Chile – 3 – Atacama (1)

La prima volta che ho sentito parlare del deserto di Atacama era il 1992, nel secondo incontro tra Dylan Dog e Martin Mystère. La pagina qui sotto contiene una verità (è una delle zone più aride della Terra) che serve a far passare meglio una beffa: il Pisum alatum non esiste, ma è una specie inventata da Guido Nolitta (ovvero Sergio Bonelli) in un episodio di Zagor.

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Cosa c’entra questo con il nostro viaggio? Quasi nulla, però è una bella coincidenza che il numero di pagina sia il 23, perché è il numero preferito di Lucilla, essendo la sua data di nascita.
Nella “divisione” delle zone del viaggio in Cile, il deserto di Atacama era un po’ di pertinenza di Lucilla, nel senso che è stata lei che, dopo che abbiamo prenotato i voli, un giorno mi ha mandato un messaggio con scritto: “Mi dai carta bianca per organizzare le escursioni nel deserto?”.
Lo sventurato rispose (positivamente) e, nel tempo che ci ho messo a rendermi conto che potevo essere stato imprudente, già Lucilla mi chiedeva di confermare il mio peso, il passaporto e i dati dell’assicurazione di viaggio. A quel punto ho preferito non sapere nulla di quello che ci avrebbe aspettato, almeno fino a che non saremmo stati sull’aereo per Calama, da cui poi si arriva a San Pedro de Atacama.
Quando l’ho scoperto, ho immediatamente rimosso l’informazione. Continua a leggere

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Concentrazio’

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Così, ma con dei ministri.

(Prologo: Scienze della comunicazione for dummies)

Tra gli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso, il sociologo Erving Goffman teorizzò una cosa per certi versi ovvia, ma che nelle scienze sociali nessuno aveva ancora affrontato sistematicamente, cioè la coesistenza in ciascun individuo di un’identità “privata” e una “pubblica”. Usando una metafora teatrale, Goffman parlava di “palcoscenico” per quello che offriamo agli altri nella nostra vita pubblica (sul lavoro, in presenza di estranei) e di “retropalco” per quello che invece mostriamo agli amici, ai parenti, ecc. (ovviamente l’analisi di Goffman è più articolata e complessa, questo è solo il suo nucleo)

Successivamente, uno studioso dei mass-media, Joshua Meyrowitz ha applicato le categorie di Goffman alla comunicazione politica nell’epoca televisiva, teorizzando che il cittadino si era venuto a trovare in una situazione di “palcoscenico laterale”, cioè una posizione dalla quale poteva sì vedere quello che succedeva sul palcoscenico, ma riusciva a sbirciare anche dietro le quinte. Il perché è presto detto: come la comunicazione passa da radio e giornali al mezzo televisivo è impossibile tenere fuori dal quadro tutti gli aspetti di comunicazione non verbale che prima venivano filtrati. Di un politico non si conosce più il pensiero, la voce o l’aspetto cristallizzato in qualche fotografia: si vede come si muove, come reagisce, se è appare in salute oppure no. Di conseguenza, l’uomo politico diventa più “uomo”; e il resto del sistema mediatico si adegua trattandolo alla stregua di altre categorie di personaggi famosi.

Con la comunicazione politica via social, ovviamente, il “palcoscenico laterale” si è trasformato in un pass ad accesso illimitato al teatro – un po’ come quello che permette a Wayne e Garth di inchinarsi davanti a Alice Cooper e trovarsi invece davanti al pacato e cordiale Vincent Furnier.

Ci sono quelli che sanno sfruttare bene la situazione – perché ben consigliati, per fortuna, per naturale istinto, per una combinazione di tutte e tre le cose – e poi ci sono i dilettanti allo sbaraglio.

(fine prologo)

Sì, Danilo Toninelli, stiamo parlando di te. Continua a leggere

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Chile – 2 – Valparaiso

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Il 14 agosto mi sono appena svegliato; è abbastanza presto perché abbiamo in programma di andare a prendere il pullman per Valparaiso e dobbiamo muoverci per tempo.
Sono ancora a letto che scorro la timeline di Facebook sull’iPhone e a un certo punto leggo che è crollato un ponte a Genova. “Ma che è ‘sto ponte Morandi?” mi chiedo. Sono nato e cresciuto a Genova ma non avevo mai saputo come si chiamasse il ponte dell’autostrada.
Lo scenario, come si vede dalle foto, è un misto di apocalisse e assurdità: sotto quella pioggia e quel cielo grigio che dovrebbe appartenere più all’inverno in cui mi trovo che non all’estate ligure, i frammenti del ponte crollati nel letto del Polcevera sembrano qualcosa uscito da un film a basso costo, che nasconde i limiti degli effetti speciali dietro alla scarsa visibilità. Continua a leggere

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Fake!

Fine anni ’90. Il presidente del consiglio, Massimo D’Alema dichiara che se ha qualcosa da dire preferisce andare da Vespa a Porta a Porta per parlare direttamente ai cittadini che non fare una conferenza stampa, che sarà poi stata raccontata attraverso il filtro dei giornalisti.

Inizio novembre del 2011. Poco dopo che Napolitano ha dato a Mario Monti l’incarico di formare un governo, l’account twitter di Palazzo Chigi diventa improvvisamente molto attivo e, per mano dello stesso Mario Monti, offre un incredibile spaccato in presa diretta delle attività del neo-presidente del Consiglio, che spiega ai cittadini la sua ricetta per uscire dalla crisi. Stiamo parlando di una comunicazione di questo tipo:

#Italia è ora di dormire. Domani iniziano i sacrifici.Dormire presto significa risparmiare energia e avere una vita rigorosa e austera.
***
Dopo una frugale e austera colazione mi reco al colle dove incontrerò il Presidente Napolitano. La lista dei salvatori dell’#Italia è pronta
***
Austerità,sacrificio,serietà. Questa la ricetta per recuperare i 20 anni di sprechi. Mi attende un incarico difficile ma sono ottimista.

Un incredibile stacco rispetto alla comunicazione berlusconiana, da parte di un non-politico che calava di colpo nella contemporaneità la comunicazione politica?
Non proprio, perché l’account era un fake, che, come era evidente leggendo i tweet (e tenendo a mente che Monti non era ancora presidente e non poteva avere accesso a un account istituzionale) parodiava le esternazioni di Monti.
La cosa, però, all’epoca suscitò un certo scalpore, perché all’account finto rispondevano, entusiasti, in molti, convinti di stare davvero interagendo con lo stesso Monti.
Di tutta la storia ho scritto diffusamente all’epoca, in un post che purtroppo oggi appare monco perché linkava alcuni Storify oggi inaccessibili dopo la chiusura della piattaforma. Concludevo con una specie di profezia:

Al netto dell’idiozia, del servilismo, dell’ingenuità, dell’analfabetismo nell’uso degli strumenti di internet, molte delle persone che hanno interagito con l’account fake di Palazzo Chigi hanno espresso il desiderio di potere avere un rapporto più diretto con chi li governa (o almeno con uno stagista). Hanno trovato tutto sommato logico che nel 2011 il governo avesse aperto un canale di comunicazione (anche unilaterale) su un social network di grande diffusione.
Non che essere sui social network sia un valore in sé, per le istituzioni. Però in questo senso i molti aspiranti interlocutori di Monti hanno dato un’indicazione delle cose che vorrebbero da chi li governa.
Sembrerà una scemata, ma @palazzochigi ha forse involontariamente fornito ai futuri consulenti di immagine del governo un buon case study da cui partire per valutare eventuali strategie future di comunicazione in rete.
Non male, per una cosa nata FOR TEH LULZ.

Non so bene che cosa stessero facendo Salvini e Morisi nel novembre del 2011 (il profilo di Salvini su twitter era già attivo da otto mesi), ma probabilmente qualche appunto l’hanno preso.
Da luglio, esiste su Twitter un account parodia di Matteo Salvini, che riprende le fotografie di quello originale e aggiusta, specie il poco che basta,  il testo. L’effetto è quello che vedete di seguito:

L’effetto mimetico è impressionante, perché di fatto la comunicazione di Salvini su internet sembra già, per chi è cresciuto abituato a un altro tipo di comunicazione politica, una parodia. Il continuo rilancio di notizie di cronaca, l’occasionale (o per meglio dire ritmata) apertura sulla vita privata ai limiti del buongiornismo, sono elementi che sembrano usciti dalle caricature dei programmi di scuola Guzzanti/Dandini degli anni novanta.
Fa ridere che a un certo punto un debunker come David Puente si senta in dovere di pubblicare una guida per distinguerli che, in sostanza, dice: “leggete”.

Lo fa perché, anche in questo caso, nonostante sette anni dal fake di Monti, c’è gente che con il fake di Salvini si complimenta o si incazza.
Il capolavoro è stato quando si è scomodato Luca Morisi per segnalare il fake e subito sotto è comparso il suo fake, Luca Monisi – se i due account sembrano uguali è perché nel font di twitter I e l appaiono uguali, quindi uno è (tutto minuscolo) lumorisi, l’altro iumorisi (con la i maiuscola).DmhSV-lXcAAVSah

In giro avrete trovato lo scambio qui sopra ripubblicato come prova di quanto è rintronato Morisi, a dimostrazione che nessuno, per quanto siano buone le sue intenzioni, è immune dal prendere delle cantonate, se soddisfano quello che vorrebbe vedere.

Questi fenomeni hanno il pregio di mostrarci quale sia la superficialità e per certi versi l’automatismo con i quali consultiamo i nostri cosi social: nel flusso delle immagini, un Salvini o un Morisi praticamente uguali agli originali ci sembrano gli originali. Un like o una reazione indignata sono meccanismi che scattano quasi automatici davanti a certi interruttori: una foto, certe parole chiave. Confesso che pure io a volte quando vedo nella timeline di twitter il finto Salvini ho un momento di smarrimento e mi domando perché ho Salvini sulla timeline.

Tutto questo fa parte dell’enorme problema che i social stanno creando al modello classico della sfera pubblica, uno dei pilastri di quella che abbiamo sempre chiamato epoca moderna. Questo modello prevedeva che cittadini che hanno formato una propria opinione sullo stato delle cose grazie ai mezzi di informazione prendano delle decisioni attraverso le consultazioni elettorali. È chiaramente un modello ideale, perché da sempre i mezzi di informazione non sono neutrali e nessuno prende decisioni solo in base alla propria razionalità.
Ma il modo in cui i social sono diventati un unico canale che fonde in un flusso continuo notizie, intrattenimento e relazioni personali sta progressivamente facendo diventare ancora più ristretti i tempi di assimilazione delle informazioni. È un fenomeno che esiste già dai tempi dei giornali (“ma tanto la gente legge solo i titoli”), ma che ora si è amplificato: leggiamo centinaia di “soli titoli” al giorno, in un mondo sempre più complicato e con margini di manovra sempre minori.
E molti, moltissimi di questi “titoli” sono pura e semplice propaganda, che arriva direttamente dagli stessi politici.
La cui presenza sul web è ormai indistinguibile da quelli che, anni fa, erano delle parodie.

ps: nei fake, una menzione speciale per la straordinaria Federica Ciaccheri, strepitoso calco dei tifosi renziani.

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Chile – 1 – Santiago

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Viaggio nuovo, Cthulhu nuovo

Buonasera e benvenuti al primo episodio di un nuovo resoconto di viaggio di Buoni Presagi, quella cosa che inizia con i migliori auspici, poi a marzo sono ancora a raccontare i primi sei giorni di viaggio e ce la do su. Potete ammirare tutti quelli rimasti incompleti e quelli completi nell’apposita categoria del blog.

Quest’anno, dopo tanti tentennamenti, ci siamo decisi a prendere il toro per le corna e fare rotta sul Cile. Il lunghissimo paese sudamericano è da sempre la meta dei sogni di Lucilla; nell’impossibilità di fare un unico viaggio lunghissimo, e in quella di andarci nel periodo migliore per visitare il sud – cioè l’estate australe –, a causa delle politiche sulle ferie dei posti dove lavoriamo, intanto abbiamo fatto quello che si poteva ad agosto nell’emisfero australe.
Vale a dire: Santiago, Valparaiso, il deserto di Atacama e l’Isola di Pasqua. Perché una volta che sei lì che fai? Non vai all’Isola di Pasqua?

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Post del capitano

(questa è la versione leggermente modificata ed espansa di un post comparso su nipresa, per togliere dal tavolo alcune questioni laterali che sono tangenti al punto che volevo toccare)

Siamo ormai prigionieri (più o meno consenzienti) di un sistema mediatico-politico che eleva a COSE IMPORTANTISSIME fatterelli come una che sbrocca contro la polizia a un corteo, una capotreno che sbrocca sul lavoro, un cartello a una manifestazione.
Nel primo caso, fu Matteo Renzi a soffiare sul fuoco, negli altri due la propaganda di Salvini (che, è bene ricordarlo, quando si sta leggendo la pagina FB o il twitter del “Capitano” non si ha a che fare con il ministro dell’Interno ma con il segretario della Lega che porta avanti la sua propaganda personale – e poco importa se i post li pensa e scrive lui, Morisi o qualcuno dello staff) ci si è buttata di peso. Nel terzo caso è anche comprensibile, perché si citava direttamente lui.
Ma, lo stesso, è interessante come è stato costruito il post.
Intanto, si presenta, oltre al cartello, una sagoma di Salvini come il Grande Dittatore chapliniano. Non ha importanza sapere se Salvini e i suoi davvero non sappiano una divisa nazista da quella di Chaplin: l’importante è l’effetto che fa nel flusso. Non solo: intanto nel testo c’è scritto “nazista”, quindi già si indirizza l’osservatore distratto verso quella lettura. Secondariamente, l’immagine che aveva girato più a lungo era quella del cartello dove si paragonava implicitamente Salvini a Mussolini. Ma la propaganda salviniana con il fascismo ci flirta più o meno ambiguamente da sempre, quindi non potrebbe mai chiedere delle scuse perché gli stanno dando del fascista. Del resto, abbiamo fatto quel passo per cui ormai da tempo “fascista” non è automaticamente per tutti un termine negativo – cosa che traccia un grosso solco tra l’Italia e buona parte del resto del mondo, fateci caso se siete all’estero.
“Nazista”, invece, continua a funzionare bene come onta. Si sa, i nazisti erano cattivi, Hitler ha traviato Mussolini che altrimenti sarebbe stato un ottimo politico e tutto questo genere di stronzate di cui sono piene le teste di tanti.
Ma il vero punto cruciale di questo post è a chi viene indirizzata la richiesta di una presa di distanza.
Che non è rivolta a chi ha organizzato la manifestazione e nemmeno aveva per primo lanciato l’idea di una manifestazione di protesta contro l’incontro tra Salvini e Orban, cioè Civati.
Il post chiama in causa Matteo Renzi (che ormai non lo vota manco suo padre), la Boschi (che è ormai impresentabile come Renzi) e la Boldrini (autentica ossessione dei fascisti italiani, ma che dal punto di vista politico non ha più alcun peso). Renzi e Boschi non solo credo non fossero nemmeno a Milano, ma non trovo neppure loro dichiarazioni sulla manifestazione. La Boldrini, se non altro, c’era (ed è stata a quanto pare l’unica a rispondere, positivamente, all’appello, dimostrando una disarmante ingenuità politica).
Salvini punta a dei bersagli facili, innocui e in disarmo – e lo fa sempre – perché sa benissimo che dare peso, per esempio, a un Civati, significherebbe legittimarlo come avversario. Il che sarebbe esattamente quello che il PD ha fatto con lui per anni, costruendo un’opposizione tra i “due Matteo” che aveva portato qualunque programma di informazione ad avere ospite Salvini nella parte dell’opposizione.
Quindi, fateci caso: Salvini se la prende con personaggi dello spettacolo (l’ultimo mi pare sia chef Rubio), politici stranieri, politici senza alcuna chance di creare un progetto politico. Difficilmente creerà l’errore di crearsi da solo un avversario appetibile per il sistema dei mass media.

Più in generale, è riuscito, con la complicità passiva del sistema mediatico, a monopolizzare quell’aspetto della vita pubblica che si chiama agenda setting: in altre parole, quello di cui si discute è quello che lancia lui. A oggi, da che esiste il governo quella che dovrebbe essere l’opposizione non è riuscita a imporre un solo tema all’attenzione dell’opinione pubblica. Tutto è sempre e solo reazione alle sparate di propaganda di Lega e Movimento 5 Stelle.
Non è un buon segnale.

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Prima l’uovo?

La vicenda dell’uovo lanciato da una macchina in corsa a Daisy Osakue, atleta italiana di origine nigeriana, è riuscita, in pochissimi giorni, a evidenziare lo spaventoso baratro sociale, politico e umano nel quale siamo sprofondati. O, meglio, in cui siamo saltati festosi a pie’ pari, come bambini in una pozzanghera.

L’opposizione, o quella che dovrebbe essere tale, ha dimostrato di non avere alcuna reale strategia o prospettiva al di là del cavalcare il singolo evento (che coinvolgeva una persona più o meno pubblica e una “straniera” “buona” e presentabile – per giunta attiva nello stesso PD). L’epitome è il tweet di Matteo Renzi che, spericolato, trasforma il fatto in un “pestaggio”, quando già si sapeva che quella non era stata la dinamica. Un’operazione goffissima che ha trovato la sua giustizia poetica quando si è scoperto che uno dei tre lanciatori di uova è figlio di un esponente del PD locale.

Tutto il sistema dell’informazione ha, per l’ennesima volta, confermato la propria dipendenza dalla droga del qui e ora: rilanciare qualsiasi notizia, qualsiasi voce, qualsiasi dichiarazione, subito. Una gara forsennata a riempire qualsiasi spazio cliccabile in barba a qualsiasi consuetudine e pratica di buon giornalismo. L’immediato framing della notizia come agguato a sfondo razzista si basava su un assunto che è tutt’ora difficilmente verificabile, pure con i rei confessi.

I primagli italiani, al solito, hanno dimostrato che anche se non c’è stato un intento razzista nel ferimento esiste un ENORME problema di razzista. È noto che per i primagli non può esistere italiano se non bianco e se non vittima. Quindi, a caldo, su Twitter e Facebook si è letto di tutto: che era tutta una montatura perché il bendaggio non andava bene; che in quella zona è pieno di prostitute e i residenti esasperati l’hanno colpita perché pensavano fosse una di loro e non ne possono più; che Daisy Osakue si lamenta troppo; che non può essere italiana; che comunque suo padre è un criminale. Insomma, alla fine è venuto fuori il solito processo alla vittima, che non può lamentarsi perché, in sintesi, è negra. E il razzismo è colpa dei negri perché sono negri e non stanno con gli altri negri.

In questo clima, si capisce perché Daisy Osakue abbia percepito l’attacco ai suoi danno come razzista. O almeno, lo si capisce se si prova a fare uno sforzo mentale e si entra per un attimo nella testa di una persona nera (o comunque visibilmente non di probabile etnia “italiana”) in Italia. Un Paese il cui ministro dell’interno, il giorno dell’anniversario della strage di Bologna, non trova di meglio da fare che spararsi selfie da ragazzino facendo battute sul “caldo africano” che neanche lui può fermare. Un Paese in cui dalla scorsa estate il razzismo è diventato qualcosa di cui non vergognarsi più, ma da esibire.

Certo, ci sono i casi eclatanti, ma se volete davvero vedere il razzismo di tutti i giorni, prendete un treno regionale in un orario di punta e fate caso accanto a quali persone restano sempre dei posti liberi.

Curioso, eh?

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