Verso Oriente – da Lhasa a Gyantse (3)

La mattina del 16 agosto, dopo che ho malincuore rinunciato all’idea di andare a fare colazione al Summit Cafè, un clone di Starbucks di fianco all’albergo perché non ce l’avremmo fatta con i tempi, saliamo sul minivan per il primo giorno on the road del viaggio in Tibet. A questo punto del resoconto è chiaro che il titolo “verso Oriente” è sbagliato, perché in realtà tutto il nostro viaggio si è svolto verso Occidente. Ma quando ho iniziato a scrivere avevo in mente i Timoria e non c’è stato niente da fare.

Da oggi, per tre giorni, il parabrezza della macchina diventerà il filtro principale attraverso il quale guardare il Tibet che ci scorre davanti per alcune ore al giorno. La cosa più caratteristica di questo parabrezza sono 2-3 fori sui lati, che un giorno mi fanno chiedere scherzosamente se gli avessero sparato addosso. In realtà, sono più prosaicamente il risultato di sassolini che hanno colpito il vetro su uno sterrato.
L’altra cosa sempre davanti agli occhi, ipnotica, è un una sacchettina che penzola dallo specchietto retrovisore insieme a un artiglio di rapace legato a una cordicella. Insieme, i due oggetti danno vita a fantasiose coreografie che allietano i momenti meno entusiasmanti del viaggio.
In generale, si viaggia bene, su strade ben asfaltate e percorse per lo più da veicoli per il trasporto di turisti.

Credo che sia il fiume Lhasa, con bizzarri veicoli locali in primo piano.
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Verso Oriente – Lhasa (2.3)

Dopo un’altra colazione al ristorante cinese, partiamo sotto un cielo di piombo da cui ha iniziato a scendere la pioggia, prima sottile poi sempre più forte a mano a mano che ci allontaniamo da Lhasa. La nostra meta è il monastero di Ganden, uno dei tre grandi complessi templari che circondano Lhasa; gli altri sono Drepung (visto il giorno prima) e Sera (che invece non vedremo). 
Il mio umore, dopo una notte praticamente in bianco e una colazione non pienamente soddisfacente, è sotto le scarpe. Non riesco a recuperare un po’ di sonno neanche durante il trasferimento e quando scendiamo dalla macchina sta decisamente piovendo. Non solo: siamo anche parcheggiati parecchio lontani dal tempio, perché pare che mezza Lhasa stamattina sia salita qui sopra.
“Oggi c’è una festa” ci spiega Sangpo.

Intanto, però, mentre ci incamminiamo a piedi sulla strada, lungo la quale è parcheggiata una serie interminabile di auto di gente che è arrivata prima di noi, abbiamo una vista del monastero. Definirlo monastero è riduttivo, perché di fatto è un intero paese che spicca, bianco e rosso, su un versante del colle davanti a noi.
Gruppi di tibetani sono accampati, come per un picnic, incuranti della pioggia, sul declivio che sovrasta la strada; altri si incamminano più in alto per andare a stendere bandiere di preghiera sul crinale. Altre persone ancora hanno montato gazebo lungo la strada e stanno preparando del cibo.

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Verso Oriente – Lhasa (2.2)

Svegliatomi la prima mattina a Lhasa, dopo una notte di sogni agitati, scopro che lo stordimento che mi ha afflitto il giorno precedente è passato, tutto di botto. Senz’altro merito del dispenser di ossigeno della camera, un aggeggio che il buon Alec le Seur descriveva così quando era una novità assoluta nell’Holiday Inn di Lhasa a fine anni ottanta:

The gaseous mixture of oxygen-enriched air bubbled through the metal pipe into a small glass bottle of water, and when a tap on the bottle was turned, the mixture carried on through a green rubber pipe and out into the room.

Neanche il tempo di gioire di questa cosa e nella sala della colazione il buonumore mi si raffredda addosso.

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Verso Oriente – Lhasa (2.1)

Valigie di un certo livello, a Chengdu

Facendo per l’ultima volta colazione all’albergo di Chengdu in vista della partenza per Lhasa non sappiamo che stiamo per dire addio all’unica colazione pienamente soddisfacente della vacanza, almeno per i nostri palati occidentali (per cui va bene un po’ di salato di colazione, ma fermiamoci al bacon, formaggio e uova, toh, a farla strana se siamo sulle isole britanniche i fagioli – non un menu completo da ristorante cinese).
Risalendo in camera per lavarci i denti notiamo il povero Aron, che ci ha dato appuntamento alle 7 per la partenza, accasciato su una sedia nella hall. Cerchiamo di passargli davanti in punta di piedi per non svegliarlo, ma ha i super sensi da guida che gli impediscono di gustarsi quel microsonno.

All’aeroporto di Chengdu, dove Aron ci guida attraverso il check in e ci lascia solo alla coda per il controllo dei passaporti, scopriamo una misura di sicurezza che non avevo mai visto altrove. Dopo avere registrato il bagaglio da imbarcare nella stiva devi aspettare alcuni minuti per verificare che il tuo nome non compaia su uno degli schermi della vergogna, nel qual caso devi andare a sentire cosa c’è che non va con la tua valigia. Neanche a dirlo, secondo me ce ne andiamo troppo presto, ma Aron (che vorrebbe anche andarsene a dormire o a prepararsi per i suoi altri clienti) insiste che è tutto ok e che possiamo metterci in fila per i passaporti. Dove comunque c’è un altro schermo della vergogna, che controllo ossessivamente già immaginando chi interpreterà il mio ruolo nel film-denuncia sulla mia ingiusta decennale detenzione nelle carceri cinesi per non so quale infrazione (ovviamente, non ho niente nel bagaglio che possa creare problemi, ma non si sa mai).

Anzi, no. Qualcosa ce l’ha Lucilla. Ma, per ora, passa inosservato.

Passiamo i controlli sventolando il nostro permesso di viaggio in Tibet, che ci garantisce una pletora di timbri sulla carta d’imbarco, aspettiamo l’aereo, saliamo sull’aereo e alla prima montagna che si vede svettare all’orizzonte ci domandiamo se sia già l’Everest (…).

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Verso Oriente – Chengdu (1.2)

Abbandonati i panda e rifocillati, ci dirigiamo verso il tempio buddista di Wenshu Yuan, il primo di una lunga serie che ci attenderà nei giorni futuri.
All’ingresso facciamo la nostra conoscenza con una delle figure cardine della successiva tappa tibetana, il Buddha del futuro, Maitreya. La questione è leggermente complicata. Quello che conosciamo tutti è il cosiddetto Buddha storico, Siddharta, che è quello del presente. Secondo alcune tradizioni buddhiste, si tratterebbe però del 28° Buddha, mentre altre ne riconoscono solo sei prima di lui – però il terzo è in realtà il millesimo e ultimo illuminato di un eone precedente. Per non addentrarmi in un terreno che richiederebbe ANNI di studi e rischiare di dire sciocchezze la chiudo qui.
A ogni modo, il Buddha del futuro sarà quello che porterà pace e armonia e probabilmente regnerà sul mondo. Come si può facilmente immaginare, nei secoli passati di tanto in tanto qualcuno, nel mondo buddhista ha cercato di farsi proclamare incarnazione di Maitreya per supportare il proprio potere, con scarsi risultati. Ma non solo nel mondo buddhista: nel 1955 Ron Hubbard, il fondatore di Scientology, scrisse un poema in cui lasciava intendere di avere tutti i requisiti per essere lui Maitreya.

Maitreya, nella versione trovata in una sorpresa in Giappone (quello dietro è il demogorgone) che riproduce una famosa statua che si trova là
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Verso Oriente – Chengdu (1.1)

SPOILER!

Chengdu.
Quarta città più popolosa della Cina (14 milioni di abitanti, più o meno come Lombardia e Piemonte messe insieme in poco più di due volte la superficie della provincia di Roma).
Capoluogo del Sichuan, provincia cinese rinomata per la sua cucina.

Una città dove puoi arrivare in mobike da Bologna, per giunta

Che cosa ci facciamo a Chengdu, in coda all’aeroporto per il controllo passaporti allo sportello per stranieri, dove siamo solo io, Lucilla, alcuni pompieri irlandesi e un paio di italiane?
Andiamo in Tibet. E poi in Nepal.
Che era, al contrario, il piano originale: andare in Nepal, andare in Tibet, tornare in Nepal, ripartire.
Ma c’è il piccolo problema che, anche se lo chiamiamo “Tibet” e ci sono le guide come se fosse uno Stato indipendente, il Tibet è una provincia della Cina, la regione autonoma del Tibet, istituita nel 1965, per formalizzare l’annessione del 1950 – dopo 39 anni di autonomia del Tibet dalla Cina. Siccome la situazione tibetana è da sempre molto delicata, tra spinte autonomiste e indipendentiste, la Cina – pur rendendosi conto del valore turistico della zona – ha messo una serie di rigidi paletti per il turismo in Tibet. Uno di questi è che gli stranieri possono entrarci solo se hanno una guida e un altro è che, per entrare in Tibet dal Nepal, via terra o in aereo, bisogna essere in un gruppo di almeno cinque persone della stessa nazionalità, altrimenti il permesso di viaggio viene rifiutato. Se però si entra in Tibet da un’altra provincia cinese, via terra o via aereo, non c’è problema.
Quindi, Lucilla e io siamo stati costretti a rivedere il nostro piano iniziale. E Chengdu sia.
A questo punto, mentre siamo in coda per il timbro di ingresso sul passaporto, è anche bene ricordare che chiedere un visto per la Cina è comunque un’operazione che, a noi europei abituati a gironzolare per mezzo mondo un po’ come ci pare, appare fastidiosa: ci sono moduli da consegnare all’ambasciata o ad agenzie che facciano da intermediari, prenotazioni aeree e di alberghi da presentare per dimostrare che a un certo punto te ne vai davvero a casa. Se poi per sfiga hai un timbro turco sul passaporto (come me), devi dichiarare quanto sei stato in Turchia, dove e perché. Il visto cinese, quando arriva, è un bell’adesivo che occupa una pagina intera, mentre quella di fronte deve restare vuota per accogliere gli agognati timbri.
E una volta che hai il visto, se vuoi andare in Tibet, non è finita: con quello, la tua agenzia di viaggio (noi ci siamo affidati all’ottima Navyo Nepal Discover Asia) può richiedere l’agognato Tibet Travel Permit.
Se si pensa che per secoli Lhasa è stata una delle città meno accessibili del mondo (fino a che nel 1904 gli inglesi non si sono aperti la strada a forza in Tibet, come raccontato in un bellissimo libro di Hopkirk, Alla conquista di Lhasa, che documenta tutti i tentativi degli occidentali di farsi strada fino alla capitale dei Lama), in fondo i cinesi hanno fatto del loro meglio per mantenere viva – almeno – questa tradizione tibetana.

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Ritagli

Squisitamente adolescenziale (cit.): Un po’ di citazioni da romanzi, saggi e racconti letti negli ultimi

Dorso di carta

Ogni tanto finisco sulla pagina dove Amazon conserva tutto quello che ho sottolineato sul kindle (se siete curiosi di trovare la vostra, l’indirizzo è questo: https://read.amazon.com/notebook). Di seguito, alcuni delle mie sottolineature, senza un criterio particolare (anzi, sì: una ha ispirato un passaggio di Nuovo Mondo).

«Non mi piace la parola stupido», disse come ringhiando. «Dovrai abituarti. È la parola che uso di più quando parlo con uno stupido.»

Giorgio Scerbanenco, Il Centodelitti

Not liking the Beatles was almost as bad as not knowing about them at all.

Joe Hill, Horns (La vendetta del diavolo)

Cosí vedevo quell’essere informe e butterato prendere un tizzo spento dal camino e con quello vergare una rozza falce e martello sul muro della sua stanza: mentre era all’opera pensavo alla brutta e burocratica faccia di Togliatti, perché le facce sono facce e non mentono, e se c’era uno che aveva una faccia…

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