Verso Oriente – Katmandu (8.2)

L’area di Durbar Square a Katmandu porta ancora, inevitabilmente, i segni del terremoto del 2015, che ha fatto strage dei templi e degli altri edifici. C’è una pagina wikipedia che dà un colpo d’occhio della situazione, con foto del prima e del dopo.
Visitiamo l’antico palazzo reale di Katmandu, ma in questa fase sono ancora troppo preso dall’ambientarmi in questo nuovo mondo per prendere nota (o ricordare) bene i particolari architettonici o storici. Ne parleremo, però, più avanti, perché le Durbar Square delle tre antiche città stato della valle (Katmandu, Bakthapur e Patan) sono molto simili e ci sarà modo di rifarsi.
Camminando lì attorno, il caos di colori, rumori e odori è la cosa che resta più impressa. Le statue delle divinità sono ravvivate dalla polvere colorata, gialla e rossa, che le persone vi spargono sopra – in un caso lo vediamo in diretta, un signore che si ferma un attimo per spalmare qualcosa su Ganesh, come da noi ci si farebbe il segno della croce davanti a un’edicoletta con la Madonna. Il sentimento religioso è simile, la differenza che qui la statua sacra non è intoccabile ma ci si interagisce direttamente.

Il caro vecchio Ganesh, protettore degli inizi e della creazione
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Verso Oriente – Katmandu (8.1)

La prima giornata a Katmandu si apre con una colazione come Dio comanda, nella quale l’unico ostacolo è la competizione con una folta compagnia di famiglie indiane che devono avere fatto un master in “Lotta al buffet” in Italia. C’è da dire che le signore hanno degli abiti bellissimi e colorati a cui si perdona un po’ tutto. Sopravvissuti all’ordalia, nonostante un curioso equivoco di Lucilla che butta sui cereali una cucchiaiata di quello che credeva yogurt e invece era salsa all’aglio, siamo pronti per fare la conoscenza con la nostra nuova guida, Hiragyan.
Hiragyan è un signore dall’aria molto compita, basso e compatto, che parla italiano con un accento che, come ci aveva anticipato il giorno precedente la signora dell’agenzia che era passata a salutarci in albergo, ricorda un po’ quello tedesco. Hiragyan è un newari, l’etnia originaria della valle di Katmandu; lo stesso nome “Nepal” deriva da “newar”. Tra le altre cose, sono stati i newari a inventare la pagoda, che dalla valle di Katmandu si è diffusa, riadattata, in tutta l’Asia.
Abbiamo anche un nuovo autista, un ragazzo giovane con cappellino con visiera incorporato che ha tutta l’aria di quelle che in un film su una rapina dice “io guido e basta”. Un po’ un Ryan Gosling di Drive nepalese, ecco.

Lui sulla macchina non ha Ganesh, ma un Buddha avvolto in una sciarpa rossa
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Verso Oriente – da Jilongzhen a Katmandu (7)

Jilongzhen.
Interno di una stanza d’albergo. Attorno all’alba. Lucilla e io, vestiti, con il cappuccio della felpa tirato sulla testa, stiamo aspettando fino all’ultimo per alzarci e prepararci. Abbiamo dormito poco e male. Per la seconda notte di seguito. Ma mentre quella prima almeno eravamo ai piedi del Monte Everest, qui siamo in una brutta cittadina di confine, in un albergo che fa venire voglia di una doccia di decontaminazione ancora più che la gita a Chernobyl dell’ultimo giorno del 2017. E ha piovuto, forte, per tutta la notte. Tuoni, lampi, tutto il repertorio
All’improvviso, bussano alla porta.

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Polemiche in briciole

(dedicato ai post a punti, tanto vituperati su Splinder, ma tanto comodi)

  • Molta della musica prodotta da giovani uomini avendo come target giovani uomini tende ad avere contenuti misogini e sessisti, calibrati sulla propria epoca. Che facciamo?
  • Un politico non dovrebbe citofonare nemmeno ai mafiosi. Al massimo, quello è Staffelli. O il Gabibbo (nel 1993, primo anno di superiori, nella mia classe si raccontava che in una puntata di Striscia la notizia il Gabibbo avesse citofonato alla nostra professoressa di matematica cercando di parlare con il marito, indagato per tangenti, e che si sentisse benissimo la voce di lei che urlava “vai via! vai via!”. Chissà se era vero)
  • Comunque, ad Amadeus non deve essere sembrato vero di essersi messo sul palco uno più impresentabile di lui su cui scaricare l’attenzione.
  • La destra ha saldamente in mano l’agenda setting, cioè il discorso pubblico si orienta sui temi che individua. Lo ha fatto nei mesi di governo, continua a farlo ora. Gli altri inseguono, cercano di imitare, ma non c’è il coraggio di uscire dai temi e dai frame che vengono di volta in volta imposti da quello là.
  • Certo è ben difficile sostenere che quest’estate i porti siano stati “chiusi” per decisione di una sola persona in contrasto con il resto del governo. Magari dal punto di vista giuridico si può provare, sul piano politico sono tutti coinvolti.
  • Piantatela di trasformare tutto in meme divertentissimi e di condividerli. Per soddisfare il vostro ego con una condivisione, un like, un commento, contribuite a fare passare l’essenza del messaggio originale.
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Adelphi in offerta 2020 – qualche consiglio

Dal 16 gennaio al 15 febbraio i libri Adelphi sono scontati del 25% più o meno ovunque (come da Legge Levi, che permette agli editori una campagna simile per un mese all’anno).
Di tutte le promozioni del genere è forse quella nella quale finisco per spendere più soldi perché i libri Adelphi coprono una gamma di argomenti (tra saggistica e narrativa) spesso poco frequentata da altri editori e, cosa non trascurabile, sono molto belli. Si può dire molto sul fatto che l'”identità Adelphi” finisca a volte per schiacciare quella dei singoli volumi, però resta il fatto che Adelphi resta una delle poche case editrici “come una volta”: non fa parte di un grande gruppo, ha un’identità ben marcata portata avanti con precise scelte di catalogo. Roberto Calasso ha spiegato la genesi e le scelte della casa editrice in uno scritto che si trova sul sito di Adelphi, I libri unici.
Nel caso possa interessare a qualcuno, di seguito segnalo qualche libro interessante, secondo alcuni criteri:
– i libri sono in ordine casuale, non è una classifica o altro;
– sono scelte personali. Non pretendo di fare un “il meglio di”, non ne ho le competenze e nemmeno l’intenzione. Sono libri che magari potrebbero passare inosservati o essere ritenuti troppo ostici (il difetto delle edizioni di Adelphi è che a volte sembrano presentare tutto come molto più “alto” di quanto non sia). Credo che segnalare i volumi di Carrère o La versione di Barney sia superfluo;
– sono tutti libri che ho letto, in italiano o in originale.

I link sui titoli rimandano ad Amazon e sono sponsorizzati, per cui io ricevo una piccola commissione su eventuali acquisti – senza alcun costo aggiuntivo per chi compra; se potete, la cosa migliore è andare a comprarli in qualche libreria che vi piace (qui sono elencate quelle “di fiducia” della casa editrice), magari approfittando del link amazon per leggere gli incipit, visto che molti hanno l’edizione ebook. Gli incipit si trovano anche nelle schede dei libri sul sito Adelphi, da cui possono essere ordinati.
A ogni modo, al di là dei “consigli per gli acquisti” questo post è anche una scusa per tornare a scrivere almeno un po’ di libri su questo blog, dopo tantissimo tempo che non lo facevo.

Ferenc Karinthy – Epepe

Un linguista diretto a un convegno sbaglia aereo e finisce in una città sconosciuta di cui ignora e non riesce a comprendere ogni cosa: la posizione, gli usi, i costumi e, soprattutto, la lingua. Epepe è un lungo incubo a occhi aperti, l’estremizzazione della sensazione che chiunque viaggi ha provato almeno una volta nella vita (Karinthy lo scrisse dopo un viaggio in Giappone negli anni Cinquanta). Sembrerebbe materia buona per un racconto e invece la storia dei tentativi del protagonista per uscire dalla sua situazione regge benissimo sulla lunghezza.

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Verso Oriente – da Rongbuk a Jilongzhen (6)

La mattina del 19 agosto non è propriamente che mi svegli, perché per il freddo ho trascorso la notte alternando sonno e veglia, con il terrore di dover andare in bagno, affrontando il gelo della notte per arrivare fino alle orride latrine (e magari incontrare qualche altro sventurato impegnato a liberare gli intestini, per dire).

Per chi le avesse dimenticate

Attorno alle 5, quando è ancora buio, però, sia io sia Lucilla abbiamo bisogno di un pit stop (del resto abbiamo passato la giornata prima a bere tè caldo), così riemergiamo dal bozzolo di piumoni che abbiamo creato – praticamente già vestiti –, ci infiliamo le scarpe e riusciamo ad andare e tornare senza avere incontrato nessuno.
A quel punto non riprendiamo davvero sonno e, quando la luce che entra dalla finestra inizia a rischiare la stanza, veniamo salutati dall’alba che sorge sul versante nord dell’Everest.

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Verso Oriente – da Tingri a Rongbuk (5)

ATTENZIONE: contiene monte Everest

Il 18 agosto è il gran giorno, quello che si concluderà arrivando in faccia al monte Everest, per la precisione al suo versante nord.
La prima tappa della giornata, però, è piuttosto deludente.
Il monastero di Shelkar (o Shegar, la traslitterazione è una landa impervia e dominata dal caos, da queste parti) è in pieno restauro e non si vede quasi niente. Tra quello che si vede, è interessante trovare all’esterno una bombola di ossigeno da alpinismo usata come campana, però, a segnare il fatto che questa è una tappa obbligata lungo la strada per l’Himalaya.

Dal monastero si gode anche di una bella vista sulle rovine del forte alle sue spalle, nonché un’istruttiva visione di insieme dell’abitato sottostante dove vecchio e nuovo convivono come separati in casa.

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