Persone, fatti, idee

Tingere di rosso la statua di Montanelli è stato un errore, in rosa come l’anno scorso stava meglio.

C’è quell’aforisma un po’ buongiornista/rancoroso di solito attribuito a Eleanor Roosevelt che recita così:

Grandi menti parlano di idee, menti mediocri parlano di fatti, menti piccole parlano di persone.

Se lo si applica al dibattito pubblico italiano, perché in fondo funziona bene nonostante l’usura da social network, il risultato è disarmante.
Esatto, stiamo parlando di Montanelli, della sua statua, di una ragazzina abissina di cui non sappiamo bene né il nome (Fatima come nell’intervista televisiva o Desmà come nella risposta a una lettera sul Corriere?), né l’età (dodici anni o quattordici) – ma di cui in compenso conosciamo le straordinarie doti di orientamento.
Però non vorrei parlare di Montanelli. O meglio, non solo di lui.
Perché quello che è successo in questi giorni, da quando I sentinelli di Milano hanno scritto una lettera al sindaco di Milano chiedendo, sulla scia delle proteste legate a Black Lives Matter dopo l’omicidio di George Floyd, di rimuovere la sua statua dai giardini di Porta Venezia, è stato dare il via a una parata di giornalisti maschi, bianchi, di mezz’età che discutono, con dettagli tra il morboso e il raccapricciante, di quanto fosse inevitabile quello che ha fatto Montanelli e che ci ricordano che grande persona fosse.

Esempio di editorialista schierato in difesa di Montanelli
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Breve storia di lunghi rapimenti

Stamattina, trovo in un articolo su Repubblica una notizia che mi incuriosisce. Silvia, ora Aisha, Romano non è il primo ostaggio italiano che si converte all’Islam durante un rapimento, ma il terzo in un anno.

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Mi incuriosisce per almeno due motivi; il primo è che ho vaghi ricordi della liberazione di Tacchetto e della compagna e praticamente nessuno di quella di Sandrini. Indice che probabilmente i loro casi, nonostante il lunghissimo rapimento di quest’ultimo, hanno ricevuto molta meno attenzione pubblica di quella che ha invece ricevuto lei.
Il secondo è che anche nel caso di Tacchetto non ricordavo di avere sentito niente riguardo a una conversione.
Così, ho fatto una ricerca sugli articoli all’epoca della loro liberazione: in quelli di Sandrini non se ne parla, nemmeno quando a ottobre è stato processato per reati commessi prima della sua partenza per la Turchia.
Idem per Tacchetto: niente alla liberazione/fuga, niente neanche dopo.
Entrambi, al rilascio, si sono presentati con la barba lunga con i baffi corti, alla maniera islamica (secondo la tradizione, Maometto la portava così). Un segno di appartenenza come la veste indossata da Silvia (a quel punto) Aisha Romano al suo arrivo in Italia.

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Verso Oriente – Ultimo giorno a Katmandu (8.5)

24 agosto 2019. Ultimo giorno a Katmandu sul serio, visto che la sera abbiamo l’aereo.
Per concludere l’esperienza con qualcosa di local, come dicono i travelblogger seri, abbiamo prenotato un corso di cucina alla mattina, presso la Nepal Cooking School, a Thamel. Tra l’altro, i ricavi della scuola finanziano programmi sociali dedicati alle persone del posto.
Il corso dura dalle 9 alle 13 e prevede anche una gita al mercato per acquistare gli ingredienti. Quindi, senza neanche pensarci, ci facciamo la nostra bella colazione da albergo, immaginando che poi alle 13 si mangi quello che si è preparato durante la mattinata.
Raggiungiamo la scuola, il che ci dà la possibilità di entrare in uno di questi condominii di Thamel, dalle scale strette e buie. La scuola invece è un bello spazio luminoso, dai colori chiari, con un grande tavolo già apparecchiato per tre, perché per il turno della mattina siamo noi due e una ragazza malese (no, non lo ho chiesto se avesse mai sentito parlare di Sandokan o se la parola “stivaletto” le mettesse terrore).
Facciamo conoscenza con la nostra insegnante, che è una ragazza giovanissima (avrete ormai capito che non scrivermi da nessuna parte i nomi delle persone è una precisa scelta stilistica, non una dimenticanza), e le sue assistenti (che sono ancora più giovani) ed è già il momento di andare a fare la spesa.

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Verso Oriente – Dakshinkali, Pharping, Kirtipur (8.4)

L’esclusivo night club accanto all’albergo

23 agosto, ultimo giorno pieno a Katmandu e dintorni prima della partenza per l’Italia.
L’autista/guida consigliatoci da Hiragyam arriva davanti all’albergo a piedi e lo seguiamo fino all’ingresso del parcheggio dove ha lasciato la macchina. “Aspettatemi qui” dice e nei dieci minuti successivi (doveva essere un parcheggio molto grande) scopriamo che due occidentali fermi sul marciapiede a Thamel attirano immediatamente sciami di autisti che si offrono di accompagnarli in giro.
Rispetto al nostro autista precedente, lui è più maturo e decisamente più posato, per cui affronta il traffico senza la spregiudicatezza a cui ci eravamo abituati (per modo di dire) nei due giorni precedenti. Questo rende uscire da Katmandu una specie di lunghissimo calvario – che si trasforma poi nell’altro calvario, quello delle strade sterrate che si arrampicano lungo la valle.
Però la destinazione ne vale la pena: è il tempio di Dashinkali, che è dedicato alla dea Kalì.

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Verso Oriente – Bhaktapur e Patan (8.3)

Il 22 agosto partiamo di buon’ora dall’albergo con la guida e l’autista per percorrere i 13 chilometri circa che separano Katmandu da Bhaktapur.
Fondata nel XII secolo dal re Ananda Malla, fu la capitale del Nepal da XIV al XVI secolo. La cosa buffa, se si guarda una mappa della Valle di Katmandu, è che c’erano tre città in un fazzoletto di terra, ciascuna capitale di un proprio regno e in competizione le une con le altre.
Se oggi lo sviluppo di Katmandu ha finito per inglobare Patan, Bhaktapur resta ancora un centro autonomo e, per molti versi, meno frenetico e caotico della capitale.

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Verso Oriente – Katmandu (8.2)

L’area di Durbar Square a Katmandu porta ancora, inevitabilmente, i segni del terremoto del 2015, che ha fatto strage dei templi e degli altri edifici. C’è una pagina wikipedia che dà un colpo d’occhio della situazione, con foto del prima e del dopo.
Visitiamo l’antico palazzo reale di Katmandu, ma in questa fase sono ancora troppo preso dall’ambientarmi in questo nuovo mondo per prendere nota (o ricordare) bene i particolari architettonici o storici. Ne parleremo, però, più avanti, perché le Durbar Square delle tre antiche città stato della valle (Katmandu, Bakthapur e Patan) sono molto simili e ci sarà modo di rifarsi.
Camminando lì attorno, il caos di colori, rumori e odori è la cosa che resta più impressa. Le statue delle divinità sono ravvivate dalla polvere colorata, gialla e rossa, che le persone vi spargono sopra – in un caso lo vediamo in diretta, un signore che si ferma un attimo per spalmare qualcosa su Ganesh, come da noi ci si farebbe il segno della croce davanti a un’edicoletta con la Madonna. Il sentimento religioso è simile, la differenza che qui la statua sacra non è intoccabile ma ci si interagisce direttamente.

Il caro vecchio Ganesh, protettore degli inizi e della creazione
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Verso Oriente – Katmandu (8.1)

La prima giornata a Katmandu si apre con una colazione come Dio comanda, nella quale l’unico ostacolo è la competizione con una folta compagnia di famiglie indiane che devono avere fatto un master in “Lotta al buffet” in Italia. C’è da dire che le signore hanno degli abiti bellissimi e colorati a cui si perdona un po’ tutto. Sopravvissuti all’ordalia, nonostante un curioso equivoco di Lucilla che butta sui cereali una cucchiaiata di quello che credeva yogurt e invece era salsa all’aglio, siamo pronti per fare la conoscenza con la nostra nuova guida, Hiragyan.
Hiragyan è un signore dall’aria molto compita, basso e compatto, che parla italiano con un accento che, come ci aveva anticipato il giorno precedente la signora dell’agenzia che era passata a salutarci in albergo, ricorda un po’ quello tedesco. Hiragyan è un newari, l’etnia originaria della valle di Katmandu; lo stesso nome “Nepal” deriva da “newar”. Tra le altre cose, sono stati i newari a inventare la pagoda, che dalla valle di Katmandu si è diffusa, riadattata, in tutta l’Asia.
Abbiamo anche un nuovo autista, un ragazzo giovane con cappellino con visiera incorporato che ha tutta l’aria di quelle che in un film su una rapina dice “io guido e basta”. Un po’ un Ryan Gosling di Drive nepalese, ecco.

Lui sulla macchina non ha Ganesh, ma un Buddha avvolto in una sciarpa rossa
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Verso Oriente – da Jilongzhen a Katmandu (7)

Jilongzhen.
Interno di una stanza d’albergo. Attorno all’alba. Lucilla e io, vestiti, con il cappuccio della felpa tirato sulla testa, stiamo aspettando fino all’ultimo per alzarci e prepararci. Abbiamo dormito poco e male. Per la seconda notte di seguito. Ma mentre quella prima almeno eravamo ai piedi del Monte Everest, qui siamo in una brutta cittadina di confine, in un albergo che fa venire voglia di una doccia di decontaminazione ancora più che la gita a Chernobyl dell’ultimo giorno del 2017. E ha piovuto, forte, per tutta la notte. Tuoni, lampi, tutto il repertorio
All’improvviso, bussano alla porta.

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Polemiche in briciole

(dedicato ai post a punti, tanto vituperati su Splinder, ma tanto comodi)

  • Molta della musica prodotta da giovani uomini avendo come target giovani uomini tende ad avere contenuti misogini e sessisti, calibrati sulla propria epoca. Che facciamo?
  • Un politico non dovrebbe citofonare nemmeno ai mafiosi. Al massimo, quello è Staffelli. O il Gabibbo (nel 1993, primo anno di superiori, nella mia classe si raccontava che in una puntata di Striscia la notizia il Gabibbo avesse citofonato alla nostra professoressa di matematica cercando di parlare con il marito, indagato per tangenti, e che si sentisse benissimo la voce di lei che urlava “vai via! vai via!”. Chissà se era vero)
  • Comunque, ad Amadeus non deve essere sembrato vero di essersi messo sul palco uno più impresentabile di lui su cui scaricare l’attenzione.
  • La destra ha saldamente in mano l’agenda setting, cioè il discorso pubblico si orienta sui temi che individua. Lo ha fatto nei mesi di governo, continua a farlo ora. Gli altri inseguono, cercano di imitare, ma non c’è il coraggio di uscire dai temi e dai frame che vengono di volta in volta imposti da quello là.
  • Certo è ben difficile sostenere che quest’estate i porti siano stati “chiusi” per decisione di una sola persona in contrasto con il resto del governo. Magari dal punto di vista giuridico si può provare, sul piano politico sono tutti coinvolti.
  • Piantatela di trasformare tutto in meme divertentissimi e di condividerli. Per soddisfare il vostro ego con una condivisione, un like, un commento, contribuite a fare passare l’essenza del messaggio originale.
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Adelphi in offerta 2020 – qualche consiglio

Dal 16 gennaio al 15 febbraio i libri Adelphi sono scontati del 25% più o meno ovunque (come da Legge Levi, che permette agli editori una campagna simile per un mese all’anno).
Di tutte le promozioni del genere è forse quella nella quale finisco per spendere più soldi perché i libri Adelphi coprono una gamma di argomenti (tra saggistica e narrativa) spesso poco frequentata da altri editori e, cosa non trascurabile, sono molto belli. Si può dire molto sul fatto che l'”identità Adelphi” finisca a volte per schiacciare quella dei singoli volumi, però resta il fatto che Adelphi resta una delle poche case editrici “come una volta”: non fa parte di un grande gruppo, ha un’identità ben marcata portata avanti con precise scelte di catalogo. Roberto Calasso ha spiegato la genesi e le scelte della casa editrice in uno scritto che si trova sul sito di Adelphi, I libri unici.
Nel caso possa interessare a qualcuno, di seguito segnalo qualche libro interessante, secondo alcuni criteri:
– i libri sono in ordine casuale, non è una classifica o altro;
– sono scelte personali. Non pretendo di fare un “il meglio di”, non ne ho le competenze e nemmeno l’intenzione. Sono libri che magari potrebbero passare inosservati o essere ritenuti troppo ostici (il difetto delle edizioni di Adelphi è che a volte sembrano presentare tutto come molto più “alto” di quanto non sia). Credo che segnalare i volumi di Carrère o La versione di Barney sia superfluo;
– sono tutti libri che ho letto, in italiano o in originale.

I link sui titoli rimandano ad Amazon e sono sponsorizzati, per cui io ricevo una piccola commissione su eventuali acquisti – senza alcun costo aggiuntivo per chi compra; se potete, la cosa migliore è andare a comprarli in qualche libreria che vi piace (qui sono elencate quelle “di fiducia” della casa editrice), magari approfittando del link amazon per leggere gli incipit, visto che molti hanno l’edizione ebook. Gli incipit si trovano anche nelle schede dei libri sul sito Adelphi, da cui possono essere ordinati.
A ogni modo, al di là dei “consigli per gli acquisti” questo post è anche una scusa per tornare a scrivere almeno un po’ di libri su questo blog, dopo tantissimo tempo che non lo facevo.

Ferenc Karinthy – Epepe

Un linguista diretto a un convegno sbaglia aereo e finisce in una città sconosciuta di cui ignora e non riesce a comprendere ogni cosa: la posizione, gli usi, i costumi e, soprattutto, la lingua. Epepe è un lungo incubo a occhi aperti, l’estremizzazione della sensazione che chiunque viaggi ha provato almeno una volta nella vita (Karinthy lo scrisse dopo un viaggio in Giappone negli anni Cinquanta). Sembrerebbe materia buona per un racconto e invece la storia dei tentativi del protagonista per uscire dalla sua situazione regge benissimo sulla lunghezza.

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