Checkpoint Pasta – ebook gratuito | Dorso di carta

Su Dorso di carta (il mio blog “da scrittore”) ho pubblicato la nuova versione di Checkpoint Pasta, un racconto che forse chi segue da tempo questo blog si ricorda. Non è cambiato molto, ho solo aggiustato un po’ la forma. È sempre una storiaccia di guerra che applica il metodo di romanzi come Confine di Stato di Simone Sarasso alla “battaglia del pastificio” di Mogadiscio del 1993.
Ne approfitto per dire, appunto, che ho aperto un blog dove promuovere le robe che vendo sul Kindle Store senza farlo qui. Se vi va, seguitelo.

Checkpoint Pasta è una storia che mi accompagna da tantissimo tempo. È una storia di guerra, ambientata immediatamente prima, durante e immediatamente dopo la “battaglia del pastificio”…

Sorgente: Checkpoint Pasta – ebook gratuito | Dorso di carta

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I tentacoli del gender

Octopus

Quando c’era Berlusconi succedeva questo: lui diceva una cazzata immane, tipo quella del fascismo che mandava gli oppositori in vacanza, qualcuno si incazzava e, poco prima che lui la smentisse o dicesse di essere stato frainteso, entrava in modo una macchina mediatica che si dedicava all’approfondimento, alla discussione. Nessuna affermazione agghiacciante non era degna di essere analizzata, discussa, il suo tema reintrodotto nel dibattito pubblico.
Appunto, a un certo punto ci toccò metterci a discutere dell’umanità del confino, perché Berlusconi rappresentava tot milioni di elettori e quindi, dicevano giornalisti e opinionisti “amici”, le sue affermazioni erano sempre degne di discussione.
Oggi Berlusconi c’è sempre ma non è più davvero Berlusconi.
Ve ne accorgete perché non è iniziato tutto un dibattito medico-sociale sugli sforzi che può compiere una donna in gravidanza, sugli impegni di una mamma e di un sindaco.
In compenso, ci è rimasta cosa che dobbiamo metterci a discutere delle idee di chiunque. O che dobbiamo parlarci.

Su Tumblr, un mese fa, CoqBaroque scriveva:

Genitori io vi avviso: in Kung Fu Panda 3, Po trova il suo padre biologico (panda) e insieme al suo padre adottivo (oca) decide che quella è la sua famiglia. Panda maschio, oca maschio e lui, panda maschio.
Quando i vostri figli vi chiederanno di andare a vederlo al cinema avrete due possibilità: dimostrare di avere cervello e portarceli, oppure portarli al Family Day a vedere Mashalessandra Mussolini e Orso Adinolfi.
E farvi odiare per tutta la vita.

Oggi, dimostrando che la satira è morta perché la realtà la sorpassa regolarmente a destra, senza cintura, parlando al telefonino e con il cadavere di una prostituta minorenne strafatta di crack nel bagagliaio, Mario Adinolfi è un po’ dappertutto perché dopo che ha detto che Kung Fu Panda 3 fa il lavaggio del cervello ai bambini a favore del gender, quell’altra cima di Fabio Volo (doppiatore del film) l’ha chiamato in diretta in radio per discutere della cosa.
Per.
Discutere.
Della.
Cosa.
Con Adinolfi.

E io mi domando: perché bisogna discutere con Adinolfi?
Per convincerlo? Ma Adinolfi ha trovato la sua nicchia (come spiega bene Massimiliano Di Giorgio), da lì non lo scrosti più.
Perché magari hai capito male e potrebbe avere ragione?
Adinolfi rappresenta una tipologia di persone con le quali vorremmo discutere?
Non lo si può abbandonare al suo mondo in cui vive malissimo, circondato dai tentacoli del gender, come una candida studentessa in un hentai?
Con Berlusconi eravamo costretti a entrare nel merito di qualsiasi stronzata.
Ora siamo, in teoria, liberi.
Perché dobbiamo metterci a perdere del tempo con Adinolfi e tutti quelli come lui (che comunque, abbiamo visto al Family Day, sono in proporzione quattro gatti)?
(E se proprio proprio dobbiamo farlo, potremmo trovare qualcuno di meno ripugnante di Fabio Volo?)

(Da qualche parte, un Buoni Presagi cattolico sta scrivendo un post in cui si domanda perché uno si debba mette a discutere di vangelo con Fabio Volo)

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Quel che resta

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C’è una novella di Boccaccio che cita Calvino nelle Lezioni americane, quando parla della leggerezza. Cavalcanti, poeta, è tormentato da dei nobili che vogliono assolutamente che faccia parte della loro compagnia. Un giorno questi lo bloccano da solo in mezzo a un cimitero e gli chiedono perché non voglia proprio saperne di unirsi a loro. Cavalcanti risponde serafico che lì a casa loro, tra i morti, possono chiedergli ciò che vogliono. E poi:

posta la mano sopra una di quelle arche, che grandi erano, sì come colui che leggerissimo era, prese un salto e fusi gittato dall’altra parte, e sviluppatosi da loro se n’andò.

Leggerissimo, con un gran salto si lascia le tombe e la compagnia, sui loro bei cavalli, alle spalle.
Ecco, a me sembra che quello che ha fatto Blu a Bologna tra venerdì e sabato sia molto simile al salto di Cavalcanti: qualcosa che gli inseguitori/scocciatori non si aspettano, che li spiazza perché non fa parte del loro orizzonte culturale e di cui non riescono a capacitarsi.
Basterebbe leggere l’intervista al curatore della mostra o a Fabio Roversi Monaco, entrambi piccatissimi e quasi incapaci, come i personaggi di Boccaccio, di accettare che qualcuno non abbia voluto avere nulla a che fare con loro.

Con la “distruzione” dei suoi lavori sui muri di Bologna, Blu ha scritto una pagina della storia di quella roba che chiamiamo “street art” che probabilmente si leggerà ancora tra tanti anni. Una delle dimostrazioni che Bologna, nonostante (e paradossalmente anche grazie a) un’amministrazione comunale sempre più patetica e vergognosa è un posto dove succedono cose grosse. Prima che andiate avanti a leggere qui, vi avviso che sul tema la cosa più bella l’ho letta su Bastonate. Continua a leggere

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Cinque di quattro

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Per farla breve: il titolo onorifico di “quinto Beatle” è stato assegnato a così tanta gente che c’è una pagina Wikipedia apposta.
Ma la realtà l’ha detta oggi Paul McCartney una volta per tutte: se c’è mai stato un membro esterno del gruppo dotato di pari dignità degli altri, quello è stato George Martin.
Sì, Brian Epstein ce li ha portati, da George Martin, li ha tirati fuori da Liverpool e li ha ripuliti. Ma Epstein era “solo” uno che aveva visto nei Beatles, così com’erano, qualcosa su cui valeva la pena investire.
George Martin è stato quello che ha avuto la lungimiranza di capire che quei tre giovanotti sfacciati (quando alla prima sessione di registrazione chiese al gruppo se c’era qualcosa che non andava nello studio George Harrison, implume, gli rispose “beh, tanto per cominciare la tua cravatta”), avevano qualcosa da dire. A patto di levare di torno quel batterista inaffidabile, Pete Best; una cosa che Epstein non aveva mai tentato di fare.
Si fidò di loro e accettò di farli esordire con Love me do invece che con una canzone scritta da un autore professionista. Mise le mani in Please Please Me in modo da farla diventare, dal lento che era, un pezzo più accattivante e, come predetto alla fine della seduta di registrazione, il loro primo numero uno in classifica.

E poi, con pazienza, li coltivò, assecondò la loro curiosità, fu complice e istigatore di tutto quello che fecero in una manciata, bruciante, di anni.
Anni di cui non è stato un testimone ma un protagonista. Nel 1965-66 i Beatles decisero, come altri gruppi nello stesso periodo, che anche lo studio doveva diventare uno strumento. E lo studio lo “suonava” Martin con i suoi tecnici.
Se a casa avete i DVD dell’Anthology, potrebbe essere la serata giusta per rivedere la parte in cui Martin, al banco del mixer di Abbey Road, spiega Tomorrow Never Knows.

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Bonelliana – Febbraio 2016

Bonelliana, opinioni non richieste sugli albi Bonelli del mese precedente.
Contiene Adam Wild, Le Storie, Morgan Lost, Dylan Dog (ben sette storie), Tex.
Sigla.

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Recupero crediti – un racconto

  Nel 2010 partecipai a una specie di concorso di scrittura online, organizza da non ricordo più che azienda e gestito da Francesco Dimitri. Ogni settimana si riceveva una “carta” e si doveva fare procedere la propria storia secondo quella carta, per un numero molto basso di battute. Un buon esercizio. 

Ora credo che su web non ci sia più traccia di tutto ciò. Ma ho scoperto per caso di avere salvato tutto quanto. La mia storia era un fantasy, che riprendeva alcune cose di un racconto più lungo che stavo provando a scrivere nello stesso periodo. Con le limitazioni delle regole del gioco, lo svolgimento è per forza di cose un po’ concitato. Ma tutto sommato non è malissimo. Eccola qui.



Non riuscivo a capire a che punto fossi. La mia vita e la mia strada mi avevano portato fin là. Ma il bello stava per cominciare

Risalita
L’ultima cosa che ricordavo erano le nocche del marinaio, gigantesche, un attimo prima che mi colpissero. Era stato in gamba, pensai mentre mi tiravo in piedi. Dovevo essere rimasto svenuto per qualche minuto; non poteva essere andato lontano. Piotr era stato chiaro: nessuno va con le sue ragazze senza pagare. E recuperare i suoi soldi da quel dannato marinaio prima che ripartisse era il mio lavoro.

Attacco
Infatti eccolo lì, fuori dalla taverna dell’Oca che scherza con un gruppo di altri marinai. Cinque persone sono davvero troppe, visto che è bastato lui per mandarmi al tappeto. Mi nascondo nell’ombra di un vicolo e penso a cosa fare. Qualcuno mi si avvicina. Due uomini, gli abiti curati. Mi si piazzano davanti e sguainano daghe da sotto i mantelli. “Dovevi startene giù” mi dice uno dei due. Poi mi sono addosso.

La scelta
Fuggire o combattere. È la mia città. Sono i miei vicoli. Basterebbero due svolte e questi idioti sarebbero persi. Ma Piotr vuole i suoi soldi e io voglio sapere perché qualcuno sta cercando di sbudellarmi per proteggere un marinaio delle isole dell’est. Quindi resto. Estraggo il coltello appena in tempo per deviare il primo fendente. Il secondo uomo non riesce ad avvicinarsi, non trova lo spazio. Sono i miei vicoli.

Desiderio
Ci riprovano con un altro assalto, provano a stringersi per attaccarmi in due. Inutile. Mi basta un allungo per tagliare uno dei due sull’avambraccio e sfiorare l’altro, tanto sono stretti e impacciati. Poi la voce di una donna alle loro spalle: “Va bene, basta così”. Si bloccano, abbassano le armi. Dal buio non appare una donna, ma una dea. “Che cosa vuoi?” mi chiede. I soldi del marinaio, prima. Ora vorrei lei.

Successo
“Voglio i due assi d’argento che il vostro amico non ha dato a Yania” dico. È tutto quello che posso sperare di ottenere. Lei accenna un sorriso, lunghe dita affusolate frugano in una sacca di velluto nero. “Questo dovrebbe bastare” dice. Fisso incredulo la moneta d’oro che ora brilla nella mia mano, luccicante come fosse appena uscita dal conio. Non avevo mai visto una moneta simile. Non viene dalle isole dell’est.

Sogno
“Basta e avanza” dico. “Ma perché?” “Qualcuno ci ha chiesto di proteggere quel marinaio”. La donna fa un cenno ai suoi due compagni e se ne va. Resto solo a guardare la moneta e capisco. Cavalieri. Si muovevano e combattevano da Cavalieri. Era da molto tempo che non pensavo più a loro, al fatto che un tempo avevo cercato di essere uno di loro. Ma era stato solo un sogno da bambino. E il risveglio era stato brusco.

Speranza
Ed è brusco anche ora, il ritorno alla realtà. Tentacoli. Giganteschi. Emergono dalla strada come radici impossibili sotto al terzetto di Cavalieri e li lanciano in aria come pupazzi. Il vociare dei vicoli diventa una cacofonia di urla. Nella confusione, vedo il marinaio, sta scappando da questa parte. Non vede il tentacolo che sta per ghermirlo. Io sì. E per la prima volta posso fare qualcosa. Qualcosa da Cavaliere.

Cambio di vento
“Giù!” urlo al marinaio e mi butto sul tentacolo. L’impatto con la carne compatta, viscida e fredda è ripugnante e fa male come prendere un altro pugno in faccia, ma ce la faccio: lo devio quanto basta per permettere al marinaio di evitarlo. “Di là, svelto” gli urlo mentre mi rialzo. Questa roba è uscita dalla fogna che passa qui sotto, la prima cosa da fare è andare dove la fogna non passa. Se riesco ad arrivarci.

La scommessa
È il caos. Cadaveri. Urla. I tentacoli hanno creato un cratere. Un occhio giallo, enorme, mi fissa da sotto le lastre di pietra spezzate. Un tentacolo mi ondeggia davanti come un serpente. Sembra invitarmi a fare la prima mossa. Ma io ho solo un pugnale. Non posso far niente. O forse no. Mi volto. C’è un uomo dietro di me, lo sguardo fisso e le labbra serrate. Un mago? Un incantesimo? C’è solo un modo per scoprirlo.

Coraggio
Ce ne vuole di fegato per dare le spalle a un mostro con tentacoli grandi come gli alberi delle navi ormeggiate al porto. Ma quando è l’unica possibilità che hai per salvarti non è così difficile trovarlo. Sento il tentacolo vibrare alle mie spalle, ma io non sono più lì. Con un balzo sono alla gola di quello che spero sia il mago che ha dato vita a quell’orrore. I suoi occhi passano dalla fissità al terrore.

Il mondo aperto
La lama entra nella pelle tenera della gola dell’uomo. Crolla al suolo senza un lamento, inondato di sangue, mentre i tentacoli svaniscono. Resta solo quel grande buco in mezzo alla strada. E le persone morte. Il marinaio mi sta guardando. Pulisco la lama del coltello in uno straccio, lo getto via. “Mi hai salvato” dice “Perché?”. “Volevo vedere che si prova a fare il lavoro di un Cavaliere, almeno per una volta”.

Gli altri
Il marinaio sembra perplesso. “Cavaliere?” “Quei tentacoli hanno ammazzato fuori una squadra di Cavalieri che ti seguiva per proteggerti”. “Proteggere me? E perché? A chi può importare di me?”. Fantastico. In che razza di guaio mi sono andato a infilare? Intanto sta arrivando una pattuglia della Guardia Cittadina. Alla buon’ora. “Andiamocene” dico al marinaio “cercheremo qualcuno che ci aiuti a capire”

Affidamento
Ma chi è che ci può aiutare? E in che modo? I vecchi dicono che la città è viva e che sente i tuoi pensieri. Che se cammini e desideri qualcosa e non pensi a dove stai andando lei ti porterà dove hai bisogno. Forse questa notte è proprio quello che ci vuole. Andare. Non pensare. Da qualche parte finiremo. “Dove stiamo andando?” chiede il marinaio. “Nel posto giusto. Qualunque sia” rispondo.

Autoaffermazione
E il posto giusto lo riconosco solo quando ci passo davanti. Il Tempio dei Cavalieri. La facciata di marmo bianco è così pura che anche di notte sembra brillare di luce. Il grande portone di bronzo si spalanca davanti a noi. Sulla soglia c’è il Capitano dei Cavalieri e il suo seguito. “Ben ritrovato Rifieal di Halfwood” dice il Capitano. “Sei riuscito a portarci chi cercavamo”. E tutti sguainano le spade.

Amico
“Ma che cosa volete da me?” urla il marinaio. Già: che cosa vogliono i Cavalieri da questo ragazzo dalle spalle larghe, i capelli radi e i denti che ballano in bocca? “Due settimane fa la tua nave ha fatto sosta in un’isola disabitata dei mari dell’ovest” risponde il capitano. “E dei marinai scesi a terra tu sei l’unico che è tornato indietro. La cosa che avete svegliato ha ucciso tutti gli altri. Ha lasciato in vita perché potessi dare alla luce la sua progenie, che sta crescendo nel tuo petto. Ecco quelli che vogliamo: ciò a cui darai vita” “Quindi quella ferita era…” “Un’inseminazione. Presto da te usciranno i piccoli di un demone delle isole. Un’arma straordinaria da usare contro i nemici della Capitale.” Le ginocchia del marinaio cedono. Vomita. “Prendetelo” dice il Capitano ai suoi. “Non così in fretta” dice una voce alle mie spalle. Piotr. “Molto interessante Capitano” dice. “Ma il marinaio l’ha trovato un mio uomo. Spetta a noi.” Con Piotr ci sono almeno cinquanta uomini armati. Altrettanti Cavalieri escono dal Tempio con le spade in pugno. “Vedremo” dice il Capitano. Adoro questa cazzo di città. Sorrido e sguaino il pugnale. Poi il petto del marinaio si squarcia con un orribile suono liquido.

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Stronzi.

Quanto al no alla equiparazione matrimoni-unioni, Alfano sottolinea di sottoporre “questioni di buon senso. È ad esempio inutile imporre un obbligo di fedeltà nell’unione civile”.

Oltre alla stepchild adoption, l’altra fissa dei conservatori italiani baciapile era il terrore che le unioni civili assomigliassero troppo al matrimonio.
Perché in effetti se i due istituti sono sovrapponibili, non c’è motivo di averne due e tanto vale uniformare tutto al matrimonio civile. E, razionalmente, non ci sarebbe alcun motivo per cui lo stato, essendo laico (almeno sulla carta) non possa riconoscere i matrimoni tra persone dello stesso sesso. Volendo, senza neppure toccare la costituzione, che parla di “coniugi” e non di “marito e moglie” (però è una cosa un po’ oziosa: dubito che i costituenti, nel 1948, fossero così lungimiranti, ma semplicemente davano per scontato che “coniugi” indicasse un uomo e una donna) (certo, in Spagna per introdurre i matrimoni tra persone dello stesso sesso hanno cambiato “marito e moglie” in “coniugi” nella loro costituzione).
Razionalmente.
Ma non possiamo ignorare l’elefante in mezzo a piazza San Pietro.
Così, l’idea che lo stato possa riconoscere pari diritti ai sodomiti e alle tribadi è semplicemente fantascienza.
Siccome le forze politiche che dovrebbero essere progressiste o sono troppo deboli o sono troppo stupide o non sono, tocca andare a chiedere il permesso al baciapile per fare sì che si riconosca uno straccio di diritto anche a chi non è “normale”.
E ovviamente, a quel punto, te la fa cagare.
Sul piano pratico, ti dice di scordarti che una coppia di persone dello stesso sesso possa adottare il figlio naturale di uno dei due. Dici: “e quelle coppie che già si trovano in questa situazione?”. Quelle sono pregate di fare, cattolicamente, alla vecchia maniera: tenete la testa bassa e ringraziate il Cielo che non vi mandiamo i servizi sociali a portare via il pargolo.
Sul piano simbolico, ti chiede di baciargli le scarpe.
E ti fa levare questa cosa della fedeltà, che fa troppo matrimonio. Cito dal Post:

Una sentenza del 2008 della Prima Sezione Civile della Corte di Cassazione ha anche dato una particolare interpretazione del concetto di fedeltà: «L’obbligo della fedeltà è da intendere non soltanto come astensione da relazioni extraconiugali, ma quale impegno, ricadente su ciascun coniuge, di non tradire la reciproca fiducia ovvero di non tradire il rapporto di dedizione fisica e spirituale tra i coniugi, che dura quanto dura il matrimonio». In questa sentenza il concetto di “fedeltà” è molto simile a quello di” lealtà” e, si legge, «impone di sacrificare gli interessi e le scelte individuali di ciascun coniuge che si rivelino in conflitto con gli impegni e le prospettive della vita comune. In questo quadro l’infedeltà affettiva diventa componente di una fedeltà più ampia che si traduce nella capacità di sacrificare le proprie scelte personali a quelle imposte dal legame di coppia e dal sodalizio che su di esso si fonda».

In pratica, se passerà la legge così, lo stato dice a delle persone “il vostro rapporto è un po’ un capriccio, non avete quella dedizione che si chiede agli altri, quelli normali”.
Di fatto, l’unione civile diventa una specie di coinquilinaggio.

Ora, il Bomba come sceglie di raccontare questo accordo al ribasso, una cosa che nella migliore delle ipotesi va considerato come un piede nella porta?

Così:

A questi livelli di perculamento credo che nemmeno Berlusconi sia mai arrivato.

Comunque, come al solito, hanno vinto tutti.
Renzi può dire di avere fatto approvare le unioni civili.
Alfano e Giovanardi possono dire di avere impedito l’utero in affitto e, in generale, l’ennesima crisi di pianto isterico a Gesù e alla Madonna (i quali, detto tra noi, magari trarrebbero giovamento da una terapia con dei farmaci, se c’hanno ‘sta voglia di piangere costante).
I grillini possono dire che il PD ha preferito fare patti con Alfano.
Tutti.
Va beh, quasi tutti.
Ma non staremo davvero a credere che si faccia politica per i bisogni dei cittadini, n0?

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