Prima l’uovo?

La vicenda dell’uovo lanciato da una macchina in corsa a Daisy Osakue, atleta italiana di origine nigeriana, è riuscita, in pochissimi giorni, a evidenziare lo spaventoso baratro sociale, politico e umano nel quale siamo sprofondati. O, meglio, in cui siamo saltati festosi a pie’ pari, come bambini in una pozzanghera.

L’opposizione, o quella che dovrebbe essere tale, ha dimostrato di non avere alcuna reale strategia o prospettiva al di là del cavalcare il singolo evento (che coinvolgeva una persona più o meno pubblica e una “straniera” “buona” e presentabile – per giunta attiva nello stesso PD). L’epitome è il tweet di Matteo Renzi che, spericolato, trasforma il fatto in un “pestaggio”, quando già si sapeva che quella non era stata la dinamica. Un’operazione goffissima che ha trovato la sua giustizia poetica quando si è scoperto che uno dei tre lanciatori di uova è figlio di un esponente del PD locale.

Tutto il sistema dell’informazione ha, per l’ennesima volta, confermato la propria dipendenza dalla droga del qui e ora: rilanciare qualsiasi notizia, qualsiasi voce, qualsiasi dichiarazione, subito. Una gara forsennata a riempire qualsiasi spazio cliccabile in barba a qualsiasi consuetudine e pratica di buon giornalismo. L’immediato framing della notizia come agguato a sfondo razzista si basava su un assunto che è tutt’ora difficilmente verificabile, pure con i rei confessi.

I primagli italiani, al solito, hanno dimostrato che anche se non c’è stato un intento razzista nel ferimento esiste un ENORME problema di razzista. È noto che per i primagli non può esistere italiano se non bianco e se non vittima. Quindi, a caldo, su Twitter e Facebook si è letto di tutto: che era tutta una montatura perché il bendaggio non andava bene; che in quella zona è pieno di prostitute e i residenti esasperati l’hanno colpita perché pensavano fosse una di loro e non ne possono più; che Daisy Osakue si lamenta troppo; che non può essere italiana; che comunque suo padre è un criminale. Insomma, alla fine è venuto fuori il solito processo alla vittima, che non può lamentarsi perché, in sintesi, è negra. E il razzismo è colpa dei negri perché sono negri e non stanno con gli altri negri.

In questo clima, si capisce perché Daisy Osakue abbia percepito l’attacco ai suoi danno come razzista. O almeno, lo si capisce se si prova a fare uno sforzo mentale e si entra per un attimo nella testa di una persona nera (o comunque visibilmente non di probabile etnia “italiana”) in Italia. Un Paese il cui ministro dell’interno, il giorno dell’anniversario della strage di Bologna, non trova di meglio da fare che spararsi selfie da ragazzino facendo battute sul “caldo africano” che neanche lui può fermare. Un Paese in cui dalla scorsa estate il razzismo è diventato qualcosa di cui non vergognarsi più, ma da esibire.

Certo, ci sono i casi eclatanti, ma se volete davvero vedere il razzismo di tutti i giorni, prendete un treno regionale in un orario di punta e fate caso accanto a quali persone restano sempre dei posti liberi.

Curioso, eh?

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Alla mia generazione hanno sparato in faccia

Come ogni anno dal 2002, il 20 luglio veniamo presi per i capelli, trascinati in piazza Alimonda e ci strofinano il muso nel sangue di Carlo Giuliani, come si fa con i cuccioli di cane quando hanno fatto la pipì in casa.
Di anno in anno, sempre più resta in piedi una sola lettura della morte di Carlo Giuliani, quella che stacca completamente piazza Alimonda dal contesto di quella giornata, fa scomparire la carica del Tuscania contro un corteo autorizzato, fa scomparire i mezzi pesanti lanciati all’inseguimento delle persone, i pestaggi indiscriminati.
Come nella foto-simbolo, quella che il 21 luglio 2001 campeggiava in prima pagina su tutti i giornali, sono rimasti solo Carlo Giuliani, Mario Placanica, la pistola, l’estintore. Tutti schiacciati dal teleobiettivo in un unico piano che esclude la profondità e l’ampiezza della visione.

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Ecco, tieni le parole da non dire

Neanche un mese fa, chiudevo un post sul neonato governo Salvini-Di Maio, con queste parole:

Nei prossimi mesi, scopriremo che cosa ha intenzione di fare Salvini da grande. Finora, è stato una specie di capo-ultras leghista e su questa comunicazione ferocissima ha fatto la sua fortuna. Da ministro, in teoria, dovrebbe essere costretto a moderarsi, perché un ruolo istituzionale è una cosa diversa. In teoria, perché i governi Berlusconi ci hanno abituati a ministri tutt’altro che compassati e perché il rischio di passare per “venduto” una volta che moderi i toni sono tutt’altro che bassi.

Appunto, non è passato neanche un mese e già abbiamo capito che il Capitano non ha alcuna intenzione di assumere una qualsivoglia forma di profilo istituzionale.
La sua comunicazione continua a essere feroce, diretta, a 360°.
Impegnato in una campagna elettorale permanente che ricorda ormai il Neverending Tour di Bob Dylan, il ministro dell’Interno gira la provincia italiana per arringare le folle da palchi su cui campeggia la bandiera “Salvini Premier” (che fa parte del nome ufficiale dell’ex Lega Nord: Lega – Salvini Premier) e detta la linea del governo su, più o meno, qualsiasi cosa. Immigrazione, vaccini, prossemica in occasione di incontri con il papa. In breve tempo, è diventato così naturale che lui parli a nome del governo più o meno su tutti, che oggi Natalia Aspesi gli rivolge un appello perché si occupi della Xylella e degli ulivi pugliesi. A lui. Non al ministro dell’ambiente o dell’agricoltura o quello chi è. In effetti: su due piedi, vi viene in mente chi sia?
No. Fa tutto Salvini e, per criticarlo, la Aspesi contribuisce alla sua narrazione (e qua si apre l’antico dubbio; ma è possibile che questi Grandi Antichi del giornalismo possano fare il cazzo che gli pare senza un direttore o qualcuno che li fermi?).

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Il fatto è che questo governo “del cambiamento” non ha, con ogni evidenza, i mezzi per fare nulla o quasi di quello che ha promesso nel suo contratto. E, come mi suggerisce un mio amico, è probabile che per dicembre, quando ci sarà da metterci la faccia sull’aumento dell’IVA, si sarà dileguato per lasciare il posto a qualche tecnico da incolpare poi di essere uno sgherro dei Poteri Forti.
Ma fino ad allora, vince chi riesce a usare meglio la sua posizione per preparare la prossima campagna elettorale. Cioè, sempre lui: Salvini.
Nel giro di pochi giorni dall’insediamento, a urne (per le amministrative) aperte, è riuscito a portarsi avanti, dichiarando guerra alle ONG.
Chiudere i porti alle navi delle ONG era una vecchia idea di Minniti (cvd), non andata a buon fine perché il competente ministro delle infrastrutture dell’epoca, Delrio, si era rifiutato. Il concentratissimo Toninelli, invece, è stato prontissimo a spalleggiare Salvini su questa cosa; l’effetto è un po’ quello di quella gente sfigata che fiancheggia i bulli per darsi un tono.

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La domanda, ora, però è un’altra: che facciamo?
Un governo del genere, come i governi Berlusconi prima di lui, ti induce nella tentazione di scrivere quelle cose facili-facili che in giro per il web sai già che fanno il pieno di like tra chi la pensa come te ma che, in soldoni, non servono a nulla, se non al tuo ego.
È ovvio che sia facilissimo sentirsi migliori di sciacalli come Salvini e di marionette come i Cinque Stelle.
Ma rilanciare lo screenshot del tuo sagace commento a un post di Salvini a che cosa serve davvero?
Badate: io ho passato anni e anni e anni e anni ancora a fare la stessa cosa con Berlusconi e i suoi, su questo blog e su Nipresa. Mi sono divertito, è un gioco facile e nel quale credo di essere stato bravino.
Ma, sul serio, a che serviva?
Lo avete già visto, con Salvini è partita la stessa reazione, dal basso.
Ci si raduna attorno alla bandiera-vip che prende posizione o che viene attaccata, come Saviano. Si fa squadra. Si tifa per la Spagna che accoglie l’Acquarius e la si fa diventare un paradiso socialista (quando la situazione è un po’ diversa).
Si rilanciano hashtag sull’aprire i porti ma, magari, non si riflette che tenere i porti aperti è poco più che un cerotto d’urgenza su una situazione che andrebbe risolta in modo umano mettendo le persone che vogliono venire in Europa in condizione di potere ottenere dei visti e venirci in aereo, invece di costringerli ad affidare i loro soldi e le loro vite a organizzazioni criminali per attraversare mezza Africa e poi il Mediterraneo. Ma se lo dici passi per un folle visionario, mentre l’idea di pagare gli stati nordafricani perché facciano un po’ il cazzo che pare a loro con chi vuole emigrare, basta che non arrivino qui, è considerata un’idea realistica, magari da attuare nel rispetto dei diritti umani.
Il rischio che vedo è quello che si sta ricadendo, di nuovo, in quella melassa dell’indignazione da società civile, senza rendersi conto che siamo davanti a degli estremisti contro i quali bisogna schierare idee radicali.
Qua la questione è: come fermiamo la corsa verso l’imbarbarimento? Come affrontiamo una classe politica che, dal PD (di nuovo: Minniti era roba loro e non era nemmeno il solo) alla Lega, non ha avuto remore di agitare i peggiori spauracchi razzisti e xenofobi?
Come si comunica, anche nel nostro piccolo di blogger o di gente con un profilo FB, la nostra avversione a questa gente senza sembrare dei girotondini fuori tempo massimo?
E, soprattutto: è davvero necessario farlo?
Con le nostre conversazioni serie si arricchiscono solo le compagnie telefoniche, cantava quello.
Con la nostra indignazione, chi si arricchisce?

(A margine: è il caso di lasciare andare, per sempre, il PD e di rinunciare all’idea che sia un partito in qualche modo di sinistra. L’appello per la sua rifondazione/superamento da parte di Calenda è stato pubblicato sul Foglio; i punti proposti da Galli della Loggia sul Corriere sono quasi più da mani nei capelli che le sue proposte sulla scuola)

(in un post solo ho citato Ministri, Zen Circus, Offlaga Disco Pax e Vasco Brondi. Sono così indie che adesso torno su splinder)

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Due cose veloci sul post elezioni

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Non è per fare quelli che “è tutta di colpa di Renzi”, ma a distanza di tempo continua a sembrarmi una cosa del tutto folle il veto posto da Renzi anche solo sull’ipotesi di aprire un confronto con il Movimento 5 Stelle per verificare se c’erano le possibilità di formare un governo.
Lo dico da non tifoso di nessuna delle due parti in causa (anche se l’eventualità remotissima di un governo M5S/PD sarebbe stata almeno un po’ meno indesiderabile del M5S/Lega)
Comunque.
Un breve riassunto delle regole del gioco: i partiti e le coalizioni vanno al voto, in base ai voti che prendono ricevono un certo numero di seggi in parlamento. Sulla base della composizione delle due camere, il Presidente della Repubblica deve trovare qualcuno che possa formare un governo che riceva la fiducia della maggioranza dei parlamentari.
Se un partito/coalizione ha la maggioranza o ci va molto vicino, è un lavoro tutto sommato semplice. Se nessuno ce li ha, la situazione si complica.
Il nostro sistema elettorale, quindi, ha in sé i germi di quello che chiamiamo “inciucio”, ma che più correttamente era il nucleo della politica fino a prima della scomparsa di PSI e DC: trovare dei compromessi con altre forze politiche per portare a casa qualcosa di quello che era stato promesso in campagna elettorale.
Da anni, però, le campagne elettorali escludono a priori questa possibilità e si concentrano sull’offrire agli elettori promesse che sono quasi al limite della presa di potere assoluto dopo un colpo di Stato (o che comunque avrebbero senso in un sistema più radicalmente presidenziale e bipolare).
In tutto questo, arriva Renzi (che formalmente non ha più incarichi nel PD, ma che è comunque il punto di riferimento di buona parte degli eletti del suo partito, avendo potuto compilare le liste elettorali) e dice: “No, noi non possiamo provare ad andare al governo perché gli elettori ci hanno dato il mandato di andare all’opposizione”.
Ora.
Io non voto PD, non l’ho mai votato, quindi non conosco la psicologia dell’elettore del PD. Però dubito che sia andato alle urne pensando “voto Renzi perché voglio che faccia una buona opposizione” (a parte che Renzi, per come abbiamo capito che è fatto, è uno che se perde si stufa e non vuole più giocare, quindi la sua idea di opposizione sarà stare lì a fare nulla in attesa che quegli altri sbaglino qualcosa e lui possa riprovarci).
Chi ha votato il PD – che in effetti ha fatto una campagna elettorale per giunta priva di promesse roboanti – l’ha fatto sperando di portare a casa quello che c’era nel programma. Prendere i propri voti e non provare nemmeno a farli fruttare è un’idiozia, la stessa che fece il M5S con Bersani: invece di provare a trovare punti di compromesso fece saltare il tavolo.
Come hanno dimostrato i fatti seguenti di quest’anno, invece, nonostante i proclami roboanti il M5S era pronto ad accettare chiunque gli permettesse di mettere in piedi un governo.
In questa occasione, Renzi si è dimostrato un pessimo, pessimo politico, non fosse altro per avere perso l’occasione di andare a vedere il bluff degli avversari. Uno che neanche pensa alla prossima elezione, come vuole la battuta, ma al prossimo status di Facebook.

È finita, poi, che il vero trionfatore di queste elezioni (e di tutta una stagione politica) è l’altro Matteo, Salvini.
Anche questo è un grande risultato del PD, che fin dalla sua nomina a segretario di una Lega Nord ridotta ai minimi termini e devastata dagli scandali di immagine ha scelto il barbaro Salvini come avversario d’elezione. Da una parte sembrava una strategia azzeccata: per un elettorato moderato e leggermente interessato ai diritti sociali e civili, il Capitano è tipo l’Anticristo e la chiamata alle armi “o noi o i barbari” ha anche funzionato, per un po’.
(Anche con me, eh: sono andato a votare al ballottaggio delle elezioni comunali a Bologna per Merola contro la candidata della Lega. Neanche un mese dopo essere stato eletto Merola già faceva robe per cui prendeva il plauso della Lega)
Però c’è un problema: avere trasformato Salvini nell’avversario per eccellenza ha significato farlo diventare una presenza fissa di qualsiasi trasmissione. E c’è un altro problema: Salvini si è dimostrato più bravo a intercettare i suoi possibili elettori che a spaventare i potenziali elettori del PD.
Il capolavoro si è completato quando è stato piazzato al Ministero degli interni Minniti, che ha iniziato a perseguire politiche il cui scopo era quello di inseguire un elettorato che ormai correva spensierato verso di destra. Però tra l’imitazione e l’originale, la gente sceglie l’originale.
Ora, giustamente, la nomina a Ministro degli Interni di Matteo Salvini è una notizia molto brutta, ma è un fatto che arriva dopo che il terreno gli è stato ampiamente preparato dal suo successore.
Minniti è riuscito a fare passare (da “””sinistra”””) l’idea che l’immigrazione possa essere un pericolo per la “tenuta democratica” del paese; con i “daspo urbani” si è sdoganata l’idea che certe categorie di persone possano essere private di diritti come quello di libera circolazione. Ha reso complice l’Italia della morte, delle detenzione e della tortura di una quantità enorme di persone, lontano dai nostri occhi. Ha promosso funzionari di Polizia coinvolti nella Diaz.
Buona parte di quello che Salvini sbraita, Minniti l’ha fatto in silenzio.

Nei prossimi mesi, scopriremo che cosa ha intenzione di fare Salvini da grande. Finora, è stato una specie di capo-ultras leghista e su questa comunicazione ferocissima ha fatto la sua fortuna. Da ministro, in teoria, dovrebbe essere costretto a moderarsi, perché un ruolo istituzionale è una cosa diversa. In teoria, perché i governi Berlusconi ci hanno abituati a ministri tutt’altro che compassati e perché il rischio di passare per “venduto” una volta che moderi i toni sono tutt’altro che bassi.
Intanto, però, Salvini ha chiesto in un post allo scomparso Gianluca Buonanno di guidarlo lui. È un appello che credo sottoscriviamo in molti. Anzi, ci auguriamo che anche Haider si interessi alla cosa.

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Giornalismo di serra

Nel suo chiarimento dell’Amaca sui filmati di professori umiliati/minacciati, Michele Serra lamenta, tra le altre cose, che avendo a disposizione per la sua rubrica solo 1500 caratteri non può che tagliare un po’ le curve e lasciare da parte distinguo e valutazioni di fino.

Ora, la cosa che mi viene da dire, a uno che di lavoro scrive, è che se pensi di non avere spazio per trattare accuratamente un argomento forse dovresti trovare un altro argomento o un altro taglio. Per esempio commentare il singolo caso e non lanciarti in generalizzazioni sul quadro più ampio. Ma questo doveva dirglielo, se non ci arrivava da solo, qualcuno a Repubblica. Come Gramellini, però, Serra deve avere raggiunto quello status per cui può fare il cazzo che gli pare. Chissà se qualcuno lo ha chiamato e gli ha fatto notare che se devi scrivere una cosa lunga per spiegare un pezzo di 1500 parole forse qualche problema c’è.

Il chiarimento, invece, si porta dietro un grosso problema di impostazione: non c’è un dato che sia uno. Serra si lancia in un’esposizione di taglio sociologico, ma senza una qualsiasi forma di indagine a monte la sociologia non si può fare. Abbiamo dei dati sulla violenza divisi per classe sociale? Come sono stabiliti i confini delle classi? Magari ce li abbiamo e i criteri sono anche ottimi, ma propenderei più per l’ipotesi che Serra proceda in base alla sua percezione del fenomeno, dando il significato peggiore del termine “opinionista”.

In assenza di dati, hanno ragione un po’ tutti e ne esce fuori la solita rissa (“il popolo del web contro i giornalisti”) che non serve a nessuno e non ci dice nulla.

Se non che una buona parte del giornalismo italiano fa decisamente passare qualsiasi voglia di spenderci dei soldi.

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Nemico pubblico numero uno

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È stata una campagna elettorale orrenda.
Non poteva essere altrimenti, date le premesse: l’elettore può scegliere tra ben due varietà di orgoglioso neofascismo, oltre a Fratelli d’Italia e Salvini (per chi preferisce un fascismo un po’ meno urlato, meno impegnativo). Il PD, d’altro canto, ha gettato qualsiasi mascheramento di sinistra e – dopo avere schivato la pallottola di un’approvazione dello “ius soli” che avrebbe comunque giovato elettoralmente solo a quelli che nel frattempo se n’erano andati – si è piazzato senza indugi in un campo di destra. Da lì, si è lanciato all’inseguimento dei voti dei “moderati”, un termine che in Italia sembra indicare gente appena un po’ a più destra di Attila (ringrazio Fabrizio Tonello, che usò questa espressione in una lezione sugli editorialisti del Corriere della Sera a inizio anni 2000 e al quale la rubo da allora). Continua a leggere

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Diritto al pogrom

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A settembre, scrivevo in un post:

Detta in breve, è assai probabile che il 2017 verrà ricordato come l’anno in cui in Italia è tornato normalissimo dirsi fascista, elogiare il fascismo e sostenere che chi è antifascista è anti-italiano. In cui “lo straniero” (non più “il clandestino”) è tornato a essere il bersaglio di tutto l’arco parlamentare, finalmente appiattito sulle posizione dei fascisti di Casa Pound e Forza Nuova. Quando il partito che dovrebbe (…) rappresentare la sinistra è capitanato da uno che tira fuori “aiutiamoli a casa loro” (scusate, “aiutiamoli davvero“, perché lo storytelling è importante) capisci che è finita.

Il 2018, per mano di un nazista di Tolentino (una roba che sembra uscita dal periodo cannibale di Niccolò Ammaniti), ha deciso di mostrarci il ventre della Bestia.
Luca Traini non vanta una primogenitura nell’idea di andare ad abbattere gli allogeni invasori. Amedeo Mancini ha ucciso un uomo a luglio del 2016 e a maggio del 2017 era già di nuovo a casa sua, per dire.
Anni prima, a dicembre del 2011 Gianluca Casseri, un simpatizzante fiorentino di Casa Pound, già pubblicato da Bompiani in un libro di studi su Tolkien curato da De Turris, uccise a colpi di 357 Magnum Samb Modou e Diop Mor, e ferì gravemente Sougou Mor, Mbenghe Cheike e Mustapha Dieng, prima di spararsi a sua volta. Casseri aveva agito, però, in un paio di ere geologiche fa: Casa Pound fece uscire il rapidissimo comunicato di prammatica “è passato una volta da noi giusto per pisciare” e, salvo alcuni ambienti di fascisti dichiarati nessuno cercò di giustificare il suo attentato razzista. Almeno non a voce a troppo alta.

Luca Traini, invece, ha agito dopo la grande estate del 2017, quando ormai le idee che una volta erano appannaggio dell’estrema destra sono diventate moneta corrente di buona parte degli schieramenti politici.
Così, nonostante nel 2017 fosse stato candidato dalla Lega a Corridonia, Matteo Salvini non ha provato il minimo imbarazzo e, anzi, all’interno di una blanda condanna della violenza ha rivendicato l’accaduto, inquadrandolo come conseguenza dell’immigrazione. Nell’era della morte della vergogna, neppure un tuo militante che a un mese dal voto cerca di fare una strage per motivi razziali e manda sei persone all’ospedale (Festus Omagbon, 32 anni; Wilson Kofis Lui, 21 anni; Jennifer Otioto, 29 anni; Mahmadou Toure, 28 anni; Omar Fadera; Gideon Azeke, 25 anni; più probabilmente un altro paio di persone fuggite perché non in regola con i documenti) basta più a scatenare non dico l’opinione pubblica, ma neppure i tuoi avversari. Continua a leggere

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