Chile (7) – Interludio a Santiago

P8190988.jpgA separare il soggiorno nel deserto di Atacama e quello sull’isola di Pasqua abbiamo infilato una mezza giornata a Santiago. Io ero convinto di avere prenotato un albergo dentro all’aeroporto, in realtà scopriamo che si trova a qualche chilometro da lì, in mezzo al niente.
È uno di quegli albergoni di catena che la gente prenota unicamente perché arriva con un aereo tardi o deve ripartire presto il mattino dopo; ci appioppano una stanza con due letti matrimoniali, il secondo dei quali diventa quello per gli zaini (perché è giusto che anche loro possano riposarsi.

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Per un fascismo presentabile

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Ogni anno, da tempo, orde di fascisti si radunano a Predappio per commemorare la marcia su Roma nel paese natale di Mussolini, che ci è pure sepolto.
È un evento per lo più ignorato dall’informazione e dal “grande pubblico”, se non come nota di colore. Ovviamente, già l’idea che esista una tomba di Mussolini sulla quale tutti i nostalgici della dittatura possono andare a commuoversi davanti ai resti di quello che hanno fermato mentre scappava dall’Italia fingendosi un soldato tedesco ubriaco (e hanno avuto il buon gusto di fucilarlo prima che ce lo fossimo trovato una decina d’anni dopo in parlamento) è folle. La storia delle vicissitudini della salma di Mussolini tra il 29 aprile 1945 e il 1 settembre del 1957 riassume in sé tutta l’ingombrante presenza dei fascisti nella Repubblica negli anni successivi alla guerra (e dopo). Un bignami parzialissimo è la voce su Wikipedia, ma andrebbe letto il libro di Sergio Luzzatto, Il corpo del duce, per avere il quadro completo.
Un reportage su cosa sia Preadappio oggi l’ha scritto Wu Ming 1 e si intitola Predappio Toxic Blues.

A Predappio, tutto l’anno, si vende roba così. Foto di Jadel Andreetto da Predappio Toxic Blues, su Giap.

Quest’anno, però, ha fatto molto rumore un articolo dell’inviato di Repubblica, che riportava la presenza di un’ex candidata sindaco di Forza Nuova di Budrio, nel bolognese, che sfoggiava una maglietta con il logo “Auschwitzland” che riprendeva quello di Disneyland. 44916379_10155473138731650_3651130403881746432_n.jpg

Questo fatto, coerentemente con quando già teorizzato da Zerocalcare in una storia per L’espresso da cui viene la vignetta qui sopra, sembra avere acceso qualche scintilla di indignazione nell’opinione pubblica, che di colpo sembra avere scoperto quello che succede a Predappio.
Sembra.
Perché mostrando una straordinaria capacità di ignorare il quadro generale per fissarsi sul particolare, l’attenzione si è concentrata solo sulla persona in questione e la sua maglietta, con il consueto copione di battute, battutine, fotomontaggi, una spruzzata di insulti sessisti (che fanno sempre fine). Al momento in cui scrivo la personalizzazione è arrivata al punto che lei (dalla quale hanno preso le distanze sia Forza Nuova sia Casa Pound*, per giunta) rilascia interviste in cui dà la colpa allo stress che le ha fatto mettere la prima maglietta che le era capitata, senza neanche farci caso (un po’ come quel calciatore che a Marzabotto ha festeggiato un gol facendo il saluto rimano e levandosi la maglia della squadra per mostrare quella che aveva sotto, che – SFIGA! – aveva l’aquila della RSI stampata sopra).
Immagino che a breve la vedremo invitata in televisione a spiegare il suo guardaroba.

Cosa rimane sullo sfondo?
Il contesto. La parata di centinaia, forse migliaia, di sfigati che inneggiano alla dittatura diventa una tapezzeria un po’ folcloristica, in una specie di tableaux vivente del mito del “buon italiano e del cattivo tedesco”, nel quale è comprensibile e accettabile celebrare la marcia su Roma e la presa del potere da parte dei fascisti. Ma, per carità, che cattivo gusto quella maglietta!
Auschwitz e il suo sistema industriale di distruzione degli esseri umani sono, dal punto di vista storico, la logica conseguenza della marcia su Roma, sono il punto più alto dell’infezione fascista che si sparse dall’Italia in tutta Europa, assumendo in ciascun Paese caratteristiche diverse per adattarsi e sopravvivere.
Non è possibile continuare ad accettare questa rimozione, conscia e inconscia, individuale e sociale, del ruolo giocato dall’Italia nella prima metà del Novecento.
Quella maglietta era agghiacciante, ma era sfoggiata in un contesto altrettanto agghiacciante, che invece sta passando in cavalleria, dopo decenni ormai di aperta apologia del fascismo da parte di giornalisti, politici, creatori di bufale, semplici cretini.

* Forza Nuova organizza ogni anno il raduno fascista. La presa di distanza di Casa Pound fa parte delle differenze tra FN e loro. In sintesi, FN è tecnicamente neo-fascista, si rifà cioè all’esperienza della destra fascista post-mussoliniana, che ha sempre vissuto con il culto del Grande Morto. Quelli di CP invece sono più legati al fascismo in sé, cercano almeno all’esterno di proiettare un’immagine più sgamata e proiettata nel futuro (il famoso “fascisti del terzo millennio”), meno legata a quella nostalgia che è invece il core business dei loro rivali forzanuovisti. Poi, certo, fanno i superiori ma quando gli tocchi il DVCE si arrabbiano pure loro e fanno gli scherzoni.

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Chile – 6 – Atacama (4)

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La cosa migliore dell’ultima escursione nei dintorni di San Pedro di Atacama è questa: si parte alle 8.30 e non nel cuore della notte.
Per giunta, quando arriva il minivan scopriamo che la nostra guida è di nuovo Pablo, con cui ci eravamo trovati un sacco bene e con cui ci fa piacere chiudere il ciclo desertico della vacanza.
Tutto bene-bene, quindi?
Insomma: c’è un po’ di timore perché oggi arriveremo fino a 4.800 metri e il giorno prima Lucilla sopra i 4.000 ha sofferto un po’ e perché l’escursione viene presentata come la più avventurosa tra quelle offerte da Cosmo Andino. Ma soprattutto c’è molto timore quando Pablo ci saluta e ci dice: “Oh, oggi siete quasi tutti italiani!”
“Buona fortuna,” gli rispondo io, ma in realtà è a me che la auguro.
Però, spoiler, per fortuna andrà benissimo perché i compagni di escursione sono:
– la coppia di signori milanesi con figlia con la quale già avevamo fatto un’escursione, assolutamente piacevoli;
– una famiglia con padre olandese, madre torinese e due bambini sabaudo/neederlandesi;
– una coppia trentenne di nuova borghesia borghesia cinese da manuale.

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In primo piano, un’animita abbastanza minuta

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Chile – 5 – Atacama (3)

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Non giriamoci attorno.
Nulla fa più “vacanze” di quei momenti in cui sei a 4.300 metri d’altezza, sono passate da poco le 7 del mattino, fuori ci sono dodici gradi sotto zero e prima di scendere dal minivan la guida sta spiegando che cosa fare se qualcuno viene investito da un getto di acqua rovente (mi pare che l’importante fosse avere abbastanza salsa verde, ma potrei sbagliarmi).
Tutto questo succede quando siamo arrivati alla zona di geyser nota come El Tatio, a un’ottantina di chilometri da San Pedro de Atacama, sulle Ande.
El Tatio (a parte l’articolo, il nome è in lingua atacamena e sembra che significhi qualcosa come “il forno”, oppure “apparire”, ma forse anche “scottatura” o “nonno”) è la zona di geyser più grande di tutto l’emisfero australe, con un’estensione di ben 30 kmq. È anche quella più alta al mondo (insieme a un’altra in Bolivia) e circa l’8% di tutti i geyser conosciuti al mondo si trovano in questa zona. Continua a leggere

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“io non ti ho detto niente, ma…”

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Nella mia brevissimissima esperienza da apprendista giornalista durante l’estate del 2005 a Bologna ho avuto modo di vedere da vicino un “fuori microfono”.
Dopo un consiglio comunale l’allora sindaco Cofferati si fermò fuori dal suo ufficio a rilasciare dichiarazioni ai giornalisti. Io ero lì, con il tizio del giornale al cui seguito ero quel giorno. Non ricordo assolutamente quale bega cittadina fosse in corso, ma mi pare di ricordare vagamente che un assessore avesse una posizione diversa dal resto della giunta. Il sindaco fece la sua dichiarazione, poi aggiunse, “oh, ora questo ve lo dico, ma a taccuini chiusi”. Come un sol uomo tutti, compresi quelle delle testate che ogni giorno sparavano a palle incatenate sulla giunta, chiusero fisicamente i taccuini. Non ricordo neanche in questo caso i termini esatti, ma Cofferati fece un qualche commento sui motivi del dissenso dell’assessore meno diplomatico di quello ufficiale e che aggiungeva un qualche piccolo retroscena, vero o presunto.
Il giorno dopo, nessuno scrisse nulla.
Questo, credo, perché esiste un certo terreno comune tra politica e informazione, visto che in fondo ciascuna delle due parti ha in qualche misura bisogno dell’altra e c’è quella complicità che si crea quando si lavora bene o male insieme e ci si scambia informazioni dietro le quinte con toni che non sono assolutamente quelli che si usano in pubblico.
Quella stessa estate, ricordo, Nicola Imberti, allora stagista nella redazione del Tempo, creò uno sconquasso in Alleanza Nazionale, riportando i commenti che alcuni vertici del partito si scambiavano in un locale a proposito di Gianfranco Fini. O almeno questa era la versione della storia come veniva raccontata, perché ovviamente non è che un praticante decide lui se una conversazione orecchiata per caso finisce in pagina. Però “funzionava” l’idea che fosse uno ai margini del sistema a sparigliare le carte in tavola.

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Chile – 4 – Atacama (2)

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Saluti da Socaire

Prima che sorga il sole, San Pedro de Atacama già brulica di vita.
Se si pul definire “vita” il via vai di minivan che fanno la spola da un albergo all’altro a raccogliere i turisti. I più furbi aspettano il suono del clacson dentro, al calduccio delle loro stanze (qualcuno direttamente a letto, dove dorme ancora, e bisogna tornare a prenderlo dopo). Altri, invece, li vedi battere i piedi e i denti per il freddo fuori dal portone. Tipo noi.
Si sa come vanno queste cose. Ti dicono che passeranno a prenderti tra le 6.30 e le 7.10, quindi metti la sveglia alle 5.30 per essere a fare colazione alle 6. La colazione è un momento molto surreale, intanto perché tutti gli alberghi o simili di San Pedro te la servono a partire dalle 4.30; in secondo luogo perché la signora ti illustra che cosa puoi prendere ed è tipo “ecco, qui c’è l’acqua calda, lì le bustine di tè, qui il caffè solubile, il cacao, le foglie di coca”. Tu annuisci, uomo di mondo, e guardi quel barattolo pieno di foglie mezze secche come se fossi Pablo Escobar e fossi abituato a valutare la qualità di intere partite solo con un’occhiata. Però sai benissimo che quella stessa foglia, che qua e in altri paesi dell’America Latina è assolutamente legale (fino a che non la usi per produrre cocaina), è illegale più o meno in tutto il resto del mondo.

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Ponte

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Ponte è uno strepitoso racconto di Alan D. Altieri, incluso nella raccolta Armageddon. È un curioso caso di thriller ingegneristico, perché racconta della costruzione di, appunto, un ponte, che diventa un simbolo della lotta tra l’ingegno dell’uomo e le leggi della Natura (con complicazioni). Il titolo della raccolta in cui è inserito potrebbe darvi un’idea di come vada a finire.

Un ponte è, ridotto all’osso, una struttura molto semplice. Diciamolo con la Treccani:

pónte s. m. [lat. pōns pŏntis]. – 1. a. Manufatto di legno, di ferro, di muratura o di cemento armato che serve per assicurare la continuità del corpo stradale o ferroviario nell’attraversamento di un corso d’acqua, di un braccio di mare, o di un profondo avvallamento del terreno.

I ponti sono quel genere di cose che nella nostra vita diamo un po’ per scontate e della cui esistenza ci rendiamo conto quando ci mancano. Per esempio, io mi sono sempre domandato quanto ci mettano i veneziani di laguna a imparare la disposizione dei ponti a loro disposizione per muoversi da una parte all’altra della città.
Oppure, a Genova.
A Genova, forse lo avrete sentito, c’era un gigantesco ponte autostradale che scavalcava il fiume (torrente) Polcevera, appoggiandosi a un paio di condomini, e che permetteva agli automobilisti di attraversare la città senza doverci entrare. Il che, per una città lunga e stretta, ne converrete con me, era un bonus non indifferente.
Il 14 agosto, una parte di questo ponte, che quel giorno ho scoperto chiamarsi ponte Morandi, è crollata. Ha ucciso 43 persone, ne ha ferite non so quante e ha scaraventato Genova, suo malgrado, sul palcoscenico nazionale.
Dal 14 settembre, il riassunto è questo:

Come vedete, non passa quasi giorno che non si senta qualche proclama su questo belin di ponte da rifare. L’arrivo del concentratissimo Toninelli ha portato il tutto su un piano astrale folle, quello del ponte autostradale come luogo di incontro. Come il ponte di Galata (un quartiere, per inciso, costruito dai genovesi) sul Bosforo a Istanbul. Uguale.
Ora, non è che il principio non sia brutto. Sarebbe bello se la tragedia diventasse occasione per fare qualcosa di più bello di quello che c’era prima. Sarebbe anche bello se Genova potesse trasformare il caos del traffico che dal 14 agosto attanaglia il Ponente in un’opportunità per pensare un nuovo modello di viabilità cittadina, di utilizzo dei mezzi pubblici.
Sarebbe tutto bellissimo, ma intanto la cosa che va fatta più in fretta è costruire un altro ponte che svolga le stesse funzioni di quello che ora non si può più usare.
Mentre scrivo, sembra che lo scoglio delle coperture finanziare sia stato superato e che non manchi molto a un decreto che permetta di inandiare la ricostruzione.
Inandiare, non cominciare. Inandiare è un verbo del genovese italianizzato che significa, più o meno, “iniziare a preparare”. È un concetto molto genovese, con la sua piccola prudenza e seraficità.
Vedremo come andrà a finire, ma intanto vorrei ricordare una cosa che, mi pare, nessun commentatore ha finora ricordato.
Nell’archeologico V Day dell’8 settembre 2007, in piazza Maggiore a Bologna, si parlò di edilizia pubblica. C’ero (come spettatore più che come partecipante) e ci scrissi un post*, in cui ricordavo così la faccenda:

Tra gli interventi che mi sono piaciuti di più, quello di un architetto (Massimo Majowiecki) che denunciava come l’edilizia pubblica (ponti, edifici per istituzioni, ecc) si orienti su soluzioni di design arditissimo che, se da un lato possono dare lustro e fare tanto avanguardia, dall’alto costano uno sproposito perché è ovvio che se fai un ponte con i sostegni fuori asse farlo stare in piedi non è semplicissimo. Non ho nulla contro soluzioni di design avveniristico, però in effetti pagare un viadotto sei volte di più di quello che potrebbe costare perché un architetto fighetto ha deciso che la linea più breve per andare da A a B è una curva e non una retta, fa un po’ girare i coglioni.

(L’architetto era Massimo Majowiecki, che è presente tra gli intervistati dal New York Times nell’inchiesta sul crollo del ponte Morandi)
All’epoca, insomma, Grillo sembrava sostenere l’idea che un ponte serva per andare da A a B e non che sia una specie di polo multifunzionale (in mezzo al nulla).

Ma, di nuovo, quello che serve ora a Genova, e in fretta, è un ponte. Che risolva – con le conoscenze di quasi sessant’anni dopo – i problemi che avevano spinto l’ingegner Morandi a progettarlo in quel modo, con quei materiali e in quel punto.
Tutto il resto, le grandi opere che possano riqualificare pezzi di città, sono idee bellissime ma che non c’entrano nulla con un ponte autostradale che – per una sciagurata idea dell’epoca – passava sopra ad alcuni condomini civili.
Se ne siete capaci, fatelo nelle città che già amministrate.
Fatevi venire delle grandi idee per Roma, invece di gestirla come fosse Pavullo e annunciare trionfanti se avete riasfaltato una strada.
A Genova serve concretezza. E serve ora.
Volete dimostrare di sapere fare qualcosa o preferite prendervela con i poveracci (che tanto è a costo zero)?

 

* Nello stesso post scrivevo anche:

Più realisticamente, però, trovo inevitabile che da questo movimento nasca prima o poi una qualche forma di forza politica organizzato. Un partito, anche se a dirlo sabato in piazza si rischiava il linciaggio. A meno che qualcuno non decida seriamente di imbarcarsi in imprese disperate, l’unico modo per avere influsso sul sistema è entrare a farne parte, ci sono pochi cazzi. Prendete la Lega. Quando Bossi anni fa raccontava di avere fermato migliaia di valligiani bergamaschi pronti a scendere in armi contro Roma sicuramente raccontava una balla. Ma forniva anche un efficace racconto mitico (in senso classico) sul senso della Lega: un movimento nato sotto il segno dell’antipolitica che per far valere le proprie ragioni (chiamiamole così) si è costituito in partito e non si può dire che non si sia tolto le sue soddisfazioni.
Con buona pace degli idealismi, del radicalismo e delle grandi aspirazioni, secondo me lo sbocco naturale sarà questo (e del resto, come dice Serra, se raccogli firme per una legge…), con tutte le incognite e conseguenze del caso. Staremo a vedere che cosa ne verrà fuori, se qualcosa ne verrà mai fuori o se tutto si frantumerà al primo avvistamento della politica ufficiale.

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