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Ricapitolando

Tar and Feathers

Uno appena condannato in via definitiva per (in soldoni) truffa allo Stato fa un comizio su un palco abusivo estirpando pure dei segnali stradali, intanto che i suoi evocano la guerra civile (Bondi, FA CALDO).
Curiosamente questa persona è l’alleato del partito cosiddetto di centro-sinistra al governo di responsabilità, quello che se ti opponi sei un pericoloso estremista.
Meno male che è quello responsabile, pensa se si alleavano con un criminale (in effetti però capisco la sorpresa, questo Berlusconi sembrava proprio una persona così per bene, non mi capacito che si sia rivelato un filibustiere del genere).

Va a finire che voto davvero Feudalesimo e Libertà, che almeno prevede la gogna.

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Fasci-coli di storia italiana (cit.)

Il Giornale

Il Giornale

Questa mattina il Giornale.it titola come si vede in alto l’idea del PDL di bloccare per tre giorni i lavori parlamentari per protestare contro il fatto che la Cassazione sta cercando di fare il suo lavoro, ovvero chiudere il processo Mediaset prima che scatti la prescrizione.
Lasciando per un attimo da parte la folle concezione dello Stato che sta sotto all’idea di Brunetta e Schifani (e lasciando da parte il fatto che purtroppo il Parlamento ora come ora non serve a una sega e almeno i parlamentari del M5S hanno il buon gusto di non costare troppo per essere inutili), mi vorrei concentrare sulla disinvolta formulazione del titolo.

L’Aventino fa riferimento alla protesta dei parlamentari anti-fascisti a seguito della scomparsa di Giacomo Matteotti, deputato socialista che il 30 maggio del 1924 tenne un durissimo discorso contro il clima di intimidazione in cui si erano svolte le elezioni (cito un passo che ho letto giusto stamattina in Point Lenana di Wu Ming 1 e Roberto Santachiara):

Giacomo Matteotti. L’inizio della campagna elettorale del 1924 avvenne dunque a Genova, con una conferenza privata e per inviti da parte dell’onorevole Gonzales. Orbene, prima ancora che si iniziasse la conferenza, i fascisti invasero la sala e a furia di bastonate impedirono all’oratore di aprire nemmeno la bocca. (Rumori, interruzioni, apostrofi)

Una voce:” Non è vero, non fu impedito niente.” (Rumori)

Giacomo Matteotti. Allora rettifico! Se l’onorevole Gonzales dovette passare 8 giorni a letto, vuol dire che si è ferito da solo, non fu bastonato. (Rumori, interruzioni) L’onorevole Gonzales, che è uno studioso di San Francesco, si è forse autoflagellato!

Dieci giorni dopo Matteotti viene rapito mentre si reca in Parlamento e di lui non si sa più niente fino a che non viene ritrovato il 16 agosto, seppellito in un bosco fuori Roma. Era stato ucciso subito dopo il rapimento da membri della polizia politica.
La “secessione dell’Aventino” prende forma il 26 giugno, quando i parlamentari dell’opposizione si riuniscono a Montecitorio e decidono per protesta di non partecipare più ai lavori parlamentari.
Lo scandalo del delitto Matteotti e la protesta degli aventiniani non scalfirono affatto il potere di Mussolini, che anzi l’anno successivo sciolse le Camere e fece fare al regime il salto di qualità.

Nella prima parte del titolo, quindi, si tratteggia un Berlusconi vittima eroica della violenza politica.

La seconda parte del titolo si riferisce invece, ovviamente, all’esposizione del cadavere di Mussolini in piazzale Loreto, una delle pagine più controverse, grottesche e drammatiche della fine della guerra. Di nuovo, Berlusconi è vittima inerte di una violenza di segno politico.

La semiotica ci insegna che ogni narrazione ha una struttura profonda, formale. In questo caso la struttura formale è “l’eroe è vittima di violenze”. Però su queste strutture si installano poi degli elementi che non sono più formali, ma che “rivestono” e connotano questa narrazione.
Ed è qui che il titolo del Giornale diventa nauseante, perché sceglie di tematizzare la supposta violenza ai danni di Berlusconi mettendo sullo stesso piano due fatti antitetici. Associare prima Berlusconi a Matteotti e poi Mussolini a Matteotti è infangare due volte la memoria di Matteotti; vuol dire costruire la narrazione di una “pacificazione” in cui parlamentare socialista e il Duce sono vittime allo stesso modo.
È l’ideale di “pacificazione” e “memoria condivisa” del fascismo che hanno i fascisti, ovvero un “facciamo che alla fine avevamo ragione noi”. Che è in scala ridotta la stessa idea che porta avanti il PDL  quando parla di “pacificazione” sull’antiberlusconismo: facciamo che abbiamo vinto noi.
Idea oggi tacitamente supportata dal governo Letta di un PD ormai così allo sbando che al confronto la prima incarnazione guidata da Veltroni oggi sembra un partito di estrema sinistra.

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New Italian Thing

Gola profonda non abita più qui

La Repubblica va all’attacco e cerca di creare il Noemigate.
10 domande a Berlusconi sulla natura dei suoi rapporti con la famiglia Letizia, tra l’interese pubblico e il tentativo di mettere nei guai il PresDelCons con uno scandalo a sfondo sessuale.

La memoria torna a dieci anni fa e all’impeachment di Bill Clinton.
Clinton rischiò di giocarsi la presidenza perché aveva mentito, ostacolando il corso della giustizia, nel processo per le molestie a Paula Jones. Clinton sostenne di “non avere mai fatto sesso” con Monica Lewinksy, poi disse che credeva che pensava che aver ricevuto del sesso orale non valesse come “sesso”. (ora, immaginatevi che personaggio meraviglioso deve essere uno che si inventa una supercazzola del genere).
Il fatto, dal punto di vista tecnico, era squisitamente etico, non morale: se il presidente mente di fronte alla legge, non può più fare il presidente.
Probabilmente, l’eco e lo squallore dello scandalo sessuale hanno avuto un ruolo non secondario nel far perdere ai democratici le elezioni del 2000 (assieme a tutti i casini che le caratterizzarono). Ma gli USA del 2000 erano una nazione assai meno dogmatica, nelle sue scelte di voto, di quanto non lo sia l’Italia di oggi. E soprattutto ai democratici si opponeva un partito vero, non un’informe e sempre più disorganizzata associazione di tizi.

The name of the game

Ma in Italia, oggi, l’idea di leadership politica che incarna Berlusconi (digressione: Berlusconi è un cognome che riempie la bocca, che risuona grasso e invadente, che negli ultimi 15 anni abbiamo pronunciato o scritto tutti quanti talmente tante volte che mi stupisco che riusciamo a farlo ancora. A volte è come se questa parola grossa e unutosa fluttuasse nello spazio attorno a noi, strusciandosi sui nostri vestiti, sulla nostra pelle, i capelli. L’esplodere sonoro dell’occlusiva bilabiale /b/, che si prolunga per un istante nella chiusura sorda della /e/, il frizzare della vibrante alveolare /r/, dopo la quale la lingua si ferma un istante al centro della bocca per far passare l’aria ai lati e dare vita al suono della /l/, poi si sposta indietro ed è la /u/, lunga e cupa, poi il rapido soffio della /s/ che si infrange sull’occlusiva velare sorda /k/ a cui fa seguito una /o/ che per un attimo sembra allargarsi all’infinito, prima di impennarsi nella nasale alveolare /n/ e di chiudersi in /i/, un suono che costringe gli angoli della bocca a tendersi all’indietro in una specie di impercettibile sorriso. Ecco la danza con cui la nostra bocca modula l’aria che le arriva dai polmoni per riprodurre quel nome, un kata che abbiamo tutti ripetuto mille e mille volte, riempiendolo ognuno con la sua inflessione, con il suo insistere su un suono anziché un altro, di volta in volta sussurrando ammirati o facendo esplodere fortissima la prima lettera, colpo di cannone che annuncia guerra) ha pochissimo a che vedere con quella che è stata l’esperienza delle democrazie occidentali emerse tra il XIX e il XX secolo. Esperienza che, in fin dei conti, è poco più che una parentesi, rispetto a forme di governo più  spicce e dirette .
Quello che emerso dal lungo travaglio post-manipulite e che ha trovato forma compiuta dopo le elezioni del 2008 è uno scenario completamente nuovo, in cui il partito principale in Italia è un non-partito, che pur dialogando con partiti più strutturati e tradizionali (la Lega e quel che resta di AN) è in realtà qualcosa di completamente diverso da essi; al potere che esercita non si riescono ad applicare le vecchie categorie della vita politica.
Normalmente, un partito punta alla sua sopravvivenza spostando in posizioni di retroguardia i suoi membri meno presentabili, perché la reputazione dell’organizzazione è più importante di quella dei suoi singoli membri. E la reputazione si basa sulla credibilità: in ogni sistema politico la menzogna è strutturale, ma verso l’esterno si deve mostrare di ricorrervi il meno possibile.
Quello che sta facendo Repubblica è qualcosa che in linea teorica è assolutamente legittimo: dimostrare che il Presidente del Consiglio sta mentendo, sovrapponendo versioni discordanti che danno l’impressione che stia cercando di mascherare qualcosa di potenzialmente dannoso per la sua reputazione. Il che dovrebbe indurre in quella che si chiama “opinione pubblica” dubbi sulla credibilità di un leader che si smentisce da solo ogni due giorni e svariati malumori nel suo partito, con conseguente fronda interna per il bene dell’organizzazione qualora il malumore dovesse sembrare eccessivo.
Di politici la cui carriera è stata sbriciolati da scandali di varia natura è piena la storia. Uno fa una cazzata che dimostra che è una persona di cui ci si può fidare (o talmente stupida da fare cazzate e farsi beccare) e cortesemente il partito lo mette da parte e ne prende le distanze. Una versione in giacca e cravatta dell’esilio dalla tribù dei sacrileghi, se vogliamo.
Il punto è che Berlusconi di tutto questo può bellamente fregarsene. Chi lo vota lo vota a prescindere. Lui è l’apoteosi dell’autorità carismatica teorizzata da Weber: viene seguito perché è lui. Perché è il personaggio pubblico che ha saputo costruirsi addosso. E’ leader di un partito (e di una coalizione di partiti) non perché è stato scelto dall’apparato, ma perché si è imposto come tale. Forza Italia era davvero il sogno di un visionario (che cercava di scampare la galera) retto solo dalle capacità comunicative di una persona. Più che un partito è un comitato elettorale, una macchina che ha lo scopo di arrivare laddove il capo non può arrivare. L’esoscheletro di Berlusconi.
Il fatto che Berlusconi menta e lo faccia compulsivamente come fanno tutti i grandi venditori non preoccupa i suoi elettori. Di conseguenza, con buona pace di Ezio Mauro, le bugie su come conosca Noemi Letizia e la sua famiglia non scalfiranno minimamente il suo potere, come accadrebbe in una normale democrazia parlamentare. Non l’hanno scalfito menzogne ben più gravi sul livello pubblico, come il fatto che prima negò che Fininvest avesse società off-shore e poi, una volta sbugiardato, sostenne che fare società off-shore è il minimo per una grande azienda. In altre parole, lo Stato è governato da una persona che si è sbattuta per anni per trovare il modo di pagare meno tasse possibile allo Stato stesso.
E uno dirà: vabbeh, ma queste sono questioni alte, che magari la gggente non capisce, se invece andiamo sul privato, sul torbido, sul sesso con le ragazzine tocchiamo più il cuore della gggente.
Rido. Forte.
Perché anche questo fa parte dell’immagine del capo. Intanto, da un lato, lo zoccolo tosto dell’elettorato berlusconiano crede a Berlusconi. Non ai giornalisti (di Repubblica poi. Già di default non ci credo io ai “retroscena” e agli scoop di Mauro e soci, figuriamoci chi guarda il tg4). Se lui dice che Noemi l’ha vista sempre e solo con i genitori, così è. Punto. Ma il lato trombeur de femmes (la r in più è voluta) di Berlusconi è comunque visto come un pregio, o al limite un peccatino veniale. Le reazioni alle esternazioni della moglie sono state istruttive in questo senso e hanno svelato il permanere di una cultura che associamo a tempi più remoti: l’uomo è libero e cacciatore, la moglie cornuta stia zitta e mantenga un contegno (cultura che per inciso appartiene anche a chi Berlusconi non lo può soffrire. Gli idioti sul piano privato si distribuiscono equamente).
Io non penso che saranno queste cose a minare il consenso di cui gode. Anzi, non riesco proprio a immaginare che cosa sia.

Hop hop hop! Din din din!

Forse la prima cosa necessaria per minare il consenso a Berlusconi sarebbe avere dall’altra una forza di opposizione credibile, unita e coerente. Cosa che il PD non è. E che probabilmente, a meno che non compaia un leader assolutamente straordinario, capace di unire le diverse anime e di dialogare con la sinistra, non sarà nemmeno alle elezioni del 2013. E questo leader dovrebbe essere in grado di competere con Berlusconi sullo stesso piano della costruzione del personaggio, della capacità visionaria e di entrare in risonanza con gli altri. Saper dire agli altri che cosa devono desiderare.
C’è più poco da girarci intorno: Berlusconi ha determinato questi ultimi 15 anni. Non ha cambiato gli italiani, quello no: ha solo saputo comunicare con i loro desideri, con quello che forse prima si vergognavano a esprimere. Ma ha cambiato la faccia e i modi della competizione politica, sempre più nella direzione di una sorta di dispotismo para-parlamentare, già oltre il presidenzialismo. Più ancora che nelle presidenziali americane, chi ha votato ha votato per o contro un uomo, non un politico. Dal 1994, il modo di porsi di Berlusconi è sempre stato “io ho fatto questo e quello per il mio paese come imprenditore perché sono una persona che pensa questo e quest’altro e ha queste altre doti. Adesso datemi il potere e lo farò come vostro governante”. Berlusconi è entrato in politica non per andare in parlamento a discutere, a perdere tempo: non ha chiesto a Fini un posto in lista. Ha fatto un partito e si è proposto come suo leader. Una cosa assolutamente al di fuori della prassi politica che prevedeva un cursus honorum piuttosto definito: fai politica nel tuo paesello, diventi consigliere comunale, poi magari passi alla regione, poi forse prima o poi ti candidano al parlamento, se va bene al senato, o forse ministro o poi… un percorso che era anche un’alfabetizzazione alla politica, ai suoi riti, alle sue regole, alle sue convenzioni. Che certamente non sono/erano tutte giuste e/o perfette, ma che  servivano anche a ribadire l’esistenza di una tradizione.
Berlusconi quasi da un giorno all’altro è arrivato e ha spazzato tutto. Mentre scrivo queste righe leggo che da Confindustria ha detto che il Parlamento è un luogo dove si perde del tempo.
La prima cosa che viene in mente è il famoso discorso di Mussolini: “Potevo trasformare quest’aula sorda e grigia in un bivacco per i miei manipoli…”. Ma è sbagliata.
Berlusconi non è fascista. I fascisti duri e puri lo vedono come pluto-borghese fumo negli occhi. Non è nemmeno antifascista. Come disse tempo fa, l’intera questione è una perdita di tempo, per uno come lui che pensa a lavorare.
Il modello piuttosto è aziendalista; infatti i ministri sono “efficienti come membri di un CdA”.
E’ un culto del capo di nuova concezione, totalmente slegato da qualunque ideologia politica. Con scarsissime basi ideologiche, se non in negativo (“non siamo comunisti”). Berlusconi è il capo non in quanto inventore di una dottrina politica o suo massimo interprete: è il capo perché è il più bravo, per il suo curriculum, perché è quello che sa cosa va fatto. E’ il capo perché l’azienda è sua. Ha chiesto se poteva prendersela, gli hanno detto di sì e se l’è presa.
Gli altri sono collaboratori, ai quali si possono delegare dei compiti minori o messa in atto di disposizioni, ma che non devono interferire con il livello direzionale.
E soprattutto non va mai messa in questione in pubblico l’autorità del leader, perché questo crea discussioni, distrae energie e proietta all’esterno un’immagine negativa.
Il padrone è il padrone. C’è chi l’ha capito ed è contento di averlo come padrone e non crea problemi
Chi invece non ha capito e lo critica pubblicamente fa male all’azienda-Paese.
Punto.
Il padrone risponde a quello che vuole, quando vuole.

Shape of things to come

Rendiamoci conto: l’Italia, contrariamente a quello che pensiamo di solito, non è un posto noioso dove non succede mai nulla e dove tutto è fermo.
L’Italia è un posto in cui succedono cose interessanti (nel senso della famosa maledizione cinese).
Negli anni venti del XX secolo abbiamo inventato un modello totalitario che ha avuto una certa fortuna in Europa e nel mondo.
Oggi stiamo sperimentando una nuova e strana forma di governo, che dell’ordinamento democratico come l’abbiamo conosciuto mantiene una crosta esterna, che probabilmente diventerà sempre più sottile. Una forma di governo indissolubilmente legata a doppio filo a un uomo solo e alla sua biografia.
Tempi interessanti. Tempi interessanti.

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