Finlandia, 2022

Giorno 1

Da Roma a Porvoo

In aeroporto succede questa cosa.
Al terminal c’è un pianoforte a disposizione dei viaggiatori. Per un po’ – se siete quelle persone come me che devono arrivare in aeroporto almeno tre ore prima anche se è un volo Schengen con solo bagaglio a mano e check-in online, al terminal ci state un po’ – alla tastiera si alternano persone abbastanza competenti. Stanno pur sempre imponendo della musica al prossimo, anche se in modo più socialmente accettabile che dalla cassa blutooth, però almeno si impegnano per farlo. Tutto sommato, sono piacevoli. Anzi, li invidio anche un po’.
Comunque, a un certo punto si impadroniscono del pianoforte due o tre bambini che percuotono la tastiera a mano aperta e non una o due volte.
Per dieci minuti. 
“E i genitori?” ci si chiederà.
Io per esempio me lo sono chiesto e quando ho allungato la testa verso il pianoforte ho visto – mentre uno dei bambini aveva scoperto il pedale del sostenuto, rendendo la situazione ormai ai confini delle più folli sperimentazioni rumoriste – un paio di adulti osservare compiaciuti e divertiti i propri figli che rendevano peggiore la mattinata di decine di persone. Mentre pensavo a come recuperare i loro indirizzi e regalare per Natale ai figli una battieria, sono comparsi due inservienti dell’aeroporto, che non hanno semplicemente chiuso il pianoforte: lo hanno portato via, per tutti, per chi sapeva suonare e per chi lo aveva scambiato per un attrezzo per far sfogare un po’ i figli.
Questa storia mi sembra che ci insegni qualcosa.

Non mettevo piede in aeroporto da due anni e mezzo.
L’ultimo viaggio del mondo prima io e Lucilla lo avevamo fatto a Budapest, nel febbraio del 2020. Anzi, eravamo partiti il 31 gennaio, il giorno dopo il ricovero per covid dei due turisti cinesi a Roma. Da Fiumicino. Quella mattina, l’aeroporto era pieno di gente che era corsa a procurarsi la prima mascherina che aveva a portata di mano: qualche chirurgica, forse recuperata da amici sanitari, moltissime da cantiere, i più intraprendenti una sciarpa ben stretta. A noi, quel giorno, sembravano ancora tutti matti.
Poi siamo rimasti separati tre mesi, io a Bologna e lei a Roma.
Ora, siccome ho più ferie di Lucilla ad agosto, sono partito per una settimana, da solo, in Finlandia.
È una cosa che non ho mai fatto: non andare in Finlandia (ci eravamo stati nel 2015), ma andare in viaggio da solo. Non solo, è la prima volta che faccio una vacanza guidando, visto che ho preso la patente, a 18 anni e qualche decina di mesi di troppo, solo a novembre del 2020.

Fiumicino mi ricorda una cosa: che viaggiare mi mancava, l’industria del viaggio meno.
Faccio venti minuti di coda per una brioche stopposa e un caffè che parliamone, in aereo per 9 euro acquisto da Finn Air un “cheese plate” neanche così orribile, se non fosse per l’hummus che sa di piedi. Il mio biglietto non prevede bagaglio da stiva, quindi ho un guardaroba minimale e devo fare attenzione a qualsiasi salsa.

Però per ora tutto bene. Scrivo bevendo una birra in lattina del supermercato (una gradevole Karhu Summer Ale da 3,50 euro per mezzo litro) seduto fuori da una casa di campagna fuori Porvoo dove ho affittato una stanza per la notte che mi è costata quanto la cena – l’hamburger blue cheese e blueberries è stato un ottimo azzardo, l’insalata di gamberetti finlandese con aneto pure. Ho il bagno in corridoio, ma ok, ci può stare.

Sono sopravvissuto non solo alla mia prima auto a noleggio, ma all prima con il cambio automatico (è bellissimo, la frizione è un retaggio ottocentesco da abbattere) (“nooo, perché io devo sentire il momento in cui il motore mi sussurra cambia ora, sarà bellissimooooh” dirà qualcuno, ma francamente la comodità non ha prezzo).

Porvoo è carina, una cittadina a mezz’ora da Helsinki che ha conservato un piccolo pezzo di città antica con gli edifici in legno colorati affacciati sul fiume. Il resto della città sembra abbastanza trascurabile, ma la città vecchia è piacevole. Certo, per una gita in giornata da Helsinki, come propone la Lonely Planet, mi sembra eccessiva. Però l’esperienza mi è stata utile perché mi ha permesso di decifrare un’altra delle espressioni ricorrenti del linguaggio Lonely Planet. Quando parlano di un posto dove dovete assolutamente pernottare, perché quando se ne vanno i turisti avete le strade tutte per voi dimenticano di specificare che tipo non c’è nemmeno più un posto dove mangiare e la tristezza e la solitudine possono diventare tangibili.

(“Imparare a leggere la Lonely Planet” è il libro che scriverò un giorno)

Giorno 2

Da Porvoo a Savonlinna

La Finlandia ha un curioso primato.
È l’unico stato europeo confinante con l’URSS all’inizio della seconda guerra mondiale a non essere finito nel Patto di Varsavia. Non che i sovietici non avessero cercato di invaderli, ma come è andata finita lo sintetizza una battuta che girava durante la Guerra Fredda, ogni volta che lo spettro di un’invasione sembrava diventare più concreta: “In Finlandia è pieno di soldati russi. Sono tutti sepolti lungo il confine”.
La relazione della Finlandia con la Russia dal 1918 in poi è stata abbastanza complicata, soprattutto dal fatto che nella seconda guerra mondiale i sovietici invasero la Finlandia due volte – e la seconda i finlandesi si allearono pure con i nazisti, per poi passare l’inizio del 1945 a ricacciarli dalla Lapponia. Un po’, volevo che la presenza dell’ingombrante vicino fosse il tema di questa giornata di viaggio. Per andare da Porvoo a Savonlinna, infatti, sarebbe molto più rapido passare all’interno della regione dei laghi. Io, invece, ho scelto di fare tappa a Lappeeranta, costeggiando così un bel tratto del confine russo.
Come europei, con i confini non abbiamo più molta familiarità, dopo il trattato di Schengen. Eppure, fino a non molto tempo fa non era così: quando da bambino andavo in montagna a Bardonecchia, d’estate, per andare a fare i picnic o le escursioni in Valle Stretta bisognava mostrare i documenti alla guarnigione di confine francese (oggi la guarnigione non c’è più e il confine esiste solo se vieni dall’Africa e cerchi di andare in Francia). Per arrivare qui in aereo ho mostrato la carta di identità solo all’imbarco – l’ultima volta che sono stato allo stadio credo di aver dovuto passare tre controlli di identità. 

Ora, invece, il confine tra Finlandia e Russia è tornato a essere un confine vecchio stile, una linea che separa due mondi con interessi esplicitamente contrapposti, tanto più con la Finlandia in procinto di entrare nella NATO.

Dall’autostrada, ovviamente, il confine non si vede. Ci sono un paio di strade che portano in Russia, vedo i cartelli che danno la distanza da San Pietroburgo, ma le foreste che fiancheggiano la strada impediscono di vedere qualsiasi cosa. So solo che di là, da qualche parte alla mia destra, c’è la Russia, che è tornata a essere, come nel pieno del Novecento, un mondo alieno e vagamento minaccioso.

Lappeeranta dista solo 30 km dal confine. È l’undicesima città finlandese per dimensioni ed è più vicina a San Pietroburgo che a Helsinki. Secondo la vecchia Lonely Planet che mi sono portato dietro, era una meta amata dai russi dei dintorni per lo shopping. Ma i suoi rapporti con il vicino sono più profondi e radicati. Come molte zone di confine, anche questa ha cambiato appartenenza diverse volte: nacque svedese, diventò russa nel 1741 e poi finlandese nel 1917 con tutto il Granducato di Finlandia (che ottenne l’indipendenza dal neonato governo bolscevico). Nel 1856 era stato aperto un canale che la collegava con la città di Vyborg, tornata russa nel 1940. Dal 1963 la Finlandia ha una concessione per usare la parte russa del canale, rinnovata nel 2012 per cinquant’anni – ma chissà se le condizioni resteranno le stesse.
Nella città è ambientata la serie poliziesca Bordertown, sfruttando le possibilità offerte dalla sua natura di confine, e la sua principale attrazione turistica è quello che resta della fortezza che ben poco poté fare nel 1741 quando i russi strapparono la città alla Svezia. Nell’area si trova un’elegante chiesetta di rito russo ortodosso, con bei dipinti settecenteschi, e una sala da te in stile russo, nella quale sono stato giusto il tempo per ordinare del cibo ma che già mi ha fatto venire voglia di rivolgermi alla cassiera chiamandola per nome e patronimico, come in un romanzo di Tolstoj.

Dopo pranzo, accompagnato da un bel sole che fa sembrare probabilmente più belle di quelle che sono le strade ai piedi della fortezza, arrivo fino alla settecentesca chiesa in legno di Santa Maria, unico esempio sopravvissuto della pianta a doppia croce, un tempo tipico della Finlandia. All’interno, conserva dei dipinti di gusto molto naïf – o semplicemente molto grezzi, specie rispetto a quelli della chiesa ortodossa – ed è sobriamente colorata di bianco e celeste. Il campanile, invece, è staccato dalla chiesa e sovrasta un piccolo cimitero che si è venuto a trovare nel mezzo della città, come un parchetto. Qui, accanto alle tombe ottocentesche, ci sono le sepolture dei soldati morti nel 1939-1940 (la guerra d’inverno) e nel 1941-1944 (la guerra “di continuazione” a fianco dei nazisti contro i sovietici), semplici lapidi quadrate nel terreno, con fiori freschi. Ma ci sono anche un monumento ai morti rimasti nelle terre diventate russe nel 1940, agli orfani di guerra di quegli anni e la scultura di un cigno ad ali spiegate nel punto dove si trovava un rifugio antiaereo colpito da una bomba nel febbraio del 1940.
Insomma, l’area attorno alla chiesa è come una grossa ferita aperta e sanguinante che parla del rapporto di quest’area con il proprio passato, recente e non.

Però non mi bastava. Non volevo arrivare fino a un varco di confine, ma volevo sentirlo da vicino, il confine. 
C’era un punto in cui l’autostrada ci sarebbe passata molto vicino, ma non abbastanza. Mi fermo a prendere un caffè, il terzo della giornata (i finlandesi sono tra i maggiori consumatori al mondo di caffè), studio un po’ su Google Maps e noto che c’è una strada secondaria che arriva a un passo dalla Russia. 
La deviazione mi porta in una strada sterrata che sfila accanto a case di campagna rosse e nere nascoste tra gli alberi o circondate da campi. Quando non manca molto al punto più vicino, sulla destra vedo un cartello, a bordo strada. Avvisa che è un’area di confine e che non si può proseguire oltre senza autorizzazione. Ci siamo. Il confine. Mi fermo, lo fotografo. 
Proseguo ancora, c’è una diramazione a sinistra, ma se proseguo dritto arriverò al punto più vicino. All’incrocio c’è una casetta, mi ricorda quella della guarnigione francese di Valle Stretta. Fermo la macchina, in mezzo alla stradina, tanto non c’è nessuno. Scendo con il telefono, c’è un cartello con un disegno della zona di confine, vorrei fotografarlo. 
Rumore di motore. In avvicinamento dalla strada che dovrei imboccare.
Sulla strada arriva un furgone dell’esercito. Batto in ritirata, salto in macchina, metto in moto, sgombero la strada e rinuncio a proseguire. Cercando di non dare l’impressione di essere in fuga, saluto i soldati sul furgone. Loro mi guardano un po’ perplessi e tirano dritti; probabilmente non sono arrivati perché mi avevano visto arrivare qui (dove non c’è alcun motivo per andare), forse stavano solo facendo il normale giro di controllo. Ma io ormai ero già entrato in modalità “confine” e avevo pensato che farsi trovare a fare foto accanto a un confine, uno vero, non fosse una buona idea.
Non ho il fisico, per il confine.

Savonlinna, invece, è nata attorno a un castello costruito per proteggere il confine orientale del regno di Svezia nel 1475. La fortezza, dedicata a sant’Olaf, da fuori sembra molto bella, arroccata sul lago, ma di più non so dire perché quando sono arrivato alle 17.30 era già chiusa e riapre alle 11, quando sarò già lontano da qui – gli orari di lavoro finlandesi sono una delle sette meraviglie del mondo moderno.
Però anche qui c’è un’altra traccia delle complicate relazioni più recenti tra Finlandia e Russia: nei pressi della cattedrale si erge la statua, enorme, di un uomo nudo che regge un elmetto militare (un albero strategicamente collocato evita a chi esce dalla chiesa la visione delle sue gigantesche chiappe di pietra). È circondato dalle lapidi di persone morte durante la guerra civile del 1918, nella quale si scontrarono i “rossi”, che dopo l’indipendenza volevano una Finlandia vicina alla neonata Unione Sovietica, e i “bianchi”, il cui referente politico era invece la Germania. Il conflitto fece 36.000 morti, lasciò 15.000 orfani (“what’s so civil about war, anyway?” diceva quello) e si concluse con la vittoria dei bianchi. La sua natura di proxy war tra le due nazioni che alla fine del 1918 erano alle prese – per motivi differenti – con una difficile ricostruzione permise alla Finlandia di prendere una propria strada, diventando per esempio una repubblica invece che una monarchia come progettato dalla Germania.
Se si pensa alla storia della Finlandia indipendente e alla dottrina della storia russa espressa da Putin a febbraio, si capisce facilmente perché dopo decenni di equilibrismo con l’URSS prima e neutralità poi il paese abbia chiesto di entrare nella NATO: se è stato un errore dei bolscevichi l’Ucraina, figuriamoci la Finlandia, uno stato vassallo della Russia zarista a cui venne frettolosamente concessa l’indipendenza subito dopo la Rivoluzione (e che per ben due volte nel corso della Seconda guerra mondiale ha combattuto contro l’URSS).

Chiudo la giornata prima di tornare in albergo passando davanti a un bar in riva al lago. Un cartello all’esterno, a due passi dalla fortezza costruita cinque secoli fa per scoraggiare i re russi dall’accampare pretese su queste terre, mostra un cavaliere in armatura medievale, disegnato con uno stile anni ’50, che regge un boccale spumeggiante di birra. Sul petto ha una stella a quattro punte, con i bracci bianchi e blu. Accanto, in uno scudo merlato è scritto a caratteri gotici “Olaf”. È una pubblicità della “famosa birra OTAN”. In piccolo, sopra la birra, si legge in inglese “un sapore di sicurezza con un sentore di libertà”.

Giorno 3

Da Savonlinna a Kuopio

Poco dopo aver fatto colazione con sei chili di salmone nella grande sala di un albergo anni Trenta, dal soffitto altissimo, la tappezzeria a righe, i lampadari di cristallo e in generale quell’aria che ti fa temere che da un istante all’altro arrivi Poirot per annunciare che il barone è stato trovato assassinato nella sua stanza e siamo tutti sospettati, mi accorgo che la Russia me la sono portata in tasca dal primo giorno.
Nel portafoglio ho infatti una moneta da 10 rubli, che per peso e dimensioni è simile a quelle da 1 euro (ma è fatta di un solo metallo). Come ci è finita? La prima sera, di ritorno in albergo, sono stato al supermercato a comprarmi una birra e patatine per il dopocena e ho pagato in contanti. Doveva essere nel resto che mi ha dato la cassiera. Lo sapeva di avere quella moneta truffaldina in cassa? E me l’ha rifilata di proposito? L’ipotesi un po’ mi ferisce, ma non è campata per aria.

In fondo, sono lo straniero, qui.
C’è quel dittico che gira molto in certi ambienti di internet, secondo cui il fascismo si cura leggendo e il razzismo si cura viaggiando. Che è una cazzata, anche se suona bene: tutti conosciamo fascisti che leggono e viaggiatori razzisti.
Però, è vero che viaggiare può darti la sensibilità di cosa voglia dire essere straniero, trovarsi in un mondo di cui non sai decifrare i codici e passi per cretino. Non è solo la questione della lingua: io so parlare un inglese tutto sommato comprensibile, ma se entro in un locale in America o in Inghilterra non so precisamente come comportarmi, il modo in cui ci si rivolge a chi sta alla porta, come si ordina. Da stranieri siamo tutti un po’ goffi, un po’ spaesati – succede persino all’interno dell’Italia, quando mi rendo conto che a Genova ordino la focaccia con molta più naturalezza di quella con cui, dopo due anni, do indicazioni a chi mi serve la pizza al taglio a Roma. E forse, viaggiare può aiutare non a combattere il razzismo quanto la xenofobia, a capire quanto debba sentirsi fuor d’acqua chi non è a casa sua e magari deve reinventarsi una vita in età adulta.
Oppure, invece, te ne sbatti e gli rifili quella moneta che sembra 1 euro ma vale 16 centesimi e vaffanculo, chiusura di cassa salvata (senza rancore, se è andata così mi ha dato qualcosa di cui scrivere e un bel souvenir di questo viaggio).

A tutte queste cose penso mentre mi muovo goffamente nel buffet self-service della caffetteria del monastero ortodosso di Valamo.
Il monastero ha una storia che, di nuovo, si intreccia con quella russa: Valamo, infatti, è il nome di un’isola nel lago Ladoga, che si trova oggi nella Carelia russa, e dove il monastero fu fondato nel 1717 (ristabilendo una presenza monastica andata perduta da un secolo ma che secondo alcuni risaliva al X secolo). All’epoca il monastero faceva parte del regno di Finlandia e rimase anche nei confini della Finlandia indipendente nel 1918. Nel 1939, però, all’avanzare delle truppe sovietiche verso il lago i monaci fuggirono verso ovest, portando con loro icone, libri e tutto quello che poteva servire per rifondare altrove il monastero. La scelta del luogo cadde su Heinävesi, un’amena località sulle rive di un lago, ben lontano dai confini, e dove erano state ritrovate le icone dei santi Ermanno e Sergio di Valaam, i supposti fondatori del monastero originale. Qui arrivarono poi i transfughi di un altro paio di monasteri, rendendo quello di Valamo l’unico monastero maschile della chiesa ortodossa finlandese (poco distante c’è quello femminile di Lintula).

È una dinamica che anticipa quella dei monasteri buddisti tibetani, che dopo la conquista cinese sono stati spesso rifondati in India o in Nepal, dando vita a coppie di monasteri con lo stesso nome in due luoghi diversi (e buona fortuna a decidere quale sia quello “vero”). Anche il monastero di Valamo “originale” esiste ancora, fisicamente e, dal 1989, dopo essere stato un avamposto dell’Armata Rossa, di nuovo come luogo di culto e sede di monaci. Un grande sponsor della sua rinascita era stato il patriarca Alessio II, il primo patriarca della chiesa ortodossa russa post-comunista, che aveva frequentato il monastero da bambino – e che nel 2000 canonizzò i Romanoff, una tappa molto significativa nel revival imperiale/zarista della Russia di Putin, così come molto pesante è il ruolo della chiesa ortodossa russa nella definizione dell’identità nazionale.
Devo dire che una certa aria tibetana si respira già all’ingresso del recinto del monastero, un cancello sormontato da una cupola “a cipolla” dorata. Il monastero è un insieme di edifici sparsi su un’area abbastanza ampia in riva al lago, che comprende anche due strutture ricettive e, appunto, il ristorante.
La chiesa nuova risale al 1977. È un edificio semplice ed elegante, dalle pareti bianche che all’interno sono ricoperte di icone e immagini di santi. La bellezza dell’arte ortodossa è che ha raffinato le tecniche, ma non ha mai modificato il linguaggio dai tempi di Bisanzio; i suoi santi sono immobili, ieratici, sospesi fuori dai luoghi e dal tempo. Ti fissano, severi, mentre ti domandi chi siano, perché il cirillico non lo leggi e la loro iconografia per chi è cresciuto nel mondo cattolico è da un lato riconoscibile ma dall’altro aliena, come quella (appunto) buddista.
È quasi commovente la chiesa più antica, quella costruita ottant’anni fa dai primi monaci: un capanno in legno con unico stanzone, basso e lungo. Qui, l’iconostasi, la parete che separa l’altare dallo spazio per i fedeli, sembra davvero, con la ricchezza delle icone che la decorano, nascondere un mondo segreto. In quella chiesa costruita in povertà, oltre la soglia si ripeteva il miracolo della transuntazione, senza bisogno di architetture raffinate; un’esperienza, che immagino, doveva riportare alla mente gli albori del cristianesimo.
Valamo oggi è una realtà consolidata, che si mantiene con le offerte e con le sue attività economiche, ma non è difficile immaginare quanti sacrifici siano stati necessari per renderla tale e che impresa inebriante, nella sua incertezza, debba essere stato per dei monaci rifondare un monastero, ridare vita a una comunità ripartendo da zero.
Un bel frammento di storia, di nuovo.

In mattinata ero stato a visitare un’altra chiesa, con una storia del tutto diversa, un monumento invece alle ambizioni di una comunità religiosa. Si trova a Kerimaki, poco fuori Savonlinna ed è la chiesa in legno più grande del mondo, con i suoi 37 metri di altezza. Può ospitare 5000 persone, più o meno la metà della popolazione dell’intera regione di Kerimaki all’epoca della sua costruzione, tra il 1844 e il 1847. Purtroppo, l’ottimismo dei costruttori non fece i conti con la realtà: la chiesa non solo non si riempì mai, ma era anche impossibile da riscaldare in inverno, nonostante otto stufe. Così, fu necessario costruire sul retro una seconda chiesetta, da 300 posti, per i mesi invernali.
Dentro, la chiesa è semplicissima, come molte chiese luterane. Sui pilastri di legno sono dipinte marezzature a imitazione del marmo e l’unica concessione figurativa è una pala d’altare. La luce è bellissima, l’odore di resina ancora fortissimo, ma la chiesa non sembra un luogo religioso – almeno non nel senso che do io alla religione. È un luogo per radunare una comunità, pratico, essenziale. Razionale.
Quello che le manca è il senso del mistero, del mondo oltre il mondo che invece la semplice chiesa vecchi degli ortodossi, con i suoi spazi proibiti, il suo Cristo abbigliato come un imperatore bizantino su uno sfondo d’oro, riusciva a evocare pur dentro a uno stanzone di legno.
È buffo pensare che i sogni di grandezza di chi volle nell’Ottocento una chiesa così imponente in un paesino così piccolo si siano trasformati in una rogna per i loro discendenti, che devono trovare i fondi per mantenere un edificio che richiede molte attenzioni e che si è riempito, per un concerto di beneficenza, per l’ultima volta 50 anni fa.

Per finire, stasera stavo cenando in un ristorante sul porto di Kuopio, quando in lontananza si sono sentiti sette o otto colpi fortissimi, tipo tuoni – ma non erano tuoni. C’è stato un qualche scambio di sguardi perplessi tra noi commensali, ma purtroppo, o per fortuna, nessuno ha sentito la battuta che mi è venuta spontanea: “Uh? The russians?

Giorno 5

Da Kuopio a Tampere

Il giorno 4 è stato un altro giorno a Kuopio nel quale mi sono riposato – e ho lasciato riposare la macchina – in vista della giornata più impegnativa, quella a Tampere.
Tra le due città ci sono circa 300 km, durante i quali mi godo la mia ormai completa padronanza dei sistemi di bordo, da Apple Car Play che ho finalmente capito come attivare il cruise control adattivo che regola la mia velocità in base ai limiti che imposto io e alla distanza dalla macchina che mi precede. In pratica, sono diventato il passeggero della mia stessa macchina (ed è bellissimo).

A Tampere c’è una tappa importante di quello che ho deciso essere diventato il tema di questo viaggio: il museo di Lenin, nell’edificio in cui il “piccolo padre” e Stalin si sono incontrati per la prima volta nel 1905. Rinnovato alcuni anni fa, il museo non è più un museo dedicato a Lenin ma ospita un percorso legato al rapporto tra Finlandia e Unione Sovietica prima e Russia poi. Nell’impeto rinnovatore – che deve essere coinciso con il passaggio della gestione dalla società dell’amicizia finnico-sovietica al sindacato dei lavoratori che è proprietario del palazzo – si è forse un po’ perso il punto iniziale, ovvero, perché c’è un museo intitolato a Lenin a Tampere e proprio in quel palazzo. Si capisce che alcune parti del vecchio museo sono rimaste, ma sono rimaste vagamente decontestualizzate. C’è poi da stendere un pesante velo pietoso sulla photo opportunity con Lenin sul sidecar e Stalin accanto, due statue di cera vagamente inquietanti; per l’occasione si possono indossare una cuffia da pilota e una giacca di pelle che ricordano l’abito di scena di John Belushi in 1941: Attacco a Hollywood.
“Che cosa ci faceva Lenin a Tampere nel 1905” comunque si spiega abbastanza in fretta: era lì che si era tenuto, nel dicembre del 1905, il convegno del partito operaio socialdemocratico russo. Un convegno di cui non si sa molto perché fu tenuto nella massima segretezza, visto che dall’inizio dell’anno la Russia (di cui la Finlandia era parte, come Granducato) era scossa da moti rivoluzionari che lo zar reprimeva con la massima solerzia.
Ma perché proprio Tampere? Perché con la fondazione nel 1820 dell’industria tessile Finlayson (un marchio tutt’ora esistente) la città era diventata un polo industriale di prim’ordine. Nel 1900 contava 36.000 abitanti, 3.000 dei quali lavoravano per la Finlayson. Un pubblico molto fertile per le idee socialiste, come si può immaginare – tanto che Tampere fu poi durante la guerra civile una roccaforte dei “rossi”.
La Finlayson nel 1836 era stata ceduta a un uomo d’affari russo, Carl Nottbeck e al suo socio Georg Rauch. Nottbeck non andò mai, pare, mai a Tampere, ma mandò suo figlio Wilhelm a imparare come si dirigeva uno stabilimento. Wilhelm imparò in fretta e in breve fece diventare la Finlayson una città dentro alla città: all’interno delle mura della fabbrica gli operai non solo lavoravano, ma vivevano. Nel 1879 fece addirittura costruire una chiesa, che aveva il suo prete residente.
Se vi sembra una cosa lontana nel tempo, giusto la settimana prima che io partissi mio fratello è stato in Uganda per realizzare delle foto per una ONG e ha visitato uno zuccherificio gestito allo stesso modo – ma anche il tablet su cui sto scrivendo queste note è stato probabilmente assemblato in una fabbrica cinese retta con modalità di vita simili (e lo stesso qualsiasi device su cui mi state leggendo).

A ogni modo, uno dei figli di Wilhelm, Peter, volle farsi costruire un palazzo sulla collina che sovrasta le fabbriche, al quale diede il nome di Milavida (una parola inesistente di cui nessuno ha mai saputo ricostruire il significato). La casa fu completata nel 1898, ma Peter non ci visse mai: lui e la moglie morirono entrambi quello stesso anno, lasciando orfani quattro figli, di cui due neonati perché lei morì di parto. I bambini abitarono brevemente nelle sale del secondo piano affidati a tutori, prima che l’edificio fosse venduto alla città.


Oggi, mentre al pianterreno si trovano un ristorante e un caffè, il piano nobile è un piccolo museo che ricostruisce quello che doveva essere l’arredamento originale, con tanto di statue di cera – vagamente inquietanti – di tre generazioni di Nottbeck: i nonni, i genitori e gli sfortunati figli. È una visita breve, ma sufficiente a preparare alla successiva tappa, il museo del lavoro all’interno dell’edificio del cotonificio.

Qui, sono stati ricostruiti vari ambienti lavorativi “di una volta” e c’è una mostra permanente sulla storia dell’industria in Finlandia, dalla lana filata alla Nokia – non c’è il 3310, ma davanti alla vetrina risuona in continuazione il “Nokia tone”. Rifà capolino lo spettro della Russia, perché nel dopoguerra, fino agli anni sessanta, l’industria finlandese ha lavorato per ripagare i danni di guerra all’URSS e anche dopo il mondo sovietico è stato un ottimo cliente per la Finlandia. 

Ma il vero pezzo forte è il motore a vapore che era il cuore pulsante dell’intera filanda, una ruota di acciaio di 8 metri di diametro mossa da due pistoni da 1650 cavalli (ai quali erano stati dati i nomi delle mogli dei due proprietari). Davanti a quel macchinario, ora immobile ma che non è difficile immaginare muoversi in un infernale clangore di metallo e sbuffi di vapore, puzzolente di grasso animale e sudore, il pensiero della ricca tavola apparecchiata di casa Nottbeck, appena qualche centinaio di metri più in su, è un contrasto stridente. Ed è facile la triangolazione tra i tre musei: quello di Lenin, quello di casa Nottbeck e quello del motore a vapore. Gli ultimi due spiegano l’esistenza del terzo. Spiegano quanto dimentichiamo che cosa fosse il lavoro quando nacquero e si diffusero le idee socialiste, lo shock che deve essere stata l’industrializzazione, che metteva l’uomo al confronto con macchine enormi e terribili che permettevano di moltiplicare a livelli inimmaginabili la ricchezza di chi poteva disporre del capitale per installarle, allontanando i prodotti da chi ci lavorava. Che aveva, magari, in cambio, il paternalismo e il controllo di una vita all’interno dei recinti della fabbrica. 
Da qui a pensare al macchinista ferroviere di Guccini che mette a confronto i velluti e gli ori del treno dei signori al magro giorno della sua gente attorno non ci vuole molto. 

Più amenamente, Tampere oggi è una città che ha recuperato il suo patrimonio industriale, dopo la dismissione nel 1995, in un modo spettacolare. Gli spazi della Finlayson sono diventati ristoranti, centri commerciali, musei e caratterizzano la zona della città in cui si trovano, dialogano con il verde e il fiume. Dopo quattro giorni di paesini, Tampere mi sembra probabilmente ancora più vibrante, ma il suo parchetto dove convivono sfattoni, skater, gente che ascolta black metal (a un volume garbatissimo per non disturbare gli altri), gruppi di ragazzini che chiacchierano, senza che nessuno sembri troppo infastidito dagli altri, è un posto dove avrei passato l’intera serata semplicemente a guardare la gente.

Domani, invece, mi tocca l’ultima tappa in macchina, fino all’aeroporto di Helskinki per restituirla e poi trascorrere due mezze giornate, forse meno, nella capitale. 

Conclusioni

Ho scritto i paragrafi precedenti in diretta, alla fine di ogni giornata.
Ora, scrivo da Roma, due giorni dopo essere tornato.
Le due mezze giornate a Helsinki sono state un lungo respiro prima di tornare a casa. Ho lasciato la macchina in aeroporto dopo aver controllato almeno tre volte di non averci lasciato niente dentro, preso il treno per il centro città, sono arrivato in un albergo un po’ triste, la cui natura era resa ancora più evidente dal mio essere da solo.
Poi sono uscito e sono andato verso la piazza del mercato, al porto.
Dopo un hot dog di renna (!) e una birra da cinque euro e 2,5 gradi che aveva il sapore di quando per sbaglio versi l’acqua nel bicchiere dove c’era ancora un dito di birra, sono salito sul traghetto e me ne sono andato a Suomenlinna. Suomenlinna è un piccolo arcipepago di otto isole, sei delle quali collegate da ponti e trasformate nel 1748 in una fortezza, il cui scopo era quello di proteggere i possedimenti svedesi da… i russi. Ovviamente. Non servì però a molto perché nel 1808 la fortezza si arrese all’esercito dello zar quando tutta la Finlandia entrò a far parte del regno russo.
Dal 1973 Suomenlinna non ha quasi più funzione militare ed è sostanzialmente un grande parco sul mare, con musei, ristoranti e anche case private. Nella loro breve estate, come già avevo visto nel 2015, gli abitanti di Helsinki vanno a godersi il sole e il mare sui suoi prati e i suoi scogli. Quest’anno, sarà per il gran caldo, l’erba secca (che non ricordavo sette anni fa) dà al tutto un’aria particolarmente mediterranea e a un certo punto, sdraiato sugli scogli piatti a prendere un po’ di sole, mi sono trovato a chiedermi se non fossi invece a Genova, sulla passeggiata di Nervi – dove però avrei potuto comprare una birra a prezzi ben più umani.
Per la prima volta da giorni sento parlare italiano, da due coppie, in due momenti diversi: in entrambi i casi c’è del nervosismo (perché non si trovano i prezzi segnati su dei souvenir, perché non si capisce quando bisogna mettere la carta di credito nella macchinetta dei biglietti del traghetto). È curioso, perché all’estero mi sembra sempre che siamo gli unici un po’ stressati.
Ritorno a Helsinki alle 17:30, quando la giornata lavorativa di gran parte dei negozi, di sabato, sta volgendo al termine. Tolti i supermercati e alcune catene internazionali, per lo più i negozi chiudono alle 18. Dopo aver aperto tra le 9 e le 10. E quelli che sono aperti la domenica è raro che aprano prima delle 12 – anche grandi centri commerciali in centro città.
È una cosa spiazzante, ma in Finlandia la settimana lavorativa media è di 36,3 ore. È facile immaginare che orari del genere sembrino meno strani nel lunghissimo inverno nordico, quando alle 18 buio e freddo non invogliano certo ad andare a fare compere. Però è altrettanto facile immaginare come permettano a chi lavora nel commercio di avere una vita un filo più normale, più tempo da dedicare a famiglia, amici, interessi. Preservando al tempo stesso la possibilità di fare acquisti essenziali al supermercato fino a tardi (in media, chiudono alle 22).
Certo, poi camminare la domenica mattina in un centro quasi deserto, se non per altri turisti perplessi, è curioso. Come è curioso scoprire che una caffetteria da quel giorno (14 agosto) è passata all’orario “invernale” e la domenica è aperta 12-17.
Però, se per il quinto anno consecutivo la Finlandia sembra essere il “paese più felice del mondo” secondo il World Happiness Report (posizione dell’Italia nel 2022: 31°, con un punteggio misero nella categoria “libertà di fare scelte sulla propria vita”), forse anche questo incide un po’.

Ma è meglio chiuderla qui, perché mettersi a fare l’elogio di paesi in cui si è stati sei giorni da turista è sempre avventurarsi su un terreno scivoloso.

Grazie per la pazienza, alla prossima.

ps: a parziale deroga di quanto scritto prima, sul giudicare altri paesi, cinque giorni di guida in Finlandia mi hanno aiutato a mettere fuoco quanto sia tossico il modo di guidare italiano, per cui se sei su una statale devi stare 5/10 km/h sopra al limite e anche così avrai comunque lo stronzo che ti si attacca al culo e ti fa i fari prima di superarti rischiando il frontale con chi arriva sulla corsia opposta, perché i limiti di velocità sono un’offesa alla sua capacità di guida. Lì, un po’ probabilmente per la diffusione di cambio automatico e cruise control, un po’ per la grande presenza di autovelox, forse anche un po’ per rilassatezza generale, ho fatto un migliaio di chilometri serenamente, senza incontrare fenomeni (nonostante per altro i limiti di velocità abbastanza bassi; ma magari è anche sapere che il rischio di schiantarsi su una renna c’è sempre, che aiuta)

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I migranti di Ganden

Monastero di Ganden, agosto 2019

Nell’ultima canzone scritta e cantata da Franco Battiato prima che la sua mente andasse altrove, Torneremo Ancora (scritta con Juri Camisasca) c’è questa strofa:

Lo sai
Che il sogno è realtà
E un mondo inviolato
Ci aspetta da sempre
I migranti di Ganden
In corpi di luce
Su pianeti invisibili

A Ganden ci sono stato, nel 2019. È uno dei tre maggiori monasteri buddisti della valle di Lhasa, Tibet, con Drepung e Sera.
Come ho raccontato, ci ho assistito alla cerimonia di disvelamento di un tankgha (un gigantesco arazzo, per farla breve), che era un incredibile misto di sublime e mondano, di religioso e politico, di solennità e involontaria comicità.
Ma il monastero di Ganden che ho visitato io è un fantasma, un simulacro, perché quello originale fu raso al suolo nel 1959 dall’esercito cinese, e quello che venne ricostruito distrutto ancora durante la Rivoluzione Culturale. Solo a partire dagli anni 80 è stato ricostruito nelle forme e nel luogo originali. In India, intanto, gli esuli tibetani lo avevano ricostituito a partire dal 1966.
Ma Ganden è anche il nome tibetano del Tushita, uno dei sei cieli degli dèi del desiderio della cosmologia buddista, quello in cui risiede il futuro Buddha, Maitreya, prima di manifestarsi sulla terra.
Sì, è tutto molto complicato (e cozza un po’ con l’idea di molti occidentali che il buddismo sia più una filosofia che una religione).

Quindi il punto è: chi sono i migranti di Ganden? I monaci che scapparono dal Tibet – in questo davvero migranti – per rifondare il loro monastero in India? O anime, spiriti che migrano da un livello di esistenza a un altro?
O tutti questi insieme, in una corrispondenza tra il fisico e lo spirituale, le contingenze della vita e i cicli dell’universo?
E quanto si può essere densi con due sole parole e una congiunzione?

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Quelli che davvero vogliono che non si dica più niente

“Elvis oggi non potrebbe più cantare Love Me Tender perché il sesso con i canotti di salvataggio è considerato sbagliato”

Ormai la stampa italiana, purtroppo non più solo quella di destra, assomiglia sempre più a quei tabloid americani con titoli tipo ELVIS È VIVO, AVVISTATO AL CINEMA INSIEME AL BIGFOOT – per dire, oggi 5 maggio la cosa di Biancaneve sta in prima pagina sul Corriere grazie all’ineffabile Gramellini. Ci assomiglia anche quando non parla degli ultimi misfatti della dittatura del politicamente corretto, ma come si sente odore di CANCEL CULTURE si scatenano i mastini.
Ho letto il famigerato articolo all’origine della bugia secondo la quale IL POLITICAMENTE CORRETTO VUOLE CAMBIARE IL FINALE DI BIANCANEVE PERCHÉ IL PRINCIPE LA BACIA SENZA CONSENSO.
Ovviamente, la faccenda è diversa da come è stata raccontata (fingiamo tutti stupore insieme), allo stesso modo in cui lo erano altri incredibili casi tipo A OXFORD CANCELLATO DAI PROGRAMMI DI STORIA DELLA MUSICA MOZART PER FARE SPAZIO A LIL WAYNE E 50 CENTS.

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Due parole su quella cosa di cui abbiamo parlato tutti

C’è una cosa che Fedez ha sbagliato la sera del Primo Maggio, sul palco dell’Auditorium di Roma, ed è stato il tematizzare subito il suo intervento nel frame della “censura”.
Annunciando che era stato dichiarato inopportuno dalla vicedirettrice di Rai3 – e poi subito dopo pubblicando come video parte della telefonata con lei e l’organizzatore del concerto, si è innescato un meccanismo che ha distolto l’attenzione dal contenuto dell’intervento (che era adamantino) e lo ha portato su un territorio molto più scivoloso e in cui è più facile mandarla in vacca.

Infatti, c’è ben poco da dire sulle espressioni e dichiarazioni degli esponenti leghisti citate (e su molte altre, non solo da parte della Lega) che spesso passano come “gaffe”, “provocazioni”, “attacchi”.
È invece molto più complicati districarsi nell’intreccio di ragioni che stanno dietro al rapporto tra Rai e partiti, e alla particolare natura del Concertone (è una trasmissione Rai o un evento che la Rai riprende e manda in onda?).
E, infatti, in questa confusione, i destinatari dell’attacco, sguazzano felici, anche se va detto che Salvini ci ha messo un po’ a capire che era quella la chiave per uscirne e ridurre tutto a un “problema di censura interno alla sinistra” (la prima reazione infatti era stata “avete visto che aveva un cappellino della nike? E comunque io sono un papà”) (ma lo sapevate che Salvini ha dei figli? Pazzesco, non lo aveva mai detto, è una cosa su cui è molto riservato).
Va detto che già dal pomeriggio lo stesso Salvini aveva messo in guardia dai “comizi de sinistra” (detto così, come tutti quelli che come arrivano a Roma devono romanescheggiare perché è più simpatico), segno che era stato evidentemente già preallertato, però appunto lasciarsi imbrigliare nella definizione della situazione imposta da altri è stato un errore.

Infatti, delle dichiarazioni di quello che metterebbe nel forno l’eventuale figlio gay o di quella convinta che ci siano le punture che fanno diventare gay i bambini, già la sera di domenica era difficile sentir parlare. Non mi risulta che nessun giornale abbia provato a contattare gli interessati per sentire come giustificavano quelle parole; Salvini si è limitato a dire un “parole orribili” di ufficio dalla D’Urso, mentre invitava Fedez a bere un caffè e ricordava che comunque lui parla da papà e non vuole genitore 1 e genitore 2.

Di conseguenza, sancito che all’opinione pubblica poco importa di avere al governo un partito i cui esponenti hanno quelle idee lì sull’omosessualità, ci si è lanciati felici nell’ennesimo dibattito sulla Rai e i partiti, una palude in cui siamo stati già tutti mille volte e dalla quale ogni volta usciamo coperti di fango sempre nuovo.

In tutto questo, trovo ammirevole che Fedez, che potrebbe serenamente vivere di facezie e unboxing di pinzette per francobolli (o qualunque cosa faccia nelle sue stories su instagram, non lo so perché per motivi anagrafici non seguo moltissimo), si prenda la briga di infilarsi in un ginepraio del genere per sostenere un decreto legge che cerca di ridurre almeno un po’ la barbarie in cui viviamo.
Ma nonostante quella che credo sia una sostanziale buona fede, l’attivismo purtroppo non è qualcosa che si possa improvvisare. Per cui, quella stessa velocità di reazione che sui social funziona bene e la stessa assenza di filtri sono state controproducenti all’interno del contesto più ampio della politica e della comunicazione.

Per cui l’attenzione si è spostata troppo rapidamente da un tema nel quale è difficile non prendere una posizione netta – perché le affermazioni citate sono indegne – a uno in cui, alla fine, hanno ragione tutti e nessuno.
Che si somma alla prevedibile critica a Fedez, a quello che non ha detto, a quello che ha detto in passato, a chi è, a chi è stato e a chi sarà.

Insomma, per farla breve, è un caso da manuale in cui essere abili a sfruttare un canale di comunicazione non vuol dire, automaticamente, riuscire a fare lo stesso con gli altri, perché sono campionati diversi, forse sport diversi.
Forse, sarebbe bastata un po’ di foga in meno e un pizzico di strategia in più per fare uscire meglio il messaggio che si voleva lanciare.

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Beforeigners

Una notte, preceduti da misteriosi lampi verdi, uomini e donne provenienti da altri epoche appaiono nei mari di tutto il mondo.
Vent’anni dopo, la convivenza tra gli umani del ventunesimo secolo e i “naufraghi temporali” provenienti da età della pietra, medioevo e ottocento è la realtà quotidiana, non facile.
È questo lo spunto di partenza di Beforeigners, una serie norvegese prodotta da HBO e visibile dal 20 gennaio su RaiPlay, che è una delle cose più intriganti che abbia visto da parecchio tempo.
Ambientata a Oslo, mette in scena un classico copione poliziesco: una coppia di poliziotti molto diversi (lui è stato lasciato dalla moglie per un signore dell’ottocento ed è dipendente da un collirio usato per sedare i naufraghi all’arrivo, lei era un Skjaldmær norrena ed è la prima agente transtemporale uscita dall’accademia) si trova a indagare su un caso di omicidio che presto si rivela solo un aspetto di un mistero più ampio e ramificato.
In sei puntate da 45 minuti, Anne Bjørnstad ed Eilif Skodvin, autori della serie, riescono a portare avanti le trame legate ai vari personaggi, chiudere l’indagine, rilanciare per una seconda stagione che promette di spingere più sul pedale della fantascienza ma, soprattutto, costruiscono un mondo credibile senza mai scivolare nello spiegone gratuito.
Il modo in cui uomini preistorici, vichinghi e persone dell’ottocento si sono inseriti nel mondo contemporaneo, a loro volta influenzandolo, è raccontato in modo funzionale alla storia o lasciato intendere dall’ottima sigla (una corsa in macchina attraverso la città che ogni volta mostra scenette differenti di vita quotidiana).

Ovviamente, c’è una componente satirica nei confronti dell’intolleranza verso l’immigrazione, con i gruppi “identitari” che vogliono la Norvegia per i norvegesi e ringhiano ai “naufraghi” di tornarsene nella loro epoca. E fanno sorridere e divertire i momenti legati ai vichinghi, che nel ventunesimo secolo frequentano locali dove si ascolta metal o si tengono serate di poesia nelle quali le composizioni più amate vengono invocate a gran voce dal pubblico come se si fosse a un concerto.

Ma la cosa che più mi ha entusiasmato è che, potenzialmente, questo potrebbe essere un franchise facilmente declinabile e rivendibile in altri paesi. E già successo, per esempio, con Skam, serie norvegese di cui esistono almeno nove adattamenti in diversi paesi (e quella italiana è sorprendentemente bella, tra l’altro), ma Beforeigners potrebbe portare il gioco un passo più avanti e dare vita a un vero proprio universo condiviso, per cui ogni nazione avrebbe la sua declinazione del concetto originale che convive con tutte le altre nello stesso spazio narrativo (già durante la serie di parla di eventi accaduti in Francia e di un movimento neo-luddista nato dai naufraghi temporali inglesi). Un’edizione italiana con guelfi, ghibellini e italiani pre-unitari offrirebbe una miriade di spunti che risuonano con l’attualità, creando il campo per trame criminali e lotte per il potere di ampio spettro (magari, ecco, non ci farei lavorare quelli che hanno scritto Curon solo perché sul tema “gente che esce dall’acqua” hanno già scritto qualcosa).
Però, visto che la serie originale è del 2019 e non si è ancora mosso niente, dubito che se ne farà mai qualcosa. Ma spero di avere torto, perché sarebbe una grande occasione che non è il caso di sprecare (anche eventualmente su altri media: romanzi, fumetti…)

Alfhildr e Urd BFF

Intanto, comunque, il consiglio è quello di dedicare quelle tre orette alla visione di Beforeigners, che merita tantissimo.

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Alcune cose sparse su SanPa

SanPa: luci e tenebre di San Patrignano, il documentario prodotto per Netflix da Gianluca Neri e scritto da da Carlo Gabardini, Gianluca Neri e Paolo Bernardelli è un ottimo prodotto.
Inizia un po’ come un Wild Wild Country (il documentario sulla sede americana della setta di Osho) nostrano e, a un certo punto, potrebbe quasi diventare il nostro Tiger King (i felini in gabbia – di certo fondamentali in una comunità di recupero – fanno ben sperare). Ovviamente, per trattare quasi trent’anni di storia in cinque ore molti temi sono dovuti restare fuori e suscitano riflessioni o suggestioni.

La prima cosa che viene in mente è che tutta la vicenda di Vincenzo Muccioli si è svolta nel cono d’ombra di quella che ha tutta l’aria di essere la totale noncuranza dello Stato nel confronto delle comunità di recupero. Il “processo delle catene” sembra uno di quei (tanti) casi in cui la magistratura deve fare le veci del legislatore nel decidere come trattare con tematiche etico-mediche. Un tossicodipendente in astinenza psicologica può essere trattenuto? Dove inizia e finisce la sua volontà? Perché non è dotato di volontà solo nel momento in cui vuole lasciare una comunità e non quando ci vuole entrare?

Il che ci porta al secondo punto. È plausibile che la storia di San Patrignano sia nata come un’impresa spinta da buoni propositi ma che Muccioli non ha saputo (nella più benevola delle ipotesi) gestire. Per i motivi ben esposti dalle testimonianze di chi lo ha conosciuto, l’idea di circondarsi di collaboratori qualificati – psicologi ed educatori – gli suonava probabilmente inaccettabile e il tutto ha preso la china che prendono di solito le iniziative dei leader carismatici: i collaboratori più stretti vengono scelti tra coloro che più mostrano venerazione per il leader, indipendentemente dalle loro qualità.
Se poi il leader imposta tutta la sua azione sull’idea che la punizione e la coercizione siano strumenti efficaci sempre, è chiaro che il disastro è dietro l’angolo.
Muccioli sembra avere avuto un grande amore per il tossico che si redime secondo le sue direttive e un assoluto disprezzo verso il tossico in quanto tale. In questo senso, la sua “missione” sembra essere molto più narcisistica che altro: trasformare dei rifiuti della società in soggetti adulanti.

Ovviamente, a questo punto bisognerebbe parlare, con dei numeri, dell’efficacia reale della comunità di San Patrignano. Quali sono i tassi di ricaduta, dopo la fine del percorso, sono paragonabili a quelli di altre comunità gestite in modo differente? Pare che, almeno per gli anni di Muccioli, sia impossibile saperlo, visto che pure la ricerca dei sociologi dell’università di Bologna fu fatta su un campione costruito ad hoc da San Patrignano stessa. E quindi torniamo un po’ al primo punto: esistevano criteri di valutazione? Allo Stato interessava davvero qualcosa? Pare di no, visto che tribunali di mezza Italia mandavano gente a San Patrignano persino quando un’ordinanza del Tribunale di Rimini imponeva di non fare entrare altra gente.

Quello che esce incredibilmente a pezzi dal documentario non è tanto Muccioli quanto Red Ronnie, più realista del re, che riesce non solo a liquidare come fisiologico in una comunità di 2000 persone un omicidio con occultamento di cadavere ma pure a farsi immortale mentre ridacchia complice con Montanelli che elogia i metodi decisi di Muccioli paragonandolo implicitamente a Mussolini. Red Ronnie ha preso comprensibilmente male il documentario finito e ha fatto una diretta riparatrice di TRE ORE (in realtà non così straordinaria, se si pensa che l’anno scorso ne aveva fatte tre e mezza in due parti per spiegare perché non aveva voluto intervistare Freddie Mercury a Sanremo).

Bonus: il figlio di Paolo Villaggio passato da San Patrignano ha poi interpretato l’hooligan che dà lezioni di aggressività a Fantozzi.

(spesso quando mi suona il telefono penso “Chi fottuto bastardo è?”)

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Sui confini e le distanze

Willie Doherty, The Other Side

Nelle settimane in cui, zitta zitta, la curva dei contagi stava rincominciando a salire ho lavorato alle redazione del catalogo della prima mostra monografica italiana dedicata a Willie Doherty, fotografo e videomaker originario di Derry nell’Irlanda del Nord (quella della Bloody Sunday e della bella serie tv Derry Girls) .
Il catalogo lo abbiamo finito ed è pure venuto molto bene, ma nel frattempo la mostra, che doveva inaugurare il 7 novembre a Modena è finita nel limbo delle cose rimandate.

Willie Doherty, Protecting / Invading

Doherty si occupa, da sempre, del concetto di confine e molte sue opere ritraggono quello tra l’Irlanda del Nord e la Repubblica d’Irlanda. Un confine che è nato, come racconta il saggio di Declan Long che compare nel catalogo, negli anni venti del Novecento, ricalcato su tutta una serie di confini tra contee, territori, giurisdizioni che già esistevano ma ai quali non era mai stato dato particolare valore. È un confine frastagliato e schizofrenico, grazie al quale ci sono parti della Repubblica Irlandese che sono più a nord dell’Irlanda del Nord – oltre ad altre dove l’Irlanda del Nord sta a est o a ovest di quella repubblicana. Un confine che ha finito per dividere comunità un tempo unito, con l’obbligatoria casistica di proprietà o singoli edifici che si trovano a cavallo della linea di confine.

È anche un confine che è attraversato da un’infinità di strade, sentieri, cammini, che nei periodi più drammatici dei Troubles sono state quanto più possibile chiuse dalle autorità per consentire il passaggio solo attraverso punti più facilmente controllabili.
Le foto di Doherty apparentemente documentarie, sono sempre permeate da un senso di inquietudine e non è difficile immaginare i fantasmi che si aggirano nelle zone più remote del confine irlandese. Non è un caso che una delle sue videoinstallazioni più famose si chiami Ghost Story.
Una delle fotografie-simbolo della poetica del confine di Doherty è quella che si vede qui sotto, nella quale una strada di campagna è sbarrata da due blocchi di cemento che, però, possono solo fermare i veicoli – anzi, le automobili – lasciando il confine, di fatto, aperto pur essendo chiuso.

Qualche giorno fa, ho trovato quasi la stessa foto su Repubblica. Questa volta non era uno scatto d’autore, ma una fotonotizia, e non ritraeva l’Irlanda durante una specie di guerra civile ma l’Appenino (sic) emiliano durante una pandemia.

Il soggetto è lo stesso: una strada sbarrata ma fino a un certo punto. Tanto che chi ha scattato la foto è verosimilmente l’autista stesso, che è sceso dalla macchina e ha attraversato a piedi il “confine”.
E, in fondo, anche il contesto non è, con le dovute differenze, dissimile. I confini delle regioni italiani sono, in condizioni normali, tutto sommato di scarso significato nella vita di tutti i giorni. Invece, con il DPCM del 4 novembre 2020 che ha suddiviso su base regionale, l’Italia in tre fasce di rischio per il contagio da coronavirus, i confini tra regioni sono diventati di colpo significativi, perché possono separare una zona “gialla” da una zona “rossa”. E come da manuale, ci sono i casi in un cui un singolo edificio si trova a cavallo della linea, come il locale tra Toscana ed Emilia.

La cosa curiosa è che questa mostra già risuonava con l’attualità pandemica anche per un altro dettaglio: in una delle videoinstallazioni proiettate, Home, realizzata nel 2016, il personaggio, un profugo solitario, si rifugia sotto a un ponte ed estrae dallo zaino una serie di pietre che maneggia e depone con cura a terra. Prima di farlo, però, si disinfetta le mani con il gel di uno di quei boccettini che sono entrati a fare parte quest’anno della nostra quotidianità.
Nel frattempo, se qualcuno fosse interessato, fino al 16 novembre è possibile vedere in anteprima l’installazione Where / Dove che dà il titolo alla mostra, facendo richiesta a Fondazione Modena Arti Visive.

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Una tomba

Nella plurisecolare storia della Roma antica, probabilmente la palma della massima sfortuna postuma tocca a Publio Vibio Mariano, proconsole e preside della Sardegna e prefetto della Legio II Italica, vissuto nella seconda metà del III secolo d.C.
La figlia di Publio, Vibia Maria Massima, fece costruire un imponente sepolcro per lui e la moglie Reginia Maxima lungo la via Cassia, arteria di ingresso alla città per chi proveniva da nord.

Non COSÌ imponente, Piranesi ha un filo esagerato

Per gli antichi romani la tomba era una questione piuttosto importante, perché preservava la memoria del nome dei defunti e, come credevano non a torto, nessuno è davvero morto fino a che qualcuno si ricorda il suo nome. Per questo, farsi seppellire vicino a luoghi di passaggio era un buon viatico per l’eternità. A volte le iscrizioni si rivolevano direttamente a eventuali viandanti perché non ignorassero le lapidi, talvolta invece minacciandoli

Qui hic mixerit aut cacarit
habeat deos Superos et Inferos iratos

«Chi piscia o caca qui (sulla tomba)
abbia gli Dei superiori ed inferi adirati»

(da qui, anche per altri esempi, anche di humour nero)

L’iscrizione scelta da Vibia per i genitori era molto sobria e informativa, quasi un curriculum:

Sacro agli dei Mani
a Publio Vibio Mariano figlio di Publio eminentissimo uomo, Procuratore
e Presidente della provincia di Sardegna, due volte Pro Pretore,
Tribuno della Coorte X Pretoriana, XI Urbana, IV dei Vigili, Prefetto della Legione
II Italica, Pro Pretore della Legione III Gallica, Centurione dei Frumentarii,
oriundo dalla colonia italica Iulia Dertona
padre dolcissimo
e a Reginia Massima madre
carissima
la figlia ed erede Vibia Maria Massima ebbe cura di costruire

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Alla gente piace vedere la faccia di Briatore

Nel 2009, il gruppo rock milanese Ministri pubblicava il suo secondo (e migliore) disco, Tempi Bui.
Ricordo che lo ascoltai la prima volta su segnalazione di un amico, con un certo scetticismo, per poi ricredermi all’incirca all’altezza della seconda strofa della prima canzone, appunto Tempi Bui:

i tedeschi sono andati via
come faremo ora a liberarci?
Non possiamo neanche uccidere il re
perché si dice siamo noi i bersagli.

C’è questa cosa che funziona molto bene, nel disco, di dire delle cose molto precise e anche esplicite, ma con un taglio che evitava “l’effetto Punkreas”, cioè l’affrontare le questioni con una grossa dose di retorica e a suon di slogan. E che, appunto, questa amara considerazione esemplifica piuttosto bene.
Scorrendo la tracklist ci si imbatte in una canzone intitolata La faccia di Briatore. All’epoca, avevo scaricato una copia dal disco da qualcuno che per qualche motivo l’aveva ribattezzata La feccia di Briatore.
A sorpresa, la canzone non è un attacco frontale al personaggio che da un ventennio ormai aleggia con la sua presenza sul dibattito pubblico del Belpaese, facendo capolino quando meno te lo aspetti, quanto una riflessione sul fatto che “Briatore” è una distrazione che ci troviamo sempre tra i piedi perché, di fatto, funziona.
A tutti quanti piace “vedere la faccia di Briatore”, che lo si apprezzi o che lo si disprezzi.

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Angus Fangus paladino della verità

Nel 1996 esordisce PK New Adventures, una serie a fumetti che trasforma definitivamente Paperinik, l’alter-ego di Paperino nato nel 1969 come parodia dei fumetti “neri” con la K degli anni Sessanta (Diabolik, Kriminal ecc.), in un supereroe vero e proprio, con tanto di albi in formato Marvel/DC. L’idea sembra stramba, ma quello che viene fuori è uno dei fumetti più amati dai lettori di quel periodo, che si sono trovati davanti a una sintesi ben calibrata tra il mondo Disney e le trame supereroistiche.

Nel 2014, dopo diverse incarnazioni, PK si trasferisce per la prima volta sulle pagine di Topolino, con una storia in quattro parti, Potere e Potenza, scritta da Francesco Artibani, disegnata da Lorenzo Pastrovicchio e colorata da Max Monteduro. Nella quale compare questa vignetta:

(in realtà questo è un ritaglio, ma è la parte che ci interessa)

A parlare è Angus Fangus, uno dei personaggi più amati e caratteristici della serie. Giornalista di pochi scrupoli, perennemente stropicciato, odia Paperinik e non perde occasione per ridicolizzarlo, con ogni mezzo a sua disposizione.

Per tutta la serie Angus si oppone in maniere categorica a quella che lui stesso definisce “la minaccia Pikappa”. Nonostante sia testimone oculare di numerosi fatti che testimonino l’eroismo e il coraggio del papero mascherato, Fangus grazie ai prodigi della tecnica è in grado di rimontare le immagini a suo piacimento, mostrando come Pikappa non sia altro che un banale teppista che si rende responsabile di atti vandalici pur di attirare su di sé l’attenzione pubblica

Angus Fangus, Paperpedia

Nello stesso periodo, una pagina Facebook ora non più attiva, Reazioni d’anatra, prende la vignetta e cambia il testo nel balloon:

Notare lo spazio di troppo prima di “opinione” e il testo centrato male nel secondo balloon

Del resto, è lo scopo stesso della pagina, ricontestualizzare tavole e immagini dei fumetti Disney:

(in questo caso tocca a Don Rosa)

L’ironia della cosa, per chi conosce il personaggio, è abbastanza evidente. Siamo nel pieno della prima ondata dell’allarme “fake news” e a un noto manipolatore dell’informazione viene messa nel becco una frase che riecheggia Harlan Ellison: “Non hai diritto a esprimere un’opinione, hai diritto a esprimere un’opinione dopo che ti sei informato”.
Ma, ovviamente, non tutti conoscono Fangus – o non tutti ricordano esattamente chi sia davvero – e così la vignetta ritoccata inizia una sua vita autonoma su facebook, forum, chat di whatsapp e via discorrendo. Anche perché, effettivamente, il concetto è assolutamente corretto.
Finisce persino in una community disneyana come quella di Ventenni che piangono leggendo la Saga di Paperon De’ Paperoni, probabilmente ingannando gli stessi gestori della pagina, poi costretti a una correzione nei commenti:

E, in tutto questo girare, a un certo punto succede il capolavoro.
Il principe dei debunker David Puente, nel febbraio 2017, scrive un articolo intitolato I giornali, i siti di informazione e i blogger tra il pappagallo e la puttanata, nel quale stigmatizza i blogger che riprendono non verificate pubblicata da quelle testate che andavano molto all’epoca, tipo il Fatto Quotidaino, Libero Giornale – o anche dalla stessa stampa “seria”:

Questo articolo non è un attacco alla Rete, ma un invito alla riflessione molto profondo rivolto a tutti coloro che, attraverso la propria professione (giornalista o blogger), pretendono di voler informare. Fatelo, ma nella maniera corretta.

Tutto bellissimo e condivisibile, ma – ironia della sorte – che immagine piazza Puente al centro del suo post?

OOOPS

La morale trovatela voi.

Un grazie a chi ha risposto alla mia richiesta di informazioni su Twitter, tra cui lo stesso Francesco Artibani, che ha addirittura postato l'estratto della sceneggiatura originale:

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