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Well NYC really has it all (persino un ebook, ora)

Una veloce comunicazione di servizio: i post sul viaggio a New York del 2011 sono diventati, grazie al lavoro barabbista del Many (che non ringrazierò mai abbastanza), un ebook, scaricabile liberamente in epub e mobi.
Per l’occasione ho dato una rispolverata ai testi e corretto qualche erroruccio (un lavoro che prima o poi dovrei fare anche per i post sul blog). Ovviamente tutti gli errori rimasti sono responsabilità mia.
In appendice trovate anche le “cartoline” da New York di Sir Squonk, che non avevo mai letto e che in un paio di punti almeno presentano uno sguardo molto simile su alcune parti della città. C’è anche un’introduzione, che trovate qui.

In caso, buona lettura.

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Archiviato in il cotone nell'ombelico, New York, paperback writer

Well NYC really has it all (9 di 10)

Avete mai sentito parlare di Strand?
Strand è una libreria vicino a Union Square il cui claim è “18 miglia di libri”. Nel senso che hanno calcolato che le loro scaffalature si estendono per quella lunghezza, cioè circa 30 km. Come se non fosse abbastanza, tengono dei banchetti all’esterno con libri vecchi a 1 o 2 dollari l’uno.
Lo so che vi aspettate che dica che è il paradiso. Ma come sono entrato mi si è congestionato il naso e ho iniziato a lacrimare. Allergia a qualcosa? Raffreddore istantaneo e temporaneo? Non lo so. So solo che ho iniziato a starnutire. E io quando starnutisco, starnutisco. La mia onomatopea è qualcosa del tipo ATCHUM (Impact, extrabold, 72pt). Dico solo che una signora mi ha guardato e mi ha detto “God bless you”, che è la formula con cui gli americani dicono “salute”; solo che l’ha detto con un tono che secondo me voleva proprio dire “che dio ti benedica che ne hai tanto tanto bisogno”. Questo per dire che, ecco, la mia user experience è stata un po’ guastata dal fatto che stavo facendo attenzione a non morire. Però mi è piaciuto molto che c’erano tanti tavoli su cui erano disposti libri organizzati per percorsi tematici e che c’erano parecchi libri (remainders, direi) a basso prezzo. In realtà la cosa delle 18 miglia se guardi bene è un po’ un pacco, nel senso che tantissimi libri sono assolutamente irraggiungibili da chiunque perché sono tanto in alto e comunque c’è un sacco di fuffa che vegeta sugli scaffali da chissà quando. Ora che ci penso, sarei curioso di vedere come fanno a fare l’inventario, in quell’inferno di carta. Continua a leggere

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Autodifesa – giugno 2011

Poi uno si chiede a che cosa servono gli ebook.
More about Il quinto giornoPer portarsi in giro mallopponi da 1000 e passa pagine, fondamentali in caso di volo intercontinentale, senza avere l’ingombro di un malloppone da 1000 e passa pagine. A questo proposito mi ero comprato “Il quinto giorno” di Franz Schätzing (Nord) (e le modalità di quell’acquisto hanno fornito lo spunto per uno dei post più fortunati di questo blog), che si è rivelato un buon compagno di volo tra Roma e Newark, NJ, almeno per la prima metà. Tutta la prima parte di questo thrillerone fantascientifico è avvincente e ben strutturata, con l’inspiegabile “ribellione” di creature marine che sconvolge gli oceani. Non è niente di trascendentale, ma i personaggi sono ben ricalcati sui modelli del genere, le informazioni scientifiche vengono infilate nella narrazione senza eccessi di infodump, la costruzione della tensione è da manuale. Il romanzo finisce poi per trascinarsi parecchio e diventare molto meno interessante nella seconda parte, quella della “riscossa” umana, che ho trovato molto più noiosa da leggere, anche perché una volta svelata l’origine del mistero (che è comunque ingegnosa) gran parte del divertimento è andato. Però tanto di cappello alla portata della storia e alla spaventosa mole di documentazione che c’è dietro. C’è anche qualche passaggio vagamente profetico:

rammentate che, oltre alla distruzione, quando uno tsunami arriva tutto esplode. Nessuno riesce a cavarsela nella lotta contro il fuoco. Le fasce costiere sono state prima inondate e poi bruciate. Ah, già, poi è successa anche un’altra cosa: il risucchio della massa d’acqua che stava rientrando in mare ha interrotto il ciclo di raffreddamento di alcune centrali, stupidamente costruite nei pressi della costa. Abbiamo avuto un ’massimo incidente ipotizzabile’ in Norvegia e uno in Inghilterra. Vi basta?

E inoltre una spiegazione efficace di che cosa si intende per “fine delle risorse petrolifere”:

In fondo, il problema non era prevedere quando sarebbe uscita l’ultima goccia di petrolio, ma quando l’estrazione non sarebbe più stata economicamente vantaggiosa. Il tipico sviluppo della resa di un giacimento seguiva le leggi della fisica. Dopo la prima perforazione, il petrolio veniva spinto fuori dalla pressione e spesso zampillava per decenni. Col tempo, però, la pressione si riduceva. Sembrava che la terra non volesse più dare il petrolio, che lo trattenesse in minuscoli pori con una pressione capillare. In tal modo, ciò che all’inizio usciva spontaneamente, ora doveva essere estratto con grande spesa. Costava un capitale. La quantità estratta diminuiva rapidamente molto prima che il giacimento fosse esaurito. Sottoterra poteva esserci ancora petrolio, ma, se estrarlo richiedeva più energia di quanta ne procurasse, allora era meglio lasciarlo dov’era.

More about Bob Dylan spiegato a una fan di Madonna e dei QueenLa cospicua produzione di Gianluca Morozzi si divide bene o male in due grossi filoni: i thriller (a cui appartengono anche fumetti come “FactorY” e “Il vangelo del coyote“) e quelle che potremmo definire commedie sentimentali. “Bob Dylan spiegato a una fan di Madonna e dei Queen” appartiene a quest’ultimo filone e riprende i personaggi di “L’era del porco”, buttando questa volta il povera Lajos alla scoperta dell’identità del suo vero padre, vale a dire Bob Dylan. C’è un sacco di rock, ci sono un sacco di buffe avventure sentimentali, c’è una ragazza apparentemente inarrivabile. Purtroppo l’Orrido (uno dei personaggi più azzeccati del romanzo precedente) è praticamente assente. Comunque, ancora una volta sono rimasto colpito da come scorre fluida la scrittura di Morozzi: il tono colloquiale, senza essere sciatto, funziona alla perfezione e mi sono trovato, come al solito, a girare pagina dopo pagina e sghignazzare. Poi, certo, non è nulla che cambierà la storia della letteratura e probabilmente tra un mese ricorderò più solo un paio di cose di questo libro, ma il suo sporco lavoro di libro di intrattenimento lo fa bene. Ma quando c’è di mezzo Bob Dylan posso perdere senso critico. Al vecchio Bob sono parecchio affezionato e gliene devo almeno una, visto che se nel luglio del 2001 non fossi andato a vedere un suo concerto sarei finito in mezzo alla mattanza del G8. Ma questa è una storia che ho raccontato da un’altra e che tra qualche giorno salterà fuori (poi c’è anche quella volta che ho provato ad attaccare bottone in treno con delle ragazze americane chiedendo se la traduzione di Don’t think twice it’s all right che avevo su un libro era corretta – e non lo era – ma questa è un’altra storia ancora e non particolarmente interessante)
Le prima pagine (con uno spoiler devastante su Soffocare, di Chuck Palahniuk) comunque sono disponibili qui.

More about Oltre l'avenue DUno dei concetti che mi è sempre piaciuto un sacco quando si parla di musica è quello della “scena”, vale a dire tutta la complessa rete di band, fan, organizzatori che in un ambito più o meno ristretto (solitamente cittadino) ruota attorno a un genere musicale. La teoria della “scena” presuppone che all’ombra degli artisti che per un motivo o per l’altro riescono a emergere ci sia tutta una serie di personaggi meno fortunati che hanno però anche loro un qualche ruolo nel successo di chi sta sopra. Nel caso della scena newyorchese della seconda metà degli anni Settanta, la cosa è abbastanza evidente: gente come Ramones o Blondie ha fatto il botto, ma dietro di loro c’era una quantità incredibile di gruppi con cui hanno diviso palchi, camerini, serate, musicisti. Philippe Marcadè, autore di “Oltre l’avenue D” (Agenzia X), è uno di questi. Il suo gruppo, The Senders (“quelli che ti ci mandano”) è una nota a pie’ pagina di quella storia musicale, nonostante il loro rhythm and blues sporco e ossessivo non fosse malissimo, ma lui c’era. Arrivato a New York dopo un viaggio per gli States dalla Francia, la sua festa di benvenuto coincide con uno dei primi, se non il primo, concerto dei Ramones. Per dire. Il libro è pieno di aneddoti di prima mano su Johnny Thunders (che per qualche tempo ha anche suonato con i Senders), Nancy Splugen, Debbie Harry, i Ramones e piccoli e grandi fatti del CBGB’s, come il cantante degli Electric Chairs, Wayne County, che spacca la spalla di Handsome Dick Manitoba con l’asta del microfono dopo che gli aveva urlato “frocio” una volta di troppo. Ma compaiono anche a sorpresa un allora ignoto Bob Marley e una giovane Madonna in cerca di fama.
Marcadé racconta tutto con un tono ingenuo, come fosse una specie di bambino dispettoso lasciato libero in un meraviglioso negozio pieno di giocattoli pericolosissimi e colorati, in compagnia di un’orda di suoi simili. Sono tanti episodi, spesso scollegati gli uni dagli altri, ma messi insieme danno il sapore e l’eccitazione di un’epoca. E poi il brusco risveglio, le prime morti per AIDS, per droga, trovare un modo per restare vivi. Spiace che Marcadé non abbia avuto più tempo nelle sue giornate per avere altre cose da raccontare.
Ma intanto, per approfondire (fin troppo, forse, visto che racconta la storia del punk partendo dai Doors) ho ordinato questo.

E ora, qualcosa di completamente diverso.

Alla fine di un recente consiglio di facoltà si è alzato un docente a dire che nella nostra facoltà ci voleva Storia del cinema e siccome nessuno sapeva di aspiranti a un concorso per Storia del cinema tutti hanno guardato il collega come se fosse un matto e come se parlasse non in italiano, come in effetti parlava, ma in assiro-babilonese.

More about Le rivoluzioni vanno sempre storte

Questo frammento viene da “Le rivoluzioni vanno sempre storte” di Luciano Marrocu. Come si capisce, è un (meta)romanzo di ambientazione universitaria che registra il naufragio della vita di un professore e scrittore, che assiste praticamente impotente all’organizzazione di un convegno sui falsi di Arborea, documenti prodotti nella seconda meta dell’Ottocento che inventavano per la Sardegna un passato medievale glorioso e all’avanguardia della cultura italiana ed europea. Curiosamente, si troverà a essere l’unico contrario al tentativo di presentare questi falsi come segno della grande vivacità culturale della cultura sarda del XIX secolo e l’unico perplesso davanti alla proposta di uno studioso di creare una lingua sarda unificata che sintetizzi il sardo del nord e quello del sud.
Ci sono personaggi bizzarri (uno studioso di lingua sarda giapponese, per dire, con tanto di abito tipico) e il tono è ironico ma allo stesso malinconico. In alcuni momenti c’è qualcosina di Saramago, nella malinconia e nello sguardo acuto.
Siccome Sugaman, la casa editrice, pubblica in digitale, il libro si trova solo su bookrepublic.
Intervallo musicale con una delle canzoni pop meglio costruite del decennio scorso, che c’entra con il prossimo libro:

More about Toxic

Sì, questo è un guilty pleasure.
È invece un piacere e basta, “Toxic” di Hallgrìmur Helgason (ISBN), commedia dark che viaggia veloce come un proiettile tra i Balcani, New York e l’Islanda, seguendo le vicende di un ex soldato croato che diventa un killer a New York, città da cui deve poi scappare rocambolescamente dopo un omicidio andato a male, ritrovandosi in Finlandia nei panni di un predicatore televisivo. A un certo punto, il killer con la tonaca sembra quasi Don Zauker, poi la storia prende altri sentieri e racconta di una faticosa redenzione che passa attraverso le viscere più sporche dell’apparentemente linda società islandese, sempre con una specie di ghigno beffardo sulle labbra. È uno di quei romanzi che mentre lo leggi ti immagini l’autore che butta giù in prima stesura pagine su pagine, divertendosi come un pazzo a tessere i fili della storia (poi magari invece ha sudato e bestemmiato ogni riga, chi lo sa) e che leggi a rotta di collo, godendoti ogni passaggio. C’è sicuramente un po’ di Tarantino (citato giustamente) e c’è quello strano senso dell’umorismo che hanno i popoli che hanno troppo freddo e troppo poco sole, oltre che uno sguardo sull’Islanda cinico e poco accondiscendente (il vecchio trucco dell’usare il punto di vista dello straniero per descrivere la propria patria funziona). Ma ci sono anche delle storie di guerra, quella tra serbi e croati, degne dei migliori esempi del genere. E l’Eurofestival. E cantanti croate protagoniste di private sex tapes finiti in rete. E pure i Lordii, di sfuggita.
Per quello che vale, è stato il romanzo del mese, se non si era capito.

More about Il fuggiasco

Massimo Carlotto, oggi scrittore affermato, ha esordito con un memoriale in cui racconta la sua fuga per il mondo dopo essere stato condannato per un delitto non commesso, “Il fuggiasco” (e/o). Nel ricordare i suoi tre anni in fuga, Carlotto non si spara pose da eroe, non cerca di costruire un personaggio da film d’azione ma al contrario racconta di piccole quotidianità, di debolezze e fragilità, di paure e di necessità di arrangiarsi, sempre con un filo di autoironia.
La vicenda nel complesso è allucinante (come mi fa strano pensare che si possa davvero scappare per così tanto, passando da uno stato all’altro, ricevendo visite da parenti e fidanzata), ma paradossalmente Carlotto la rende così “ordinaria” che ogni tanto quasi ti dimentichi di perché sia in giro per il mondo. Fino al ritorno nell’allegro mondo delle carceri italiane e alla vicenda della grazia concessa dal presidente della Repubblica.
In effetto fa strano trovare in un autore che invece è così abituato a calcare la mano su atmosfere e psicologie dei personaggi un trattamento così lieve e delicato delle proprie vicende, che invece si presterebbero ai toni del noir. Ma è una sorpresa piacevole.

More about Le veline di Mussolini

Piccolo spazio per “Le veline di Mussolini“, a cura di Giancarlo Ottaviani (Stampa Alternativa), piccola raccolta di direttive per la stampa di epoca fascista, con il consueto mix di assurdità e attenzione ai particolari (Fiorello la Guardia, sindaco di New York va considerato ebreo e non italiano, per dire). La raccolta però è tanto breve e lascia con la voglia di godersi altre perle della produzione del MinCulPop.

More about Rex tremendae maiestatis

E finiamo con la fine (spero temporanea) di un ciclo, quello di Eymerich, che Valerio Evangelisti ha concluso con “Rex Tremende Maiestatis” (Mondadori), un’avventura dell’inquisitore che si dipana tra la Spagna, la Sicilia e Napoli (con un’appendice nel futuro). È un Eymerich stanco e di mezza età, quello che si trova in questo libro, un Eymerich che ogni tanto sfugge di mano al suo autore e si abbandona a debolezze che invece che mostrarne un lato inedito sembrano più che altro dei cedimenti nella scrittura. Eymerich con sentimenti para-paterni a me suona parecchio strano, per dire. E anche la parte sul passato di Eymerich, con il futuro inquisitore bambino, fa uno strano effetto. La storia vede l’inquisitore sballottato di qua e di là, più vittima degli eventi che vera e propria parte attiva. La cosa migliore del libro è la capacità che ha Evangelisti di tratteggiare la psicologia dell’uomo medievale, pronto ad accettare il sovrannaturale come parte della propria esperienza quotidiana perché dotato di un senso religioso che lo giustifica e quindi destinato a cadere vittima delle illusioni provocate dalle scie chimiche provenienti dal futuro per colpa di HAARP (kind of, non sto scherzando).
Insomma, è un addio che, anche con il colpo di scena finale, lascia parecchio con l’amaro in bocca.
E fin qui il giudizio sul testo in sé.
A margine, ho scoperto solo dopo averlo finito, che Evangelisti ha scritto il libro dopo aver scoperto che le sue condizioni di salute erano tutt’altro che ottimali e che c’era il rischio che il personaggio sopravvivesse al suo autore. Quindi, a posteriori, capisco da dove possano venire certi cedimenti nella scrittura o le “debolezze” di Eymerich.
Auguro ogni bene a Valerio Evangelisti e spero che torni a scrivere romanzi dell’inquisitore semplici, micidiali e feroci come i primi, quelli che mi avevano inchiodato inesorabilmente pagina dopo pagina, che con la deriva sempre più concettosa di questo ciclo ho qualche problema (il precedente “La luce di Orione” mi era piaciuto perché era molto più diretto, per esempio).

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Well NYC really has it all (8 di 10)

Il bello di dilazionare così tanto i resoconti delle vacanze è che in fondo è un po’ come prolungare la vacanza: guardi le foto, gli appunti, torni almeno per un po’ a quei giorni in cui la tua preoccupazione massima è non confondere le linee locali con quelle espresso e trovare un buon posto dove mangiare la sera.
Il brutto è che più ti avvicini alla fine più diventa faticoso scrivere perché la malinconia per la fine della vacanza si raddoppia: a quella provata allora devi sommare anche quella che stai rivivendo.
Comunque. Bando alle ciance.

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Well NYC really has it all (7 di 10)

Se c’è una cosa che a volte può essere difficile da comprendere, questa è la passione degli anglosassoni per gli acronimi, sigle e abbreviazioni.
SoHo, NoHo e NoLIta, per esempio, sono tutte contrazioni, rispettivamente di South of Houston Street, North of Houston Street e North of Little Italy (ci sono anche TriBeCa, Triangle below Canal Street, NoMad, North of Madison Square e il mio preferito, DUMBO, Down Under Manatthan Bridge Overpass).
Onestamente, non abbiamo capito esattamente dove iniziasse un quartiere e finisse un altro. Nel complesso, la zona è abbastanza omogenea ed è un’area da shopping, con qualche sorpresa dal punto di visto artistico.
Per esempio, il MoCCA (Museum of Comic and Cartoon Art), al 594 di Broadway  (quarto piano), che è un raccolto spazio espositivo dedicato, come dice la sigla, a fumetti e cartoni animati. Noi siamo capitati proprio quando era allestita una mostra che più New York di così non si poteva: la Grande Mela vista da Will Eisner, partendo da Spirit e arrivano alle graphic novel. Vedere da vicino tavole originali di fumetti è sempre un’esperienza piacevole, perché l’originale mostra tutte le correzioni, i ripensamenti e le imperfezioni che poi vengono “bruciati” in stampa. Nel caso di Eisner, gli originali sono praticamente identici alla versione stampata e mostrano una sicurezza incredibile.
Il tratto e le capacità di narrazione per immagini di Eisner sono una delle meraviglie del mondo; e sono felice di aver potuto vedere da vicino un saggio della sua abilità, proprio nella città in cui ha vissuto e lavorato.
La mostra di Eisner finisce proprio in questi giorni, purtroppo.

Più prosaicamente, uno degli obiettivi del pomeriggio è l’acquisto di un paio di Converse per me. Le trovo da Zacky’s, un grande magazzino specializzato in scarpe e jeans, sempre sulla Broadawy, al 686. Le Converse in America costano decisamente meno che in Italia: pago le mie 45 dollari, lo stesso modello qui costa 75 euro. Lì avevano anche modelli meno recenti a prezzi da saldo (29 dollari, tipo).
Ma la cosa bella è che hanno anche un modello di scarpa che presto o tardi devo trovare una scusa per comprare. Queste:

Queste scarpe (che non sono più ridicole di quelle con la suola curva che stanno andando un sacco di moda in questi mesi) sono state al centro di una mia allegra figura di palta in metropolitana un paio di giorni prima, quando vedo un signore davanti a me che le ha ai piedi. Facendo finta di niente, accendo la macchina fotografica e provo a fotografarle.  Una signora seduta di fianco a Lucilla inizia a fissarmi, poi guardo incrocia il mio sguardo fa: “Ti intesessavano QUESTE?” e tira su i piedi calzati dalle sue five fingers shoes pure lei. “Ah uh eh oh” faccio io, “le ha pure lei, cool“. “Sì, è mio marito” risponde lei. Raccolta la mia brava figura da turista cretino che fotografa qualunque cosa vedo le spiego che le avevo viste su internet e che non le avevo mai viste dal vivo. Comunque pare che siano parecchio comode e la suola è assolutamente a prova di bomba. Ora, ecco, dovrei trovare una scusa, tipo un hobby che mi permetta di calzarle dove non mi vede nessuno (anche se, come ho detto, mi sembrano più ridicole quelle scarpe ortopediche da Ercolino sempre in piedi).
Più avanti sulla Broadway c’è anche lo store ufficiale della Converse; i prezzi sono sempre quelli, ma hanno anche un servizio di personalizzazione delle scarpe con disegni e font. Se proprio ci vuoi scialare, puoi chiedere un appuntamento con un grafico per progettare la decorazione che ti aggrada di più. All’ingresso c’era questa sobria bandiera americana fatta con le scarpe:

E poi, potevamo farci mancare una visita all’Apple Store di SoHo?
Certo che no.
Le cose fighe degli Apple Store sono diverse. Per prima cosa, un’ottima rete wi-fi gratuita (le reti wi-fi libere a New York sono certamente più numerose che in Italia, ma non è esattamente che a ogni angolo della strada ne trovi una e quando le trovi può capitare che siano intasate) per dare un’occhiata alla posta. Poi, la possibilità di giochicchiare e navigare liberamente con tutte le macchine Apple a catalogo. Sono lì, a disposizione. Ovviamente, c’è subito chi ne approfitta per bullarsi con gli amici:

... e i momenti KEAP non finiscono qui.

 E poi, come saliamo al piano di sopra c’è una tizio che fa lezione di inDesign:

I newyorchesi non sembrano interessati a inDesign

Comunque acquistare all’Apple Store è fighissimo. I commessi hanno tutti un iPod touch con attaccato il macchinino per leggere le carte di credito; fanno tutto da lì, ovunque siano nel negozio, e la ricevuta ti arriva per email. Se hai già un account Apple in cui è registrata la carta di credito non devi neanche dargli l’indirizzo.
Sì, è spaventoso. Ma alla maniera Apple: it just works.

Se mai doveste capitare da quelle parti e avere voglia di qualcosa di dolce, un salto al 30 di Prince Street, dove si trova la succursale del Little Cupcake Bakeshop a SoHo, potrebbe essere una buona idea. È un posto arredato con i colori vivaci dell’America anni ’50 come ce la immaginiamo tutti, pieno di torte, cupcake e cheesecake. Tra l’altro secondo me la cheesecake newyorchese sa vagamente di caramella Alpenliebe; e questo la rende ancora di più una delle cose più buone del mondo. Un paio di foto di Lucilla dovrebbero rendere l’idea:

Sì, probabilmente è la fiera del colorante. In compenso però hanno l’iced tea, che non è il tè freddo come siamo abituati a pensarlo (aromatizzato e zuccheratissimo) ma normale tè tenuto in frigo, a cui se vuoi aggiungi zucchero (ma anche no).
Aggiungeteci gli Sha-Na-Na come colonna sonora e il ripristino del buon umore dopo caldo cambogiano e stress da fuso orario e mail che ti hanno innervosito un pochino è assicurato.

Al 52 di Prince Street ci imbattiamo per caso in una libreria che invoglia ad entrare, McNally Jackson Books. È una libreria non di catena, di dimensioni umane e con all’interno un bar. In realtà la cosa che più mi colpisce, però, è il macchinario che campeggia in vetrina, che altro non è che una Espresso Book Machine. L’EBM è una macchina da stampa di dimensioni ridotte pensata per il print on demand, sia di testi fuori commercio o di pubblico dominio sia di testi inediti. In pratica, tu puoi cercare sul sito i libri che ti interessano, ordinarli e andarli a ritirare in negozio (o farteli spedire). Possono stamparti anche tutto quello che c’è su Google Books libero da diritti e consegnartelo nel formato di un libro vero, non come fotocopie rilegate. Addirittura, se hai scritto qualcosa e vuoi tentare la carta dell’autopubblicazione cartacea, puoi stamparlo da loro (pagando, si intende).
L’ambizione di questa libreria, non da poco, è quella di diventare il centro della cultura letteraria di Manhattan. It’s a long way to the top, probabilmente, ma solo il fatto che ospitino tra le loro mura una tecnologia ancora non diffusissima fa pensare che siano sulla strada giusta.
(un’osservazione assolutamente non scientifica e forse pure un po’ idiosincratica: i termini che ricorrono più spesso sulle quarte di copertina e sulle fascette dei libri americani sono, per esempio, “entertaining”, “enjoyable”, “storytelling”. In pratica, ti dicono che un libro è divertente, che è piacevole, che è ti racconta una storia bene. Sfido chiunque a leggere per intero l’aletta di un qualsiasi Montalbano senza cadere in narcolessia per la prosa ampollosa che ammanta di improbabili significati non richiesti libri che sono, semplicemente, divertenti, piacevoli e raccontati bene) (come se la Sellerio si vergognasse, di pubblicare dei libri che vendono)

Un negozio che non ha particolari ambizioni di conquista del mondo è l’Evolution Store, specializzato in teneri oggetti da regalo come insetti nell’ambra, scheletri di animali o animali impagliati. Se avete bisogno di uno scoiattolo volante da appendere in salotto, è proprio il posto che fa per voi. Se siete dei medici, vi vendono anche teschi umani veri. Poi hanno anche frammenti di meteoriti e altre pietre. Ma probabilmente quello che uno si ricorda sono le ossa del pene dei piccoli mammiferi.

In realtà, però, la cosa ancora più bizzarra vista da quelle parti è la Earth Room, una al primo piano di un palazzo completamente piena di terra. Terra umida. Lì dal 1977. Non so. C’è molto da dire su una stanza piena di terra?
Quando arrivi, di solito incroci qualcuno che sta andando via. A noi è successo, quelli che scendevano ci hanno fatto un sorrisetto enigmatico e ci hanno detto “ci siete quasi”. Noi siamo arrivati su, abbiamo visto questa stanza piena di terra, siamo rimasti un po’ lì indecisi che provare a camminarci sopra o no e alla fine siamo andati via. Sulle scale incontriamo questi altri tizi che salgono, li guardiamo con un sorriso un po’ così e diciamo “ci siete quasi”.
Forse è quello il senso dell’installazione. Forse c’è una macchina fotografica per le scale che da quasi 35 anni fotografa le facce della gente che se ne va.
Facce che sono più o meno come quella che farete vedendo questa foto:

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Well NYC really has it all (6 di 10)

Eravamo rimasti a Bowling Green.
Appena attraversata la strada, proprio sulla punta meridionale di Manhattan si trova il Battery Park, detto anche il parco della sfiga, visto che pullula di memoriali a categorie di gente morta.
Appena entrati, però, c’è un bel monumento ai coloni olandesi che fondarono la colonia di Manhattan, gentilmente offerto dalla stessa Olanda. Un bassorilievo raffigura il momento in cui Peter Minuit acquista la proprietà dell’isola dagli indiani.
Fun fact: Manhattan, oltre a essere ricoperta di boschi, era collinosa. Nella lingua dei Lenape, gli indiani che la abitavano, Manhattan voleva dire “isola con un casino di colline ma proprio un casino che non ne hai idea”. Con il piano regolatore del 1811 si decise che era più pratico avere una tavola pianeggiante su cui stendere il reticolo delle vie. Così, la parte più antica di Manhattan ha vie irregolari, poi dalla 1st street in su è tutto ortogonale, con la sola eccezione di Broadway Avenue che va in diagonale (e in parte ricalca l’antico sentiero indiano che attraversava l’isola, ma solo in parte).
Battery Park si chiama così perché qui si trovavano le batterie di cannoni preposte alla difesa della città nei suoi primi anni di vita. Oggi c’è ancora un forte, Fort Clinton, che in passato è stato usato come centro di raccolta per immigrati, prima di Ellis Island (c’è un memoriale anche per gli immigrati passati da Fort Clinton).
Ma la cosa che più colpisce è la sfera che si trova oggi nel parco ma che in origine era al centro della piazza del World Trade Center. Estratta dalle macerie, oggi si presenta così:

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Well NYC really has it all (5 di 10)

Gli autobus a Manhattan sono una cosa parecchio semplice: la maggior parte delle linee fa avanti e indietro lungo una street o una avenue, coprendo zone non toccate dalla metropolitana.
Così, per esempio, il 42 si fa la 42nd street da una parte all’altra, dal palazzo dell’ONU a est fino al molo 83 a ovest. Ed è proprio in direzione ovest che una bella, calda, mattina prendiamo il 42 a Times Square: il programma della giornata si apre infatti con un (mezzo) giro su un battello della Circle Line, compagnia di navigazione che offre giri attorno all’isola di Manhattan. È un’attrazione abbastanza storica, tanto che c’ero stato pure nel lontano 1982. Terrorizzati dall’idea di fare tardi, arriviamo con una fantozziana ora di anticipo e visto che la sera precedente eravamo svenuti appena toccato il letto decidiamo di andare a svaccarci nel parchetto sul molo di fianco.
Al molo di fianco ancora c’è ormeggiata una portaerei, che ho scoperto poi essere l’Intrepid, adibita a museo sui mezzi a disposizione dell’aviazione americana. Sapete cosa risveglia il bambino reaganiano che dormiva in me?
Questo, di cui avevo la versione dei G.I. Joe, uno dei più bei regali di natale di tutti i tempi:

HIGHWAY TO THE DANGER ZONE!

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Autodifesa – maggio 2011

Interrompiamo la sequenza di post su New York per la tradizionale rubrica dei libri del mese.
More about The Island at the Center of the WorldLa interrompiamo ma in realtà, zac!, iniziamo subito con un libro su New York, o meglio su Neuwe Amsterdam. The Island at the Center of the World di Russell Shorto (Vintage) è infatti, come da sottotitolo, l’epica storia della Manhattan olandese e della colonia dimenticata che ha modellato i futuri Stati Uniti d’America. Gli studi sulla colonizzazione olandese dell’isola di Manhattan sono una relativa novità nella storiografia statunitense e si basano in larghissima parte sul lavoro che sta vendendo fatto attorno ai documenti superstiti conservati a New York. Un lavoro complicato dal fatto che la lingua olandese  e la calligrafia del XVII secolo sono particolarmente difficili da decifrare, che sta venendo portato avanti da un ristrettissimo pugno di studiosi. Shorto, giornalista del New York Times, ha avuto il merito di presentare i risultati di questo lavoro di ricerca in una forma piacevolmente divulgativa, una narrazione storiografica che si legge più che “come un romanzo” come un reportage dalle strade della Lower Manhattan del primo Seicento. La tesi sostenuta dal libro è interessante perché colloca l’inizio della storia degli Stati Uniti nel panorama della storia europea coeva, facendo per certi versi saltare l’europeocentrica concezione degli USA come “paese senza storia”. Per Shorto, infatti, lo spirito che animava la colonia, un porto strategico nella rotta tra Sud America, Nord America ed Europa, era lo stesso della madrepatria, improntato a un clima di tolleranza che favoriva l’insediamento di persone dalle provenienze più disparate. La New York di oggi, multietnica, in cui magari il mercoledì delle ceneri ti arriva in ufficio il collega con la croce in fronte o (come ho visto) a una certa il tizio degli hot dog si inginocchia verso La Mecca e si mette a pregare, dove a Brooklyn sbagli strada e ti trovi in un ghetto ebraico di fine Ottocento, sarebbe così la diretta discendente dello spirito della tolleranza dell’Olanda seicentesca; e sarebbe proprio da New York (che nel 1664 cade nelle mani degli inglesi che la ribattezzano così) che questo spirito di fusione e mescolanza si è propagato nella futura Unione.
Ovviamente non è che fosse tutto rose e fiori e che c’erano gli olandesi buoni e gli inglesi puritani malvagi pronti a sterminare gli indiani: Shorto racconta anche di attacchi condotti nei confronti degli indiani, oltre che della famigerata trattativa per l’acquisto dell’isola di Manhattan (uno scatolone pieno di cianfrusaglie del valore di 24 dollari circa; ovviamente, gli indiani che non avevano il concetto del possesso della terra pensavano che si trattasse di una sorta di usufrutto temporaneo). Senza contare il fatto che la colonia era un caposaldo del mercato degli schiavi (per quanto accogliesse anche schiavi liberati). I protagonisti degli eventi storici escono da un certo macchiettismo in cui erano stati rilegati dalla vulgata popolare, in particolare Peter Stuyvesant, ultimo governatore della colonia, il cui nome ricorre ancora oggi nella toponomastica della città.
È un libro scorrevole ma documentatissimo, che propone una visione nuova (almeno per un pubblico non specializzato) delle origini degli USA, meno centrata sull’apporto anglosassone e più incentrata sul multiculturalismo. Letto prima di una visita a New York, poi, permette di orientarsi un pochino sulla storia più antica della città, dà conto dell’origine di alcuni toponimi (Broadway ricalca in parte il tracciato del più antico sentiero indiano che attraversava l’isola, il muro di Wall Strett era quello della palizzata eretta a difesa della colonia, che occupava la punta sud di Manhattan, e via discorrendo) e ti permette di scocciare chi viaggia con te con discorsi che iniziano con “perché, devi sapere che gli olandesi…”
(non mi risulta una traduzione italiana, sorry)

Un’altra mia fissa nel campo “l’America che non ti aspetti” è Michael Muhammad Knight, l’autore di The Taqwacores, il romanzo che ha dato davvero il via alla nascita di una scena punk musulmana in America, da cui è venuto fuori un gruppo parecchio interessante, i Kominas.

More about Il diavolo dagli occhi bluKnight è un bianco (di origini irlandesi da parte di madre) convertitosi all’Islam dopo aver letto l’autobiografia di Malcolm X e, in quanto tale, è una specie di rarità nel panorama degli islamici americani, che tolti quelli originari di paesi musulmani sono per lo più neri. Da questo viene il titolo del libro “Il diavolo dagli occhi blu” (Newton Compton), che racconta due mesi trascorsi on the road per gli Stati Uniti dall’autore per incontrare personaggi di spicco dell’Islam americano. La parte più allucinante e interessante è quella dedicata a Wallace Fard Muhammad e alla Nation of Islam, il movimento da lui fondato che sostiene che la razza nera è l’unica creata da Allah e che i bianchi sono frutto dell’esperimento del malvagio Jacub (se ne parla anche in New Thing di Wu Ming 1). Il tutto condito da un bel po’ di ufologia e dalla convinzione da parte di Fard di essere l’incarnazione terrena di Allah. Per inciso, Fard non si sa che fine abbia fatto; la versione della NOI è che abbia fatto ritorno all’Astronave Madre e il viaggio di Knight si svolge proprio sulle sue tracce. Tra l’altro, anche Malcolm X è stato per diverso tempo membro del movimento, prima di diventare sunnita.
Durante tutto il percorso, però, Knight porta alla luce realtà interessanti, tra donne che conducono la preghiera e associazioni di musulmani filo-bushiani. L’ultimo capitolo è dedicato all’incontro in carcere con il nipote di Malcolm X, rinchiuso per furto. Instabile mentalmente, a 12 anno il ragazzo aveva dato fuoco alla casa dove viveva con la nonna, Betty Shabazz, uccidendola.
A me Knight piace molto, per come scrive, per quello che racconta e per la visione della sua religione che propone. È un personaggio da tenere d’occhio, una voce a cui prestare attenzione (e su ibs te lo regalano, in pratica, questo libro).

More about PostmortemSe c’è una cosa che mi ha colpito molto in “Postmortem“, il primo libro di Patricia Cornwell (Mondadori) è quando la protagonista Kay Scarpetta, italoamericana, si mette a cucinare delle cose più o meno alla portata di un qualunque italiano medio e l’autrice riesce a presentarti le sue azioni come se stesse preparando un pranzo di diciotto ricercatissime portate. Letto oggi, questo romanzo è semplicemente un solido prodotto di intrattenimento che rispetta con grande attenzione tutte le norme da scuola di scrittura creativa: la scansione degli eventi, la costruzione della suspence, i personaggi, sono tutti al posto giusto. Se si cerca di mettersi nell’ottica del suo anno di uscita, il 1990, è chiaro che si trattasse di un libro innovativo, che metteva al centro della scena aspetti sia di tecnica forense sia informatici che difficilmente facevano parte del bagaglio culturale del lettore medio dell’epoca. E non mi stupisce che la formula e il personaggio abbiano permesso all’autrice di dare vita a una serie di romanzi di successo. È anche questo, in qualche modo, molto americano: scrivi di ciò che sai, metti giù le cose nel giusto ordine e in modo chiaro e se sono rose fioriranno. È un po’ l’American Dream applicato alla narrativa seriale.
Certo, se poi si pensa che una delle sue colpe maggiori è stata l’aver portato in qualche modo alla nascita della serie a fumetti Julia, viene voglia di tornare indietro nel tempo e fermare la Cornwell prima che sia troppo tardi. Però d’altra parte ha portato anche a Bilico di Paola Barbato e allora si può anche perdonare :-)

More about Il festival dei fantasmiIl festival dei fantasmi” di Rhys Huges è, credo, il primo titolo di 40k che recensisco. 40k è una casa editrice che pubblica solo in formato digitale testi di dimensioni molto contenute, di narrativa come di saggistica. Più precisamente, questo è un racconto di media lunghezza; non so se dovrei infilarlo qui in mezzo, ma siccome in formato cartaceo credo di avere letto cose della stessa lunghezza pubblicate in volume singolo, non vedo perché no.
A ogni modo, la prima cosa a cui ho pensato al termine della lettura di questa breve storia ambientata in un festival musicale è stata quanto sia forte l’impronta di Lovecraft e della sua concezione del mondo nella narrativa fantastica. Huges costruisce la sua storia, tutta attraversata dall’amore per la musica, con i giusti ritmi e piazza una bella botta di orrore cosmico al culmine della tensione narrativa. Di più è impossibile dire senza sfociare nello spoiler più selvaggio, però la rivelazione è un bel colpo.
Non so se sia mai uscito in edizione cartacea in italiano; l’epub (senza DRM) è disponibile anche in inglese. Comunque questo Huges mi sembra uno da tenere d’occhio.

More about MalastagioneMalastagione” (Mondadori) è il primo romanzo della serie di romanzi gialli di Loriano Macchiavelli e Francesco Guccini a essere ambientato ai giorni nostri, sempre nel paese di Casedisopra, nell’Appennino tosco-emiliano. E benché sia facilmente leggibile anche da chi non hai letto i suoi predecessori, è il lettore fedele che trova la maggior soddisfazione nel libro, visto che ormai sono una sessantina gli anni di vita di questo spicchio di Italia immaginaria che i due autori hanno raccontato e i riferimenti al passato rievocano i libri precedenti, le loro storie, i loro personaggi. Si deve purtroppo rispettare il luogo comune: il libro migliore, come intreccio, resta il primo. L’amore con cui sono descritti i luoghi, a cui si aggiunge la profonda vena di malinconia per la loro trasformazione, tra seconde case e asfalto (e da Casedisopra non sembra essere stata fatta passare la TAV Bologna-Firenze) è sempre mozzafiato e restituisce sulla pagina tutto il fascino, gli odori e i colori di quei posti. Però la storia investigativa potrebbe essere migliore. L’idea di usare come investigatore una figura inedita, cioè un agente della Guardia Forestale, è buona e i due autori sembrano trovarsi a loro agio anche quando si tratta di descrivere fenomeni come le comunità di Elfi che si possono incontrare da quelle parti.
Comunque vorrei che tu quelli convinti che gli ebook abbiano una scarsa leggibilità dessero un’occhiata a come cavolo è stampato male questo libro.

More about Cani da rapinaÈ una storia vecchia come il mondo che difficilmente ci stancheremo di sentirci raccontare, fino a che ce la raccontano bene: un gruppo di criminali di mezza tacca ha per le mani un affare che può cambiare la loro vita, ma in un modo o nell’altro va tutto a puttane. Luca Moretti ambienta questa storia nella Roma delle borgate di oggi, in “Cani da rapina” (Purple Press). Non è anticipare troppo della storia dire che un pacco di cocaina trovato fortuitamente farà prima la fortuna e poi segnerà la fine di alcuni piccoli spacciatori della periferia romana, come se fosse uno spin-off di Romanzo Criminale ai giorni nostri (e in un certo senso lo è, perché il “pezzo grosso” della storia è un reduce della Magliana). La storia ci mette un po’ a partire davvero e all’inizio sembra un po’ perdersi in una lunga serie di descrizioni di ambienti e personaggi, che alternano un linguaggio che cerca di rendere la parlata dei borgatari e una lingua più letteraria, poi quando il meccanismo della tragedia mette in moto i suoi ingranaggi si va avanti più speditamente. Trovo un po’ superfluo e compiaciuto il glossarietto finale sulle droghe, anche se alcune informazioni sul tema contenute nella storia sono interessanti: per esempio, in Italia non ha mai preso piede il mercato del crack perché pare che i consumatori trovino molto più rapido e pratico farselo da soli partendo dalla cocaina.
Alla fine mi immaginavo (complice una quarta un po’ truffaldina in questo senso) qualcosa di più diretto e con meno implicazioni, una storia criminale senza troppi fronzoli; invece ho trovato che le aspirazioni di fare qualcosa di più “alto” non siamo completamente realizzate e quindi il tutto resta un po’ sospeso.

That’s all, folks.

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Back in black

Rieccomi.
In sintesi sono stato molto bene a New York, ho camminato tantissimo e mi sono tagliato la barba a Chinatown (ma purtroppo non mi hanno lasciato i baffi sottili da cinese cattivo dei fumetti).
Mi sono appena reso conto che l’ultimo giorno ho con ogni probabiltà incrociato per strada Howard Stern con una maglietta dei Bad Religion.
Al momento, il mio bagaglio è da qualche parte tra Fiumicino e Bologna.
E ho voglia di cheesecake.

(seguiranno lunghissimi e menosi resoconti)

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The place to be

Nieuw Amsterdam, circa 1660

Ciao.
Sono partito. Vado a New York per una settimana. Anzi, ci torno, visto che ci sono già stato (avevo neanche tre anni, dissi che Central Park sembrava l’Acquasola e i miei genitori non mi affogarono nell’Hudson solo perché ero un preziosissimo primogenito).

Spero di venire avvistato a leggere in metropolitana da un agente di Coverspy (più prosaicamente, spero di riuscire a capire come funzionano i cartelli delle fermate della metropolitana). Spero anche di riuscire ad andare a Keap Street (la storia di Keap Street è parecchio buffa; si legge qua).

Può darsi che su Nipresa compaia ogni tanto qualche foto o qualche impressione al volo.
Ma non è detto.

(se incontro Richard ve lo saluto)

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