Australia, 7. Palme, luterani, crateri, acqua, cammello e canguro.

Il risveglio, quando stavi dormendo beato e ti svegliano e per colazione c’è sì del caffè ma poco altro, può non essere il massimo.

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Specie se poi, mentre stai mettendo a posto le sedie per prepararsi alla partenza, finalmente (per modo di dire) ti trovi un ragno a pochi dalla mano. E sei l’unico della compagnia ad avere problemi con gli aracnidi e nessuno sembra condividere il tuo terrore.

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“Ah, ma è un cucciolo” dirà Amy.

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I dettagli dei sandali! L’occhio della Madre (Teresa di Calcutta)!

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Il lettore dell’edizione italiana del libro di Christopher Hitchens su Teresa di Calcutta, La posizione della missionaria, si trova a un certo punto dell’introduzione davanti a questa frase:

Molly Moore, l’acuta cronista del Washington Post che seguì il viaggio, spiegò chiaramente nei suoi pezzi che la visita era in stile corazzata Potemkin

Segue la descrizione dell’attraverso da parte della neo-santa di un villaggio completamente rimesso a nuovo in fretta e furia. E uno pensa “boh, vorrà dire che la visita è stata una cagata pazzesca“, anche perché non c’è alcun legame con le vicende dell’ammutinamento nel paragrafo che segue.


Però, per quanto la scena del cineforum di Il secondo tragico Fantozzi sia famosissima (e spesso citata un po’ a sproposito), come poteva conoscerla Hitchens?
Tra l’altro, nel film la pellicola russa si chiama La corazzata Kotiomkin perché non è il vero film di Ėjzenštejn (che nella versione più lunga conosciuta dura appena 80 minuti, tra l’altro) bensì un suo calco. Per dire, le scene che si vedono proiettate sono state ricostruite dallo stesso Luciano Salce perché non c’erano i diritti per utilizzare quelle del vero film; e il regista è chiamato “Einstein”, nel cartello introduttivo.
Quindi?
Beh, il signor Grigory Potemkin a cui era intitolata la famosa corazzata era un nobile russo vissuto nel diciottesimo secolo, gran favorito della zarina Caterina. Il suo nome è legato non solo alla famosa pellicola e alla sua parodia ma anche, per chi si occupa di raccontare il potere, ai cosiddetti “villaggi Potemkin“.
Il nome si riferisce all’idea che alcuni biografi gli attribuirono (ma non è dato sapere quanto a ragione) di fare visitare all’imperatrice solo villaggi accuratamente rimessi a nuovo, anche con quinte teatrali, apparati assolutamente effimeri e forse addirittura figuranti, per darle l’impressione che la gente vivesse meglio di quanto effettivamente non facesse.
Il testo originale, infatti, non fa alcun riferimento a nessuna nave da battaglia:

[…] the visit was of a Potemkin nature […]

Spero che minimum fax non abbia crocifisso nessuno in sala mensa per questa cosa.

Disclaimer: lavoro in una casa editrice, ho tradotto e revisionato traduzioni e sicuramente mi è scappata roba anche peggiore di questa. Questo post serve solo perché magari qualcuno che ha trovato incomprensibile il riferimento ci si imbatte e scopre l’arcano.

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Australia, 6. Kings Canyon & Mereenie Loop Road.

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La cosa più brutale di Kings Canyon è la salita che dà il via alla passeggiata più lunga (e migliore) delle tre disponibili.
Del resto, c’è poco da fare. Se vuoi salire in cima a un canyon le cui pareti superano i cento metri, da qualche parte devi cominciare. I locali la chiamano “collina spaccacuori”, ma forse esagerano un po’.
La salita è ripida, ma fattibile. Magari con calma, ma fattibile.
Certo, noi la facciamo di mattina, in inverno e fa così fresco che io sono coperto come Totò e Peppino a Milano. D’estate deve essere ben più impegnativa.

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Ma una volta che arrivi in cima, ogni fatica è ripagata dal fatto che ciascun centimetro dei sei chilometri della passeggiata è una specie di campionario di tutte le cose strepitose che possono fare la giusta combinazione di sedimenti, pressione, erosione, se dai loro la giusta quantità di tempo. Continua a leggere

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Australia, 5. Andiam, andiam, andiamo a campeggiar

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Toyota Landcruiser.
Quattro posti.
Cassone aperto.
Quattro ruote motrici.
Snorkel per non fare entrare acqua nel motore durante i guadi.
Bullbar per i canguri o altre bestie.
Se fossi Alan D. Altieri ora trovereste un sacco di dati tecnici sulla potenza del motore e altre cose così; ma siccome non ho trovato il modello preciso della macchina con cui Amy e Francesco si sono presentati all’Ayers Rock Resort tocca fare senza.
La macchina serve per il tour di tre notti nel Red Centre Way, la zona a sud di Alice Springs dove, oltre a Uluru, si trovano diverse meraviglie geologiche (in breve, l’Australia è praticamente un porno per geologi).
Prima di partire, saluto la civiltà entrando in shopping spree di calamite nel negozio del resort e giro un video della tristissima fontana che fa andare l’acqua in senso anti-orario per fare contenti tutti quelli che si domandano se davvero l’acqua nei lavandini nell’emisfero australe gira in senso opposto rispetto a qua (no, è una mezza leggenda urbana)

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Australia, 4. Uluru e Kata Tjuta (Sabbia rossa e deserto)

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In fin dei conti, è solo un grande sasso.
Una grande pietra rossa dai contorni arrotondati e la cima più o meno piatta, piazzata in mezzo al niente. Centinaia di chilometri di pianura tutt’intorno. Ci sono delle spiegazioni geologiche per cui Uluru (il nome originale di quella che gli australiani chiamarono poi Ayers Rock) ha la forma che ha e non è stata sbriciolata dall’erosione come tutto quello che doveva starle attorno (a eccezione del complesso di Kata Tjuta, di cui diremo più avanti), ma in fin dei conti ci interessano poco.
Quello che conta è il risultato, una bizzarria del caso che ha dotato l’Australia di una delle formazioni naturali più riconoscibili al mondo, giustamente considerata dai suoi primi abitanti un luogo ancora più “sacro” e importante di molti altri.
Solo un grosso sasso?
 Certo, ma a tutti piacciono le cose grosse.

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Tommaso Labranca

Ho perso di vista Tommaso Labranca dopo Haiducii (Homo Homini Pitbull), del 2010. Da quello che vedo, da allora ha scritto per lo più biografie musicali.
Il che, temo non sia un bel biglietto da visita per l’editoria italiana: lasciare una mente del genere a compilare biografie da autogrill è davvero un delitto.

Labranca lo avevo scoperto, in colpevole ritardo, nel 1998, al primo anno di università. Una compagna di corso aveva prestato Charltron Hescon a una coinquilina della mia ragazza. Lei non lo lesse mai, io lo divorai.
Risi come un dannato sull’analisi di Prospettiva Nevskij, uno dei pezzi di comicità più formidabili che mi fosse capitato di leggere e mi innamorai di quel libro e dei suoi concetti. Continua a leggere

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Webeti

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Lo screenshot viene dalla pagina FB “Enrico Mentana blasta lagggente!!!”

Il terremoto che ha colpito l’Italia centrale mercoledì è il primo grande evento tragico che colpisce l’Italia da quando la grande macchina della costruzione di menzogne a scopo pubblicitario e politico su internet si è imposta come modello di creazione dell’opinione popolare. Il terremoto emiliano del 2012 arrivò quando questo processo era ancora in fieri e il livello delle sciocchezze rimase circoscritto (anche se certo, la convinzione che ci fosse qualcosa di strano perché l’Emilia non è terra sismica e quindi il terremoto doveva essere colpa di qualcuno tenne parecchio banco).
Da anni, una quantità imprecisata ma non trascurabile di italiani si è riversata sul web senza avere gli strumenti per sapere distinguere un sito di notizie affidabile da uno che sfrutta titoli a effetto e mezze verità per raccontare menzogne.
Il risultato di questo processo è in questi giorni terribilmente sotto gli occhi di tutti. Ed è fatto di “immigrati in albergo a cinque stelle italiani nelle tendopoli”, “hanno abbassato la magnitudo per non pagare i danni”, “Putin manda 10.000 uomini ad Amatrice”, “Destiniamo il jackpot del Superenalotto ai terremotati”.
Il fatto che quest’ultima idea, infattibile per un sacco di motivi, sia stata addirittura rilanciata da un partito, Fratelli d’Italia, la dice lunga su quale sia lo stato delle cose.

Enrico Mentana, che da qualche settimana si è messo a rispondere a tono ai commentatori più sciocchi su Facebook, ha coniato un neologismo semplice ma efficace, per indicare queste persone: webete.
È vero che la diffusione di stronzate ha trovato sicuramente terreno fertile in un Paese che già da decenni si era abituato a un’informazione prevalentemente televisiva e prevalentemente pessima. Ma il particolare intreccio di ignoranza, aggressività, populismo becero, ripetizione a pappagallo di notizie false prese da fonti improbabili è una mutazione che è completamente figlia di un ecosistema informativo nuovo, che ha al centro il web.
Un sistema che produce quelli che tempo fa proponevo di chiamare gasparri, in onore di quello che del club dei webeti ha sicuramente la tessera numero uno.
Mi cito:

Ora, lungi da me difendere a spada tratta in toto il sistema dei media tradizionali, però questi hanno in potenza (e non sempre applicano) un meccanismo virtuoso, quello del gate keeping. I “guardia di porta” sono quelle figure che decidono che cosa viene messo in circolo nel sistema dell’informazione e cosa no. Dico che è potenzialmente virtuoso perché dei gate keeper illuminati, in un mondo ideale, applicando sia i criteri di notiziabilità sia le buone pratiche del giornalismo (tipo considerare vera una notizia solo se proviene da almeno tre fonti autonome), possono tenere pulito il flusso delle informazioni. Ovviamente questo modello ideale deve fare i conti con la realtà, con gli interessi economici e politici del mondo dell’informazione e tutto quanto; però sulla carta un sistema basato sulla limitatezza fisica del supporto (le pagine di un giornale, i minuti di un notiziario) è potenzialmente più virtuoso di uno basato sulla virtuale assenza di limiti fisici e barriere economiche all’entrata, che può invece fare affidamento solo sul buon senso dei suoi autori.

Non mi stupisce che sia gente del “vecchio media” a denunciare questa deriva: non per una questione di gap generazionale puro e semplice, ma proprio per una questione di metodo. Se ti sei formato in un mondo in cui fare informazione voleva dire seguire certe norme, questa anarchia deve sembrarti ancora più folle. Poi, certo, il mondo del giornalismo non ha fatto molto per evitare quello che gli stava arrivando addosso e forse non l’ha nemmeno visto arrivare.
Nel 2000 ho dato un esame di economia, a Scienze della Comunicazione. Un modulo era sull’economia dei quotidiani. Quelli cartacei. Come ha detto poi un mio amico “era come se stessimo studiando le carrozze mentre Ford progettava il Modello T”. Nel libro c’era giusto un ultimo capitoletto, svogliato, sulle “sfide del web” o qualcosa del genere. Ma diceva semplicemente una roba tipo “sì, cambierà un po’ il metodo di distribuzione, uno potrà farsi il giornale con le notizie che interessano a lui, ma il processo di costruzione dei contenuti resterà invariato”. Quindi è probabile che per anni gli economisti siano andati dagli editori a dire “tranquilli, stamperete un po’ meno e venderete degli abbonamenti digitali”.
Intanto, i cancelli venivano scardinati, i loro guardiani derisi e appesi per i pollici. Il contenuto sostituito dal titolo (un annoso problema anche della carta stampata, ma ormai portato a un’arte: spesso il click-baiting prevede un titolone sensazionale a cui non corrisponde poi un articolo altrettanto sensazionale. Per esempio, il titolo dei 10.000 uomini mandati da Putin rimanda poi a un articolo che riporta semplicemente il comunicato della Russia che si dichiara pronta ad aiutare l’Italia).
Ora che i buoi sono scappati e non sono manco più in vista, non possiamo fare altro che constatare quello che è successo. E combattere piccole scaramucce di retroguardia.
Sperando, una volta di più, che non succeda mai in Italia un attentato di qualsiasi tipo, perché in un contesto sociale di simile ignoranza e violenza latente diffusa, i postumi saranno ancora peggio dell’evento stesso.

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