Bonelliana, febbraio 2015 (Adam Wild, Dampyr, Dylan Dog, Tex, Julia, Ringo, Le Storie)

Sergio_Bonelli_Editore

Provo a ridare vita a una rubrica regolare: nasce oggi Bonelliana, che si occuperà degli albi Bonelli letti nel mese passato.
Perché solo i Bonelli? Perché ne leggo diversi, da quasi quindici anni, e trovo interessante la fase nuova che si è aperta nella casa editrice dopo la morte di Sergio Bonelli (a proposito, qui si può scaricare l’ebook collettivo che assemblai su di lui).
Quindi è una roba un po’ da fanboy. Astenersi “i fumetti Bonelli sono tutti copiati”, “Dylan Dog è finito con il numero 100″, “Kit Carson mica era quello lì” e via dicendo.

Copertina di Darko Petrovic

Copertina di Darko Petrovic

Adam Wild 5, “La terza luna”
(Gianfranco Manfredi – Antonio Lucchi)

In appena due numeri, AW è diventato una delle mie serie irrinunciabili. Dopo la pesantezza di Shangai Devil, Manfredi ha azzeccato un personaggio sopra le righe, che riesce a essere il classico eroe tutto d’un pezzo senza sembrare anticaglia da museo. Merito probabilmente della cura con cui è ricostruita l’Africa ottocentesca e del cast di comprimari, su cui spicca il nobile italiano Narciso Molfetta, figura che come già Poe in Magico Vento esula dai tipici doveri della spalla bonelliana senza però distaccarsi completamente da quel ruolo. Per farla breve, questo quinto numero conferma quanto di buono visto finora: una storia lineare ma trascinante, cattivi facilmente identificabili, azione, violenza e nozioni storiche. Ai disegni, Lucchi si produce in un esordio poderoso e dinamico, forse fin troppo: il suo stile si distacca da quello più realistico visto finora nella serie e avrebbe fatto faville su una serie più “guascona” come Long Wei.
Però niente da dire: we want more.

adam 3 Continua a leggere

Lascia un commento

Archiviato in fumetti

Beatles e Rolling Stones, quanta rivalità

Una delle più durature leggende della storia della musica pop è la rivalità tra Beatles e Rolling Stones.
Da un lato i bravi ragazzi, dall’altro i ragazzacci.
Facile, pulito, efficiente.
Peccato che, nella realtà dei fatti, tra Beatles e Rolling Stones c’erano in realtà delle larghe intese. Non solo le rispettive case discografiche cercavano di coordinare le uscite per evitare di sovrapporsi, ma anche perché tra i membri dei due gruppi c’era comunque una certa frequentazione che in alcuni casi è anche sfociata in vere e proprie collaborazioni. Sono cose che sapranno in molti, ma nel dubbio, una piccola carrellata.

Per dire: nel 1962 i Beatles scazzano un’udienza con la Decca. Negli anni l’evento passa negli annali come uno dei più clamorosi epic fail della storia della discografia, ma va detto che con Pete Best alla batteria i Beatles non sembravano pronti per la sala d’incisione (sì, Pete Best era un batterista molto peggiore di Ringo)

Comunque, un anno dopo i Beatles sono i Beatles e Dick Rowe, uno dei responsabili della Decca si sta ancora mangiando le mani per avere detto a Brian Epstein “l’epoca dei gruppi con le chitarre è finita”. George Harrison un giorno lo chiama e gli dice: “Ciccio, vai a fare un salto al Crawdaddy a sentire quei tizi che suonano”. Quei tizi si fanno chiamare “The Rolling Stones” e Rowe, nel dubbio, li mette sotto contratto.
Gli Stones esordiscono su disco con una cover di Chuck Berry, Come on, di cui non sono convintissimi perché loro si sentono musicisti blues e suonare quella roba commerciale per ragazzini li mette un po’ a disagio, a punto che si rifiutano di suonarla dal vivo. Per il secondo singolo, il loro manager Andrew Loog Oldham si mette in contatto con Paul Mc Cartney e John Lennon, per i quali aveva lavorato come ufficio stampa, e chiede se per caso non hanno una canzone che avanza.
Lennon e McCartney non ci mettono molto a mettere tra le mani dei futuri rivali I wanna be your man, completandola davanti a un esterrefatto Mick Jagger (che non aveva mai visto nessuno scrivere una canzone). Non è la migliore composizione del duo, tanto che, come dirà anni dopo Lennon “la nostra versione l’abbiamo fatta cantare a Ringo”, però gli Stones la interpretano con il giusto piglio. Brian Jones ci mette una chitarra slide, il basso di Bill Wyman pulsa come si deve, Keith Richard si ritaglia un assolo mordace, Mick Jagger sprizza ardore adolescenziale e Charlie Watts è la solita sicurezza.

Sul retro del singolo compare Stoned, uno strumentale blues (Mick Jagger dice giusto ogni tanto “Stoned” e “out of my mind”) composto dal gruppo al completo, compreso il pianista Ian Stewart (vero e proprio membro originario del gruppo, escluso dalla formazione ufficiale per questioni di immagine; già Oldham doveva fare i salti mortali per non fare scoprire che Bill Wyman era parecchio più anziano del resto del gruppo). Il primo germe della produzione autonoma Jagger/Richards.

Nel giugno del 1967, Brian Jones si presenta armato di sax a una sessione di registrazione dei Beatles. Incide una parte in una canzone che si chiama You know my name, look up the number, che è poco più che un momento di cazzeggio in studio e resta chiusa negli archivi del gruppo fino a quando non esce nel 1970 come B-side di Let it be.

Qualche giorno dopo, Lennon e McCartney ricambiarono la visita e, accompagnati da Allen Ginsberg, capitarono negli studi dei Rolling Stones mentre questi stavano registrando We love you, una canzone che era un beffardo messaggio alle autorità inglesi che quello stesso anno avevano arrestato Jagger e Richards per possesso di marijuana. Era successo a febbraio del 1967, a casa di Keith Richards nel Sussex: la polizia aveva fatto irruzione e trovato droga e Marianne Faithfull seminuda (lei stessa bolla come “fantasie di poliziotti segaioli” la leggenda urbana che avesse un Mars tra le gambe e Mick Jagger che lo mangiava; all’epoca, dice, non era una che si tirava indietro, ma quella era una stronzata). George Harrison e la fidanzata se ne erano andati da poco: secondo alcuni la polizia avrebbe aspettato che se ne andassero per non trascinare i Beatles nello scandalo, ma non c’è alcuna prova.
Comunque, non accreditati, Paul e John cantano nei cori.
La canzone ebbe anche un videoclip che richiama il processo a Oscar Wilde (quella cosa che i videoclip li avrebbero inventati i Queen è una stronzata o quantomeno una grossa imprecisione).

Il 1967 è anche l’anno in cui esce Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band, sulla cui copertina, tra le altre cose, è visibile una bambola con una maglia con su scritto “Welcome the Rolling Stones”. A fine anno esce il disco “psichedelico” dei Rolling Stones, Their Satanic Majesties Requests: se si guarda bene la copertina si possono notare i volti dei quattro Beatles nascosti.

satanic_majesties

Nel dicembre del 1968 i Rolling Stones registrano per la televisione un lungo spettacolo con ospiti come i Jethro Tull (unica occasione in cui si esibirono con Tony Iommi alla chitarra), The Who e i Dirty Mac, un gruppo occasionale formato da Mith Mitchell (batterista di Jimi Hendrix), Eric Clapton, Keith Richards (nelle vesti non troppo insolite di bassista) e John Lennon.

2 commenti

Archiviato in musica

Gatto e libertà – Notizie dallo Spadaccino

804.80

Una delle cose più fighe che ho fatto nel 2014 è stata pubblicare due ebook su Amazon.
L’isola del Teschio a fine agosto e, un mesetto dopo, Colei che canta.
Era la prima volta che mi esponevo così come scrittore e devo dire che l’esordio è stato elettrizzante. L’isola del Teschio è piaciuto, ha delle buone recensioni su Amazon (e anche fuori) e ci sono possibilità di sviluppi interessanti. Il seguito (che in realtà è un prequel) ha avuto un impatto minore, ma anche lui si è guadagnato una recensione di tutto rispetto.

Mi sono incagliato sul terzo episodio.
Dopo due false partenze (una storia ambientata in Germania e una in Egitto) ho deciso di dare il via libera a una storia che pensavo di affrontare più avanti perché, sulla carta, molto più complicata di una semplice storia con il “mostro della settimana”. Invece, mi sono reso conto che questa storia che mi faceva paura era invece più facile da approcciare delle altre due e, per giunta, più facile da fare rientrare in quello che voglio sia il mood delle storie dello Spadaccino: non un fantasy storico ma storie di orrore sovrannaturale in cui l’irruzione del fantastico sia per certi versi vista, per quanto inevitabile, come una rottura dell’ordine naturale delle cose. Uno dei motivi per cui non so bene come riprendere un filone aperto nella storia viennese, tra l’altro.
Comunque.
Anche questa storia più facile è in realtà piena di insidie. Al momento il file “Spada 3 – scarti” è abbastanza lungo e contiene scene scritte ma che non andavano da nessuna parte, tenute da parte nella speranza di potere riciclare qualcosa. Dice: “Ma non potevi farti una scaletta prima di iniziare?” Certo, l’ho fatto, Ma quello che funzionava sulla scaletta non funziona messo in pagina, anche perché avere per scelta un protagonista cinico e disilluso non aiuta molto a fargli, per esempio, prendere parte delle parti in una questione politica.
Alla fine, però, credo di avere trovato la strada giusta e con un po’ di fortuna dovrebbe portarmi a destinazione.

Cosa ci sarà in questa nuova storia (che per ora si chiama “Gatto e libertà”)?
Ve lo dico per immagini.

Continua a leggere

1 commento

Archiviato in il cotone nell'ombelico, paperback writer

Oh, ma sei proprio un Gasparri

Un po’ è colpa anche mia.
Ho iniziato a usare quasi quotidianamente internet alla fine del 1998. Avevo appena iniziato l’università e avevo a disposizione un laboratorio informatico con connessione illimitata (a dire il vero la cosa era preclusa alle matricole, ma mi ero fatto fare la password prima che la circolare venisse diffusa e nessuno mi ha mai sgamato).

[Parentesi storica per i più giovani: nel 1998 avere internet a casa era mediamente scomodo perché dovevi pagare un abbonamento per potervi accedere, quando navigavi tenevi occupata la linea telefonica e la connessione ti costava a scatti come una telefonata urbana. Ecco, ora sembro mio padre quando raccontava che lo mandavano a comprare il ghiaccio]

Non sono stato un vero e proprio early adopter, però nel 1998 eravamo circa 4.000.000, un quinto di oggi.
Accedere a internet, allora, era un’esperienza a suo modo sconvolgente: di colpo, avevi a disposizione TUTTO. Potevi leggere giornali stranieri online, accedere a gruppi di discussione che andavano dal triviale all’esoterico, scoprire che c’era gente che aveva messo in piedi siti personali dedicati a quasi qualsiasi cosa ti venisse in mente. Tutto quello che restava fuori dall’imbuto dei media tradizionali, costituito da limiti fisici, economici, culturali, lì c’era.
Le parole “cerca su internet, lì trovi tutto quello che qua non trovi” devo averle pronunciate almeno una volta.

Oggi, il panorama è radicalmente cambiato: internet è un’esperienza quotidiana per un numero sempre crescente di persone e il filtro “tecnico” che rendeva pubblicare informazioni su un sito non accessibile a tutti è stato neutralizzato.
Credo che sia stato Beppe Grillo uno dei più grandi divulgatori dell’uso della Rete in Italia, intesa come Bengodi grazie alla quale risparmiare (Skype, per esempio) e in cui informarsi da fonti libere e indipendenti che raccontano quello che gli altri non dicono.
Ora, lungi da me difendere a spada tratta in toto il sistema dei media tradizionali, però questi hanno in potenza (e non sempre applicano) un meccanismo virtuoso, quello del gate keeping. I “guardia di porta” sono quelle figure che decidono che cosa viene messo in circolo nel sistema dell’informazione e cosa no. Dico che è potenzialmente virtuoso perché dei gate keeper illuminati, in un mondo ideale, applicando sia i criteri di notiziabilità sia le buone pratiche del giornalismo (tipo considerare vera una notizia solo se proviene da almeno tre fonti autonome), possono tenere pulito il flusso delle informazioni. Ovviamente questo modello ideale deve fare i conti con la realtà, con gli interessi economico e politici del mondo dell’informazione e tutto quanto; però sulla carta un sistema basato sulla limitatezza fisica del supporto (le pagine di un giornale, i minuti di un notiziario) è potenzialmente più virtuoso di uno basato sulla virtuale assenza di limiti fisici e barriere economiche all’entrata, che può invece fare affidamento solo sul buon senso dei suoi autori.

Ce lo dimostra il proliferare di sitacci come “Il corriere del mattino” o simili, che mescolano notizie vere ad altre false, allo scopo di attirare quanti più clic possibili e/o influenzare l’opinione pubblica tramite la disinformazione, il più delle volte a sfondo razzista o comunque discriminatorio. Riuscendo per giunta a volte a farsi riprendere dalla stampa tradizionale o da senatori della Repubblica.
Il successo di questi cumuli di letame ha le sue radici proprio nell’antico mito a cui anche io ho contribuito, in buona fede: quello che su internet puoi trovare quello che nessuno ti dice da altre parti.
Solo che, beata ingenuità, all’epoca in pochi pensavamo che a volte se una cosa non la dice nessuno è perché è falsa.

Cosa si può fare?
La prima cosa è diffondere un po’ di sana consapevolezza del mezzo, identificando i siti che pubblicano fregnacce. Una lista da cui partire è quella di BUTAC. Ma basterebbe usare un po’ di buon senso (se una notizia ce l’ha solo “Il corriere del mattino delle notizie vere” è una cazzata. E diffonderla chiedendo “Ma sapete se è vero?” o per deriderla fa solo il loro gioco – anche se non mettete il link)
La seconda è iniziare a usare “Gasparri” per etichettare tutti gli scemi che ci cascano.

Lascia un commento

Archiviato in internet, società

Caro Sergio

copertina di Tex 347, Ombre Cinesi. Disegno di Claudio Villa

Caro Sergio,
non ci conosciamo. Abbiamo brevemente chiacchierato di Tex all’inaugurazione di una mostra di fumetti che faceva parte della tua campagna elettorale nelle comunali bolognesi. Qualche tempo dopo, quando facevi il sindaco di Bologna e io lo stagista in un giornale, l’unica volta che mi mandarono a Palazzo D’Accursio, ti ho visto scambiare due battute con i cronisti e ho notato sorridendo che nella mazzetta dei giornali avevi l’ultimo Tex.
Insomma, non ci conosciamo ma ti do del tu perché tra gente che legge Tex ci si dà del tu.

Ti vorrei raccontare una storia, se hai due minuti. Secondo me li hai.
Qualche anno fa, era il 2009, tu non facevi più il sindaco di Bologna e io facevo lo scrutatore a Genova, per le elezioni europee. Ero in un piccolo seggio in una porzione particolarmente anziana e “rossa” di Genova, una città che, ormai lo saprai, è di suo parecchio anziana e parecchio “rossa”. Eravamo, come sempre capita ai seggi, una buffa squadra: c’ero io, c’era una ragazza che (CARRAMBA) era in classe al liceo con mio fratello minore, c’era un ragazzo che (CARRAMBA) era al liceo con me in un’altra sezione. E poi c’era un bizzarro über-italiano ultraquarantenne che viveva con la madre, non capivamo bene che lavoro facesse, stava con una ballerina dell’est ma odiava gli immigrati. Questo si era pure portato il computer e una chiavetta della 3 e di tanto in tanto si metteva a navigare. A un certo punto era andato a vedere il programma di Forza Nuova, poi è entrato qualcuno e lui è corso al tavolo a registrare i dati lasciando in bella vista il computer con su la schermata di Forza Nuova. Una delle sere mi ha chiesto se volevo un passaggio in auto per tornare a casa e sono tutt’ora convinto che se avessi accettato sarebbe finita tipo Il sorpasso di Dino Risi. Ma questa è un’altra storia.
Presidente di seggio era una signora, madre del ragazzo mio compagno di scuola, sulle prime molto cordiale. Si era portata da casa la macchina della Nespresso, per dire.
Poi questa signora ha iniziato a diventare un po’ inquietante.
Quel seggio era il “suo” seggio. Faceva la presidente lì da eoni. Senza problemi, ci raccontava di essere un’attivista del PD, aveva tutta una serie di reti di conoscenze a livello di quartiere per delle robe di orti per pensionati. Conosceva tutti quelli che venivano a votare.
Anziani, per lo più.
Come sempre, a passare tutto quel tempo insieme, finisce sempre che la gente si apra più di quanto sarebbe necessario. Quindi, oltre a sapere tutte le sue vicende famigliari (che francamente ne avrei anche fatto a meno), a un certo punto ho saputo che tutti i “suoi” vecchietti venivano a votare con il “santino” che lei aveva distribuito.
Immagino, Sergio, che tu sappia cosa sia il “santino”: è quel foglietto, tipo un biglietto da visita, che ricorda all’elettore come deve votare, quali preferenze indicare. È una roba un po’ antipatica, perché se c’è la lista e ci sono le preferenze l’elettore dovrebbe votare secondo coscienza e non secondo il partito.
Comunque, mi ha fatto vedere uno di questi santini.
Quando abbiamo iniziato a fare lo spoglio delle schede, oh, tu non hai un’idea di quante fossero le schede che votavano la lista del PD indicando esattamente quelle preferenze lì. E, lo avrai capito, il nome in cima alla lista era il tuo.
Non penso di starti rivelando chissà cosa. Lo sapevi tu per primo che il PD genovese era ben felice di mandarti al Parlamento Europeo per togliere di mezzo un ingombrante personaggio. Più o meno come altri erano ben felici di mandarti a fare il sindaco a Bologna per evitare che interferissi troppo con le sorti del PD nazionale.
A Strasburgo, una promozione che sa di rimozione (oltre che, lo dicevi anche tu, ottimo impiego part-time per potere seguire da vicino il tuo ultimo figlio), ci sei andato anche grazie a chissà quanti vecchini intruppati con il santino con il tuo nome in tasca. Vecchini che a me non sembrano così diversi dagli immigrati che, nella tua visione del mondo che già ci ha regalato l’indimenticabile racket dei lavavetri bolognesi, sarebbero andati a votare la tua avversaria in cambio di soldi. Oh, poi magari hai ragione tu, vallo a sapere. Però, ecco, io di quel giorno ai seggi mi ricorderò sempre perché mi ha insegnato una cosina o due sulle magagne del meccanismo elettorale.

Ma poi, forse, Sergio, non è nemmeno colpa tua. Sono le primarie che proprio non vanno. Guarda che teatro che è scoppiato a Modena quando hanno fatto quelle per il sindaco (sono modenesi, sono matti, se hai abitato a Bologna dovresti saperlo, ma tant’è…). Io una volta ho pure votato, a delle primarie. Per Scalfarotto, fai te. Però, più ci penso, più mi sembra assurdo che un partito o una coalizione possa pensare di demandare le sue scelte non ai suoi tesserati (come sarebbe logico, no?) ma, letteralmente, al primo che passa per strada e ha due euro che gli ballano in tasca. Secondo me dovreste pensarci un po’ bene, a questa cosa qua. Poi fate voi.

Comunque, chiudendo, lascia perdere. È andata così.
Bisogna saper perdere.
Non sempre si può vincere.
Non siamo mica tutti Tex.

Lascia un commento

Archiviato in fumetti, il cotone nell'ombelico, politica

Cerchiamo di non essere stupidi tutti insieme

Non credo di potere dire di essere Charlie, non fosse altro perché all’epoca delle famigerate “vignette danesi” io e Charlie Hebdo avevamo due posizioni differenti. E ancora oggi penso che quella vicenda, in quel contesto, in quegli anni, avesse più a che fare con la propaganda che non con la libertà d’espressione.
Ma è ovvio che non ci sia bisogno di essere d’accordo al 100% con CH per essere agghiacciati dall’attacco alla sua redazione e annichiliti dall’assurda idea di un’irruzione con le armi nella redazione di un giornale (e in qualunque altro posto, ovvio; ma la redazione di un giornale ha un valore simbolico ben preciso per quella cosa che chiamiamo “cultura occidentale”. E soprattutto in Italia è una cosa che storicamente si associa con il fascismo, dalla devastazione della sede dell’Avanti fino alla bomba alla redazione del Manifesto nel 2000).
Che poi “Je Suis Charlie” venga usato, almeno in Italia, da persone che se CH fosse pubblicato nel nostro paese ne invocherebbero la chiusura un giorno sì e l’altro pure, non aiuta molto.

Non so molto della Francia, della sua società, della sua situazione politica. Quindi non posso sapere che cosa abbiano rappresentato i tre giorni “neri” di inizio gennaio per loro.
Però ho visto come sono stati raccontati e interpretati in Italia; e di colpo è stato come fare un salto indietro nel tempo di 10 anni.
Sulla bacheca di Facebook ho visto ricomparire la Fallaci di “La rabbia e l’orgoglio”, presentata come una Cassandra. La stessa classe dirigente che ha brigato per desertificare il panorama satirico italiano si è scoperta paladina della libertà d’espressione (il culmine è la Santanchè che vorrebbe pubblicare CH in Italia). Ridicoli tromboni dichiarano lo stato di guerra, ma con l’elmetto sembrano ancora più stupidi di quanto già non siano. In Veneto una circolare della Regione chiede alle scuole di ottenere dai genitori musulmani la dissociazione dagli attacchi (questa in effetti potrebbe essere una cosa inedita). Altri riaprono i dibattito sui limiti della satira. Si invoca la revoca di Schengen.
Tutte cose che mi sembrano follia e reazioni isteriche e scomposte che sono l’ultima cosa di cui dovremmo avere bisogno.
Dopo l’11 settembre 2001, Susan Sontag scrisse una cosa del tipo “Va bene, piangiamo tutti insieme, ma cerchiamo di non essere stupidi tutti insieme”.
Se la Fallaci avesse avuto ragione, dal 2001 a oggi l’intera Europa dovrebbe essere un campo di battaglia. O, quantomeno, il 7 gennaio 2015 Parigi avrebbe dovuto essere sconvolto da centinaia di attacchi simultanei. Invece no. La guerra che l’Islam starebbe portando in Europa è fatta di una manciata di attentati in 13 anni, che non sembrano granché incitare le comunità islamiche residenti all’insurrezione. Del resto, se così fosse, gli assalitori di Parigi sarebbero potuti scomparire inghiottiti dalla solidarietà della comunità islamica, come succede in Italia ai killer di mafia e camorra nel loro territorio. Se volete pensare, come Salvini, che il kebabbaro sotto casa vi sgozzerebbe come un agnellino, fate pure: ma ricordatevi che la paranoia è una malattia mentale per la quale dovreste cercare aiuto medico.
Tutto questo, ovviamente, non vuol dire dimenticare che esistono aspetti dell’Islam odiosi che sono gioiosamente abbracciati da musulmani in tutto il mondo e, soprattutto, che esistono realtà islamiche mostruose come ISIS o Boko Haram, la cui visione del mondo ha effettivamente dichiarato guerra alla mia. Per quanto riguarda questi ultimi, però, mi sembra che a oggi le loro principali vittime siano, fosse anche solo per una ragione geografica, altri musulmani, considerati “non abbastanza musulmani” (poi vi chiedete dove sta l'”Islam moderato”) o musulmani in modo sbagliato.

Salvini, Le Pen, la Fallaci e tutti quelli come loro non sono parte della soluzione: sono parte del problema. E i tre giorni di Parigi sono stati per i partiti di destra un dono dal cielo (senza cadere in dietrologie, credo sia abbastanza evidente). Ma più razzismo, più intolleranza, più diffidenza, sarebbero un dono dal cielo anche per i loro “avversari”, dei quali in realtà hanno un gran bisogno per fomentare la paura su cui si basa il loro consenso.

(L’ultimo pensiero è per gli scemi che sostengono che il video dell’uccisione del poliziotto davanti a Charlie Hebdo sarebbe un falso perché la testa non esplode come in Call of Duty: curatevi e/o cercate cosa ha da dire chi ha un minimo di infarinatura di balistica)

8 commenti

Archiviato in politica, società

Long story short: Renzi mi ripugna.

guy-fawkes-the-last-man-to-enter-parliament-with-honest-intentionsUna volta su questo blog si parlava abbastanza di politica (una volta su questo blog c’erano dei post in generale, ma questo è un altro paio di maniche).
Adesso non più perché è un periodo che va così. Però oggi il ripugnante Alfano che si presenta in parlamento (giusto nel giorno in cui si ricorda “l’unica persona a entrare in un parlamento con delle intenzioni oneste”*) a mentire con la strafottenza degli impuniti ha fatto traboccare la classica goccina.
Quindi ecco, lo metto giù per bene: Renzi mi ripugna.
Mi ripugna come odiavo il fratello maggiore suo coetaneo di un mio amico che ci pigliava per il culo perché era lui grande (e un giorno che ha preso botte da della gente più stronza di lui credo di avere almeno sorriso).
Mi ripugna il suo misto di vuoto modernismo dietro a cui si nasconde neanche troppo una squallida democraziacristiana versione Jonathan Ive.
Mi ripugna il suo governo.
Mi ripugna il suo fregarsene delle regole all’epoca delle primarie (quando cercò di forzare il regolamento a suo favore per favore votare al ballottaggio anche chi non aveva votato al primo turno).
Mi ripugna il suo palco della Leopolda (povero Leopoldo II, era pure un brav’uomo) con lo scaffale Ikea con su un numero di Wired Italia con in copertina Bill Gates.
Mi ripugna.

Ecco, ora che l’ho detto possiamo tornare alla non-regolare programmazione.
(E ‘sti gran cazzi, immagino. Lo so, però dovevo levarmi questo sassolino dalla scarpa)

* Che poi mi domando quanti sappiano chi era davvero Guy Fawkes (un cattolico che voleva riportare l’Inghilterra nella sfera di potere del papato; e tra l’altro poco più che un manovale sacrificabile in tutta la faccenda), al di là del simbolo.
Poi va beh, io al vecchio Guido gli voglio bene per il figurone che mi ha fatto fare con Umberto Eco.

Lascia un commento

Archiviato in politica