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State guardando il Salone dalla parte sbagliata

“Guardami mamma, mi intervistano alla radio e dico che sono fascista!”

La scelta del Comitato d’Indirizzo del Salone del Libro di Torino di non escludere la casa editrice Altaforte, diretta emanazione di CasaPound, è ormai passata in secondo piano rispetto alle successive dimissioni di Christian Raimo, le quali a loro volta hanno innescato quello che ora sembra una specie di derby dell’antifascismo tra (in primo luogo) gli autori che hanno scelto di non confermare la loro presenza al Salone e quelli che sostengono che non si debba abbandonare il campo.
Polemica scatenata da un appello di Michela Murgia che inizia nel peggiore dei modi possibili, cioè ridicolizzando la posizione di chi ha scelto di non partecipare (“Se Casa Pound mette un picchetto nel mio quartiere che faccio, me ne vado dal quartiere?”) e che forse poteva essere evitata con un minimo di coordinamento in più.

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Per un fascismo presentabile

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Ogni anno, da tempo, orde di fascisti si radunano a Predappio per commemorare la marcia su Roma nel paese natale di Mussolini, che ci è pure sepolto.
È un evento per lo più ignorato dall’informazione e dal “grande pubblico”, se non come nota di colore. Ovviamente, già l’idea che esista una tomba di Mussolini sulla quale tutti i nostalgici della dittatura possono andare a commuoversi davanti ai resti di quello che hanno fermato mentre scappava dall’Italia fingendosi un soldato tedesco ubriaco (e hanno avuto il buon gusto di fucilarlo prima che ce lo fossimo trovato una decina d’anni dopo in parlamento) è folle. La storia delle vicissitudini della salma di Mussolini tra il 29 aprile 1945 e il 1 settembre del 1957 riassume in sé tutta l’ingombrante presenza dei fascisti nella Repubblica negli anni successivi alla guerra (e dopo). Un bignami parzialissimo è la voce su Wikipedia, ma andrebbe letto il libro di Sergio Luzzatto, Il corpo del duce, per avere il quadro completo.
Un reportage su cosa sia Preadappio oggi l’ha scritto Wu Ming 1 e si intitola Predappio Toxic Blues.

A Predappio, tutto l’anno, si vende roba così. Foto di Jadel Andreetto da Predappio Toxic Blues, su Giap.

Quest’anno, però, ha fatto molto rumore un articolo dell’inviato di Repubblica, che riportava la presenza di un’ex candidata sindaco di Forza Nuova di Budrio, nel bolognese, che sfoggiava una maglietta con il logo “Auschwitzland” che riprendeva quello di Disneyland. 44916379_10155473138731650_3651130403881746432_n.jpg

Questo fatto, coerentemente con quando già teorizzato da Zerocalcare in una storia per L’espresso da cui viene la vignetta qui sopra, sembra avere acceso qualche scintilla di indignazione nell’opinione pubblica, che di colpo sembra avere scoperto quello che succede a Predappio.
Sembra.
Perché mostrando una straordinaria capacità di ignorare il quadro generale per fissarsi sul particolare, l’attenzione si è concentrata solo sulla persona in questione e la sua maglietta, con il consueto copione di battute, battutine, fotomontaggi, una spruzzata di insulti sessisti (che fanno sempre fine). Al momento in cui scrivo la personalizzazione è arrivata al punto che lei (dalla quale hanno preso le distanze sia Forza Nuova sia Casa Pound*, per giunta) rilascia interviste in cui dà la colpa allo stress che le ha fatto mettere la prima maglietta che le era capitata, senza neanche farci caso (un po’ come quel calciatore che a Marzabotto ha festeggiato un gol facendo il saluto rimano e levandosi la maglia della squadra per mostrare quella che aveva sotto, che – SFIGA! – aveva l’aquila della RSI stampata sopra).
Immagino che a breve la vedremo invitata in televisione a spiegare il suo guardaroba.

Cosa rimane sullo sfondo?
Il contesto. La parata di centinaia, forse migliaia, di sfigati che inneggiano alla dittatura diventa una tapezzeria un po’ folcloristica, in una specie di tableaux vivente del mito del “buon italiano e del cattivo tedesco”, nel quale è comprensibile e accettabile celebrare la marcia su Roma e la presa del potere da parte dei fascisti. Ma, per carità, che cattivo gusto quella maglietta!
Auschwitz e il suo sistema industriale di distruzione degli esseri umani sono, dal punto di vista storico, la logica conseguenza della marcia su Roma, sono il punto più alto dell’infezione fascista che si sparse dall’Italia in tutta Europa, assumendo in ciascun Paese caratteristiche diverse per adattarsi e sopravvivere.
Non è possibile continuare ad accettare questa rimozione, conscia e inconscia, individuale e sociale, del ruolo giocato dall’Italia nella prima metà del Novecento.
Quella maglietta era agghiacciante, ma era sfoggiata in un contesto altrettanto agghiacciante, che invece sta passando in cavalleria, dopo decenni ormai di aperta apologia del fascismo da parte di giornalisti, politici, creatori di bufale, semplici cretini.

* Forza Nuova organizza ogni anno il raduno fascista. La presa di distanza di Casa Pound fa parte delle differenze tra FN e loro. In sintesi, FN è tecnicamente neo-fascista, si rifà cioè all’esperienza della destra fascista post-mussoliniana, che ha sempre vissuto con il culto del Grande Morto. Quelli di CP invece sono più legati al fascismo in sé, cercano almeno all’esterno di proiettare un’immagine più sgamata e proiettata nel futuro (il famoso “fascisti del terzo millennio”), meno legata a quella nostalgia che è invece il core business dei loro rivali forzanuovisti. Poi, certo, fanno i superiori ma quando gli tocchi il DVCE si arrabbiano pure loro e fanno gli scherzoni.

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Diritto al pogrom

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A settembre, scrivevo in un post:

Detta in breve, è assai probabile che il 2017 verrà ricordato come l’anno in cui in Italia è tornato normalissimo dirsi fascista, elogiare il fascismo e sostenere che chi è antifascista è anti-italiano. In cui “lo straniero” (non più “il clandestino”) è tornato a essere il bersaglio di tutto l’arco parlamentare, finalmente appiattito sulle posizione dei fascisti di Casa Pound e Forza Nuova. Quando il partito che dovrebbe (…) rappresentare la sinistra è capitanato da uno che tira fuori “aiutiamoli a casa loro” (scusate, “aiutiamoli davvero“, perché lo storytelling è importante) capisci che è finita.

Il 2018, per mano di un nazista di Tolentino (una roba che sembra uscita dal periodo cannibale di Niccolò Ammaniti), ha deciso di mostrarci il ventre della Bestia.
Luca Traini non vanta una primogenitura nell’idea di andare ad abbattere gli allogeni invasori. Amedeo Mancini ha ucciso un uomo a luglio del 2016 e a maggio del 2017 era già di nuovo a casa sua, per dire.
Anni prima, a dicembre del 2011 Gianluca Casseri, un simpatizzante fiorentino di Casa Pound, già pubblicato da Bompiani in un libro di studi su Tolkien curato da De Turris, uccise a colpi di 357 Magnum Samb Modou e Diop Mor, e ferì gravemente Sougou Mor, Mbenghe Cheike e Mustapha Dieng, prima di spararsi a sua volta. Casseri aveva agito, però, in un paio di ere geologiche fa: Casa Pound fece uscire il rapidissimo comunicato di prammatica “è passato una volta da noi giusto per pisciare” e, salvo alcuni ambienti di fascisti dichiarati nessuno cercò di giustificare il suo attentato razzista. Almeno non a voce a troppo alta.

Luca Traini, invece, ha agito dopo la grande estate del 2017, quando ormai le idee che una volta erano appannaggio dell’estrema destra sono diventate moneta corrente di buona parte degli schieramenti politici.
Così, nonostante nel 2017 fosse stato candidato dalla Lega a Corridonia, Matteo Salvini non ha provato il minimo imbarazzo e, anzi, all’interno di una blanda condanna della violenza ha rivendicato l’accaduto, inquadrandolo come conseguenza dell’immigrazione. Nell’era della morte della vergogna, neppure un tuo militante che a un mese dal voto cerca di fare una strage per motivi razziali e manda sei persone all’ospedale (Festus Omagbon, 32 anni; Wilson Kofis Lui, 21 anni; Jennifer Otioto, 29 anni; Mahmadou Toure, 28 anni; Omar Fadera; Gideon Azeke, 25 anni; più probabilmente un altro paio di persone fuggite perché non in regola con i documenti) basta più a scatenare non dico l’opinione pubblica, ma neppure i tuoi avversari. Continua a leggere

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All apologies (all in all, is all we are)

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Spiazza un po’ che di punto in bianco salti fuori che un deputato del PD abbia portato in discussione alla Camera una legge sull’apologia di fascismo.
Spiazza perché, insomma, il PD è un gran casino e dentro c’è ancora tutto e il contrario di tutto, quindi vanno valutati i singoli, però negli ultimi anni i personaggi di quel partito che si sono trovati a discettare amabilmente con i fascisti non sono pochi, come si può leggere in questo Storify.
Quindi, ok, bene, però non è certo un partito che abbia tutte le credenziali per fare la morale al Movimento 5 Stelle, che in questo periodo sta cercando di raccattare tutti quei succosi voti di destra per cui un po’ si sta dando da fare anche Matteo “non avete capito un cazzo, siete i soliti negri” Renzi.

Sicuramente non è stato un caso se domenica Repubblica aveva un grosso articolo sulla “spiaggia fascista” di Chioggia. È quel genere di cose che funzionano sempre bene.
Però, se vogliamo parlare di fascisti in spiaggia, mi pare che sia molto più significativo quello che è successo domenica su di un’altra spiaggia, quella di Ostia.
Lì, un gruppo di militanti di Casa Pound, in piena campagna elettorale è andato a fare una “passeggiata” per scacciare i venditori ambulanti dalla spiaggia.
Ora: a me non vengono in mente molte cose più intimamente fasciste che andare a costruirsi consenso sulla pelle di poveracci che cercano di sopravvivere vendendo cianfrusaglie in spiaggia, con la certezza che nessuno di loro reagirà mai perché non in regola con i documenti.
Questo fascismo non espone simboli, non recupera slogan, non suscita indignazione immediata come quello del coglione di Chioggia; anzi, è un fascismo perfettamente integrato, in linea con il decreto Minniti. Tanto che i fascisti di Casa Pound hanno detto che stavano facendo il lavoro che i vigili non possono o non vogliono fare (per chi ha bisogno dei sottotitoli: bande di fascisti che vanno in giro a fare quello che le forze dell’ordine secondo loro non vogliono/possono fare è un revival degli anni Venti).

E quindi: può anche andare bene una legge che ribadisca che il fascismo non è un’idea come un’altra ma un pericolo costante.
Però che cosa si sta facendo, concretamente, per disinnescare la gigantesca voglia di fascismo che si agita in questo Paese?
A parte legittimare i fascisti andando a discutere con loro perché il dialogo è importante?

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Fasci-coli di storia italiana (cit.)

Il Giornale

Il Giornale

Questa mattina il Giornale.it titola come si vede in alto l’idea del PDL di bloccare per tre giorni i lavori parlamentari per protestare contro il fatto che la Cassazione sta cercando di fare il suo lavoro, ovvero chiudere il processo Mediaset prima che scatti la prescrizione.
Lasciando per un attimo da parte la folle concezione dello Stato che sta sotto all’idea di Brunetta e Schifani (e lasciando da parte il fatto che purtroppo il Parlamento ora come ora non serve a una sega e almeno i parlamentari del M5S hanno il buon gusto di non costare troppo per essere inutili), mi vorrei concentrare sulla disinvolta formulazione del titolo.

L’Aventino fa riferimento alla protesta dei parlamentari anti-fascisti a seguito della scomparsa di Giacomo Matteotti, deputato socialista che il 30 maggio del 1924 tenne un durissimo discorso contro il clima di intimidazione in cui si erano svolte le elezioni (cito un passo che ho letto giusto stamattina in Point Lenana di Wu Ming 1 e Roberto Santachiara):

Giacomo Matteotti. L’inizio della campagna elettorale del 1924 avvenne dunque a Genova, con una conferenza privata e per inviti da parte dell’onorevole Gonzales. Orbene, prima ancora che si iniziasse la conferenza, i fascisti invasero la sala e a furia di bastonate impedirono all’oratore di aprire nemmeno la bocca. (Rumori, interruzioni, apostrofi)

Una voce:” Non è vero, non fu impedito niente.” (Rumori)

Giacomo Matteotti. Allora rettifico! Se l’onorevole Gonzales dovette passare 8 giorni a letto, vuol dire che si è ferito da solo, non fu bastonato. (Rumori, interruzioni) L’onorevole Gonzales, che è uno studioso di San Francesco, si è forse autoflagellato!

Dieci giorni dopo Matteotti viene rapito mentre si reca in Parlamento e di lui non si sa più niente fino a che non viene ritrovato il 16 agosto, seppellito in un bosco fuori Roma. Era stato ucciso subito dopo il rapimento da membri della polizia politica.
La “secessione dell’Aventino” prende forma il 26 giugno, quando i parlamentari dell’opposizione si riuniscono a Montecitorio e decidono per protesta di non partecipare più ai lavori parlamentari.
Lo scandalo del delitto Matteotti e la protesta degli aventiniani non scalfirono affatto il potere di Mussolini, che anzi l’anno successivo sciolse le Camere e fece fare al regime il salto di qualità.

Nella prima parte del titolo, quindi, si tratteggia un Berlusconi vittima eroica della violenza politica.

La seconda parte del titolo si riferisce invece, ovviamente, all’esposizione del cadavere di Mussolini in piazzale Loreto, una delle pagine più controverse, grottesche e drammatiche della fine della guerra. Di nuovo, Berlusconi è vittima inerte di una violenza di segno politico.

La semiotica ci insegna che ogni narrazione ha una struttura profonda, formale. In questo caso la struttura formale è “l’eroe è vittima di violenze”. Però su queste strutture si installano poi degli elementi che non sono più formali, ma che “rivestono” e connotano questa narrazione.
Ed è qui che il titolo del Giornale diventa nauseante, perché sceglie di tematizzare la supposta violenza ai danni di Berlusconi mettendo sullo stesso piano due fatti antitetici. Associare prima Berlusconi a Matteotti e poi Mussolini a Matteotti è infangare due volte la memoria di Matteotti; vuol dire costruire la narrazione di una “pacificazione” in cui parlamentare socialista e il Duce sono vittime allo stesso modo.
È l’ideale di “pacificazione” e “memoria condivisa” del fascismo che hanno i fascisti, ovvero un “facciamo che alla fine avevamo ragione noi”. Che è in scala ridotta la stessa idea che porta avanti il PDL  quando parla di “pacificazione” sull’antiberlusconismo: facciamo che abbiamo vinto noi.
Idea oggi tacitamente supportata dal governo Letta di un PD ormai così allo sbando che al confronto la prima incarnazione guidata da Veltroni oggi sembra un partito di estrema sinistra.

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