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Who will save rock and roll? – I Dictators, il rock and roll e tutto quanto – 2

TheDictators

Continua e finisce la breve storia a punti dei Dictators.

10. Nonostante sia un disco oggettivamente parecchio bello, Blood Brothers fa fiasco come i suoi predecessori. E a questo punto la band va di nuovo in frantumi. Negli anni ’80 Ross the Boss fonda i Manowar, Top Ten i Del-Lords.

11. La reunion arriva in due parti. Nel 1990 esce, a nome Manitoba’s Wild Kingdom, il disco … and you?, in cui suonano Manitoba, Shernoff, Ross the Boss e il nuovo batterista “Thunderbolt” Patterson. Il singolo “The party starts now” finisce in heavy rotation su Mtv e un frammento pure nella colonna sonora di Un poliziotto alle elementari.

Il disco è più metalloso dello standard dei Dictators, con alcuni pezzi che sono in effetti puro metal; esce giusto in tempo per farsi poi spazzare via dal grunge un anno dopo e finire nel dimenticatoio. E’ comunque un discone pure lui. 25 minuti.

12. “Manitoba”, per inciso, è nel campo musicale un marchio registrato da Handsome Dick Manitoba. Infatti, il tizio che si fa chiamare Caribou in origine si faceva chiamare Manitoba, ma ha dovuto cambiare per una causa intentatagli da nostro.

13. Per avere un nuovo disco dei “veri” Dictators bisogna aspettare il 2001, quando esce Dictators Forever, Forever Dictators (DFFD per gli amici), che mostra un gruppo incredibilmente lucido e affilato, alle prese con un punk rock maturo e divertente al tempo stesso. Io ho lasciato il cuore su “Avenue A”, cantata da Shernoff, che racconta il quartiere di St. Mark’s Place e quello che è cambiato lì negli anni:

14. Benché DFFD non sia un successo irresistibile, serve almeno a fare tornare i Dictators in pista, che da allora inanellano uscite dal vivo e tour in Europa. Ovviamente non tutto va benissimo e attorno al 2010/11 Shernoff parlando del gruppo (in pausa, ma Manitoba, Ross e Patterson suonano in giro con il nome “Manitoba”) si lascia scappare qualcosa sul fatto che Manitoba comunque non è un vero cantante e che tutti i pezzi li ha sempre scritti lui e questa cosa non sarebbe mai stata riconosciuta. Segue un certo scambio di vaffanculi via web, al termine del quale le due parti sembrano trovare una qualche forma di accordo e il gruppo di Manitoba può fregiarsi del nome “The Dictators NYC”, che è un po’ quelle soluzioni tipo “La leggenda dei New Trolls”. Ma l’importante è che in qualche modo i ‘taters siano ancora in giro.

15. Un po’ di robe sparse.
– Una volta i Dictators si fecero cacciare dal tour dei KISS perché Manitoba imitò uno dei discorsi di Paul Stanley al pubblico sul palco.

– Attorno al 1977, i roadies dei Foreigner, con cui i Dictators erano in tour, rovesciarono una rete piena di patate sul palco mentre suonavano. Lo scherzone nasce dal fatto che il nomignolo della band, ‘taters, significa appunto “patate”.

– Su un numero della rivista Punk! uscì un fotoromanzo con Lester Bangs e Manitoba impegnati in uno scontro all’ultimo sangue. Il modo migliore per leggerlo è prendersi una copia di Punk: the Best of Punk Magazine, che contiene una quantità incredibile di cose bellissime.

– Una volta a New York nel 1977 gli AC/DC aprirono per i Dictators, al Palladium. Poi già che c’erano andarono a suonare al CBGB’s.

– Le cover registrate dai Dictators sono: California Sun (The Riviera’s), I got you babe (Sonny and Cher), Search and Destroy (The Stooges), Slow Death (Flamin’ Groovies), The Moon Upstairs (Moot the Hoople), Interstellar Overdrive (Pink Floyd), What Goes On (The Velvet Underground), I Just Wanna Have Something to Do (The Ramones).

– Handsome Dick Manitoba non è uno a cui piaccia starsene con le mani in mano. Negli anni ’80 ha fatto il tassista, oggi conduce un programma radiofonico su un canale diretto da Little Steven (un altro insospettabile fan dei Dictators), ma è stato pure per un certo tempo il cantante dei riformati MC5.

Già che c’è, gestisce pure un bar sull’Avenue B a Manhattan, il Manitoba’s.

– I Dictators sono stati uno degli ultimi gruppi a suonare al CBGB’s, due sere prima della chiusura (prima che diventasse una boutique di Varvatos). Per Manitoba tecnicamente sarebbero stati l’ultimo gruppo rock, perché l’ultima sera si esibì Patti Smith, che però considera “robaccia hippie” o giù di lì. Abbiamo un video.

– A proposito di CBGB’s, ecco i Manitoba’s Wild Kingdom con Joey Ramone nel 1991. I Ramones incisero California Sun probabilmente ispirati dalla cover che ne fecero i Dictators nel primo disco.

16. Le date italiane dei Dictators NYC sono:
– 29 luglio Bologna, Bolognetti Rocks
– 30 luglio La Spezia, Spazio Boss
– 31 luglio Brescia, Area Sonica
– 2 agosto Seregno, Tambourine

 

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The next big thing – I Dictators, il rock and roll e tutto quanto – 1

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I Dictators sono uno dei segreti meglio custoditi del rock and roll. E incidentalmente uno dei miei gruppi di sempre, amati di un amore che non avrei mai creduto di potere provare per un gruppo scoperto ormai lontano dall’adolescenza. Ne ho parlato un paio di volte, qui e nel resoconto del viaggio a New York.
Ma siccome i Dictators (o meglio i Dictators NYC, formula dietro alla quale si nascondono alcune menate tra i membri fondatori e il fatto che della formazione originale sopravvivono solo due membri) sono appena sbarcati in Europa per un tour che toccherà anche l’Italia per ben quattro date, mi sembra giusto condividere questo segreto con il mondo (inteso come: quelli che curiosamente hanno ancora questo blog nel feed reader).

Dalla Rolling Stones Record Guide del 1982. D.M. è Dave Marsh, cofondatore di Creem e una delle 120.000 persone che si contendono il titolo di "prima persona ad avere usato il termine PUNK parlando di musica"

Dalla Rolling Stones Record Guide del 1982. D.M. è Dave Marsh, cofondatore di Creem e una delle 120.000 persone che si contendono il titolo di “prima persona ad avere usato il termine PUNK parlando di musica”

1. I Dictators sono stati fondati attorno al 1973 da Andy Shernoff, bassista e cantante, che a 16 anni aveva fondato la fanzine Teenage Wasteland Gazette, per la quale scrisse qualcosa anche Lester Bangs.

2. Il loro primo disco è del 1973, si intitola The Dictators Go Girl Crazy ed è stato prodotto da Murray Krugman e Sandy Pearlman, che all’epoca gestivano anche i Blue Öyster Cult. Non fu propriamente un successo commerciale, però ispirò due ventenni di nome John Holmstrom e Legs McNeil a fondare una fanzine sperando di potere un giorno intervistare la band. Quella rivista si chiamava “PUNK!”, forse ne avete sentito parlare. Per sfiga, quando i due chiamarono la Epic per chiedere un’intervista al gruppo si sentirono dire che il gruppo si era sciolto e tanti saluti.
Toh, ascoltatelo tutto, tanto è breve:

3. Un paio di canzoni del primo disco sono cantante da “Handsome Dick Manitoba”, al secolo Richard Bloom, amico di Shernoff e roadie tuttofare della band. Narrano le cronache come roadie Manitoba fosse un disastro, in qualsiasi mansione (dalla guida alla cucina); in compenso una sera del 1974 salì sul palco (per la prima volta in vita sua) per cantare Wild Thing. Doveva essere una specie di scherzo, ma il pubblico impazzì letteralmente, non tanto perché Manitoba sia un grande cantante (anzi), ma per il carisma promanato a profusione. Da lì, è diventato la “secret weapon del gruppo” e quando Pearlman e Krugman hanno messo sotto contratto il gruppo hanno preteso che diventasse un membro ufficiale.

4. Tra le altre bizzarre decisioni di Pearlman ci fu anche quella di cambiare il cognome di Ross da Friedman a Funicello, perché l’idea dell’italo-americana tirava di più. Il cognome gli resterà appiccicato almeno fino ai primi dischi dei Manowar.

5. L’ultimo concerto prima dello scioglimento temporaneo nel 1975 fu a una roba che si chiamava Miss All Bare America. Abbiamo una foto dell’edizione del 1977 (mandate a letto i bambini):

Foto di Roberta Bayley

Foto di Roberta Bayley

Edizione del 1975

Edizione del 1975

6. Si riformano all’inizio del 1976. Shernoff si fa un po’ da parte e si presenta come bassista Mark “The Animal” Mendoza. Ha una testa di capelli afro da fare paura e suona come un mastro ferraio. Probabilmente le due cose non sono collegate, ma qualche settimana dopo il palazzo in cui provano crolla mentre loro non ci sono.

7. Manitoba è il protagonista di uno degli eventi più citati nei libri sugli anni punk di New York: “The Wayne County Incident”. Wayne County era all’epoca un cantante transessuale e si stava esibendo con il suo gruppo al CBGB’s. Ubriaco, Manitoba si mette a insultarlo. Questo è il punto su cui tutti i testimoni concordano, perché poi le interpretazioni divergono: per alcuni era un attacco omofobo in piena regola, per altri aveva sempre fatto parte del gioco. Fatto sta che a un certo punto Manitoba mette un piede sul palco. Il CBGB’s era un buco, pare che per andare in bagno fosse una strada obbligata. Oppure voleva menarlo? Anche qui i resoconti divergono. Quello su cui tutti concordano è l’epilogo: Wayne County urla una roba tipo “CICCIONEDDIMMERDAHAIROTTOILCAZZO” e schianta l’asta del microfono addosso a Manitoba. La scena pare sia stata molto buffa, perché i due protagonisti sono questi:

Handsome Dick Manitoba (a sinistra, l'altro è Muddy Waters)

Handsome Dick Manitoba (a destra, l’altro è Muddy Waters)

Wayne County

Wayne County

Manitoba crolla a terra in un bagno di sangue. Il colpo gli ha sfasciato la clavicola.
Succede ovviamente un casino. I Dictators sono ostracizzati più o meno da chiunque, tanto che la rivista PUNK! si sente in dovere di fare qualcosa per il suo gruppo ispiratore. Per prima cosa, chiede un articolo a Lester Bangs. Bangs, che sta per trasferirsi a New York, manda una sbrodolata allucinante sulla “Mafia gay di New York”, poi rinsavisce e chiede che non venga pubblicato. Il pezzo si trova online e non è tra le cose migliori di Bangs. Tempo fa provai a tradurlo, ma è un inferno:

Ma questa non è una novità. Queste stronzate sono vecchie come Brian Epstein. Più vecchio. Se volessi tirartela davvero da artista e vantarti della tua erudizione potresti risalire a tutta la documentazione sul fatto che Nijinsky dovette lasciarsi fottere nel culo da Diaghilev per diventare “un successo”. È come tutte quelle stronzate che hai letto su Hollywood, le attricette e il divano per i provini, ed è tutto VERO, a parte che sono e sono stati i bei ragazzi quelli che qualcuno si vuole succhiare. Mi ricordo nel ’66, sto vedendo qualcosa su Warhol e i Velvet sulla tv pubblica, sono lì a fumare erba con mio nipote mentre guardiamo i Velvet al Dom che suonano un’ininterrotta jam “orientale” con Cale che incombe sulla sua viola accordata aperta e Lou Reed che strimpella davanti a una muraglia di amplificatori e poi c’è uno stacco sul pubblico che è tutto pieno di questi scenaioli warholiani che ballano come coglioni su questo bordone senza muovere gomiti e ginocchia, in una catatonia metamfetaminica, e con tutta l’ingenuità del 1966 guardo mio nipote e gli dico “cioè, mi domando come potresti mai entrare a fare parte di un gruppo di gente del genere”.

Okay, non ce l’ho con il fare i pompini e non ce l’ho con gli omosessuali. Una persona etero non può permettersi di fare nulla di neanche lontanamente vicino a una cosa del genere in questo momento storico, perché come per i neri la memoria delle terribili oppressioni è ancora troppo fresca – a dire il vero là fuori dove la maggior parte degli americani vive sono ancora cosa di tutti i giorni, il che vuol dire che mi scuso se suona paternalistico ma mi sento dispiaciuto per chiunque debba vivere tra completi rincoglioniti che ammiccano a loro con occhi che luccicano di gioia sadica solo perché capita che siano un po’ diversi in un modo o nel’altro. Ci sono delle sofferenze dietro all’essere alla moda, dietro alle stronzate S&M/D&D effeminate che qualunque sadico o masochista degno di questo nome dovrebbe odiare almeno quanto le odia l’autore di questo pezzo, dolori che hanno a che fare con sorrisetti alle spalle e individui chiaramente incompleti, coglioni repressi che ti vogliono fare mangiare merda perché ami o ami fare l’amore con persone del tuo stesso sesso o hai altre propensioni che non rientrano nelle strette maglie del loro eterno terrore…

Comunque l’altra cosa che fanno quelli di Punk! è organizzare ai Dictators un concerto, in un locale nuovo e fuori dal giro, che attira un sacco di gente incuriosita e che vuole vedere questi tizi di cui ha tanto sentito parlare.

8. Il secondo disco si chiama Manifest Destiny. Shernoff ci suona le tastiere. È il disco meno riuscito del gruppo, anche se contiene almeno due perle.
Una è Young, fast, scientific, che contiene il verso “rock and roll made a man out of me” che è talmente enorme che i KEAP hanno dovuto scrivere una canzone con quel titolo.

L’altra è la cover di Search and destroy degli Stooges che, beh, fate un po’ voi.

Neanche questo disco va bene e nel 1978 Mendoza se ne va, per finire poi nei Twisted Sisters. Shernoff torna a fare il bassista a tempo pieno e scrive le canzoni per un nuovo disco.

9. Bloodbrothers è il titolo del terzo disco, il primo in cui Manitoba canta TUTTE LE CANZONI. Il fatto che non sia un cantante è opzionale. Non ci fai quasi nemmeno caso.
Il disco è famoso per un featuring misconosciuto, quello di Bruce Springsteen.
New York in quegli anni era un posto dove succedevano un sacco di cose, musicalmente, e Springsteen era uno con le orecchie lunghe e frequentazioni variegate (come dovreste sapere, visto che scrisse Because the night per Patti Smith e Hungry Heart per i Ramones, salvo poi tenersela per sé) (se volete approfondire la NYC musicale di quegli anni, c’è un buon libro da poco pubblicato in Italia da Codice Edizioni: New York 1973-1978. Cinque anni che hanno rivoluzionato la musica). Fatto sta che Springsteen è nello studio di fianco che registra Darkness on the edge of town, in una pausa si affaccia e chiede se gli fanno fare qualcosa, nello specifico urlare ONE! TWO! ONE TWO THREE FOUR! alla fine dell’assolo di Faster and Louder.
Altri due pezzoni sono Stay with me, pezzo “alla Ramones”, e Baby Let’s Twist, che ebbe un minimo di vita radiofonica, una specie di Louie Louie in minore

(continua)

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Autodifesa – Agosto 2011

More about A Dance with DragonsStava diventando una barzelletta, al pari di Chinese Democracy dei Guns ’n Roses o di Duke Nuke ’em Forever. Che poi sono usciti davvero e non sono piaciuti più o meno a nessuno.
E a pensarci bene, che A dance with Dragons (Bantam) il quinto pluri-rimandato capitolo delle Cronache del Ghiaccio e del Fuoco di George R.R. Martin, potesse fare schifo era una possibilità concreta. Il suo precedessore, A Feast for Crows, è stato il volume più deludente della saga, tutto concentrato su personaggi noiosi a cui non succede quasi nulla; e a ogni rinvio della data di uscita, e poi alla scomparsa della stessa, il timore era quello che Martin si fosse stufato della sua creatura, magari dopo essersi reso conto che stava assumendo dimensioni non più umanamente gestibili. Del resto stiamo parlando di una serie fantasy che si articola su almeno tre macro-storie variamente intrecciate, popolate ciascuna da almeno una decina di personaggi principali: l’intreccio politico (il “gioco del trono” che dà il titolo al primo volume), il ritorno della magia nel mondo e un’imminente invasione di zombi (o assimilabili). Il tutto raccontato con un tono realistico e cinico e con pochissimi scrupoli nell’ammazzare personaggi tutt’altro che secondari.
Io, personalmente, non ho creduto all’uscita fino a che non ho potuto prenotarlo su Amazon. E fino a che una bella mattina di luglio non è comparso sul mio Kindle non ci ho comunque creduto davvero. E per fortuna è valsa la pena di aspettare tutti questi anni: intanto perché il libro è gigantesco. Io che leggo abbastanza veloce ci ho messo venti giorni buoni; non so quante pagine siano di preciso l’edizione cartacea, ma il volume è grosso davvero. E poi succedono un sacco di cose: le vicende scorrono all’inizio parallele a quelle del libro precedente, ma presentano tutti o quai i personaggi migliori della saga (non dico quali perché per chi ha letto solo il primo libro o ha visto la serie tv – che è bellissima – sarebbe uno spoiler anche sapere che certi personaggi sono ancora vivi) e poi, verso i tre quarti del volume, le proseguono.
Entrare nel dettaglio degli eventi è inutile perché chi non segue la saga non credo sia interessato e chi la segue magari vuole leggerseli da solo. Dico solo che, mentre leggevo, mi convincevo sempre di più che Martin sta diventando una specie di Dumas del XXI secolo, impegnato nella stesura di un hyper-feuilleton pieno di tradimenti, colpi di scena, rivelazioni, agnizioni, sangue, sesso e violenza (un Dumas ibridato con il buon De Sade, a volte). Potenzialmente, potrebbe andare avanti all’infinito, fino a che i lettori gli vanno dietro e gli danno corda; e forse lo farà, perché non riesco immaginare, dopo le rivelazioni di quest’ultimo volume, come farà a chiudere con soli due volumi, come previsto, la serie. Io penso che l’ultimo capitolo dell’ultimo libro sarà raccontato dal punto di vista di un gigantesco meteorite e tanti saluti a tutti.
Comunque i venti giorni di lettura sono stati un piacere continuo (fatti salvi forse i capitoli incentrati sulle pene d’amore di un certo personaggio femminili, che sembravano un po’ come mi immagino quei romanzi rosa con in copertina la dama tra le braccia di un nerboruto selvaggio – ma poi anche quella storyline tira fuori gli artigli) e forse siamo davanti all’apice della serie. Ho solo paura a pensare a quando dovrà uscire il prossimo. Speriamo bene.
In Italia uscirà, come da tradizione, diviso in almeno due volumi (se non tre): un buon motivo per armarsi di santa pazienza e leggerselo in inglese, che si imparano un sacco di parole arcaiche. Continua a leggere

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Autodifesa – giugno 2011

Poi uno si chiede a che cosa servono gli ebook.
More about Il quinto giornoPer portarsi in giro mallopponi da 1000 e passa pagine, fondamentali in caso di volo intercontinentale, senza avere l’ingombro di un malloppone da 1000 e passa pagine. A questo proposito mi ero comprato “Il quinto giorno” di Franz Schätzing (Nord) (e le modalità di quell’acquisto hanno fornito lo spunto per uno dei post più fortunati di questo blog), che si è rivelato un buon compagno di volo tra Roma e Newark, NJ, almeno per la prima metà. Tutta la prima parte di questo thrillerone fantascientifico è avvincente e ben strutturata, con l’inspiegabile “ribellione” di creature marine che sconvolge gli oceani. Non è niente di trascendentale, ma i personaggi sono ben ricalcati sui modelli del genere, le informazioni scientifiche vengono infilate nella narrazione senza eccessi di infodump, la costruzione della tensione è da manuale. Il romanzo finisce poi per trascinarsi parecchio e diventare molto meno interessante nella seconda parte, quella della “riscossa” umana, che ho trovato molto più noiosa da leggere, anche perché una volta svelata l’origine del mistero (che è comunque ingegnosa) gran parte del divertimento è andato. Però tanto di cappello alla portata della storia e alla spaventosa mole di documentazione che c’è dietro. C’è anche qualche passaggio vagamente profetico:

rammentate che, oltre alla distruzione, quando uno tsunami arriva tutto esplode. Nessuno riesce a cavarsela nella lotta contro il fuoco. Le fasce costiere sono state prima inondate e poi bruciate. Ah, già, poi è successa anche un’altra cosa: il risucchio della massa d’acqua che stava rientrando in mare ha interrotto il ciclo di raffreddamento di alcune centrali, stupidamente costruite nei pressi della costa. Abbiamo avuto un ’massimo incidente ipotizzabile’ in Norvegia e uno in Inghilterra. Vi basta?

E inoltre una spiegazione efficace di che cosa si intende per “fine delle risorse petrolifere”:

In fondo, il problema non era prevedere quando sarebbe uscita l’ultima goccia di petrolio, ma quando l’estrazione non sarebbe più stata economicamente vantaggiosa. Il tipico sviluppo della resa di un giacimento seguiva le leggi della fisica. Dopo la prima perforazione, il petrolio veniva spinto fuori dalla pressione e spesso zampillava per decenni. Col tempo, però, la pressione si riduceva. Sembrava che la terra non volesse più dare il petrolio, che lo trattenesse in minuscoli pori con una pressione capillare. In tal modo, ciò che all’inizio usciva spontaneamente, ora doveva essere estratto con grande spesa. Costava un capitale. La quantità estratta diminuiva rapidamente molto prima che il giacimento fosse esaurito. Sottoterra poteva esserci ancora petrolio, ma, se estrarlo richiedeva più energia di quanta ne procurasse, allora era meglio lasciarlo dov’era.

More about Bob Dylan spiegato a una fan di Madonna e dei QueenLa cospicua produzione di Gianluca Morozzi si divide bene o male in due grossi filoni: i thriller (a cui appartengono anche fumetti come “FactorY” e “Il vangelo del coyote“) e quelle che potremmo definire commedie sentimentali. “Bob Dylan spiegato a una fan di Madonna e dei Queen” appartiene a quest’ultimo filone e riprende i personaggi di “L’era del porco”, buttando questa volta il povera Lajos alla scoperta dell’identità del suo vero padre, vale a dire Bob Dylan. C’è un sacco di rock, ci sono un sacco di buffe avventure sentimentali, c’è una ragazza apparentemente inarrivabile. Purtroppo l’Orrido (uno dei personaggi più azzeccati del romanzo precedente) è praticamente assente. Comunque, ancora una volta sono rimasto colpito da come scorre fluida la scrittura di Morozzi: il tono colloquiale, senza essere sciatto, funziona alla perfezione e mi sono trovato, come al solito, a girare pagina dopo pagina e sghignazzare. Poi, certo, non è nulla che cambierà la storia della letteratura e probabilmente tra un mese ricorderò più solo un paio di cose di questo libro, ma il suo sporco lavoro di libro di intrattenimento lo fa bene. Ma quando c’è di mezzo Bob Dylan posso perdere senso critico. Al vecchio Bob sono parecchio affezionato e gliene devo almeno una, visto che se nel luglio del 2001 non fossi andato a vedere un suo concerto sarei finito in mezzo alla mattanza del G8. Ma questa è una storia che ho raccontato da un’altra e che tra qualche giorno salterà fuori (poi c’è anche quella volta che ho provato ad attaccare bottone in treno con delle ragazze americane chiedendo se la traduzione di Don’t think twice it’s all right che avevo su un libro era corretta – e non lo era – ma questa è un’altra storia ancora e non particolarmente interessante)
Le prima pagine (con uno spoiler devastante su Soffocare, di Chuck Palahniuk) comunque sono disponibili qui.

More about Oltre l'avenue DUno dei concetti che mi è sempre piaciuto un sacco quando si parla di musica è quello della “scena”, vale a dire tutta la complessa rete di band, fan, organizzatori che in un ambito più o meno ristretto (solitamente cittadino) ruota attorno a un genere musicale. La teoria della “scena” presuppone che all’ombra degli artisti che per un motivo o per l’altro riescono a emergere ci sia tutta una serie di personaggi meno fortunati che hanno però anche loro un qualche ruolo nel successo di chi sta sopra. Nel caso della scena newyorchese della seconda metà degli anni Settanta, la cosa è abbastanza evidente: gente come Ramones o Blondie ha fatto il botto, ma dietro di loro c’era una quantità incredibile di gruppi con cui hanno diviso palchi, camerini, serate, musicisti. Philippe Marcadè, autore di “Oltre l’avenue D” (Agenzia X), è uno di questi. Il suo gruppo, The Senders (“quelli che ti ci mandano”) è una nota a pie’ pagina di quella storia musicale, nonostante il loro rhythm and blues sporco e ossessivo non fosse malissimo, ma lui c’era. Arrivato a New York dopo un viaggio per gli States dalla Francia, la sua festa di benvenuto coincide con uno dei primi, se non il primo, concerto dei Ramones. Per dire. Il libro è pieno di aneddoti di prima mano su Johnny Thunders (che per qualche tempo ha anche suonato con i Senders), Nancy Splugen, Debbie Harry, i Ramones e piccoli e grandi fatti del CBGB’s, come il cantante degli Electric Chairs, Wayne County, che spacca la spalla di Handsome Dick Manitoba con l’asta del microfono dopo che gli aveva urlato “frocio” una volta di troppo. Ma compaiono anche a sorpresa un allora ignoto Bob Marley e una giovane Madonna in cerca di fama.
Marcadé racconta tutto con un tono ingenuo, come fosse una specie di bambino dispettoso lasciato libero in un meraviglioso negozio pieno di giocattoli pericolosissimi e colorati, in compagnia di un’orda di suoi simili. Sono tanti episodi, spesso scollegati gli uni dagli altri, ma messi insieme danno il sapore e l’eccitazione di un’epoca. E poi il brusco risveglio, le prime morti per AIDS, per droga, trovare un modo per restare vivi. Spiace che Marcadé non abbia avuto più tempo nelle sue giornate per avere altre cose da raccontare.
Ma intanto, per approfondire (fin troppo, forse, visto che racconta la storia del punk partendo dai Doors) ho ordinato questo.

E ora, qualcosa di completamente diverso.

Alla fine di un recente consiglio di facoltà si è alzato un docente a dire che nella nostra facoltà ci voleva Storia del cinema e siccome nessuno sapeva di aspiranti a un concorso per Storia del cinema tutti hanno guardato il collega come se fosse un matto e come se parlasse non in italiano, come in effetti parlava, ma in assiro-babilonese.

More about Le rivoluzioni vanno sempre storte

Questo frammento viene da “Le rivoluzioni vanno sempre storte” di Luciano Marrocu. Come si capisce, è un (meta)romanzo di ambientazione universitaria che registra il naufragio della vita di un professore e scrittore, che assiste praticamente impotente all’organizzazione di un convegno sui falsi di Arborea, documenti prodotti nella seconda meta dell’Ottocento che inventavano per la Sardegna un passato medievale glorioso e all’avanguardia della cultura italiana ed europea. Curiosamente, si troverà a essere l’unico contrario al tentativo di presentare questi falsi come segno della grande vivacità culturale della cultura sarda del XIX secolo e l’unico perplesso davanti alla proposta di uno studioso di creare una lingua sarda unificata che sintetizzi il sardo del nord e quello del sud.
Ci sono personaggi bizzarri (uno studioso di lingua sarda giapponese, per dire, con tanto di abito tipico) e il tono è ironico ma allo stesso malinconico. In alcuni momenti c’è qualcosina di Saramago, nella malinconia e nello sguardo acuto.
Siccome Sugaman, la casa editrice, pubblica in digitale, il libro si trova solo su bookrepublic.
Intervallo musicale con una delle canzoni pop meglio costruite del decennio scorso, che c’entra con il prossimo libro:

More about Toxic

Sì, questo è un guilty pleasure.
È invece un piacere e basta, “Toxic” di Hallgrìmur Helgason (ISBN), commedia dark che viaggia veloce come un proiettile tra i Balcani, New York e l’Islanda, seguendo le vicende di un ex soldato croato che diventa un killer a New York, città da cui deve poi scappare rocambolescamente dopo un omicidio andato a male, ritrovandosi in Finlandia nei panni di un predicatore televisivo. A un certo punto, il killer con la tonaca sembra quasi Don Zauker, poi la storia prende altri sentieri e racconta di una faticosa redenzione che passa attraverso le viscere più sporche dell’apparentemente linda società islandese, sempre con una specie di ghigno beffardo sulle labbra. È uno di quei romanzi che mentre lo leggi ti immagini l’autore che butta giù in prima stesura pagine su pagine, divertendosi come un pazzo a tessere i fili della storia (poi magari invece ha sudato e bestemmiato ogni riga, chi lo sa) e che leggi a rotta di collo, godendoti ogni passaggio. C’è sicuramente un po’ di Tarantino (citato giustamente) e c’è quello strano senso dell’umorismo che hanno i popoli che hanno troppo freddo e troppo poco sole, oltre che uno sguardo sull’Islanda cinico e poco accondiscendente (il vecchio trucco dell’usare il punto di vista dello straniero per descrivere la propria patria funziona). Ma ci sono anche delle storie di guerra, quella tra serbi e croati, degne dei migliori esempi del genere. E l’Eurofestival. E cantanti croate protagoniste di private sex tapes finiti in rete. E pure i Lordii, di sfuggita.
Per quello che vale, è stato il romanzo del mese, se non si era capito.

More about Il fuggiasco

Massimo Carlotto, oggi scrittore affermato, ha esordito con un memoriale in cui racconta la sua fuga per il mondo dopo essere stato condannato per un delitto non commesso, “Il fuggiasco” (e/o). Nel ricordare i suoi tre anni in fuga, Carlotto non si spara pose da eroe, non cerca di costruire un personaggio da film d’azione ma al contrario racconta di piccole quotidianità, di debolezze e fragilità, di paure e di necessità di arrangiarsi, sempre con un filo di autoironia.
La vicenda nel complesso è allucinante (come mi fa strano pensare che si possa davvero scappare per così tanto, passando da uno stato all’altro, ricevendo visite da parenti e fidanzata), ma paradossalmente Carlotto la rende così “ordinaria” che ogni tanto quasi ti dimentichi di perché sia in giro per il mondo. Fino al ritorno nell’allegro mondo delle carceri italiane e alla vicenda della grazia concessa dal presidente della Repubblica.
In effetto fa strano trovare in un autore che invece è così abituato a calcare la mano su atmosfere e psicologie dei personaggi un trattamento così lieve e delicato delle proprie vicende, che invece si presterebbero ai toni del noir. Ma è una sorpresa piacevole.

More about Le veline di Mussolini

Piccolo spazio per “Le veline di Mussolini“, a cura di Giancarlo Ottaviani (Stampa Alternativa), piccola raccolta di direttive per la stampa di epoca fascista, con il consueto mix di assurdità e attenzione ai particolari (Fiorello la Guardia, sindaco di New York va considerato ebreo e non italiano, per dire). La raccolta però è tanto breve e lascia con la voglia di godersi altre perle della produzione del MinCulPop.

More about Rex tremendae maiestatis

E finiamo con la fine (spero temporanea) di un ciclo, quello di Eymerich, che Valerio Evangelisti ha concluso con “Rex Tremende Maiestatis” (Mondadori), un’avventura dell’inquisitore che si dipana tra la Spagna, la Sicilia e Napoli (con un’appendice nel futuro). È un Eymerich stanco e di mezza età, quello che si trova in questo libro, un Eymerich che ogni tanto sfugge di mano al suo autore e si abbandona a debolezze che invece che mostrarne un lato inedito sembrano più che altro dei cedimenti nella scrittura. Eymerich con sentimenti para-paterni a me suona parecchio strano, per dire. E anche la parte sul passato di Eymerich, con il futuro inquisitore bambino, fa uno strano effetto. La storia vede l’inquisitore sballottato di qua e di là, più vittima degli eventi che vera e propria parte attiva. La cosa migliore del libro è la capacità che ha Evangelisti di tratteggiare la psicologia dell’uomo medievale, pronto ad accettare il sovrannaturale come parte della propria esperienza quotidiana perché dotato di un senso religioso che lo giustifica e quindi destinato a cadere vittima delle illusioni provocate dalle scie chimiche provenienti dal futuro per colpa di HAARP (kind of, non sto scherzando).
Insomma, è un addio che, anche con il colpo di scena finale, lascia parecchio con l’amaro in bocca.
E fin qui il giudizio sul testo in sé.
A margine, ho scoperto solo dopo averlo finito, che Evangelisti ha scritto il libro dopo aver scoperto che le sue condizioni di salute erano tutt’altro che ottimali e che c’era il rischio che il personaggio sopravvivesse al suo autore. Quindi, a posteriori, capisco da dove possano venire certi cedimenti nella scrittura o le “debolezze” di Eymerich.
Auguro ogni bene a Valerio Evangelisti e spero che torni a scrivere romanzi dell’inquisitore semplici, micidiali e feroci come i primi, quelli che mi avevano inchiodato inesorabilmente pagina dopo pagina, che con la deriva sempre più concettosa di questo ciclo ho qualche problema (il precedente “La luce di Orione” mi era piaciuto perché era molto più diretto, per esempio).

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The Taqwacores

Sto leggendo “The taqwacores”, di Michael Muhammad Knight, un libro che parla di giovani punk americani, islamici. Non so chi lo pubblichi in Italia, né ho voglia di cercare se è stato effettivamente tradotto.
[edit: in italiano si chiama “Islampunk“, pubblica la Newton & Compton. Qui le recensioni su aNobii]
Mi sono però divertito a tradurre un dialogo che mi è piaciuto molto, da una delle prime scene del libro.
Spero di essere riuscito nella traduzione a mantenere un po’ della verve dell’originale (che grazie ai potenti mezzi di Google Books potete comodamente leggervi qua).

Lynn era sulla sdraio, con indosso un piccolo top con i laccetti e la testa piena di dreadlock.
“As-salaamu alaikum” ha detto, come se stesso cercando di essere gentile.
“Wa alaikum as-Salaam” ho risposto. “Non credo sia una buona idea stare lì, quella sedia ne ha passate un bel po’”
“Sei qui per eseguire la fatwa?” mi ha chiesto.
“Che?”
“Lo sai, sono un’apostata. Quindi tecnicamente potresti uccidermi”
“In effetti” ho risposto con una mezza risata.
“Avanti, fammi un bel Rushdie” ha detto stirando le braccia e chiudendo gli occhi.
“Penso si possa solo nei paesi islamici”
“Oh, meno male”. Si è passata il dorso della mano sulla fronte, mimando un sollievo esagerato.
“Ma lo pensi davvero, di essere un’apostata?”
“Sai, quando tutti si mettono a dirti che non sei musulmana, va a finire che ci credi anche tu”, ha risposto.
“Oh”.
“Ma finché a che non arrivi a quel punto in cui non te ne importa nemmeno più niente, ci stai piuttosto male”
“Ma tu ci credi ancora in Allah, no?”
“Io credo siamo stati creati, oppure veniamo, da Qualcosa… e questo Qualcosa prova per noi una compassione che noi non siamo neanche vicini a concepire”
“A me sembra proprio l’Islam”.
“Dici?” ha chiesto inarcando le sopracciglia.
“Negli hadith c’è scritto, hai presente?, che la Pietà di Allah supera la sua Ira”.
“E che se mangi con la mano sinistra stai facendo come il Diavolo”.
“Sì, vero”. Ho cercato di ridere di nuovo, a disagio.
“Non è semplice,” ha detto. “È come se ci fossero delle cose nell’Islam che mi sembrano così belle e che ti fanno… sentire qualcosa e ti fanno amare Allah… e poi invece ci sono tutte queste stupide stronzate, hai presente?”
“Già” ho risposto, domandandomi se ammettere che nell’Islam ci sono delle stupide stronzate facesse anche di me un apostata. “Ma mi sembra che tu non dubiti che ci sia un solo dio, questo è quello che conta”.
“Immagino”.
“E Maometto? Credi in Maometto?”
“Ecco il punto” ha detto con uno scatto. “Che storia è, questa di Maometto? Se hanno deciso che non era il Cristo musulmano, perché è così fondamentale credere in lui?”
“Sai, non si tratta tanto di credere in Maometto ma—”
“E a parte tutto, perché dovrei credere in un tizio che si è sposato una di sei anni?”
“Sì, ma—”
“L’ha sposata che aveva sei anni” ha detto.
“Ma non ha consumato fino a che lei—”
“Ha compiuto nove anni, lo so. Quindi va bene. È tutto ok, Apostolo di Dio: ha nove anni, ha avuto il ciclo, ficcaglielo dentro! Come dovrei prendere questa cosa, Yusef?”
“Non lo so, Lynn”
“Sono una persona spirituale. Credo in Allah, anche se non sempre lo chiamo Allah e anche se prego come voglio pregare io. A volte guardo le stelle e, così, mi prende questo misto di amore e paura, hai presente? E a volte magari mi siedo in una chiesa cristiana a sentirli che parlano di Isaia, con in mano le poesie di Hafiz invece che il libro degli inni. E lo sai, Yusuf? A volte, ogni tanto, tiro fuori il mio vecchio tappetino e prego come pregava Maometto. Non ho mai imparato un cazzo di Arabo e ho le ginocchia nude, ma se per Allah è un problema, a che razza di Allah crediamo?”
“Non ho idea”

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