Ognissanti – un inedito di Carlo Cane

È buio. Il lampione di questo vicolo non funziona mai, perché il Comune è discreto e non vuole disturbare quelli che pisciano nell’angolo. Di solito evito di passare di qui, perché non ho del…

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Perdersi a Roma con Mercurio Loi

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Disegni di Sergio Gerasi

Mercurio Loi, serie a fumetti pubblicata da Sergio Bonelli Editore e scritta da Alessandro Bilotta, a prima vista potrebbe sembrare semplicemente una rilettura di Sherlock Holmes con un’ambientazione un po’ particolare, come la Roma papalina degli anni venti dell’Ottocento. Il protagonista è un professore universitario, di mente acutissima, che si diletta nel vagare per Roma e nel risolvere enigmi.
In realtà, la somiglianza è solo superficiale, perché la Roma di Bilotta è un palcoscenico quasi surreale, attraversato da una vena di follia che sembra coinvolgere tutti, e le “investigazioni” di Mercurio Loi lo portano spesso a confrontarsi non con la logica ma con l’imponderabile, l’imprevedibile, il simbolico. Piuttosto, la serie sembra a volte quasi una bizzarra rilettura delle avventure di Batman, ma più quelle televisive che quelle, più cupe, cinematografiche. Di tanto in tanto, Mercurio e il suo assistente discutono di qualche mistero mentre sono impegnati in disinvolte scazzottate con improbabili bande criminali, come quella dei fiorai. Per non dire del quinto numero della serie regolare (il personaggio ha esordito con un “numero zero” nella collana Le Storie, poi ristampato in volume di grande formato), “L’infelice”, nel quale l’antagonista è un Joker al contrario, i cui articolati piani hanno lo scopo di condurre la vittima, appunto all’infelicità.
Bilotta, che è uno degli autori più efficaci al momento in forza alla Bonelli, se non il più efficace in assoluto (la sua serie parallela portata avanti sugli speciali annuali di Dylan Dog, con l’Indagatore dell’Incubo invecchiato in un mondo di zombi, è la cosa migliore sull’Old Boy uscita da parecchio tempo), serve il tutto con una scrittura fumettistica che sta diventando di numero in numero sempre più disinvolta e sempre più lontana dagli “standard” a cui uno pensa quando pensa a casa Bonelli. In questo, Mercurio Loi non colma tanto il vuoto lasciato da una serie come Volto Nascosto (romanzo storico-avventuroso a cavallo tra Roma e le colonie africane di fine Ottocento) ma quello dei personaggi di Carlo Ambrosini, Napoleone e poi Dix, che nascondevano sotto a una struttura investigativa un approccio molto più riflessivo ed esistenziale.
Anche le copertine acquarellate di Emanuele Fior (autore di suggestivi volumi come Cinquemila chilometri al secondo) sono parecchio lontane dalla tradizione bonelliana – che pure conosce e ha conosciuto le sue eccezioni – e indicative della volontà di fare altro.

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Copertina di Emanuele Fior

Tutto questo esplode nel numero di novembre 2017, A passeggio per Roma, che recupera una forma narrativa che su un albo Bonelli non ricordo di avere mai letto: la storia a bivi. Di storie a bivi avevo parlato in occasione della morte di Bruno Concina, che aveva portato il concetto sulle pagine di Topolino, e faccio prima a citare da lì:

La prima storia a bivi è del 1985, lo stesso anno della pubblicazione in Italia dei libri-game di Lupo Solitario di Joe Dever, ma la coincidenza temporale è, appunto, solo una coincidenza.
I libri-game di Dever sono, in sintesi, il tentativo di rendere giocabili in solitario le tipiche avventure del gioco di ruolo: il lettore-giocatore si muove all’interno di un’impalcatura narrativa ben definita, esplora un mondo di cui vede solo quello che le sue scelte gli permettono di vedere. Ci sono diversi finali che sono però solo differenti gradi di successo.
Concina invece non era giocatore e le storie a bivi sono qualcosa di più radicale, dal punto di vista testuale: le scelte del lettore non esplorano un mondo prefissato bensì danno vita a storie differenti. Credi che i rumori al piano di sopra siano opera di u fantasma? Ecco, c’è il fantasma (oppure non c’è). Ti è piaciuto questo finale? No? Ok, torna indietro e fai un’altra scelta. Visto? Il fantasma non c’è (oppure c’è).
Le storie a bivi erano un modo per fare esplodere una storia con la collaborazione del lettore, un’applicazione pratica e ludica delle teorie testuali che avrei trovato un giorno spiegate nel Lector in Fabula di Eco.

Bilotta, accompagnato ai disegni da Sergio Ponchione, con i colori di Nicola Righi, fa un ulteriore passo meta-testuale e gioca sia con le aspettative del lettore di storie a bivi sia con quelle del lettore di libri-game, usando il meccanismo per amplificare la potenza di una storia che parla sì di scelte ma anche di ineluttabilità. A un certo punto, al lettore è consentito di soddisfare i desideri del personaggio e farlo entrare in un loop che lo estranea da ciò che stava inseguendo. Alla fine della lettura si capirà che quel loop è ancora più agrodolce di quanto già non sembri. Un’altra particolarità è che la storia può anche essere letta in sequenza, ignorando i bivi (o meglio optando sempre per la scelta che porta alla pagina successiva); solo in questo modo è possibile avere un quadro completo della storia e chiarirsi certi passaggi.
Una storia fatta per essere letta, o meglio percorsa più volte, smontandola e rimontandola, che ha al suo centro il tema del doppio, della scelta, dell’essere intrappolati in un cerchio. Esattamente quello che succede al lettore, che è chiamato a diventare Mercurio.
Fino alla fine.
In tutti i sensi.

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I lettori di fumetti sono quasi tutti, segretamente, dei direttori vendite e passano un sacco di tempo a ipotizzare quanto venda una serie e quanto potrà durare.
Per le cose che mi piacciono molto, non faccio eccezione neanche io: anche se non ho idea di quanto venda Mercurio Loi, temo che sia il genere di prodotto che in edicola non venderà mai abbastanza per sopravvivere a lungo. Spero di sbagliarmi e che Bilotta possa continuare a sfornare storie del genere per molti anni a venire.
Intanto, però, la cosa migliore da fare è cercare di convincere più persone possibili a comprare Mercurio Loi, sperando che poi continuino a farlo.

ps: un’altra bella serie di Bilotta era Valter Buio. Poteva sembrare un clone di Dylan Dog (uno psicanalista romano che “cura” i fantasmi essendo l’unico a poterli vedere) e invece si è immediatamente dimostrata qualcosa di diverso e molto più personale. Uscita in dodici albi, è stata di recente ristampata su quattro volumi da libreria.

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Zappe, spade e ragazzi morti

È vero che per le cose legate alla scrittura ho un blog a parte, Dorso di Carta, ma è anche vero che un aggiornamento anche qui male non fa.

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Cajelli, De Feo, Fantoni, Gonnella, Hoffmann, Lanzoni, Leonardi, Mala Spina, Mana, Mazza, Nerdheim, Vicenzi. Questa la lista dei rinnegati che hanno dato vita a “Zappa e Spada”, la prima antologia al mondo di racconti Spaghetti Fantasy! Ecco la fantasia eroica all’italiana, quella con pochi soldi per gli effetti speciali, ambientata in una contrada fantastica popolata da furfanti e villani, avventurieri senz’arte né parte e paladini male in arnese, fratacchioni e fattucchiere… insomma: braccia rubate all’agricoltura, e restituite al campo di battaglia. Perché quando l’uomo con la zappa incontra l’uomo con la spada… nasce lo SPAGHETTI FANTASY!

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Canadà (4) – Quebec! (1 di 2)

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Una foto di una foto dell’hotel più fotografato al mondo secondo la Lonely Planet (che però è reticente sulle altre posizioni della classifica degli hotel più fotografati al mondo)

Fedeli alla linea (del bus), anche per spostarci da Montreal a Quebec la nostra scelta è ricaduta sul torpedone.
Ma prima di arrivarci c’è da passare lo scoglio della colazione.
In una recensione su Tripadvisor dell’Hotel Elegant si legge:

La stanza dove viene servita la colazione sembra un sottoscala con pochi posti a sedere e la qualità della colazione servita è quasi imbarazzante.

Ed è esattamente così. La colazione è servita in una stanzetta di due metri per tre con 7-8 posti a sedere. Ti puoi servire di un’enorme brioche stantia da una scatola di plastica, versare una tazza di caffè e poi… uhm… potresti sederti? No, perché non c’è posto. Allora che fai?
Non lo so, io ho preso il mio vassoietto e sono andato a mangiare sul divano all’ingresso (per fortuna che Lucilla non ha preso niente, altrimenti avremmo dovuto fare a turno perché in due non avremmo avuto dove appoggiare i vassoi), davanti alla reception, nell’indifferenza del portiere. Quindi suppongo si potesse fare. O che comunque non gliene fregava un cazzo a nessuno. Come di tutto il resto che riguarda quell’albergo.

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La tipica architettura nord-americana

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Canadà (3) – Montreal

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(una breve puntata di passaggio)

Le cattive idee si presentano sempre come buone idee. Prendete per esempio quella di andare da Toronto a Montreal in autobus, per risparmiare sul volo aereo: “va beh, sono sei ore, ma almeno ci vediamo il panorama!”
Poi, una volta sul bus scopri che non sai come si capisce quali posti sono prenotati e quali no e quindi, anche se siete arrivati tre quarti d’ora prima della partenza finite a sedervi in fondo al pullman, proprio in corrispondenza di uno di quei begli adesivi giganteschi che oscurano il finestrino. Non solo: il Canada da Toronto a Montreal è, in pratica, una lunghissima e monotona pianura dove non c’è niente da vedere.
La cosa più interessante che succede durante il viaggio è che una volta passato il confine tra Ontario e Quebec c’è un cambio di autista; se prima gli annunci erano prima in inglese e poi in francese, ora sono prima in francese e poi in inglese. Continua a leggere

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Canadà (2) – Niagara

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Ci sono, credo, pochi luoghi al mondo più intimamente turistici delle cascate del Niagara.
In fondo, sono uno spettacolo naturale facilmente raggiungibile con qualsiasi mezzo di trasporto a una distanza abbastanza ridotta da zone densamente popolate. La cosa buffa è che, di per sé le cascate, nella categoria “cascate” detengono un record abbastanza specifico: sono quelle con la maggiore portata costante di acqua. Nel senso che quando sono a pieno regime le cascate del lago Vittoria in Africa le surclassano, ma le cascate del Niagara vanno a pieno regime tutto l’anno e non solo nella stagione delle piogge.
Intorno a loro, comunque, USA e Canada hanno montato una strepitosa macchina da turismo, davvero per tutti i gusti, come vedremo.
Arrivare alle cascate da Toronto è semplicissimo: si prende un pullman dalla stazione delle corriere e in meno di due ore si arriva a Niagara Falls (città gemella della Niagara Falls americana, che si trova dall’altra parte del fiume, in territorio americano). Il servizio è gestito dalla Greyhound, ma purtroppo non su un bus come quelli che vi aspettereste. Amen.
Per dire il livello di culopesismo del turismo in zona, quando arrivati chiediamo all’autista la strada per arrivare a piedi alle cascate (15 minuti scarsi), questo ci risponde una roba tipo “avete un sacco di energie, eh?”, perché quello che ti consigliano (in realtà non a torto, come vedremmo dopo) è di fare il biglietto giornaliero per la rete di bus locali che ti portano nei luoghi di principale interesse.
A ogni modo c’è questa strada che costeggia il fiume, sulla quale si trova credo la più alta concentrazione di bed and breakfast del mondo, e almeno un cimelio della relazione tra gli esseri umani e la zona delle cascate. A un certo punto c’è un ponte che unisce il Canada con gli Stati Uniti. Avessimo fatto il visto elettronico per tempo avremmo potuto fare una capatina in Trumplandia, ma meglio così.

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Oltre il ponte, gli USA

L’esperienza classica delle cascate è quella che si fa dal battello.

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Conviene o arrivare presto o prenotare i biglietti da internet, perché le code possono essere abbastanza lunghe. Il tutto è vagamente surreale: ti danno un poncho usa e getta di plastica trasparente e poi, con questa tenuta da spermatozoo woodyalleniano ti trovi in fila all’imbarco con un piccolo esercito di tuoi simili. Le navi che operano sulla sponda canadese hanno i passeggeri vestiti di rosa/fucsia, quelle dalla parte americana di azzurro (c’è questa cosa per cui il Canada sembra tenerci molto a sembrare la versione simpa degli USA), così non ci si confonde. Ovviamente, il divertimento maggiore lo si ottiene mettendosi a prua, perché ci si bagna di più, ma chi non vuole rischiare può tranquillamente mettersi al riparo dentro. C’è anche un bar.
Noi finiamo davantissimo, perché un signore di Brescia lascia a Lucilla il posto attaccata al parapetto. Quella che sembra una carineria si trasforma, quando la barca arriva vicino alle cascate, un’arma a doppio taglio, perché le onde che si creano sorpassano tranquillamente il parapetto. Immersi in una nube di vapore acqueo, si avanza e non si vede niente. Fino a che non ci si abitua (e non si guarda in alto) sembra di stare andando a sbattere contro il muro d’acqua che viene giù.

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3 (1).jpgÈ tutto molto divertente, un po’ come certe giostre di Gardaland. Le cascate, in fondo, sono anche meno rumorose di quello che uno si immaginerebbe.

Un’altra cosa che sembrerebbe molto figa è la discesa fino quasi al livello dell’acqua di fianco alle cascate. Ma siccome non l’abbiamo fatta, vi beccate una foto di repertorio del 1982, quando avevo neanche tre anni e i miei mi portarono in America.

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Il nano nella foto non so se sono io, però.

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Questo sì, dovevo essermi scocciato.

Tra l’altro, l’estate prima era successo questo, scopro ora:

1981 – On August 29, Dunia Sayegh, a 28-year-old resident of Toronto, dropped her two-month-old son, Hesham, over the railing and into the river just up from the brink of Horseshoe Falls on the Canadian side, whereupon he was quickly swept over the falls. The boy’s body was never found. Sayegh was arrested and charged with second-degree murder. The charges were dismissed after Sayegh claimed she accidentally dropped the child after suffering a dizzy spell.

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Quello a destra sta ballando “Andiamo a comandare”

Se vi sentite avventurosi e avete un sacco di dollari da spendere, potete farvi una discesa vista cascate imbragati lungo una zipline (quelle cose con la carrucola). Sembrava divertente, ma costava davvero troppo, tipo 80$ (circa 60 euro, non ricordo se c’erano le tasse o no) (ecco, questa cosa dei prezzi che devi sommarci le tasse è una gran scoccciatura, ma sono certo che ci sia una ragione per mettere il prezzo netto e non quello finale).

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Una cosa molto bella è la passeggiata sulle rapide. Poco più a valle delle cascate, infatti, il fiume si restringe e forma delle rapide impetuose, che arrivano a classe 6 (la più pericolosa). Dalle passerelle lungo il fiume si può godere lo spettacolo della furia dell’acqua, passeggiando e guardando gli americani che dall’altra parte del fiume fanno la stessa cosa.
Le rapide terminano nello spettacolare vortice dove la corrente si arrotola su se stessa. Una cosa che si fa prima a spiegare con un’immagine.

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Ovviamente, la storia delle cascate è piena di folli che hanno cercato di sfidare in un modo o nell’altro la forza di gravità o quella della corrente. O entrambe,
Il primo, nel 1859, fu un funambolo francese, il grande Blondin, come si può leggere in un bell’articolo dello Smithsonian Institute, che vado a riassumervi. Tese una corda tra le due sponde delle cascate e partì, con la sua bella asta, dalla parte statunitense. Arrivato a metà calò una fune fino alla barca ormeggiata sotto di lui, issò su una bottiglia di vino e si fece una bella bevuta alla salute degli spettatori. Si riposò un po’, poi completò la traversata fino al Canada. Arrivato lì si fermò? Sì, ma solo per poco; venti minuti dopo era di nuovo in partenza, questa volta con una macchina fotografica legata alla schiena. Fatti sessanta metri, appoggiò la macchina alla fune e fece una bella foto al pubblico americano. Venti minuti dopo aveva completato la traversata.
E dici, a questo punto si fermò?
No.
Cinque giorni dopo era di nuovo lì. Questa volta andò in Canada senza usare l’asta. A metà percorso si fermò, si voltò e completò la traversata camminando all’indietro.
A questo punto, le cose iniziano a farsi barocche, perché il ritorno lo fece con un sacco in testa.
Dieci giorni dopo, si presentò con una carriola, testimone il presidente degli Stati Uniti.
Seguirono capriole sulla fune, penzolamenti con una mano e a testa in giù.
Una volta si caricò sulla schiena il suo impresario.
La fece di notte, con il faro di una locomotiva legato in testa.
Incatenato.
Si portò una sedia e un tavolo e provò a fermarsi così a metà percorso, ma la sedia volò di sotto e lui per poco non ci andò dietro. Per rinfrancarsi rimase seduto sulla corda, mangiò un pezzo di torta e ci buttò sopra dello champagne.
Una volta si portò una stufa da campo e cucinò la colazione per i passeggeri della solita barca.
A 65 anni fece la traversata con il figlio e un’altra persona sulle spalle. E cucinò.
Pare che Blondin abbia attraversato 300 volte le cascate, in tutta la sua vita.

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Poi ci sono quelli che si sono buttati giù dalle cascate dentro a qualcosa. La prima fu, nel 1901, una signora, Annie Edison Taylor, che il giorno del suo 63° compleanno pensò che fosse una bella idea infilarsi in una botte imbottita e lanciarsi giù dalle cascate (a dire il vero due giorni prima aveva provato con la sua gatta, Lagara, e la bestiola era sopravvissuta). Anche Annie, che sperava con quest’impresa di guadagnare abbastanza in pubblicità da evitarsi una vecchiaia di povertà, sopravvisse: quando aprirono la botte aveva un grosso taglio in testa ma ce l’aveva fatta. Non era particolarmente entusiasta dell’esperienza, perché disse che avrebbe preferito “stare davanti alla bocca di un cannone, sapendo che mi avrebbe fatto a pezzi” piuttosto che buttarsi di nuovo dalle cascate (51 metri di roba). Si sfangò la vecchiaia? Insomma. A un certo punto il suo impresario se la svignò con la botte (…) e lei buttò via un sacco di soldi in investigatori privati per trovarlo. Tirò su qualche soldo come attrazione turistica vivente ma poco più.
Comunque un tizio ci provò a fare la stessa cosa dieci anni dopo e si ruppe entrambe le ginocchia e la mandibola. Sei mesi di ospedale.
Quello a cui andò peggio fu George Stathakis, un immigrato greco, che tentò anche lui la strada del barile nel 1930. Sopravvisse alla caduta, ma fu impossibile recuperare il barile prima di diciotto ore perché era rimasto bloccato dietro il velo d’acqua. Il poveretto aveva autonomia di aria solo per otto ore. In compenso, la tartaruga che si era portato dietro ne uscì illesa.
Nathan Boya, nel 1961, fu il primo nero a fare l’impresa, dentro a una sfera di gomma (una tecnologia che già nel 1928 aveva sperimentato con successo un altro pazzoide, Jean Lussier.

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Nel 1990 (sto pescando i casi più pittoreschi dall’apposita pagina wikipedia), tale Jessie Sharp ci provò in kayak. Non solo: era talmente sicuro di sé che pensava che una volta atterrato avrebbe tranquillamente potuto proseguire a pagaiare, al punto che aveva prenotato per cena a Lewiston, oltre le rapide. Per non essere impicciato in caso di necessità non indossava un giubbotto di salvataggio e per permettere alle telecamere di riprendere la meglio il suo volto non indossava un casco. Il cadavere non è mai stato ritrovato.

I salmoni, in compenso, nuotano spesso giù dalle cascate. Pare che una volta uno abbia centrato in pieno un turista nella piattaforma di osservazione che avete visto più in alto.

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In fondo, a destra, ci sono le cascate

Una cosa che dovete sapere delle cascate è che la vista migliore, anzi l’unica, la si ha dal Canada. I canadesi si sono trovati con questa massa di turisti che arriva ogni giorno e cosa hanno fatto?
Hanno cercato il modo di spremerli, giustamente, come arance, offrendo loro tutto ciò che la natura non può offrire: case dei fantasmi, cinema 3D, parchi giochi, musei delle cere, junk food di ogni forma e tipo, negozi di souvenir. Tutto concentrato in una strada lunga neanche cento metri, che sembra Times Square, Clifton Hill.9.jpg

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“Vi prego salvatevi, distruggetemi, liberate il mio ka”

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Ah sì, c’è pure un enorme tempio buddista…

Cose buffe successe alle cascate:

  • A un certo punto si mette a piovere. Forte. Lucilla che è previdente è arrivata in Canada con una giacca a vento, io avevo una felpina di cotone. Siccome avevo già buttato il poncho che ci avevano dato sulla barca, ne ho comprato uno nuovo. Purtroppo non la versione con le foglie d’acero.

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    “io pratico il sesso sicuro” “Anche io” (cit.)

  • Dopo avere fatto l’abbonamento giornaliero al bus locale (che non volevamo fare) per andare a mangiare in un posto citato dalla guida che sembrava interessante, arriviamo sul luogo e scopriamo che è chiuso, probabilmente da decenni. Per fortuna eravamo passati di lì con il pullman e mi ricordavo che l’autista aveva detto che poco distante c’era un diner. Un vero diner, con la cameriera un po’ sfatta che gira con la caraffa di caffè e ti riempie la tazza quante volte vuoi.
  • Questo in realtà è successo a Toronto. Andando alla stazione dei pullman abbiamo trovato non una bensì due succursali di Uncle Tetsu. Per chi si fosse perso le puntate precedenti, Uncle Tetsu è una catena di pasticcerie giapponesi che avevamo scoperto a Sydney. Il loro prodotto di punta è una cheesecake che… no, sul serio. Non ci sono parole. Come mordere una nuvola.

    Per farla breve, al ritorno, ancora prima di andare a cena (in una trattoria giapponese, per altro) ci siamo fiondati in uno dei due locali a comprare una torta per la sera (e la colazione). Siamo stati fortunati, perché invece che nella pasticceria-e-basta (dove c’era una coda notevole) siamo andati nella pasticceria-e-bar – le cui cameriere non ho ben capito perché quel giorno avevano le orecchie e la coda da gatto sulla divisa da maid – dove vendevano anche da asporto e non c’era nessuno. “Luci, pensavo, se avanza la torta la lasciamo magari in cucina per gli altri ospi…” “NON AVANZA”.
    Non è avanzata.

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    Commozione.

Fine della puntata!
Prossima puntata: i francofoni! Parbleau! Mon Dieu! Oui je suis Catherine De Neuve! Annabellà…

 

 

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2017, l’anno della svolta

In queste cose è facilissimo prendere delle cantonate e fare delle grosse figure di merda. Onestamente, spero un sacco di sbagliarmi, ma non credo.
Il fatto è che, secondo me, tra qualche tempo, quando ci guarderemo indietro, ci accorgeremo che l’estate del 2017 è stata una specie di spartiacque. O, quantomeno, uno di quei momenti in cui delle tendenze che hanno strisciato sottoterra di colpo emergono tutte insieme e diventano qualcosa di grosso.
Detta in breve, è assai probabile che il 2017 verrà ricordato come l’anno in cui in Italia è tornato normalissimo dirsi fascista, elogiare il fascismo e sostenere che chi è antifascista è anti-italiano. In cui “lo straniero” (non più “il clandestino”) è tornato a essere il bersaglio di tutto l’arco parlamentare, finalmente appiattito sulle posizione dei fascisti di Casa Pound e Forza Nuova. Quando il partito che dovrebbe (…) rappresentare la sinistra è capitanato da uno che tira fuori “aiutiamoli a casa loro” (scusate, “aiutiamoli davvero“, perché lo storytelling è importante) capisci che è finita.
E manca ancora il finale della discussione parlamentare dello “ius soli” (che ius soli non è, per giunta), che già tante emozioni ci aveva regalato.
C’è una vertiginosa lista di episodi di razzismo compilata a fine agosto da GriotMag, che è da leggere come una litania di follia e cattiveria. E non è completa. Manca per esempio il razzista spezzino che in Alto Adige non vuole vedere a servire ai tavoli una ragazza nera, perché si aspetta la donna “tipo heidi” (che è una bambina di dodici anni, ma va beh).
Manca l’allucinante vicenda del Tiburtino III, con una donna che si inventa un’aggressione da parte di un rifugiato dalla quale nasce un assedio squadrista al centro di accoglienza della Croce Rossa, con tanto di un uomo accoltellato. Nonostante sia emerso che la donna si sia inventata tutto, i fascisti hanno ottenuto dal Municipio di mettere in discussione il centro d’accoglienza.

Manca il surplus di indignazione per gli stupri di Rimini (anzi, per lo stupro, perché della donna transessuale peruviana frega un cazzo a nessuno, che non rientra bene nella cornice), con tanto di un fogliaccio come Libero che spara in prima pagine dettagli umilianti perché tanto della vittima non ce ne frega un cazzo, l’importante è che tutti tifiamo perché i polacchi si prendano i negri e, boh, li impicchino in piazza dopo averli torturati.

C’è un’atmosfera pesante.
Ci son odio e disperazione.
C’è l’humus fertile in cui il fascismo cresce così bene.
E non si vede all’orizzonte nessuno con il diserbante.

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