Australia, 1. Melbourne, la vera Gotham City.

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Scopriamo Melbourne con gli AC/DC:

“Scusa giovane cameriera con questo taglio di capelli così studiatamente dimesso, ma che differenza c’è tra il batch coffee e il pour-over coffee?”
“Ah, il batch coffee è quello che viene fatto nella caraffa per tutti… il pour-over è… una cosa un po’ più tecnica…”
“Ok, prendo quello tecnico”
(“Che a casa mi faccio il caffè con l’aeropress, con chi credi di stare parlando? Non mi lascio impressionare da una bilancia e un termometro, io”)

Caffè tecnico. con carta di identità

Caffè tecnico. con carta di identità

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Non è giornalismo

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L’ultima volta è stato con l’attentato a Monaco.
Ma prima si potrebbe citare il tentato golpe in Turchia, la strage di Nizza, la notte del Bataclan, l’attacco a Charlie Hebdo, l’attentato alla maratona di Boston…
Il modello della copertura in diretta di un evento tragico e drammatico sta diventando, a ogni ricorrenza, un rituale sempre più stanco e patetico.
Non è propriamente una novità: se n’era già accorto Furio Colombo, nel 1999, che l’idea di potere fare del giornalismo in diretta andava quantomeno ridimensionata:

L’annuncio è questo: il villaggio globale non esiste più. Credo di poter indicare un giorno e un’ ora per questo annuncio: 13 aprile 1999, ore 15. Giunge la notizia di una infiltrazione di soldati serbi in un posto di frontiera albanese. Italia Radio è collegata con il funzionario delle Nazioni Unite Andrea Angeli, che si scusa per l’ uso di frequenti parole inglesi. “La vostra”, dice, “è la trentesima telefonata in pochi minuti. Chiamano le agenzie di stampa di tutto il mondo”. Con un altro telefonino il funzionario dell’ Onu ascolta qualcuno che vede a distanza il posto di frontiera e può testimoniare. C’è una colonna di fumo dalle caserme della polizia albanese, gli dicono. Si sentono spari. Un mondo di media, satelliti, unità mobili e cellulari, siepi di telecamere, ponti radio, microfoni a quattro fili, studi aperti secondo i diversi fusi orari, tutto dipende dal telefonino di un funzionario di agenzia internazionale disperato per la stanchezza, che cerca di tenere la linea benché anche a lui sfuggano il senso di quello che vede e le conseguenze di quello che dice.

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Lavori che gli italiani non vogliono più fare: ricacciare gli insulti in gola ai razzisti

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Fino a un certo punto, il racconto degli eventi che hanno portato alla morte di Emmanuel Chidi Nnamdi ha un taglio grottesco che richiama certe cose di Ammaniti.
C’è un caldo primo pomeriggio in una provincia dell’Italia centrale.
C’è un ultras della Fermana (nel mio mondo piccolo-borghese, già mi fa sorridere l’esistenza degli ultras delle squadre maggiori; figurarsi delle squadre dilettantistiche), con una storia di frequentazioni tra Casa Pound e i Forconi (ve li ricordate, i Forconi?). Un allegrone che, parole del fratello che cercherà di difenderlo, “quando passa un negro gli tira le noccioline”. Addosso ha la maglietta di un gruppo fascista ma, dice lui, non lo sa. Fascisti ingenui.
A un certo punto passa una coppia. Di negri.
Il nostro, che è un buontempone, non ha noccioline. Quindi dà sfogo alla sua allegrezza urlando “scimmia africana” alla donna.
A questo punto, apriamo un flashback.
Una chiesa piena di gente, una bambina che guarda in su, sorride. Poi uno scoppio, urla, silenzio.
Deserto. Camion, furgoni, jeep.
Botte.
Una donna che urla. Sangue. Sangue dove non c’era da mesi, dove non dovrebbe esserci per mesi.
Silenzio.
Il mare. Una barca.
Buio. Onde. Corpi.
Pianti, preghiere.
Terra.
Divise. Guanti di gomma.
Treni. Autobus.
Un’altra chiesa.
Anelli.
Documenti. Firme.
Sguardi. Attese. Sguardi.
“TUA MOGLIE È UNA SCIMMIA AFRICANA”. Continua a leggere

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Come non si pubblica il Mein Kampf

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Un “libro” non è quello che c’è scritto dentro. Quello è un testo.
Un libro è, più correttamente, la somma delle parti che lo compongono. Questa è una cosa parecchio importante per noi che di lavoro “facciamo libri”, definendo il nostro mestiere con una formula che indica tutto quello che succede da quando un testo arriva in casa editrice a quando vengono mandati allo stampatore i PDF definitivi.
Il formato del volume, il tipo di carta, la presenza di immagini, la gabbia grafica, il tipo di font usato sono tutti elementi che “fanno” un libro, che lo definiscono. Prendete una vecchia edizione di uno dei romanzi di James Bond scritti da Fleming e confrontatelo con la veste della recente edizione di Adelphi. Anche se la storia è la stessa, cambia tutto: la vecchia edizione è un libro mordi-e-fuggi, quella di Adelphi presenta le vicende di 007 in volumi raffinati, oggetti anche belli da esporre. Cerca di riqualificare quelli che sono romanzi di intrattenimento, non privi di un loro, ancorché sghembo, fascino, come grandi protagonisti della Letteratura.

La copertina della prima edizione italiana di Casino Royale, intitolato La benda nera

La copertina della prima edizione italiana di Casino Royale, intitolato La benda nera

 

L'edizione Guanda

L’edizione Guanda

 

L'edizione Adelphi, che – raffinatezza – riprende la copertina della prima edizione inglese

L’edizione Adelphi, che – raffinatezza – riprende la copertina della prima edizione inglese

 

Inoltre, un “libro”, specie se non è alla sua prima edizione, è anche tutti i discorsi che su quel libro sono stati fatti, il ruolo che ha svolto nella storia, sia quella letteraria sia quella del mondo o del Paese in cui è stato pubblicato.
Per esempio, come si pubblica un libro scritto da un dittatore che ha causato una guerra mondiale e, tra le altre cose, approvato un piano per lo sterminio dell’intera razza ebraica in Europa che, tutto sommato, gli è anche riuscito piuttosto bene? Non un romanzo giovanile o una silloge di poesie, no: proprio il suo manifesto programmatico.
Il Mein Kampf, tra tutti i libri “maledetti” è quello che senza dubbio si porta più a ragione questo titolo, essendo alla radice della morte violenta di svariati milioni di esseri umani tra il 1930 e il 1945. E non per un accidente della storia: proprio perché è stato messo in atto quello che in quel libro si teorizzava.
Nonostante questo, il Mein Kampf non è il Necronomicon: non è che se lo leggi diventi nazista automaticamente (come non è vero che il fascismo si cura leggendo). È bello pensare che si dia tutto questo potere ai libri, ma il MK da solo non basta a fare diventare nazista una nazione. Ci vogliono anche certe condizioni storico-sociali e una generale benevolenza del potere economico.
Sicuramente è un documento storico importante e come tale andrebbe trattato.
Il che è esattamente quello che non ha fatto il Giornale di Alessandro Sallusti quando ha deciso di proporlo come allegato al proprio giornale per inaugurare una serie di volumi dedicati al nazionalsocialismo. Continua a leggere

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Merdone, pestare il

Da anni, Massimo “Bart’s People” Gramellini ha una rubrica sulla prima pagina della Stampa nella quale scrive la sua opinione su qualcosa. Su qualsiasi cosa.
Con uno stile che ha evidentemente molti ammiratori, vista la longevità della rubrica e visto che gli stessi temi sono poi ripresi dall’autore il sabato sera in televisione da Fazio. Poi ci sono quelli che reggono a fatica sia lo stile di Gramellini sia i concetti che vengono veicolati: un pastone denso e sciropposo che può alternare indignazione, cauto ottimismo, sentimentalismo, moralismo, giustizialismo, spesso reazionario e conservatore. E io sono tra quelli: per me Gramellini è l’esempio di tutto quello che non dovrebbe essere il giornalismo, non ultimo per il vizietto di “aggiustare” i fatti perché si adattino meglio al messaggio (come nel caso di “Futoshi Toba“)

Il 9 giugno 2016, Gramellini ha pestato, come ogni tanto gli accade, il merdone.

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La sua opinione sulle nuove divise dell’Alitalia inizia, oltre che con un un erroraccio in terza riga (Etihad è di Abu Dhabi) che in un pezzo del vicedirettore di un giornale non è che faccia una bellissima figura, suonando subito l’allarme: i musulmani hanno sfondato le difese dell’Occidente e, scimitarra alla mano, hanno imposto a uno stilista milanese i centimetri di pelle da coprire del corpo delle hostess.
Per i più distratti, di seguito una foto dell’editoralista su un volo Torino-Roma, in compagnia di una hostess con la tipica divisa Alitalia.

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Le disegnava Frazetta, le divise.

La cosa buffa è che le divise di Etihad sono queste:

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E che le divise Alitalia degli ultimi trent’anni sono queste:

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Però ormai il Nostro è lanciato, ci ricorda che le calze verdi non appartengono alla cultura delle nostre donne (“non conosco una sola donna italiana che…” è il modo elegante di dirlo), con la strizzatina d’occhio al “ah, lo stile italiano”. Ti accusa di essere “un’anima bella” se non sei disposto come lui a sentirti a Vienna assediata dai Turchi e conclude con la tirata fallaciana che fa sempre fine e non impegna.

Questo pezzo è un po’ una summa di tutto quello che rappresenta il gramellinismo: un’opinione disinformata e paracula, condita di becero nazionalismo, un tono saccente e il piglio di chi ci crede tantissimo.
Su internet, il pezzo non è stato accolto benissimo.
Nei commenti dello stesso Buongiorno, sul gruppo Facebook Buongiorno un cazzo, su Linkiesta, da Mazzetta, su Vice, su twitter, il pezzo ha ricevuto critiche, sberleffi, insulti.
Fin qui niente di male.
Se non che, a un certo punto, nel tardo pomeriggio, la Stampa, la busiarda in persona, ha sgranchito i suoi poderosi apparati redazionali per correre in soccorso del suo vicedirettore. È intervenuto il vicedirettore Massimo Russo, con un pezzo sulla libertà di pensiero, che mette le sciocchezze di Gramellini sullo stesso piano di una vicenda più seria, ma che dimentica che il problema è che, come diceva Harlan Ellison, il diritto che si ha è quello della propria opinione informata. E Gramellini ha scritto i suoi pensieri su una roba di cui, evidentemente, non sapeva nulla.
Non puoi vedere due foto di una sfilata, ricordarti che le azioni sono in mano agli arabi, accendere il word processor e buttare giù quello che ti viene in mente. Dici che il committente è musulmano? Sei sicuro? Alitalia ha un ufficio stampa, se lo chiami (o lo fai chiamare, non sia mai che ti sprechi) magari puoi chiedere chi ha seguito la progettazione delle nuove divise. Guarda come erano le divise prima. Guarda come sono le divise di altre compagnie.

A un certo punto è intervenuta anche Anna Masera, che si occupa del rapporto con i lettori, su twitter:

È interessante che si derubrichi tutto a “va beh, ma è uno spazio leggero”, che ricorda un po’ quando Berlusconi diceva che non bisognava dare troppo peso alle dichiarazioni di Bossi (che in fondo era solo un ministro del suo governo). Quindi, se tu fai credere ai tuoi lettori, partendo da basi false, che dopodomani il burqa sarà obbligatorio per legge, non bisogna farci troppo caso perché è uno spazio “leggero” del giornale. Quindi sappiamo che ci sono spazi del giornale dove chi scrive può fottersene dei fatti. Mi sembra un concetto interessante, molto “giornalismo 2.0” come teorizzato dal direttore dell’Unità-renziana.
È curioso, perché da quello stesso spazio due mesi fa Gramellini ha tuonato contro Dorina Matei, con conseguenze tangibili.
Boh, magari allora dovrebbero mettere un bollino ogni giorno sul Buongiorno per dirci se quel giorno è serio o se sta cazzeggiando. Così ci regoliamo.

(Secondo me è andata che Gramellini, che deve essere uno di quelli che si fingono paciosi ma sono in realtà delle iene, si è incazzato come una biscia per come è stato accolto il suo pezzo e ha preteso di essere difeso dal giornale e sui social, dove figuriamoci se scende a discutere con qualcuno. È il direttore creativo, lui)
(E secondo me sabato sera la ripete uguale, da Fazio, questa storia).

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Kobane Calling

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C’è una massima latina, sul muro di un palazzo di Corso Italia a Genova. Non la ricordo in latino ma dice una cosa del tipo “se non sai usarlo, il denaro è il tuo padrone, se sai usarlo è il tuo servo”. Considerato che è incisa su un lussuoso palazzo di inizio novecento non credo fosse un invito alla saggezza per chi passava ma un SUCATE grosso così ai poveracci che, evidentemente, non sapevano usare i loro soldi.
Cosa c’entra con l’ultimo libro di Zerocalcare?
Nel senso letterale, pochissimo.
Se al denaro però sostituiamo “successo”, però forse si inizia a intravedere qualcosa.

ZC è attualmente il fumettista italiano più venduto in libreria e, verosimilmente, tra gli autori di libri in generale più letti in Italia. Il suo è un successo che si è costruito con una progressione naturale e costante, fatta di piccole/grandi circostanze fortunate (la pubblicazione sul Canemucco, l’autoproduzione della Profezia dell’Armadillo, le storie del lunedì sul web, l’incontro con quella macchina da guerra che è la Bao) che hanno permesso a ZC di portare le sue storie a un pubblico sempre maggiore. In questo crescendo, quello che è rimasto costante è quello di cui a ZC interessava raccontare; in questo senso, ZC è riuscito a usare il suo successo per essere sempre più libero di fare quello che preferisce. Certo, ci sono le cose su commissione per Wired, che hanno quasi sempre quel tono di “che mi tocca fare, va beh, gliel’ho promesso, facciamolo”, ma se si prende la successione delle opere da libreria di ZC (escludendo le due raccolte di storie apparse sul blog, che sono comunque importanti ciascuna per la storia inedita che contiene e che fa un po’ il punto su quello che è successo fino a quel momento nella vita e nella carriera), è facile vedere come sia andato avanti per un suo percorso coerente e organico. La Profezia è una storia autobiografica che cerca di dare un senso a un lutto; Un polpo in gola è un romanzo come quelli che Ammanniti non scrive più, su quello che ci portiamo dietro del passaggio tra infanzia e adolescenza; Dodici è una storia di zombi usata per parlare di Rebibbia; Dimentica il mio nome è una storia familiare in cui si fanno i conti con le scelte di chi ci ha preceduti.
Al centro di queste storie c’è sempre un’analisi di sé, delle proprie scelte e delle loro conseguenze. A differenza delle storie per il blog, qui l’aspetto “politico” della vita di ZC emerge con forza; mai come pippone/predicozzo ma come costante, come modello a cui tendere e distanza da quel modello. Continua a leggere

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Mille strappi di morbidezza

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Scusate la faccia

I fatti sono noti: il giorno dell’ennesima visita a Bologna di Matteo Salvini (che potrebbe anche starsene a casa sua invece che venire a rompere il cazzo qui) alcuni militanti di Hobo, un collettivo universitario “antagonista” entrano nella Feltrinelli di piazza Ravegnana – quella sotto le due torri, la Feltrinelli per eccellenza – strappano le pagine di alcune copie del libro scritto dal segretario della Lega (appena pubblicato) e diffondo il filmato, ironicamente accompagnato dalle note della sigla di Daltanius.
La cosa su cui ci sarebbe più da discutere, secondo me, è se l’uso della canzone sia ironico o no: Extraterreste via da questa terra mia viene, per così dire “messo in bocca” a Salvini, in absentia, o è rivolto a Salvini?
Invece, in un Paese che giornalmente condanna alla distruzione migliaia di copie di libri perché non li compra nessuno e quindi prima o poi vanno al macero, è partito il Grande Coro di Vibrante Sdegno, con grande gioia di quelli che si sentono molto provocatorii ad accomunare fascismo e antifascismo. Perché, insomma, i libri non si toccano. Subito seguiti dai voltairiani d’accatto che hanno annunciato che avrebbero comprato il libro per protesta, solidarietà, vanità o chissà perché.
Poi è arrivato Saviano e ha scritto delle robe su Gian Giacomo Feltrinelli. Non propriamente centrate.

Ma andiamo con ordine.
È stato un atto violento? Sì. È stata fatta della violenza contro delle cose.
Ma, cosa vuol dire, nel 2016, distruggere delle copie di un libro con i pensieri di Matteo Salvini?
Se la vostra risposta contiene “roghi, nazisti, fascisti!1!” mi sa che possiamo anche salutarci qui. Pensare che la libertà di espressione di Matteo Salvini, che vive in televisione 24/7, sia minacciata da alcune copie di un pamphlet danneggiate da un gruppo di universitari, se vi calmate un attimo, vi renderete conto anche voi che suona un po’ ridicolo (non fosse altro perché il gesto ha avuto l’ovvia conseguenza di permettere a Salvini di fare parlare ancora di sé e del suo libro).
So che piace molto citare a sproposito una cosa che Voltaire non solo non ha mai detto ma probabilmente non ha mai neanche pensato, ma anche qui sarebbe il caso di darsi una regolata. Le opinioni non sono cose che esistono nell’iperuranio: se sei il segretario di un partito nazionale, che governa comuni, province e regioni, ha avuto ministeri e ha ispirato leggi (Bossi-Fini, anyone?) le tue opinioni non solo solo opinioni. Sono azioni. Azioni che influenzano la vita delle persone o che vorrebbero farlo. E molti di noi magari sono disposti ad accettare che qualcuno, sbagliando, pensi che Pete Best suonasse meglio di Ringo Starr o che Sgt. Pepper è meglio di Revolver. Invece, non è che se uno ha intenzione di rendere più complicata la vita a degli altri esseri umani dobbiamo dire “oh, pofferbacco, non sono d’accordo ma prego, lo dica pure”. No. La verità è che ci sono idee che non dovremmo accettare e contro le quali è giusto lottare. Io non darei la vita per permettere a Salvini di esprimersi: io vorrei che Salvini avesse quelle idee di merda e vorrei che non avesse a disposizione tutti i megafoni del mondo per diffonderle.
E non è che se quelle idee sono pubblicate tra due dorsi di cartonicino, con un codice ISBN diventano intoccabili.
I ragazzi di Hobo hanno danneggiato delle proprietà della Feltrinelli (che ha le spalle larghe abbastanza da sopportare quella perdita inventariale); persino per la legge non dovrebbero rispondere di altro che di questo.
Vedo un’obiezione in fondo alla sala: “EH, MA ALLORA QUELLO DI CASA POUND CHE HA DANNEGGIATO I FUMETTI SATIRICI SU MUSSOLINI A ROMICS HA FATTO BENE?”
Grazie per la domanda.
Intanto, è di Casa PWND, quindi già parte svantaggiato. Ma quello che è successo a Roma è molto più vicino all’intimidazione di quello che è successo a Bologna. Le vittime della patetica (nella forma) spedizionaccia del Di Stefano jr. erano nelle intenzioni gli stessi autori del fumetto. E i danni, grandi o piccoli che siano stati, li ha subiti un piccolo editore. Tra l’altro, prendersela con le barzellette perché non si è capita una battuta mi sembra un livello davvero bassissimo. Per questo è giusto percularli, perché manco sono riusciti a fare quello che volevano.
Poi, oh, neanche l’azione di Hobo mi sembra una gran alzata di ingegno, ma trovo assurdo ed esagerato il modo in cui si è reagito.

Ma torniamo, per chiudere, a Saviano.
Che scrive:

Per prima cosa alla libreria, quella stessa Feltrinelli di piazza Ravegnana famosa perché lì Gian Giacomo Feltrinelli istruiva i librai affinché lasciassero i lettori liberi di leggere i libri per intero – andando ogni giorno a leggerne un pezzetto, come fosse il salotto di casa propria – senza comprarli. Quella stessa dove persino qualche furto era tollerato. E tollerare il furto di un libro significa capire che la cultura è nutrimento.

Ora. A parte che la Feltrinelli di piazza Ravegnana era il regno di Romano Montroni, più che di Feltrinelli,
Feltrinelli era un uomo d’affari e di cultura, ma probabilmente, da comunista terzomondista, avrebbe cercato di non farcelo nemmeno entrare, nelle sue librerie, il pamphlet politico di uno xenofobo che va a braccetto con i fascisti.
Perché bisogna prendere un uomo come Gian Giacomo Feltrinelli, che è stato complesso, sanguigno, radicale, e farne un’altra figurina nella Grande Raccolta per la Gioventù Panini dei Buoni-a-tutto-tondo?
Come se tutto fosse uno speciale di Fazio, un editoriale di Gramellini?
Il conflitto esiste, le ideologie esistono e le persone con cui possiamo essere in linea di massimo d’accordo possono fare delle cose che non condividiamo o che non comprendiamo.
Non è necessario cercare di ricondurre tutto a un’unità, verso il basso.

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