L’ignoranza è una trappola

Il modello – ideale – degli stati moderni si basa sulla sinergia tra tre elementi:

  • L’istruzione, che forma cittadini in grado di formarsi un’opinione analizzando le nozioni che riceve dall’informazione, al fine di votare con la maggiore consapevolezza possibile per i propri rappresentanti nelle istituzioni;
  • L’informazione, che contestualizza la propaganda prodotta dai partiti politici, la analizza, la verifica e fa da “cane da guardia” al potere. Lo Stato sostiene il sistema dell’informazione di diversi orientamenti politici, al di là del mercato, perché è dal mosaico risultante che viene fuori qualcosa il più vicino possibile alla “verità” (con tutte le virgolette del caso)
  • La politica, nel senso dell’insieme dei partiti, organizzazioni finalizzate a fare eleggere i propri rappresentanti per poter prendere decisioni per il benessere dello stato – a seconda della propria visione del mondo.

Li ho elencati da quello di livello più elementare a quello più alto. Va da sé che se si demolisce il primo livello, poi vacilla tutto il resto.
Per esempio, nel momento in cui si dà un valore strumentale all’ignoranza, intesa come richiamo reazionario al ridurre tutto il mondo alle proprie intuizioni e pulsioni, si fa passare l’idea che l’istruzione sia un trucco per mistificare il naturale stato delle cose. È uno dei grandi trionfi della destra, da sempre: far passare le proprie idee reazionarie e conservatrici come “naturali” e tutto il resto come sofisticazione. Ed è quello che fanno le varie pagine FB dedicate all’ignoranza, che creano un umorismo tutto basato sull’idea che ci siano cose “sane e buone”: a tutti piace mangiare carne, a tutti piace fare commenti pesanti sulle donne, a tutti piace risolvere i problemi tirando dritti (la campagna “bomberista” di Gilette Italia), a tutti piace prendere in giro i “marocchini”, i negri, le femministe, gli slavi, ecc. È la stessa palude in cui sguazza la propaganda del ministro degli interni sul web.

Oggi, in un’intervista a Repubblica, lo spiegano benissimo due illuminati maestri della complessità culturale del mondo contemporaneo, Dolce e Gabbana.

Ovviamente, è una cazzata. È chi non sa che, per definizione, è più probabile che cada vittima dei propri preconcetti. Come appunto ci hanno mostrato splendidamente i due stilisti con l’epocale campagna pubblicitaria cinese, una vicenda dalla quale non hanno evidentemente capito nulla.
Spiace anche che la loro sparata venga presa così, acriticamente, e diventi una “provocazione” con tanto di titolone; spiace perché è segno di un giornalismo che non si accorge nemmeno di chi sta lavorando, consapevolmente o meno, per scavargli la fossa.

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Metal sotto l’assedio (sul serio)

Se si pensa a rockstar occidentali legate all’assedio di Sarajevo probabilmente il primo nome che viene in mente è quello degli U2; a Bono e soci va in effetti riconosciuto il merito di avere cercato di tenere viva l’attenzione dell’occidente su un massacro del quale di fatto importava molto poco a tutti. Durante lo ZooTV tour del 1992/1993 avevano un collegamento satellitare con la città sotto assedio, finanziarono un documentario sull’assedio e cercarono di organizzare un concerto a Sarajevo – senza però riuscirci fino a ben dopo la fine dell’assedio.
Noi italiani poi ricordiamo certamente i due concerti “Rock sotto l’assedio” di Vasco Rossi a San Siro, nel luglio del 1995, aperti da band provenienti da Sarajevo (ignorate se non peggio dal POPOLODIVASCO) – anche per le polemiche sul fatto che l’incasso rimase nelle tasche di Vasco, che però mandò comunque degli aiuti in un secondo tempo.
Quello che i più ignorano è che ci fu davvero qualcuno che entrò a Sarajevo durante l’assedio per offrire ai ragazzi assediati un concerto come quello che i loro coetanei del resto del mondo potevano ascoltare. E quel qualcuno fu Bruce Dickinson.

La foto viene dal blog di Chris Dale

Un paio d’anni fa, quando andai a Sarajevo, una delle guide che ci portò in giro fece il suo nome, ma senza particolare enfasi, al punto che avevo pensato avesse fatto, come gli U2, un concerto dopo la fine dell’assedio. Del resto, all’epoca dell’assedio leggevo riviste metal e non ricordavo di averne letto nulla; nemmeno nelle interviste negli anni successivi a Bruce Dickinson, una delle persone più in vista del mondo del metal e non solo (ai media generalisti piace molto il fatto che piloti anche aerei di linea), mi sembrava di averne mai letto qualcosa.
Fino a che non è stata annunciata la pubblicazione del documentario Scream for me Sarajevo, che racconta appunto di quando Bruce Dickinson e la sua band si ritrovarono, nell’inverno del 1994, a tenere un concerto sotto le bombe. Cosa che per un cantante soprannominato in tempi non sospetti “air raid siren” in effetti è piuttosto naturale.

Breve riassunto per i non iniziati: Paul Bruce Dickinson entra nel 1981 negli Iron Maiden, un gruppo metal inglese con due dischi all’attivo molto buoni registrati con il loro primo cantante, Paul Di’Anno. Con la sua voce, la sua presenza scenica e il suo interesse per la storia e le tematiche occulte, i Maiden trovano il tassello mancante per perfezionare un modello di metal che, nel giro di un paio d’anni diventerà un archetipo e culminerà nel 1984 con il disco Powerslave e il tour successivo che, con il disco dal live Live after death, è un po’ la summa del metal “classico” anni ottanta. Intanto però Bruce inizia a stufarsi, vorrebbe fare cose nuove, i rapporti con il bassista e leader del gruppo Steve Harris si incrinano e nel 1993, dopo un ultimo tour da separati in casa, se ne va dal gruppo (un evento che i fan vissero con la stessa serenità delle fan dei Take That all’uscita di Robbie Williams dal gruppo – non senza una certa dose di preveggenza, ma questa è un’altra storia).
Nel 1994 pubblica un disco solista, Balls to Picasso, poi mette in piedi una band per il tour, nella quale suona anche un batterista italiano.

Il documentario Scream for me Sarajevo ricostruisce la storia di questa esibizione fuori dal mondo – letteralmente – attraverso le interviste a musicisti e fan di Sarajevo, allo stesso Bruce Dickinson, al bassista Chris Dale (che già aveva raccontato la vicenda in una serie di articoli molto intensi e che consiglio di leggere), al batterista Alex Elena (oggi anche fotografo), al maggiore dell’esercito inglese Martin Morris (l’uomo che ebbe l’idea di organizzare il concerto), il negoziatore dell’ONU Trevor Gibson (che si occupò della sicurezza durante la permanenza in città; è suo malgrado famoso per essere ritratto nella tremenda foto di un bambino di 7 anni ucciso da un cecchino sotto i suoi occhi) e altri – compreso un fan di Mostar che cercò di raggiungere Sarajevo per il concerto ma fu costretto a tornare indietro (misteriosamente assente invece il chitarrista Alex Dickson).
Alternando spezzoni d’archivio alle interviste, la narrazione parte un po’ piano (e dando per scontate molte delle coordinate socio-politiche dell’assedio), ma decolla quando si iniziano a mettere insieme i pezzi della catena di eventi che hanno portato il più famoso cantante metal del mondo a Sarajevo.

tra le cose improbabili, arrivare a Sarajevo su quel camion lì, di proprietà dell’associazione umanitaria Serious Road Trip (in primo piano, il maggiore Morris, mente dell’operazione) (foto dal blog di Chris Dale)

C’è una vena di Spinal Tap (uno dei film più realistici del mondo) quando si scopre che, in realtà, nessuno aveva ben chiara l’entità della tragedia in cui stavano andando a cacciarsi, accettando il concerto. Ma dall’arrivo a Spalato in poi, dove scoprono che non arriveranno a destinazione in elicottero come pensato ma via terra, il documentario diventa la storia della presa di coscienza dell’esistenza, a un passo dal resto dell’Europa di una realtà impossibile da immaginare, di una città i cui abitanti vivono fianco a fianco con la morte e la distruzione ogni istante. Una città per i cui abitanti gli scenari di distruzione di molto metal non sono un esercizio di stile ma la realtà quotidiana (c’è un passaggio molto intenso in cui un ragazzo spiega quanto sembrasse vicina Refuse/Resist dei Sepultura, per esempio). Ma anche una città nella quale, nonostante tutto, i giovani strappavano giorno per giorno una parvenza di normalità a quella situazione disperata, anche e soprattutto attraverso la musica, che arrivava tramite le radio e faceva da ponte con il resto del mondo.
Ricordo di avere visto in un museo di Sarajevo spezzoni del documentario Miss Sarajevo, quello finanziato dagli U2, e di essere stato annichilito da uno spezzone in cui dei ragazzini, miei coetanei, in una via devastata si mettevano a cantare All that she wants davanti alla macchina da presa – perché mi sono reso conto che negli stessi istanti in cui io potevo permettermi di considerarla robaccia c’erano altri per cui quella melodia appiccicosa era un momento di fuga dalla distruzione e, magari, l’ultima cosa che avrebbero mai ascoltato a seconda dell’umore di un cecchino cetnico (poi in tutto questo gli Ace of Base sono stati fondati da un nazista che magari in quei giorni avrebbe voluto essere pure lui a sparare sui bosniaci, ma è un altro discorso).
A ogni modo: del concerto vero e proprio non si vede molto, ma non è la cosa più importante. A detto degli stessi musicisti non è stato particolarmente indimenticabile per le loro performance e, come dice Dickinson, è stata l’unica volta che si è sentito davvero messo in soggezione dal pubblico. Nel senso che in quell’occasione si era ribaltato il tradizionale rapporto tra rockstar e spettatori: era lui a guardare i ragazzi che affollavano la sala come se fossero delle divinità in grado di fare cose fuori dal normale e appartenenti a un altro universo.
È forse un po’ meno toccante del previsto il ritorno di Bruce Dickinson a Sarajevo insieme al regista del documentario, con l’incontro di alcune delle persone presenti al concerto come spettatori o musicisti, ma forse più che altro perché il cantante è quasi in imbarazzo a prendersi la scena (è più sciolta invece la visita di Alex Elena e Chris Dale insieme al maggiore Morris – che a sua volta è un personaggio incredibile, un giovialone che poi butta lì, con il sorriso e parole pacate, che l’ONU aveva sbagliato tutto e avrebbe dovuto spezzare l’assedio con la forza).

Scream for me Sarajevo è un bel documentario, che dovrebbe interessare non solo gli amanti del metal o della musica in genere, ma che racconta una delle tante storie di quella barbarie che fu l’assedio di Sarajevo da un punto di vista inedito. È anche una testimonianza del potere della musica, al di là dello show business, di tenere insieme le persone quando tutto il resto fallisce.

Non mi sembra si trovi in streaming, se non a pagamento su iTunes, ma il dvd o blu ray è abbastanza facile da reperire, per esempio su Amazon (è un link sponsorizzato, se si acquista da lì io ricevo una piccola commissione – ma il prezzo non cambia)

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Inaudito

È andata così, che a un certo punto quelli di Casa Pound e Forza Nuova si sono resi conto che si candidano alle elezioni possono accedere a tutte le condizioni di visibilità che lo Stato garantisce alle varie liste elettorali.
Siccome da anni un sacco di gente teoricamente non fascista ha, in buona o cattiva fede non importa, contribuito a legittimare queste formazioni come interlocutori (per esempio, Mentana, Formigli e Parenzo, ma anche un’estenuante serie di rappresentanti del Pd, tra gli altri), nell’opinione pubblicata è percolata la convinzione che le manifestazioni di chi si incazza all’idea di avere raduni di fascisti nelle proprie città siano sfoghi di intolleranza oppure espressione di “opposti estremismi”.

Nella stessa settimana, a Bologna è andata in scena la replica di Roberto Fiore che parla protetto dalla polizia nel centro di Bologna – era già successo a febbraio del 2018 e allora la polizia di Minniti usò gli idranti – e a Genova Casa Pound ha fatto il suo debutto in pubblico in una surreale situazione di ordine pubblico che ha portato a chiudere un’intera piazza per il raduno di una trentina di “fascisti del terzo millennio” – praticamente una festa privata offerta dal Comune, con servizio d’ordine a cura della Questura.
L’ovvia manifestazione di protesta, che si è svolta a ridosso di uno degli accessi alla piazza, protetti da reti, è finita con le cariche della polizia, che hanno allontanato i manifestanti nella piazza sottostante e poi li hanno caricati di nuovo – una dinamica che ricorda le brillanti strategie del G8 del 2001.
Qui è successo il fatto inaudito: in una di queste cariche è rimasto coinvolto un cronista di Repubblica – Stefano Origone – che, caduto, è stato circondato da alcuni agenti e picchiato a manganellate e calci, fino a che un vicequestore non lo ha riconosciuto e ha fermato il pestaggio (si è dovuto fisicamente mettere in mezzo ai picchiatori, tra l’altro, non è bastato richiamarli). Il referto parla di due dita rotte, una costola andata e lividi su tutto il corpo, tra cui l’impronta della suola di un anfibio sulla schiena.
Giustamente, Repubblica ha denunciato con forza l’accaduto, dedicando alla vicenda il titolo di prima pagina di venerdì 24 maggio, ci sono stati comunicati della direzione e del cdr.
Il questore si è prodigato in scuse (nella stessa dichiarazione in cui parla di un manifestante “ostaggio” delle forze dell’ordine da difendere da un tentativo di liberarlo, una terminologia che lascia intuire che abbiamo qualche problema), è partita un’indagine della Procura (che non rispetta direttive europee secondo le quali non puoi chiedere all’oste se il vino è buono, ma va beh), il signor Ministro dell’Interno ha detto che sostanzialmente non gliene frega un cazzo ed è colpa dei centri sociali (ormai entità astratte buone per ogni cosa).

Ovviamente, in tutto questo c’è un aspetto paradossale.
Non è certo la prima volta dal G8 genovese (per usare uno spartiacque simbolico ma non poi così significativo, considerato per esempio quello che successe al Global Forum di Napoli solo quattro mesi prima, con un governo “di sinistra”) che un corteo viene caricato dalle forze dell’ordine e persone inermi vengono picchiate anche (e soprattutto) se non pongono alcuna minaccia. Tra l’altro, ormai da anni non si vedono più cortei che abbiano una prima linea preparata a reggere l’urto di una carica, con protezioni, scudi o altro, quindi ogni volta che i media parlano di “scontri” le immagini che girano sono sempre quello di agenti in antisommossa che menano gente disarmata e indifesa – salvo qualche eccezione.
Se non fosse stato coinvolto un giornalista dipendente di una testata (e non quindi un freelance, che come dice questo articolo erano la maggioranza in piazza – e probabilmente nella professione) semplicemente staremmo parlando di “scontri”. Del resto, nello stesso video in cui si vede fermare il pestaggio di Origone è visibilissimo all’inizio un analogo pestaggio (di almeno tre agenti) ai danni di una donna, bloccata contro il muro, che probabilmente si interrompe solo perché era stato interrotto anche l’altro – ma fa a tempo a prendere due manganellate pure mentre se ne va.

Quindi, sì, abbiamo un problema, ma ce l’abbiamo da tempo. Spiace che per accorgersene una parte del giornalismo abbia dovuto aspettare che ne facesse le spese un collega, indebolendo così una denuncia che rischia di passare ora come una difesa corporativa.
Anche di fronte a scivoloni come questo:

Nell’articolo di Massimo Calandri dedicato a Origone su Repubblica del 25 maggio viene riportata una dichiarazione di Giovanni Toti, governatore della Liguria, piena di falsità. Non sono state incendiate auto (!) né tantomeno devastata la città (l’unico danno alla città l’hanno fatto i lacrimogeni della polizia rompendo la vetrina di un bar – ma in generale la retorica del “ferro e fuoco” per qualsiasi manifestazione è vomitevole) e, da come è detto, sembra che Origone l’abbiano menato i manifestanti.
Non so se sia sciatteria nel riportare le parole di Toti o se non ci sia fatto neanche caso, però è paradossale che mentre si denuncia un attacco all’attività giornalistica si faccia del pessimo giornalismo, al livello della propaganda leghista di un Rixi qualsiasi.

Quindi, sì, abbiamo un grosso problema con la gestione dell’ordine pubblico (anche perché se è vero come dice il signor Ministro dell’Interno che in antisommossa ci mandano gente che di solito fa tutt’altro, anche in situazione delicate come queste c’è di che avere molta paura), però ce l’avevamo da prima che massacrassero di botte un giornalista e, probabilmente, ce l’avremo anche dopo che saranno state punite cinque “mele marce”.

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Non ce ne saremmo neanche accorti

Dopo essere stato, venerdì 10 maggio, al Salone del Libro, mi sono reso conto che, probabilmente, se Altaforte non avesse attirato su di sé l’attenzione millantando una presentazione del libri-intervista a Matteo Salvini, probabilmente la stragrande maggioranza dei visitatori quasi non avrebbe notato la sua presenza.
Sarebbe stato un altro stand base di 8mq, il modulo minimo dell’allestimento, con una posizione non male (praticamente all’ingresso dell’Oval – che per altro rispetto ai padiglioni della fiera era praticamente a Salice d’Ulzio), a cui dedicare magari un’occhiata distratta sulla strada per le cittadelle dei big.
Ma proprio perché la presenza di una casa editrice legata a un’organizzazione di stampo fascista sarebbe sembrata innocua è stato un bene che (seppure all’ultimo minuto e con motivazioni che hanno più a che fare con una sabauda “bella figura” che non con una decisa presa di posizione) ad Altaforte sia stata chiusa la porta del Salone.
Non preservarne la sacralità o cose del genere (quella vi saluta mentre prende i soldi degli editori a pagamento o dei corsi motivazionali), ma proprio perché è uno spazio pop e perché la presenza di CasaPound avrebbe permesso ai “fascisti del terzo millennio” di piantare un’altra bandierina nel loro percorso di accettazione nella società.
L’esclusione, che probabilmente frutterà alla casa editrice molto più di quanto avrebbero incassato con la vendita dei libri, ha poco a che fare con una censura a Salvini, come denunciato. Un libro firmato da Salvini (di cui si parlò anche parecchio per alcune cose accadute a certe sue copie) è saldamente nel catalogo di Rizzoli (e probabilmente era pure in vendita al loro stand); e comunque quella pubblicata da Altaforte non sarà certo la intervista encomiastica a un potente della storia dell’editoria italiana (per quanto la vicinanza di un ministro dell’interno a un movimento neofascista è invece un fatto nuovo e tutt’altro che rassicurante).
Semplicemente, qualcuno è stato finalmente costretto a prendersi la responsabilità di tracciare una riga per terra e dire “i fascisti no”.
Abbiamo iniziato con il Salone del Libro.
Sarebbe bello se la stessa consapevolezza si diffondesse in altri spazi, specie tra i voltairiani immaginari che in questi anni hanno retto il sacco a gente simile nel nome del “dialogo” e del “confronto delle idee”.
Non funziona così.

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State guardando il Salone dalla parte sbagliata

“Guardami mamma, mi intervistano alla radio e dico che sono fascista!”

La scelta del Comitato d’Indirizzo del Salone del Libro di Torino di non escludere la casa editrice Altaforte, diretta emanazione di CasaPound, è ormai passata in secondo piano rispetto alle successive dimissioni di Christian Raimo, le quali a loro volta hanno innescato quello che ora sembra una specie di derby dell’antifascismo tra (in primo luogo) gli autori che hanno scelto di non confermare la loro presenza al Salone e quelli che sostengono che non si debba abbandonare il campo.
Polemica scatenata da un appello di Michela Murgia che inizia nel peggiore dei modi possibili, cioè ridicolizzando la posizione di chi ha scelto di non partecipare (“Se Casa Pound mette un picchetto nel mio quartiere che faccio, me ne vado dal quartiere?”) e che forse poteva essere evitata con un minimo di coordinamento in più.

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La Banda delle Bende

MUSICA!

Nella vita ho sempre immaginato che prima o poi in libreria ci sarebbero stati dei libri scritti interamente da me.
Quello che non avevo programmato è che sarebbero stati dei libri di narrativa “per ragazzi”. Per giunta, illustrati (da Roberto Lauciello – anche lui genovese e questa è una bella combinazione).
Ma, si sa, la vita è quello che ti succede mentre tu fai dei progetti, quindi eccoli qua, da oggi 18 aprile sono ufficialmente in distribuzione i (primi) 4 titoli della collana di narrativa della Banda delle Bende, per i tipi di Franco Cosimo Panini Editore – il che vuol dire che io e Altan, per dire, abbiamo lo stesso editore.

La Banda delle Bende è un gruppo di quattro (più uno) personaggi nati per accompagnare il lettore in una collana di divulgazione realizzata in collaborazione con il Museo Egizio di Torino, all’interno della quale erano presente scenette interpretate da Kha e Merit (ispirati a due mummie del Museo), la loro gatta Miu e i due giovani Schiapp (da Ernesto Schiaparelli) e Cody (se non ricordo male, da Erminia Caudana, restauratrice del Museo).

Cose così (i disegni sono di Roberto Lauciello)

Quando ho saputo che c’era l’intenzione di provare a fare della narrativa con quegli stessi personaggi, ho buttato giù quattro soggetti. Sono stati approvati e a quel punto mi sono reso conto che avrei davvero dovuto sfornare in tempi abbastanza brevi quattro storie per un pubblico per il quale non avevo mai scritto in vita mia.
Le cose per fortuna sono andate molto meno peggio del previsto: tra i buffi incidenti di percorso, ho dovuto fondere insieme due soggetti perché da soli non avrebbero retto la lunghezza richiesta, trovandomi a dovere inventare da zero una storia al volo. Ho tirato gli Story cubes e mi hanno dato una buona idea, che è diventato il quarto titolo della collana.
Ma di cosa parlano, queste storie?
In sintesi, di quattro improbabili eroi (più uno) che si trovano invischiati in avventure incredibili che coinvolgono – a vario titolo – la mitologia egizia. Non sono strettamente storie didattiche, ma gli elementi egizi che contengono hanno ricevuto la supervisione dal Museo Egizio stesso; e in ogni caso, da buon fan di Martin Mystère ho chiesto che in fondo ci fossero delle pagine in cui si potessero spiegare le differenze tra quello che viene raccontato nelle storie e la vera mitologia egizia. Le storie iniziano tutte in un museo senza nome che non è il Museo Egizio, ma un po’ gli assomiglia.
Mentre scrivevo, il mio ideale era un modello Carl Barks / Duck Tales: avventure buffe in posti esotici, adatte ai bambini (l’età consigliata è 9+) ma in cui anche lettori più navigati possano trovare qualcosa di divertente.

I quattro titoli (e le relative sinossi, più qualche retroscena) sono questi:

Illustrazione di Roberto Lauciello

Nella terra della notte
La gattina Miu è scomparsa! L’unico indizio è un misterioso buco luminoso che si è aperto in uno dei luoghi più magici del museo. Quando la Banda delle Bende lo attraversa ha inizio un’avventura tra dèi, sfingi parlanti, uccelli dalla testa umana e fiumi impetuosi, fino a una minacciosa caverna… Non sarà certo una barzelletta (o forse sì?), sfuggire alla terra della notte!

È la prima storia che ho scritto (in realtà come sceneggiatura a fumetti di 16 pagine) e quella più rigorosamente egizia, nella quale ho adattato il mito del viaggio notturno di Ra che, con le sue prove, forniva già una struttura narrativa pronta all’uso. Il finale – con un crossover mitologico molto ardito – è un omaggio a certe storie con Zio Paperone, Paperino e Paperoga. La barzelletta che racconta Kha è la prima che mi abbiano mai raccontato.

Illustrazione di Roberto Lauciello

Un visitatore sgradito

Mummie che terrorizzano i visitatori, statuette egizie che si animano, macchine dʼepoca che ingoiano ignari passanti… Solo la Banda delle Bende può trovare il colpevole di una lunga serie di eventi misteriosi che sconvolgono la vita del museo, ma questo sarà solo l’inizio di un’avventura che porterà i nostri eroi sulle tracce di qualcosa di ben peggiore di un visitatore sgradito!

È un’avventura che si svolge quasi tutta all’interno del Museo, dove sono riuscito a infilare ben due delle mie divinità egizie preferite (Bes e Sekhmet). Oltre a nominare Carlo Cane, il mio indagatore dell’incubo, e inserirci un microracconto da toni weird raccontato a più voci (e se siete vecchi giocatori di ruolo, vi renderete conto che un personaggio ha passato un test di biblioteconomia) . Fa il suo esordio narrativo il direttore del Museo, che è un personaggio che mi diverte tanto scrivere. Il finale richiama un recente discusso evento del museo.

Illustrazione di Roberto Lauciello

La minaccia strisciante

La Banda delle Bende va in televisione! Invitato a una trasmissione sui misteri della storia, Kha si trova invischiato in una ragnatela di incredibili panzane sulla storia dell’Antico Egitto. Ma davvero tutto è come sembra o è solo un inganno per trascinare tutti in una nuova avventura, che li costringerà a confrontarsi nuovamente con una minaccia strisciante!

Questa è strutturata un po’ come un’avventura di Dungeons&Dragons, con un dungeon pieno di nemici e prove di astuzia e intelligenza. Metà buona della storia l’ho scritta in traghetto tra la Sardegna e Civitavecchia, disperato perché mi ero reso conto di avere chiuso la storia con svariate (SVARIATE) cartelle di anticipo. Nella prima versione c’era un evidentissimo omaggio al primo film di Conan che è stato ammorbidito in fase di editing. Però è rimasto il dialogo a pagina 121, che insieme al disegno sottostante ha un tasso di epicità davvero fuori scala (modestamente).

Illustrazione di Roberto Lauciello

Mummie nello spazio

Chi potrebbe mai rapire una mummia egizia? Alieni che assomigliano a grandi api, ovviamente, che trasportano Kha sul proprio pianeta perché lavori per loro. Ma la Banda delle Bende non si perde d’animo e troverà il modo di raggiungerlo, in un’avventura tra alieni di tutte le taglie, intrighi e un po’ di dolcezza. Come se la caveranno, le mummie nello spazio?

Oh boy. Questa è la storia nata da un lancio fortunato di dadi con alieni e api, che mi ha permesso non solo di scrivere un planetary romance in piena regola ma pure di scrivere “Tschai” in un libro. Delle quattro, è la storia meno egizia del lotto, ma è anche un test per vedere se i personaggi possono uscire dalla loro comfort zone e adattarsi ad altri ambienti senza snaturarsi. Per la copertina avevo proposto di citare i Gamma Ray.

Tutti i titoli possono vantare le splendide illustrazione di Roberto Lauciello, che ha creato graficamente i personaggi, in un’elegante monocromia sfumata che non fa rimpiangere la quadricromia.

(SPOILER!) Disegno di Roberto Lauciello

I primi quattro libri della collana (dico primi perché ho già consegnato le prime stesure dei quattro della “seconda stagione”) sono acquistabili in libreria, su amazon, su ibs, ma anche dallo shop online del Museo Egizio o dal sito dell’editore.
La Banda delle Bende ha un suo sito, dove si trovano il meraviglioso trailer, le schede dei libri (con il primo capitolo di ciascuno), le descrizioni dei personaggi e pure un piccolo quiz, estratto dal rinomato Rischiathot.

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Tutti amano gli italiani!

Nella narrazione della nostra identità nazionale, noi italiani siamo un po’ schizofrenici. Da un lato rivendichiamo un ruolo fondamentale nell’arte e nella cultura che affonda le radici nell’impero romano e nel rinascimento, dall’altro ci dipingiamo come una specie di comic relief della storia. Siamo quelli che siamo stati colonialisti, ma buoni, che siamo usciti dalle rovine della seconda guerra mondiale rifacendo il Paese più bello che prima con tanta inventiva e simpatia… siamo buffi e simpatici a tutti, con tanto cuore!

Resta sempre un po’ sullo sfondo quel piccolo particolare di quando abbiamo inventato il fascismo e regalato al novecento la ricetta per l’inferno, ma sono dettagli.

Anche ora, nell’attacco dei terroristi nazisti a Christchurch abbiamo lasciato qualche impronta, ma non ce ne preoccuperemo troppo.

Su uno dei caricatori c’era il nome di Luca Traini, ma è solo perché all’esterno non leggono la nostra stampa e non sano che non era un terrorista imbevuto di ideologia xenofoba, ma un povero ragazzo di provincia che ha solo preso troppo a cuore una orribile storia di cronaca nera (per la stessa ignoranza, le guerre tra Venezia e Ottomani vengono prese per uno scontro di civiltà e non per un più prosaico prosecuzione del commercio con altri mezzi)

E in un paesaggio del manifesto dei terroristi c’era un riferimento alle ONG che sono complici dell’immigrazione clandestina che, ça va sans dire, è un complotto per eliminare i bianchi dall’Europa. Si tratta di una convinzione criminogena che giusto la settimana scorsa Bonafede ha ricordato che è stata espressa da Luigi Di Maio per primo, e non dalla Lega.

Anche questo, però, ci scivolerà addosso, come ci scivola addosso il nostro passato di colonialisti che comprano bambine come “spose” perché “là si usa così”, come andiamo in giro a dire che in fondo Mussolini era ok fino a che non si è fatto traviare da Hitler, ecc. ecc.

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