’estate il sole sarebbe stato ancora abbastanza alto e avrebbe prodotto nel vetro della finestra un riflesso talmente forte da rendere impossibile vedere all’interno, specialmente nella direzione delle reti dove Geoffrey Pyke, immobile di certo e con il respiro in gola, guardò o disse al giornalista di aver guardato negli occhi pieni di sole del soldato tedesco lì in piedi a un metro da lui, prima che come molti altri pomeriggi quello chiudesse la porta dietro di sé e si allontanasse dal capanno senza aver potuto davvero controllare bene. Il resto del piano – scivolare via da lì, raggiungere strisciando la recinzione e superarla – sarebbe stato reso più semplice dal buio e dall’assenza di guardie in quella parte del campo, oltre che da certi esercizi complicati e ridicoli che Geoffrey Pyke diceva essergli stati prescritti per il cuore dal prestigioso, dall’inesistente specialista danese professor Sorgersund e che lo addestrarono invece alle sfibranti contorsioni sotto il filo spinato.

Questo dovrebbe darvi un’idea del personaggio in questione (che ha una pagina fittissima su wikipedia che non ho ancora affrontato), che scrive con un meraviglioso senso dell’umorismo british, così come è squisitamente british il suo understatement di molte situazioni. Però quando vuole sa anche piazzare delle osservazioni precise e puntuali, con una bella prosa.
Alcuni passi:

Una volta uno dei marittimi internati si espresse in modo piuttosto libero sulla natura dei prussiani. Il barone fece il giro del campo e, in ciascuna delle quattordici baracche, infliggendosi numerose e sonore pacche sul petto decorato di medaglie, urlò: «Non siamo noi i sanguinari: non siamo stati noi a volere la guerra a tutti i costi e a provocarla. Non lo accetto: i sanguinari siete voi». In seguito il professore di inglese all’Università di Berlino, anche lui internato, insieme a molti altri, si recò a spiegargli il significato e l’origine della parola inglese «sanguinario».

Come quasi tutti concordano nell’affermare, i tedeschi sono un popolo meraviglioso. Per quella colazione a loro spese non solo mi fornirono pane fatto non con grano, bensì con patate, ma anche caffè fatto non con chicchi di caffè, ma con ghiande. Anzi, tra poco è probabile che inventeranno un surrogato dell’acqua ottenuto da una combinazione alternativa alle solite due parti di idrogeno e una di ossigeno.

A Berlino, la prima cosa da fare è entrare in una birreria; la seconda cosa da fare è entrare in una birreria e la terza cosa da fare è entrare in una birreria. Ma non per bere birra. No. Anche se è leggera come piume su un’ala di colomba, ed è servita così fredda che il vapore della sala affollata fa sgocciolare il bicchiere, tuttavia è meglio bere solo quanto basta a far credere ai vostri vicini che non siete dei bisbetici asociali, che ordinano birra e non la bevono. Invece bevete un sorso qui e ascoltate; un sorso là, e ascoltate ancora; ogni tanto schioccate forte le labbra e scaccerete ogni sospetto eventualmente addensatosi su di voi e verrete considerati dei bevitori moderati, che gustano fino in fondo il proprio bicchiere. Apprenderete anche molte cose interessanti. In Germania ci sono due posti preziosi per raccogliere informazioni: uno è la carrozza ferroviaria e l’altro è la birreria. I soldati chiacchierano sempre per stabilire con precisione chi di loro sia più prossimo all’inferno, e la Germania è composta interamente di soldati.

Leggendolo, la cosa più straniante di tutte è pensare che il narratore non è, come potrebbe sembrare, un distinto gentleman quarantenne ma un ragazzo di ventuno anni. Evidentemente, una volta si cresceva e si maturava parecchio più in fretta.

More about CecitàGià parlando di “Il Vangelo secondo Gesù Cristo” scrivevo che Saramago è potenzialmente un grandissimo autore di fantastico. Per quel libro magari la cosa poteva sembrare un po’ tirata per i capelli, ma “Cecità” (Feltrinelli) sembra quasi fatto apposta per confermare la mia tesi: dall’oggi al domani, gli abitanti di una città senza nome iniziano a perdere inspiegabilmente la vista. Temendo che la cecità sia contagiosa, le autorità decidono di rinchiudere i ciechi in una struttura guardata a vista. Ovviamente, la vicenda assume rapidamente toni drammatici e ben presto emerge la vera natura, feroce e brutale, degli esseri umani. Ci sono delle pagine che picchiano durissimo, in cui Saramago descrive con il massimo distacco violenza e sopraffazione, la graduale perdita dell’umanità. E ci sono passi che sono purissimo zombi-movie, in cui l’unica donna inspiegabilmente rimasta immune al contagio si aggira per la città alla ricerca di cibo per le persone di cui ha deciso di prendersi cura. Quello che fa più male è però la mancanza di speranza, nonostante quello che potrebbe sembrare un lieto fine, che attraversa il libro. I “buoni” sono isole assediate da chi non si fa scrupoli per raggiungere i suoi obiettivi; e gli stessi “buoni” possono a volta causare del male o involontariamente o perché vi sono costretti. Attraverso la lente ipercorrettiva del fantastico, Saramago mostra la natura umana, la fragilità delle regole sociali che ci tengono lontane dalla bestialità. La scrittura è sempre quella: muri di testo con pochissimi punti a capo, frasi lunghe e dialoghi senza virgolette (solo le maiuscole), personaggi senza nome. Esige concentrazione ma ha una sua qualità ipnotica che, a poco a poco, tira dentro alla storia, al suo mondo allucinato e feroce.

More about La rivoltaE a proposito di mondo allucinato e feroce, chiudo con “La rivolta” di Nan Aurousseau (e/o), storia ambientata in un carcere francese durante e dopo una rivolta. Più che un noir o un thriller, come è presentato, è un romanzo di denuncia sulle condizioni del sistema carcerario francese che l’autore conosce piuttosto bene avendoci trascorso sette anni per rapina a mano armata.
La narrazione è piuttosto frammentata e il tono richiama quello dolente di certo noir francese, comunque, come quello di Izzo o Manchette, che di Aurousseau (che dopo il carcere è diventato un idraulico) è stato lo scopritore.

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Autodifesa – marzo 2011

La mattina del 7 marzo, mentre dormivo in treno, qualcuno ha avuto la bella idea di fregarmi la borsa dove tenevo il Kindle e scendere al volo alla stazione. Io dormivo. Un signore seduto dall’altra parte del corridoio ha visto la scena ma non ha fatto niente perché pensava che il tizio seduto davanti a me (di cui io non ho memoria) fosse un mio amico. Stupido lui, stupido io a dimenticarmi di tenere bene a tracolla il borsello invece di lasciarlo sul sedile di fianco a me. Stupido io.
More about La Musica LiberataComunque, l’ultimo libro letto sul mio primo Kindle (nel frattempo sono arrivato al terzo, perché quello ordinato per rimpiazzarlo si è rivelato difettoso, ma ne ho già parlato) è stato “La musica liberata” di Luca Castelli, pubblicato da Arcana ma messo a disposizione lo scorso dicembre come pdf gratuito per un periodo limitato. Una scelta coerente con l’argomento del libro, vale a dire gli scenari aperti per il music business dalla diffusione di internet e la storia del processo di digitalizzazione della musica. Il racconto di Castelli ha il pregio di presentarsi, appunto, come un racconto, i cui capitoli prendono sempre il via dalle esperienze personali dell’autore, che è del 1976: le vicende narrate, dall’affermarsi del cd a quello dell’iPod e dei servizi di musica in streaming, vanno di pari passo con i cambiamenti reali portati nel modo quotidiano di rapportarsi con la musica di un’intera generazione. Infatti, dal punto di vista “nostalgico”, l’impatto è fortissimo. Per dire, leggendo il capitolo sulla nascita del p2p, mi sono trovato di colpo il ricordo delle prime, avventurose, connessioni a Napster con il 56k, le mezz’ore per tirare giù un brano, i file “incomplete” che bivaccavano nell’hard disk, le bestemmie quando qualcuno a cui eri collegato si sconnetteva, il senso di colpa quando dovevi proprio staccare la connessione e c’era qualcuno che stava scaricando da te, l’emozione di trovare finalmente pezzi rari che non avrei mai saputo dove recuperare altrimenti (la versione originale di Defender dei Manowar – e Orson Welles – tanto per dire, o la Stayin’ Alive di Ozzy e Dweezil Zappa). Ma in generale, quella di Castelli è una storia dell’industria discografica degli ultimi vent’anni, dei suoi errori e dei suoi tentativi di riguadagnare forme di controllo sulla diffusione dei propri prodotti. Il difetto principale è forse quello di peccare un po’ di ottimismo, specie per quanto riguarda l’Italia, dove giganteschi limiti strutturali (disponibilità di connessioni veloci) e culturali (“minchia oh, con Internet puoi avere tutto gratis, tipo che invece di andare di andare al cinema puoi scaricare il film ripreso dal cinema con il cellulare, troppo figo ahahahah”) temo che freneranno sempre la diffusione di servizi di streaming legalizzato a pagamento. Ma l’ottimismo entusiasta credo serva anche per provare a convincere chi legge a provare ciò di cui si parla. Scritto bene, scorrevole, divertente quanto serve, senza nemmeno fastidiosi picchi di indie-fighetteria. Per chi si interessa di musica, è un libro da leggere.

More about Lasciami entrareUn po’ un indie-fighetto, invece, lo deve essere John Ajvide Lindqvist, il cui “Lasciami entrare” (Marsilio) in originale riprende il titolo da un verso degli Smiths (“Let the right one in”), oltre a schifare più volte i Kiss. Però glielo si può anche perdonare, perché con questo romanzo (da cui è stato tratto un film svedese, bellissimo, nel 2008 e un remake americano nel 2010) (non si sa se il remake uscirà in Italia; forse, se esce, si chiamerà “Amami, sono un vampiro“) ha scritto l’anti-Twilight definitivo. Ma anche senza pensare a Twilight, ha comunque scritto una delle migliori storie di vampiri di sempre: Eli, la creatura co-protagonista della storia, è feroce e minacciosa, inquietante. La sua presenza porta morte e distruzione, sconvolge vite. Cerca di ristabilire una qualche forma di umanità, certo. Ma l’happy ending non c’è. Ambientato in una grigia periferia svedese degli anni ottanta, il romanzo è una storia d’amore sui generis tra un dodicenne complessato e vittima di bulli che sembrano usciti dritti dritti da un romanzo di Stephen King e quella che sembra essere una sua coetanea, ma vampira, che arriva nell’appartamento vicino al suo insieme al servitore umano che la aiuta a procurarsi il sangue. In mezzo, sangue, morte, alcolismo, grigiore, neve, freddo. Il titolo si riferisce a una credenza sui vampiri, quella secondo la quale non possono entrare in un’abitazione se non vengono invitati. Lindqvist la inserisce nel romanzo e la scena in cui Eli dimostra a Oskar che cosa succede se lei entra se lui non le dà il permesso è un capolavoro di inquietudine. Su schermo come su carta. La scrittura distaccata e asettica del libro aumenta il senso di disagio della storia: si assiste ad atrocità e a gesti di tenerezza come osservandoli da lontano, per non disturbare. È un libro potente,  che forse si dilunga un po’ troppo nella parte centrale, ma che riesce a ridare nuova linfa alla povera figura del vampiro, restituendogli fascino, ferocia e spessore.

More about Harry Potter and the Half-Blood PrinceMentre dormivo ignaro del furto di cui stavo cadendo vittima, di fianco a me c’era “Harry Potter and the Half-Blood Prince” di J.K. Rowling (Bloomsbury), sesto e penultimo tomo della saga, ormai quasi finito. Credo che, dopo il secondo libro, sia il primo della serie che non mi convince del tutto: difficile sorpassare le vette di Goblet of Fire e, soprattutto, Order of the Phoenix, però sembra che qui la Rowling si sia dedicata principalmente a sviluppare un lungo antefatto per il volume finale. La caratterizzazione dei personaggi, qui in un momento fondamentale della loro crescita per quanto riguarda i ragazzini, è sempre degna di ogni ammirazione, però, salvo l’accelerazione degli ultimi capitoli, succede davvero poco: ci si trascina da una visione sul passato di Voldemort all’altra, aspettando la fine dell’anno scolastico che, da che mondo è mondo, è il momento in cui a Hogwarts succede la qualunque. Avevo già visto il film, quindi sapevo che cosa sarebbe successo alla fine, ma lo stesso il modo in cui la Rowling lo racconta è toccante e misurato. Peccato appunto che tutto quello che viene prima sia non così interessante.

More about Il Vangelo secondo Gesù CristoChiudo con “Il Vangelo secondo Gesù Cristo” di José Saramago (Feltrinelli). Tra me e Saramago c’è una sorta di lotta: mi piace il suo tono, mi piace il suo sguardo sul mondo, il modo discreto e minimale che ha di raccontare, ma soffro tantissimo ad affrontare le sue pagine fatte di infiniti muri di testo, con le frasi lunghissime, i dialoghi senza virgolette, pochissimi punti a capo. Però trovo che spesso valga decisamente la pena di affrontare queste vere e proprie pareti di parole per ascoltare il suo modo di raccontare le storie. Come in questo caso. Il tema della riscrittura della vita di Gesù è sempre carico di fascino per gli scrittori (vi ho già detto che “Il Vangelo secondo Biff” di Christopher Moore è un capolavoro?), forse anche per l’incredibile laconicità dei Vangeli canonici, che fanno venire voglia di “tappare i buchi”. Alcuni lo fanno appoggiandosi ai vangeli apocrifi (a volte in modo un po’ cialtrone, vedi alla voce Dan Brown, o sfornando dei capolavori, vedi La buona novella di Fabrizio de André).

Saramago, invece, ha preso una strada diversa. Ha preso alcuni elementi fondamentali della vita di Gesù e li ha impastati in un romanzo che interpreta il rapporto tra uomo e Dio (e Diavolo). Il Gesù di Saramago non nasce da una madre vergine, si salva dal massacro voluto da Erode perché Giuseppe ascolta per caso una conversazione tra due soldati e nasconde la famiglia (invece di scappare in Egitto perché avvertito da un angelo), perde il padre crocifisso dai Romani perché confuso per un ribelle; soffre la fame quando ancora ragazzino abbandona la casa della madre per cercare fortuna altrove, vive insomma per lungo tempo al normale vita di un palestinese qualunque della sua epoca. In questo quadro realistico, tratteggiato con molta attenzione, Saramago fa entrare il divino come una presenza misteriosa, inquietante, che lascia segni agli uomini il cui senso sfugge (la misteriosa terra luminescente) e che non è mai possibile capire con esattezza se sia benigna o maligna. Dio e il Diavolo, così come gli angeli dell’uno e dell’altro, non sono facili da distinguere. E lo stesso Dio è un personaggio ambiguo, più simile alla sua versione bibilca (immensamente potente) che a quella cristiana (immensamente buono).
Per quanto mi riguarda ci sono due vette straordinarie, nel libro: una è quando Gesù spiega che, sì, potrebbe resuscitare Lazzaro ma che non lo farà perché nessuno dovrebbe meritare di provare due volte l’esperienza del morire. Una frase buttata lì che deflagra come una mina, sempre più potente ogni volta che ci si ripensa. L’altra è il dialogo che Gesù ha con Dio (alla presenza del Diavolo) su una barca in mezzo al lago di Tiberiade. Dio spiega a Gesù che ha bisogno di una morte in suo nome perché possa venire venerato al di fuori dei ristretti confini della Palestina. Gesù chiede “e basterà la mia morte per questo?”. Dio dice che, in effetti, no, ci sarà bisogno anche del sangue di qualcun altro. E partono cinque-sei pagine fitte fitte di martiri cristiani, con le cause della loro morte, indifferenziati per epoca (compare persino Maria Goretti); è un elenco vertiginoso e sanguinoso di atrocità. A cui seguirà poi la notizia che, una volta diffusa la fede, oltre a chi ha creduto in Dio, dovrà morire anche chi non vi ha creduto: eretici e miscredenti. La storia della fede diventa così una lunghissima scia di sangue, di cui Gesù è solo la primissima tappa.
È un libro per niente amichevole, come già detto, ma che ripaga il lettore con una storia potentissima che trasuda intelligenza e forza polemica (mai fine a se stessa) da ogni parola, senso dell’umanità e pietà. Non sorprende più di tanto che questo libro non sia amatissimo (eufemismo) nel mondo cristiano o che su ibs si trovino commenti rancorosi come questi:

Sconcertante la descrizione. Scrivendo “ritenuto blasfemo da alcuni cristiani ortodossi” spero che l’autore di questa descrizione stesse scherzando. Il libro assume un’ideologia materialista che appare evidente a qualsiasi persona sia minimamente informata sul Gesu’ vissuto nella storia, neanche credente. Se poi uno crede, non ne parliamo neanche. Altro che “ortodossi” :-)

Sono stupefatto da quanto riportato nella descrizione in quarta di copertina: «Questo libro è ritenuto blasfemo da alcuni Cristiani Ortodossi…». Il contenuto di questo libro è osceno e blasfemo per qualunque cristiano, a qualunque confessione appartenga. Saramago si diverte a sputacchiare sul Cristianesimo e a sporcare la figura di Gesù; c’è tutto il livore di un fallito ideologico comunista come il nostro caro “coraggioso” autore. Dipinge il Cristianesimo come male assoluto, mentre si è guardato bene dallo scrivere qualche riga sugli islamici dopo l’11 Settembre, Beslan, Madrid, Bali etc… A mio parere non vale la carta su cui è stato scritto. Brutto, volgare, banale, oscenamente penoso!

Una rara immagine del blogger impegnato nella lettura del Vangelo secondo Gesù Cristo

È anche un grandissimo romanzo fantastico; è un tratto che si prende poco perché Saramago è uno scrittore “serio” e quindi la “letterarietà” ingloba tutto, però va detto che il modo che ha lo scrittore portoghese di usare l’elemento sovrannaturale in questo romanzo è davvero potente e intrigante. Se si prova ad astrarre la storia dal suo ri-raccontare il mito fondativo di una religione realmente esistente e la si immagina come una vicenda originale, ci si accorge di quanto sia misterioso e intrigante il lato sovrannaturale della vicenda, quanto siano ben tratteggiate le figure di Dio e del Diavolo. Se non fosse così faticoso (vedi la foto di fianco) da leggerlo, potrebbe anche essere consigliato come un grande romanzo fantastico (come i testi da cui è ispirato, si potrebbe dire); ma anche se è fatico, forse è il caso di consigliarlo come grande romanzo fantastico.
Fate uno sforzo, concentrazione, e sarete ricompensati da un grande libro.

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Autodifesa – gennaio 2011

Alla fine, come dicevo, ho riflettuto sulla formula di questi resoconti di libri letti; e mi sono reso conto che quello che non mi piaceva più era la presentazione a elenco. I post sui libri del mese erano nati come pubblicazione di un file che avevo iniziato a tenere per me in forma schematica con brevi note. Poi da quando ho iniziato a usare aNobii tenere un elenco del genere è diventato piuttosto superfluo.
Così, ho deciso di impostare questi post in forma molto più discorsiva. Un po’ come la rubrica di Nick Hornby che viene tradotta da Internazionale. O un po’ come un post vero e proprio. Vediamo se funziona meglio.
N.B la grandezza delle copertine non è proporzionale al giudizio sul libro! È solo che alcune aNobii le ha o minuscole o gigantesche.

Gennaio mese potteriano.
More about Harry Potter and the Goblet of FireMore about Harry Potter and the Order of the PhoenixHo iniziato l’anno finendo la lettura di Harry Potter and the Goblet of Fire e già che c’ero, galvanizzatissimo, mi sono sparato al volo anche The Order of the Phoenix (per entrambi, l’autrice è J.K. Rowling e l’edizione quella in paperback della Bloomsbury con le copertine “adult”, che comunque non contengono Emma Watson nuda). Goblet of Fire (quarto della serie) è un vero punto di svolta: riprende il tono più cupo del libro precedente, amplificandolo. Inoltre, il raddoppio delle pagine corrisponde a un aumento ben più significativo della complessità della trama. Per la prima volta si capisce chiaro e tondo che il centro della storia non sono tanto (o non solo) le vicende dell’eroe eponimo bensì il gigantesco e incombente regolamento di conti tra maghi di trentaseiesimo livello. Ho accolto con un grosso grosso grosso sospiro di sollievo la forte riduzione del consueto scenario iniziale con Harry vessato dagli zii e dal cugino, la cui quarta ripetizione sarebbe stata davvero troppo. Alla fine ero così entusiasta del finale che sono partito appena possibile con The Order of the Phoenix, che non solo si mantiene sugli stessi livelli e toni, ma aggiunge anche una venatura politica al tutto che difficilmente mi sarei aspettato in un romanzo “per ragazzi”. Il tentativo del Ministero della Magia di prendere possesso di Hogwarts, la scuola di magia, minandone gli insegnamenti e rendendola di fatto inutile è supportato da una campagna stampa che sfrutta manipolazione dei fatti e gossip per screditare gli avversari. Inoltre, la Rowling introduce un cattivo, la Umbridge, che fa infinitamente più paura del tanto temuto Voldemort: una grigia e minuta funzionaria statale, che porta avanti il compito che le è stato assegnato con stolidezza e pacata ferocia. E che infligge agli studenti una punizione che riecheggia un famoso racconto di Kafka. Sempre senza alzare la voce. The british way to evil. Inoltre, tutta la parte sui primi turbamenti amorosi del dinamico trio è gestita bene, senza diventare mai invadente o stucchevole (così come, anche nel libro precedente, il tentativo da parte di Hermione di far assumere coscienza di classe agli elfi domestici, che invece sono ben felici di essere sfruttati). Ora ho i due libri finali che mi attendono. E credo che non ci vorrà molto prima di finirli.

More about Altri libertiniCi sono libri e autori attorno ai quali ronzi per anni, prima di deciderti. Di Pier Vittorio Tondelli ho letto, pescando qua e là secondo quello che mi sembrava interessante al momento, Un weekend post-moderno, robusta collezione di articoli sugli anni ’80, ma non ho mai letto la narrativa. Quindi ho cominciato dall’inizio, da Altri libertini (Feltrinelli), che è la raccolta di racconti con cui esordì. Trent’anni dopo, è difficile riuscire a immaginare lo scandalo che questi scritti causarono per il loro contenuto esplicito: Tondelli scrive di sesso in modo vitale, gioioso, famelico, disinibito. Ma non in modo gratuito: gli serve per definire i suoi personaggi, la loro fame di vita, di amore. E la scrittura va dietro a questo impeto: sembra sempre di rincorrere i personaggi, viene quasi il fiatone a stare dietro alle loro vite che macinano amori, città e avventure nel giro di poche pagine. È un’intensità che colpisce, rara da trovare.
More about Il tascapaneI “tondelliani”, aspiranti scrittori timidi e con il maglioncino, compaiono in uno dei racconti di Gianluca Morozzi che compongono Il tascapane (edito in ebook da Quintadicopertina). Quintadicopertina è una casa editrice digitale (come 40k e la neonatissima Sugaman), che pubblica cioè i propri testi solo in formato digitale. La sua peculiarità rispetto ad altre realtà simili è quella di avere pensato a un “abbonamento” a un autore (al momento sono due: Morozzi e Francesca Genti): per 12 euro si ricevono nel corso di un anno quattro “libri” che contengono materiali a completa discrezione dell’autore. Un’idea interessante a cui, visto che Morozzi mi piace, mi è sembrato interessante aderire, ricevendo per ora questa prima uscita che contiene una manciata di racconti e i primi capitoli di un romanzo ancora inedito. Tutto interessante: divertente il primo racconto, quello in cui si citano i “tondelliani”, che racconta le esperienze autobiografiche ai concorsi letterari.
More about Editoria digitaleE già che parliamo di ebook, ho letto Editoria digitale di Letizia Sechi (Apogeo, disponibile gratuitamente online), che è un’introduzione, pensata per gli addetti ai lavori, su formati, tecniche, supporti e problematiche del mondo del libro digitale. È spiegato bene, è tecnico il giusto e affronta il problema della ridefinizione del flusso di lavoro all’interno di una casa editrice, che è tutt’altro che secondario.
More about ContentSempre di Apogeo, sempre disponibile online e citato in alcuni passi dalla Sechi è Content di Cory Doctorow, che raccoglie alcuni articoli della sterminata produzione dell’autore americano sui temi del copyright, dell’editoria digitale e della creatività. Qui ho poco da dire, se non cose ottime. Doctorow mi sembra una delle teste pensanti a cui stare dietro in questi tempi e mi ritrovo pienamente su molte delle sue posizioni. In più, come già ho trovato nei suoi romanzi, il suo entusiasmo per il vivere “nel futuro” è palpabile e contagioso. Fosse per me, testi come questi sarebbero letture obbligatorie per tutti.

That’s all folks, la prima uscita è andata.
Qualunque parere è ben accetto!

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I libri di Dicembre

Ultimo appuntamento dell’anno con la rubrica dei libri (in anticipo, ma tanto dubito che riuscirò a finire Harry Potter and the Goblet of Fire entro domani, visto che l’ho iniziato ieri). Evidenziato, quello più consigliato.
La rubrica si vedrà anche nel 2011. Intanto vedo di mettere insieme tutte le uscite di questi cinque anni in un unico file.
Buone letture (e buon anno).

Harry Potter and the Prisoner of Azkaban – J.K. Rowling (Bloomsbury)
Secondo me i libri di Harry Potter sono fatti per essere letti quando fa freddo. Comunque. Come sanno anche i sassi, credo, questo è il terzo della serie e segue sostanzialmente lo schema dei primi due, introducendo però uno sguardo un po’ più ampio sugli eventi che portarono alla morte dei genitori di Harry e, soprattutto, un tono leggermente più cupo (i guardiani della prigione di Azkaban sono degli spettri che risucchiano tutte le emozioni positive delle persone lasciandole in preda alla più nera disperazione e incapaci di agire). La costruzione della trama è lenta come una nevicata a novembre, ma quando la Rowling inizia a tirare le fila della storia, beh, c’è solo da dire wow. Mi spiace solo che qui Snape (Piton) faccia un po’ la figura dell’idiota, perché è decisamente il personaggio più interessante di tutti (e l’unico a trattare con un po’ di polso l’altrimenti intoccabile Harry, a cui tutto è concesso). Qui si inizia a capire perché la serie di HP sia piaciuta così tanto.

Alice nel paese della Vaporità – Francesco Dimitri (Salani)
Dopo Pan, che è un robustissimo romanzo urban fantasy, mi aspettavo grandi cose da questa Alice. Invece, purtroppo, questo romanzo costruito come l’avventura di un gioco di ruolo (con una cornice metanarrativa che non ne risolleva le sorti) si è rivelato una lettura molto meno entusiasmante. Si capisce che Dimitri avrebbe un sacco di cose da raccontare sulla Steamland, la distesa allucinata che circonda una Londra retro-futuribile che ricorda un po’ il mondo della Torre Nera kinghiana, ma purtroppo quelle che ha scelto di mettere per iscritto non sono le più interessanti e la struttura della quest ogni tanto mi ha fatto inconsciamente venire voglia di dare un’occhiata alla scheda del mio personaggio. L’ambientazione è intrigante, ma non è supportata da una storia all’altezza: si legge piacevolmente, ma non mi ha soddisfatto del tutto.

The Innswich Horror – Edward Lee Jr. (Deadite Press)
Senza H.P. Lovecraft, chissà cosa sarebbe oggi l’immaginario orrorifico e sovrannaturale. Questo romanzo breve di un autore di cui non so nulla, ma che è uno di quei paperback writer capaci di sfornare decine di romanzi per il mercato dei tascabili mettendo una parola dietro all’altra con grande senso del dovere e amore per lo splatter, riprende uno dei topoi più tipici della narrativa post-lovecraftiana, vale a dire l’idea che Lovecraft abbia raccontato nelle sue storie fatti reali per avvisare l’umanità dei pericoli che corre. Così, qui abbiamo un gentiluomo di Providence, lettore di Lovecraft, che negli anni Trenta si reca in vacanza a Innswich, località del Rhode Island nella quale lo stesso Lovecfrat si era recato (nella finzione di Lee) e a cui si era ispirato per scrivere uno dei suoi capolavori, La maschera di Innsmouth (che se non hai mai letto puoi anche trovare in inglese o in una qualunque antologia di Lovecraft). Ovviamente, ci vuole poco perché il viaggiatore si renda conto che Lovecraft non si è ispirato solo all’aspetto esteriore della cittadina per la sua storia. La storia ricalca quella originale di Lovecraft, aggiunge solo uno sguardo più smaliziato, un po’ di orrore esplicito e di sesso e un colpo di scena che fa più che sorridere. Non è niente di che (ed è stampato malissimo), ma è un romanzo onesto di un onesto professionista che non ha altre pretese che non rendere omaggio a uno dei titani dell’immaginario fantastico del Novecento.

Song of Kali – Dan Simmons (Gollancz)
Questo è uno di quei casi in cui le aspettative ti rovinano la lettura di un romanzo: ne avevo sentito parlare in alcune discussioni (qui, per esempio) in termini decisamente lusinghieri e mi aspettavo grandi cose. Ora che l’ho finalmente letto, sono abbastanza perplesso perché a ben vedere non è che abbia trovato che questo libro si distacchi così tanto dagli standard del genere, né per lo svolgimento né per la qualità della rappresentazione del Male o per le descrizioni di Calcutta. La storia è quella di un redattore di una rivista di poesia che viene mandato in India a cercare di scoprire se è vero che un poeta indiano creduto morto ha invece ricominciato a scrivere. Si porta dietro la moglie (indiana) e la figlioletta di pochi mesi (che ha la data di scadenza in fronte; non è uno spoiler, è evidente dalla prima pagina) e viene invischiato in una storia torbida di presunte resurrezioni, adoratori di Kali, ladri di cadaveri, ecc. Alla fine scoprirà che il Male vive tra noi, che viviamo in un’era dominata dalla furia distruttrice della Dea e c’è ben poco che possiamo fare prima di andare a gambe all’aria tutti quanti. Forse mi aspettavo troppo, però mi è rimasto ben poco dalla lettura di questo libro (ma nonostante questo, qualcos’altro di Simmons voglio leggerlo, perché comunque qua e là dei lati interessanti li ho trovati).

Little Brother – Cory Doctorow (Kindle)
Più che un romanzo per young adults, lo definirei un juvenile, come quelli di R.A. Heinlein, con cui ha in comune il desiderio di essere non solo una storia appassionante ma anche una sorta di manuale di comportamento, con al centro i temi di cui Doctorow scrive di solito, vale a dire l’utilizzo consapevole della tecnologia, il software libero, l’ossessione per la sicurezza post-9/11. La storia è quella di un ragazzino di San Francisco che dopo un attentato al Bay Bridge organizza una resistenza al controllo militaresco operato in città dal DHS, il Department of Homeland Security. E benché non sia difficile appassionarsi alle sue vicende, è chiaro che il cuore del libro siano le informazioni che Doctorow dà ai suoi giovani lettori sull’attenzione che dovrebbero prestare al modo in cui usano i computer e sulle contromisure che si possono adottare. La risoluzione della storia è abbastanza deludente (il giornalista investigativo buono come deus ex machina), ma prima di arrivarci ci si diverte parecchio. Come dice Neil Gaiman, è un libro da far leggere a qualunque ragazzino e ragazzina un minimo svegli che si conoscano. Ovviamente, l’edizione cartacea italiana è fuori commercio. Si trova un ebook che grazie al cielo è privo di DRM (sarebbe stato paradossale, vista la storia). Se avete un e-reader e leggete in inglese, la versione originale in Creative Commons è liberamente scaricabile dal sito dell’autore (come tutti i suoi libri).

Il porto degli spiriti – John A. Lindqvist (Marsilio)
Dalle grinfie di Lovecraft non si scappa, se si racconta di una comunità che vive in riva al mare (in questo caso un’isola svedese) in cui ogni tanto scompare misteriosamente della gente. Lindqvist si porta dietro l’etichetta di “Stephen King norvegese”, che non è del tutto campata per aria, a giudicare dallo svolgimento di questo romanzo, che abbraccia le vite di due generazioni di personaggi (tratteggiati con grande abilità) i loro amori, i loro drammi, i loro segreti e il loro rapporto con gli eventi sovrannaturali. C’è qualche eco di A volte ritornano nei due demoniaci fan degli Smiths (l’ho sempre detto io di non fidarsi di Morrisey e soci…), ma comunque il modo che ha Lindqvist di costruire la sua storia e il suo sovrannaturale è decisamente personale. E anche quando sconfina nel fantasy più esplicito (lo Spiritus), riesce a farlo senza stonare con il resto del mondo che ha creato e senza concedere nulla o quasi allo spiegone. In effetti la qualità più interessante del libro è proprio l’atmosfera di non detto e l’imperscrutabilità del potere del mare (che richiama anche il buon Hodgson), che danno l’impressione di trovarsi davanti a uno scrittore che non solo ha alle spalle un’ottima conoscenza dei meccanismi del genere ma anche una capacità di costruire storie, ambienti e personaggi superiore alla media.

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I libri dell’estate – parte prima

Sono un po’ indietro con le recensioni dei libri letti. Tipo che è da giugno che non le faccio. Fingendo che a qualcuno interessi qualcosa, riprendo a puntate. Evidenziati, i Gran Fighi.

La futura classe dirigente – Peppe Fiore (Minimum Fax)
Quello delle storie di precariato è ormai un genere. Fiore è in gamba a metterci dentro un po’ di ironia e delle storie divertenti (quella della ragazza che deve sviluppare filastrocche per bambini è notevole). Il problema grosso è che è veramente troppo lungo per quello che racconta e il rischio noia tende a farsi parecchio elevato.

Il corpo del capo – Marco Belpoliti (Guanda)
Un’interessante analisi sull’uso del corpo nella comunicazione pubblica di Berlusconi, condotta attraverso il ricorso a un certo numero di fotografie, alcune delle quali non avevo mai visto. Forse è una caduta di stile il riferimento, in più punti, all’ineluttabilità della morte, forse – visto che di corpo si sta parlando – no. Lettura interessante per imparare a guardare con sguardo meno ingenuo le immagini che ci vengono proposte.

Il mondo degli Showboat – Jack Vance (Mondadori)
A cavallo, come altri lavori di Vance, tra Sci-Fi e Fantasy, con le vicende di una compagnia di attori che porta i suoi spettacoli in giro lungo il fiume di un pianeta popolato da culture differenti. Abbastanza divertente ma un po’ vacuo.

Vedi di non morire – Josh Bazell (Einaudi)
Non è lo sfolgorante esordio di un nuovo genio come ossessivamente ribadito in quarta di copertina e alette. Bazell mette insieme un libro molto pulito, molto preciso, che combina con perizia intuizioni mediche in stile House MD e mafiosi italo-americani (e informazioni sulla medicina in puro stile Palahniuk). L’alternanza dei capitoli nel presente e nel passato dà movimento al libro ma alla fine (e nonostante una trovata finale che cerca di essere quanto più possibile sopra le righe e pulp) si resta con l’impressione di aver letto solo un buon compitino.

La fortezza di Farnham – Robert A. Heinlein (Mondadori)
È un romanzo nettamente diviso in due parti: la prima racconta le peripezie di un gruppo di sopravvissuti, grazie a un bunker, all’attacco nucleare scatenato dall’URSS sugli Stati Uniti, ed è quasi un manuale di sopravvivenza. La seconda è praticamente “Il pianeta delle scimmie” con i “negri” al posto delle scimmie ed è un po’ meno interessante. È un Heinlein profondamente innamorato del lato bello e scintillante del sogno americano, ma anche capace di osservarne i lati meno presentabili (il razzismo, che costituisce, con il ribaltamento della seconda parte, un tema ricorrente del libro). Non uno dei suoi romanzi migliori, perché la seconda parte è nettamente inferiore alla prima, più realistica e tesa nella descrizione dei rapporti tra i sopravvissuti, ma comunque interessante.

L’ubicazione del bene – Giorgio Falco (Einaudi)
È una raccolta di racconti tutti ambientati in un quartiere satellite di una grande città. Storie di piccole/grandi sconfitte, di naufragi esistenziali, di perdite di umanità. C’è un continuo riferimento agli animali, che sbucano fuori dai muri (le termiti, in un quasi remake di un famoso racconto di Calvino), che vengono acquistati per essere tenuti in casa o per combattere tra di loro.

Tango e gli altri – Francesco Guccini e Loriano Macchiavelli (Mondadori)
Quarta collaborazione Guccini/Macchiavelli, forse la migliore. L’indagine su un delitto commesso (forse) da un partigiano durante la guerra viene portata a compimento sedici anni dopo i fatti ed è un modo per mettere in luce gli aspetti meno “comodi” della guerra di liberazione. “Non tutti i partigiani erano paladini di Francia” ha detto Guccini riferendosi a questo libro, che in un certo senso è quasi una risposta ai libri di Pansa sull’argomento.

Bad Prisma – AA. VV. (Mondadori)
Si può fare un’antologia di autori italiani basandosi, sostanzialmente, su una leggenda urbana? Pare di sì. Arona ha messo insieme una bella squadra di autori e li ha sguinzagliati sulle tracce di Melissa, una ragazza fantasma che appare nel corso dei millenni in diverse situazioni. Costruito come un romanzo fatto di tanti racconti messi in ordine cronologico ha, inevitabilmente, i suoi alti e bassi. Però i primi tendono a superare i secondi.

Harry Potter and the Philospher’s Stone – J. K. Rowling (Bloomsbury)
Il primo libro di Harry Potter colpisce per la sua assoluta pulizia. La Rowling è stata brava a scrivere una storia che fila liscia e scorrevole dal suo inizio alla sua temporanea conclusione, riuscendo introdurre il lettore a poco a poco in un mondo che (è facile dirlo adesso) ha l’aria di essere decisamente vasto.

Dexter il devoto – Jeffrey Lindsay (Mondadori)
Visto che sono troppo pigro per seguire serie tv che non siano Lost, recupero con i libri. Anche se il secondo episodio del Dexter cartaceo non ha nulla a che vedere con la serie. Comunque. Non siamo certo davanti a un inarrivabile capolavoro. Ma la scrittura è piacevole, gli eventi si susseguono in modo logico e la psicologia di Dexter è sempre tratteggiata alla perfezione. Intrattenimento di alto livello.

Il Vangelo secondo Biff – Christopher Moore (Elliot)
È bellissimo. Un grande romanzo di avventure, sarcastico e illuminato, che racconta la vita di Gesù dal punto di vista del suo amico d’infanzia Biff, che lo ha accompagnato in giro per l’Oriente negli anni in cui il Messia si è formato. Fa ridere, è un fantasy notevole, c’è Gesù che impara il kung fu e Gesù che, Phileas Fogg ante litteram, sottrae innocenti dalle grinfie dei seguaci di Khalì. Come si può non amarlo?

Filologia dell’anfibio – Michele Mari (Laterza)
Michele Mari racconta il suo C.A.R. Un incubo kafkiano che ormai tocca solo a volontari, per fortuna. Leggendolo, mi sono tornati in mente i miei tre giorni a La Spezia, che nonostante i vent’anni trascorsi tra l’esperienza di Mari e la mia erano fatti della stessa sostanza, delle stesse caserme squallide, degli stessi riti, probabilmente anche delle stesse macchie sul vassoio della mensa. Mari usa una lingua complessa e cangiante, che varia dai toni più sintetici a voli pindarici e arcaicizzanti che cercano di nobilitare in qualche modo il grigiore della materia trattata.

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