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Australia, 7. Palme, luterani, crateri, acqua, cammello e canguro.

Il risveglio, quando stavi dormendo beato e ti svegliano e per colazione c’è sì del caffè ma poco altro, può non essere il massimo.

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Specie se poi, mentre stai mettendo a posto le sedie per prepararsi alla partenza, finalmente (per modo di dire) ti trovi un ragno a pochi dalla mano. E sei l’unico della compagnia ad avere problemi con gli aracnidi e nessuno sembra condividere il tuo terrore.

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“Ah, ma è un cucciolo” dirà Amy.

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Australia, 6. Kings Canyon & Mereenie Loop Road.

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La cosa più brutale di Kings Canyon è la salita che dà il via alla passeggiata più lunga (e migliore) delle tre disponibili.
Del resto, c’è poco da fare. Se vuoi salire in cima a un canyon le cui pareti superano i cento metri, da qualche parte devi cominciare. I locali la chiamano “collina spaccacuori”, ma forse esagerano un po’.
La salita è ripida, ma fattibile. Magari con calma, ma fattibile.
Certo, noi la facciamo di mattina, in inverno e fa così fresco che io sono coperto come Totò e Peppino a Milano. D’estate deve essere ben più impegnativa.

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Ma una volta che arrivi in cima, ogni fatica è ripagata dal fatto che ciascun centimetro dei sei chilometri della passeggiata è una specie di campionario di tutte le cose strepitose che possono fare la giusta combinazione di sedimenti, pressione, erosione, se dai loro la giusta quantità di tempo. Continua a leggere

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Australia, 5. Andiam, andiam, andiamo a campeggiar

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Toyota Landcruiser.
Quattro posti.
Cassone aperto.
Quattro ruote motrici.
Snorkel per non fare entrare acqua nel motore durante i guadi.
Bullbar per i canguri o altre bestie.
Se fossi Alan D. Altieri ora trovereste un sacco di dati tecnici sulla potenza del motore e altre cose così; ma siccome non ho trovato il modello preciso della macchina con cui Amy e Francesco si sono presentati all’Ayers Rock Resort tocca fare senza.
La macchina serve per il tour di tre notti nel Red Centre Way, la zona a sud di Alice Springs dove, oltre a Uluru, si trovano diverse meraviglie geologiche (in breve, l’Australia è praticamente un porno per geologi).
Prima di partire, saluto la civiltà entrando in shopping spree di calamite nel negozio del resort e giro un video della tristissima fontana che fa andare l’acqua in senso anti-orario per fare contenti tutti quelli che si domandano se davvero l’acqua nei lavandini nell’emisfero australe gira in senso opposto rispetto a qua (no, è una mezza leggenda urbana)

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Australia, 4. Uluru e Kata Tjuta (Sabbia rossa e deserto)

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In fin dei conti, è solo un grande sasso.
Una grande pietra rossa dai contorni arrotondati e la cima più o meno piatta, piazzata in mezzo al niente. Centinaia di chilometri di pianura tutt’intorno. Ci sono delle spiegazioni geologiche per cui Uluru (il nome originale di quella che gli australiani chiamarono poi Ayers Rock) ha la forma che ha e non è stata sbriciolata dall’erosione come tutto quello che doveva starle attorno (a eccezione del complesso di Kata Tjuta, di cui diremo più avanti), ma in fin dei conti ci interessano poco.
Quello che conta è il risultato, una bizzarria del caso che ha dotato l’Australia di una delle formazioni naturali più riconoscibili al mondo, giustamente considerata dai suoi primi abitanti un luogo ancora più “sacro” e importante di molti altri.
Solo un grosso sasso?
 Certo, ma a tutti piacciono le cose grosse.

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Australia, 3. Great Ocean Road

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Il più grande war memorial del mondo è in Australia e non è l’ennesimo simbolo fallico piantato in mezzo a una città, ma è una strada.
Si tratta della Great Ocean Road, una strada panoramica di 243 km che costeggia un tratto della costa sud est dello stato del Victoria. È stata costruita, tra il 1919 e il il932 dai soldati tornati dalla Prima Guerra Mondiale ed è dedicata, appunto, ai loro commilitoni uccisi in battaglia.

Propaganda bellica a favore dell'arruolamento nella Prima Guerra Mondiale

Propaganda bellica a favore dell’arruolamento nella Prima Guerra Mondiale

Parentesi: gli Australiani alla Prima Guerra Mondiale
La PGM è stato il primo evento storico in cui gli australiani – da dopo diventati quasi indipendenti, cioè un dominion dell’Impero Britannico – abbiano partecipato, quello che hanno scelto come momento fondante della nazione (essendo “quella volta che abbiamo massacrato una popolazione neolitica per fottergli le terre migliore” non molto presentabile). Gli australiani si arruolarono in massa per combattere a fianco dell’Impero Britannico; una parte combatté in Nuova Guinea, per conquistare le colonie tedesche presenti lì, ma il grosso del contingente isolare venne mandato, insieme ai neozelandesi, a combattere in Europa e Medio Oriente.
In particolare, contro il morente Impero Ottomano. E le presero fortissimo e malissimo. L’ANZAC (Australian and New Zealand Army Corps), schierato a Gallipoli, fu tra i protagonisti di una sconfitta cocente; gli australiani ebbero feriti o uccisi più della metà dei propri soldati. Vuoi per impreparazione, vuoi perché i vertici britannici dell’esercito usavano “i coloniali” per i lavori sporchi.
Però, dal 1916 il 25 Aprile, data dello sbarco delle truppe in Turchia, è considerata la più importante festa nazionale australiana. Memoriali ai soldati dell’Anzac (che sembra un toponimo turco) si trovano in tutte le città e lo “spirito dell’Anzac” ha un po’ la stessa valenza che può avere per noi la sconfitta di Caporetto.

La Great Ocean Road, da Melbourne, è una gita che si può anche fare in giornata; ma meglio dedicarci almeno un paio di giorni. Ci sono, ovviamente, pullman e tour guidati che toccano le località principali, ma la cosa migliore è senza dubbio farla con una macchina propria. Nel nostro caso, abbiamo avuto la fortuna di farci accompagnare da Francesco, mio fratello, che vivendo a Melbourne dal 2009 ormai ha una certa dimestichezza. In più, Rob, la guida del tour dei pinguini, mi ha mandato un paio di dritte di posti curiosi.
La prima si rivela subito efficacissima: ad Angelsea (tecnicamente non ancora Great Ocean Road) c’è un campo da golf al cui interno scorazzano, in cattività ma liberi di vagare per tutto il green, dei canguri.

"Santocielo, sta usando un legno 4. Che principiante."

“Santocielo, sta usando un legno 4. Che principiante.”

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Australia, 2. Pinguiiini.

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Per farla breve: a Phillip Island, dove fanno le corse delle macchine, ci sono i pinguini.
Di più: sono una delle attrazioni turistiche più efficaci di tutta l’Australia. Ogni sera, al tramonto, escono dall’oceano al termine di una dura giornata di lavoro e, passettin passettino tornano alle loro tane.
Potevamo mancarli, anche se in realtà sono dei pinguini nani e non certo gli elegantoni bianchi e neri? Certo che no.
E così, eccoci la mattina del secondo giorno a Melbourne, Lucilla e io, che prendiamo il tram per andare in centro al punto di incontro del tour che abbiamo prenotato. Ne abbiamo scelto uno molto basico, che si concentra sull’avvistamento di animali ed evita attrazioni come la fabbrica di cioccolato o le cantine vinicole; inoltre, il bus porta massimo undici persone, quindi non dovrebbe esserci l’effetto “gita al santuario con dimostrazione di pentole senza impegno”.
Infatti, siamo in quattro. Oltre alla guida, Rob, c’è un’altra coppia, di Roma, in viaggio di nozze (io e Lucilla abbiamo fatto perdere a Rob una scommessa con il suo capo, perché pensava che saremmo stati anche noi in luna di miele).
Come il bus parte e inizia a dirigersi verso l’autostrada, scopriamo che il buon Rob ha intenzione di parlare e descriverci tutto. Gli altri due sono seduti più dietro, Lucilla si mette a leggere la guida… chi resta a farsi carico del contatto umano? Esatto, io. Hurrah.

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Australia, 1. Melbourne, la vera Gotham City.

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Scopriamo Melbourne con gli AC/DC:

“Scusa giovane cameriera con questo taglio di capelli così studiatamente dimesso, ma che differenza c’è tra il batch coffee e il pour-over coffee?”
“Ah, il batch coffee è quello che viene fatto nella caraffa per tutti… il pour-over è… una cosa un po’ più tecnica…”
“Ok, prendo quello tecnico”
(“Che a casa mi faccio il caffè con l’aeropress, con chi credi di stare parlando? Non mi lascio impressionare da una bilancia e un termometro, io”)

Caffè tecnico. con carta di identità

Caffè tecnico. con carta di identità

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