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Canadà (4) – Quebec! (1 di 2)

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Una foto di una foto dell’hotel più fotografato al mondo secondo la Lonely Planet (che però è reticente sulle altre posizioni della classifica degli hotel più fotografati al mondo)

Fedeli alla linea (del bus), anche per spostarci da Montreal a Quebec la nostra scelta è ricaduta sul torpedone.
Ma prima di arrivarci c’è da passare lo scoglio della colazione.
In una recensione su Tripadvisor dell’Hotel Elegant si legge:

La stanza dove viene servita la colazione sembra un sottoscala con pochi posti a sedere e la qualità della colazione servita è quasi imbarazzante.

Ed è esattamente così. La colazione è servita in una stanzetta di due metri per tre con 7-8 posti a sedere. Ti puoi servire di un’enorme brioche stantia da una scatola di plastica, versare una tazza di caffè e poi… uhm… potresti sederti? No, perché non c’è posto. Allora che fai?
Non lo so, io ho preso il mio vassoietto e sono andato a mangiare sul divano all’ingresso (per fortuna che Lucilla non ha preso niente, altrimenti avremmo dovuto fare a turno perché in due non avremmo avuto dove appoggiare i vassoi), davanti alla reception, nell’indifferenza del portiere. Quindi suppongo si potesse fare. O che comunque non gliene fregava un cazzo a nessuno. Come di tutto il resto che riguarda quell’albergo.

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La tipica architettura nord-americana

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Canadà (3) – Montreal

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(una breve puntata di passaggio)

Le cattive idee si presentano sempre come buone idee. Prendete per esempio quella di andare da Toronto a Montreal in autobus, per risparmiare sul volo aereo: “va beh, sono sei ore, ma almeno ci vediamo il panorama!”
Poi, una volta sul bus scopri che non sai come si capisce quali posti sono prenotati e quali no e quindi, anche se siete arrivati tre quarti d’ora prima della partenza finite a sedervi in fondo al pullman, proprio in corrispondenza di uno di quei begli adesivi giganteschi che oscurano il finestrino. Non solo: il Canada da Toronto a Montreal è, in pratica, una lunghissima e monotona pianura dove non c’è niente da vedere.
La cosa più interessante che succede durante il viaggio è che una volta passato il confine tra Ontario e Quebec c’è un cambio di autista; se prima gli annunci erano prima in inglese e poi in francese, ora sono prima in francese e poi in inglese. Continua a leggere

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Canadà (2) – Niagara

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Ci sono, credo, pochi luoghi al mondo più intimamente turistici delle cascate del Niagara.
In fondo, sono uno spettacolo naturale facilmente raggiungibile con qualsiasi mezzo di trasporto a una distanza abbastanza ridotta da zone densamente popolate. La cosa buffa è che, di per sé le cascate, nella categoria “cascate” detengono un record abbastanza specifico: sono quelle con la maggiore portata costante di acqua. Nel senso che quando sono a pieno regime le cascate del lago Vittoria in Africa le surclassano, ma le cascate del Niagara vanno a pieno regime tutto l’anno e non solo nella stagione delle piogge.
Intorno a loro, comunque, USA e Canada hanno montato una strepitosa macchina da turismo, davvero per tutti i gusti, come vedremo.
Arrivare alle cascate da Toronto è semplicissimo: si prende un pullman dalla stazione delle corriere e in meno di due ore si arriva a Niagara Falls (città gemella della Niagara Falls americana, che si trova dall’altra parte del fiume, in territorio americano). Il servizio è gestito dalla Greyhound, ma purtroppo non su un bus come quelli che vi aspettereste. Amen.
Per dire il livello di culopesismo del turismo in zona, quando arrivati chiediamo all’autista la strada per arrivare a piedi alle cascate (15 minuti scarsi), questo ci risponde una roba tipo “avete un sacco di energie, eh?”, perché quello che ti consigliano (in realtà non a torto, come vedremmo dopo) è di fare il biglietto giornaliero per la rete di bus locali che ti portano nei luoghi di principale interesse.
A ogni modo c’è questa strada che costeggia il fiume, sulla quale si trova credo la più alta concentrazione di bed and breakfast del mondo, e almeno un cimelio della relazione tra gli esseri umani e la zona delle cascate. A un certo punto c’è un ponte che unisce il Canada con gli Stati Uniti. Avessimo fatto il visto elettronico per tempo avremmo potuto fare una capatina in Trumplandia, ma meglio così.

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Oltre il ponte, gli USA

L’esperienza classica delle cascate è quella che si fa dal battello.

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Conviene o arrivare presto o prenotare i biglietti da internet, perché le code possono essere abbastanza lunghe. Il tutto è vagamente surreale: ti danno un poncho usa e getta di plastica trasparente e poi, con questa tenuta da spermatozoo woodyalleniano ti trovi in fila all’imbarco con un piccolo esercito di tuoi simili. Le navi che operano sulla sponda canadese hanno i passeggeri vestiti di rosa/fucsia, quelle dalla parte americana di azzurro (c’è questa cosa per cui il Canada sembra tenerci molto a sembrare la versione simpa degli USA), così non ci si confonde. Ovviamente, il divertimento maggiore lo si ottiene mettendosi a prua, perché ci si bagna di più, ma chi non vuole rischiare può tranquillamente mettersi al riparo dentro. C’è anche un bar.
Noi finiamo davantissimo, perché un signore di Brescia lascia a Lucilla il posto attaccata al parapetto. Quella che sembra una carineria si trasforma, quando la barca arriva vicino alle cascate, un’arma a doppio taglio, perché le onde che si creano sorpassano tranquillamente il parapetto. Immersi in una nube di vapore acqueo, si avanza e non si vede niente. Fino a che non ci si abitua (e non si guarda in alto) sembra di stare andando a sbattere contro il muro d’acqua che viene giù.

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3 (1).jpgÈ tutto molto divertente, un po’ come certe giostre di Gardaland. Le cascate, in fondo, sono anche meno rumorose di quello che uno si immaginerebbe.

Un’altra cosa che sembrerebbe molto figa è la discesa fino quasi al livello dell’acqua di fianco alle cascate. Ma siccome non l’abbiamo fatta, vi beccate una foto di repertorio del 1982, quando avevo neanche tre anni e i miei mi portarono in America.

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Il nano nella foto non so se sono io, però.

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Questo sì, dovevo essermi scocciato.

Tra l’altro, l’estate prima era successo questo, scopro ora:

1981 – On August 29, Dunia Sayegh, a 28-year-old resident of Toronto, dropped her two-month-old son, Hesham, over the railing and into the river just up from the brink of Horseshoe Falls on the Canadian side, whereupon he was quickly swept over the falls. The boy’s body was never found. Sayegh was arrested and charged with second-degree murder. The charges were dismissed after Sayegh claimed she accidentally dropped the child after suffering a dizzy spell.

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Quello a destra sta ballando “Andiamo a comandare”

Se vi sentite avventurosi e avete un sacco di dollari da spendere, potete farvi una discesa vista cascate imbragati lungo una zipline (quelle cose con la carrucola). Sembrava divertente, ma costava davvero troppo, tipo 80$ (circa 60 euro, non ricordo se c’erano le tasse o no) (ecco, questa cosa dei prezzi che devi sommarci le tasse è una gran scoccciatura, ma sono certo che ci sia una ragione per mettere il prezzo netto e non quello finale).

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Una cosa molto bella è la passeggiata sulle rapide. Poco più a valle delle cascate, infatti, il fiume si restringe e forma delle rapide impetuose, che arrivano a classe 6 (la più pericolosa). Dalle passerelle lungo il fiume si può godere lo spettacolo della furia dell’acqua, passeggiando e guardando gli americani che dall’altra parte del fiume fanno la stessa cosa.
Le rapide terminano nello spettacolare vortice dove la corrente si arrotola su se stessa. Una cosa che si fa prima a spiegare con un’immagine.

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Ovviamente, la storia delle cascate è piena di folli che hanno cercato di sfidare in un modo o nell’altro la forza di gravità o quella della corrente. O entrambe,
Il primo, nel 1859, fu un funambolo francese, il grande Blondin, come si può leggere in un bell’articolo dello Smithsonian Institute, che vado a riassumervi. Tese una corda tra le due sponde delle cascate e partì, con la sua bella asta, dalla parte statunitense. Arrivato a metà calò una fune fino alla barca ormeggiata sotto di lui, issò su una bottiglia di vino e si fece una bella bevuta alla salute degli spettatori. Si riposò un po’, poi completò la traversata fino al Canada. Arrivato lì si fermò? Sì, ma solo per poco; venti minuti dopo era di nuovo in partenza, questa volta con una macchina fotografica legata alla schiena. Fatti sessanta metri, appoggiò la macchina alla fune e fece una bella foto al pubblico americano. Venti minuti dopo aveva completato la traversata.
E dici, a questo punto si fermò?
No.
Cinque giorni dopo era di nuovo lì. Questa volta andò in Canada senza usare l’asta. A metà percorso si fermò, si voltò e completò la traversata camminando all’indietro.
A questo punto, le cose iniziano a farsi barocche, perché il ritorno lo fece con un sacco in testa.
Dieci giorni dopo, si presentò con una carriola, testimone il presidente degli Stati Uniti.
Seguirono capriole sulla fune, penzolamenti con una mano e a testa in giù.
Una volta si caricò sulla schiena il suo impresario.
La fece di notte, con il faro di una locomotiva legato in testa.
Incatenato.
Si portò una sedia e un tavolo e provò a fermarsi così a metà percorso, ma la sedia volò di sotto e lui per poco non ci andò dietro. Per rinfrancarsi rimase seduto sulla corda, mangiò un pezzo di torta e ci buttò sopra dello champagne.
Una volta si portò una stufa da campo e cucinò la colazione per i passeggeri della solita barca.
A 65 anni fece la traversata con il figlio e un’altra persona sulle spalle. E cucinò.
Pare che Blondin abbia attraversato 300 volte le cascate, in tutta la sua vita.

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Poi ci sono quelli che si sono buttati giù dalle cascate dentro a qualcosa. La prima fu, nel 1901, una signora, Annie Edison Taylor, che il giorno del suo 63° compleanno pensò che fosse una bella idea infilarsi in una botte imbottita e lanciarsi giù dalle cascate (a dire il vero due giorni prima aveva provato con la sua gatta, Lagara, e la bestiola era sopravvissuta). Anche Annie, che sperava con quest’impresa di guadagnare abbastanza in pubblicità da evitarsi una vecchiaia di povertà, sopravvisse: quando aprirono la botte aveva un grosso taglio in testa ma ce l’aveva fatta. Non era particolarmente entusiasta dell’esperienza, perché disse che avrebbe preferito “stare davanti alla bocca di un cannone, sapendo che mi avrebbe fatto a pezzi” piuttosto che buttarsi di nuovo dalle cascate (51 metri di roba). Si sfangò la vecchiaia? Insomma. A un certo punto il suo impresario se la svignò con la botte (…) e lei buttò via un sacco di soldi in investigatori privati per trovarlo. Tirò su qualche soldo come attrazione turistica vivente ma poco più.
Comunque un tizio ci provò a fare la stessa cosa dieci anni dopo e si ruppe entrambe le ginocchia e la mandibola. Sei mesi di ospedale.
Quello a cui andò peggio fu George Stathakis, un immigrato greco, che tentò anche lui la strada del barile nel 1930. Sopravvisse alla caduta, ma fu impossibile recuperare il barile prima di diciotto ore perché era rimasto bloccato dietro il velo d’acqua. Il poveretto aveva autonomia di aria solo per otto ore. In compenso, la tartaruga che si era portato dietro ne uscì illesa.
Nathan Boya, nel 1961, fu il primo nero a fare l’impresa, dentro a una sfera di gomma (una tecnologia che già nel 1928 aveva sperimentato con successo un altro pazzoide, Jean Lussier.

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Nel 1990 (sto pescando i casi più pittoreschi dall’apposita pagina wikipedia), tale Jessie Sharp ci provò in kayak. Non solo: era talmente sicuro di sé che pensava che una volta atterrato avrebbe tranquillamente potuto proseguire a pagaiare, al punto che aveva prenotato per cena a Lewiston, oltre le rapide. Per non essere impicciato in caso di necessità non indossava un giubbotto di salvataggio e per permettere alle telecamere di riprendere la meglio il suo volto non indossava un casco. Il cadavere non è mai stato ritrovato.

I salmoni, in compenso, nuotano spesso giù dalle cascate. Pare che una volta uno abbia centrato in pieno un turista nella piattaforma di osservazione che avete visto più in alto.

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In fondo, a destra, ci sono le cascate

Una cosa che dovete sapere delle cascate è che la vista migliore, anzi l’unica, la si ha dal Canada. I canadesi si sono trovati con questa massa di turisti che arriva ogni giorno e cosa hanno fatto?
Hanno cercato il modo di spremerli, giustamente, come arance, offrendo loro tutto ciò che la natura non può offrire: case dei fantasmi, cinema 3D, parchi giochi, musei delle cere, junk food di ogni forma e tipo, negozi di souvenir. Tutto concentrato in una strada lunga neanche cento metri, che sembra Times Square, Clifton Hill.9.jpg

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“Vi prego salvatevi, distruggetemi, liberate il mio ka”

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Ah sì, c’è pure un enorme tempio buddista…

Cose buffe successe alle cascate:

  • A un certo punto si mette a piovere. Forte. Lucilla che è previdente è arrivata in Canada con una giacca a vento, io avevo una felpina di cotone. Siccome avevo già buttato il poncho che ci avevano dato sulla barca, ne ho comprato uno nuovo. Purtroppo non la versione con le foglie d’acero.

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    “io pratico il sesso sicuro” “Anche io” (cit.)

  • Dopo avere fatto l’abbonamento giornaliero al bus locale (che non volevamo fare) per andare a mangiare in un posto citato dalla guida che sembrava interessante, arriviamo sul luogo e scopriamo che è chiuso, probabilmente da decenni. Per fortuna eravamo passati di lì con il pullman e mi ricordavo che l’autista aveva detto che poco distante c’era un diner. Un vero diner, con la cameriera un po’ sfatta che gira con la caraffa di caffè e ti riempie la tazza quante volte vuoi.
  • Questo in realtà è successo a Toronto. Andando alla stazione dei pullman abbiamo trovato non una bensì due succursali di Uncle Tetsu. Per chi si fosse perso le puntate precedenti, Uncle Tetsu è una catena di pasticcerie giapponesi che avevamo scoperto a Sydney. Il loro prodotto di punta è una cheesecake che… no, sul serio. Non ci sono parole. Come mordere una nuvola.

    Per farla breve, al ritorno, ancora prima di andare a cena (in una trattoria giapponese, per altro) ci siamo fiondati in uno dei due locali a comprare una torta per la sera (e la colazione). Siamo stati fortunati, perché invece che nella pasticceria-e-basta (dove c’era una coda notevole) siamo andati nella pasticceria-e-bar – le cui cameriere non ho ben capito perché quel giorno avevano le orecchie e la coda da gatto sulla divisa da maid – dove vendevano anche da asporto e non c’era nessuno. “Luci, pensavo, se avanza la torta la lasciamo magari in cucina per gli altri ospi…” “NON AVANZA”.
    Non è avanzata.

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    Commozione.

Fine della puntata!
Prossima puntata: i francofoni! Parbleau! Mon Dieu! Oui je suis Catherine De Neuve! Annabellà…

 

 

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Canadà (1 – Toronto)

Ciao, questo è un nuovo primo capitolo di un post di viaggio. Come altri post del genere potrebbe essere l’inizio di una serie che resterà sospesa, come è successo con il Giappone e con la Finlandia.
Affezionatevi a questa cosa a vostro rischio e pericolo.

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La cosa quest’anno era un po’ complicata, perché fino a luglio Lucilla non ha saputo se avrebbe avuto le ferie ad agosto. Quando alla fine ha avuto il via libera, non avevamo un piano preciso. Per un po’ ci siamo baloccati con l’idea di un giro Boston/Maine/Rhode Island, però i voli non si incastravano bene. Alla fine è successo che, come ho spiegato in una telefonata a mio padre, “la cosa più comoda era il Canada”. Che in effetti è una frase che tolta dal contesto è un po’ bizzarra, ma si traduceva in “da Roma sono diretti sia l’andata sia il ritorno”.
Avendo poco tempo (9 giorni) ci siamo organizzati un nuovo tour della morte: Toronto, Cascate del Niagara, Montreal (appena sei ore di pullman da Toronto), Quebec City, gita fuori porta, Quebec City, Montreal, Roma. Fidandoci dei signori della Lonely Planet, ci siamo presi la guida Discover Canada, che con una grafica accattivante offriva in un volume contenuto informazioni su tutto il Paese. Questo è stato un discreto errore, perché in effetti le informazioni che dà sono poco più che “oh, lì sopra gli USA c’è il Canada, fa parecchio freddo d’inverno”; piuttosto, se doveste trovarvi nella stessa situazione, comprate i singoli capitoli che vi interessano in pdf dal sito della Lonely Planet.
Comunque.
Ci affidiamo ad Air Transat, che ha buoni prezzi e orari comodi, che ci permettono di arrivare a Fiumicino con tutta calma, ovvero circa tre ore e mezza prima del volo – l’umanità si divide in chi arriva in aeroporto assurdamente presto e chi poi deve essere chiamato più volte perché stanno per chiudere l’imbarco – nonostante abbiamo già fatto il check-in online e dobbiamo solo mollare i bagagli e stampare le carte di imbarco. Sono io il principale responsabile di questa cosa e mi viene fatto notare che forse potrei anche evitare di correre come un forsennato appena arrivato in aeroporto, tipo Fantozzi quando deve andare a Montecarlo in cuccetta e arriva in stazione che è ancora giorno.
Il volo di andata va liscio, a parte che partiamo con un’ora di ritardo. Lo schermo del sedile funziona bene, mi gusto il film Lego di Batman (che è un gioiellino), leggo, sonnecchio, guardo un paio di puntate di Friends
Certo, Air Transat ha questa politica un po’ da low cost per cui alcune cose tipo la coperta se la vuoi devi pagarla a parte, insieme al diritto di avere uno snack più degli altri e qualche altra cosa minore, ma tutto sommato le 9 ore passano tranquille.

Arrivati all’aeroporto di Toronto, la cui sigla, YYZ, deve essere stata decisa quando avevano finito tutte le altre combinazioni oppure solo per permettere ai Rush di fare gli sboroni, ci troviamo subito a volere tornare indietro: grazie all’informatizzazione del sistema di immigrazione si passano tutti i controlli senza che nessuno ti timbri il passaporto, che è uno dei motivi per cui vale la pena viaggiare. Va beh, ce ne faremo una ragione (in realtà fino a che non siamo usciti abbiamo continuato a domandarci se non avessimo sbagliato qualcosa, ma considerato che poi ci hanno anche lasciato ripartire credo fosse il percorsi giusto).
Per andare al bed and breakfast prendiamo un taxi, pensando “così ci rilassiamo”.
Ah. Ah. Ah.
L’autista fa una faccia strana quando gli dico il nome della via. L’avrò pronunciata male.
Allora glielo faccio leggere.
Fa una faccia strana.
Guardo su Google Maps (prima di andare da qualche parte dove non avrete connessione, salvatevi in locale le mappe della zona con tutti i segnaposto), gli faccio vedere. Fa una faccia strana. Poi mette una via sul tablet con Google Maps e parte.
Dopo un po’, mi accorgo che ha messo come nome della via il nome del bed and breakfast. Glielo faccio notare, lo corregge, ma a quel punto per sicurezza tengo d’occhio il percorso sul telefono.

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Poi alla fine arriviamo davvero al Nest Inn di Urban North Inns, che è una casa di tre piani con tre stanze, cucina, salottino e terrazzo, in una stradina tranquilla ma molto centrale. Roger, il titolare, è un simpatico signore di origini asiatiche che ci accoglie sorridente nonostante siamo in ritardo mostruoso su quello che gli avevo comunicato arrivati all’aeroporto, e ci fa una rapidissima carrellata su tutto quello che possiamo trovare in zona. La stanza è fighissima e il Nest Inn resterà la migliore sistemazione delle quattro che avremo, di gran lunga.

Facciamo in tempo a uscire a mangiare qualcosa, hamburger e birra, dimenticarci di lasciare la mancia e tornare a letto a svenire, pronti per il giorno dopo, che è dedicato interamente alla città (l’unico, perché il giorno dopo andiamo alle cascate e quello dopo ancora partiamo).

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Iniziamo il giorno dopo facendo colazione in un caffè con pancake alti un dito innaffiati da sciroppo d’acero, come da stereotipo. È così presto che un altro caffè dove volevamo andare non era nemmeno aperto. Ma in fondo è domenica.
Il lungolago di Toronto, affacciato sul lago Ontario, è molto piacevole e c’è anche una spiaggia con ombrelloni e sedie (gratis). Io però nel frattempo mi innamoro dei pali della luce in legno e delle bacheche su cui si attaccano volantini e locandine con graffette di metallo che poi arrugginiscono, si impastano di carta vecchia e creano un effetto molto affascinante (ne fotograferò parecchie, in giro).

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Raggiungiamo il molo da cui partono i traghetti per le Toronto Islands, una serie di isolette che si trovano a pochissima distanza dalla città, che ospitano un parco, il porticciolo turistico, un aeroporto, ecc. In realtà le isole in origine erano una penisola, poi negli anni cinquanta dell’Ottocento si è formato in seguito a tempeste un canale che le ha separate dalla terraferma.
Quando arriviamo ci sembra che si sia parecchia gente; in realtà, quando torneremo indietro verso l’una, ci renderemo conto che se avessimo rimandato la visita al pomeriggio saremmo rimasti in coda ad aspettare per ore (quindi, se volete andarci, andateci presto e/o prenotate il biglietto su internet).

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Sulle isole si gode un’affascinante vista sia del lago Ontario (che è il più piccolo dei cinque Grandi Laghi della regione, ma che è comunque il 14° lago più grande del mondo), si passeggia nel verde, si può andare al luna park, si possono noleggiare delle biciclette, si fanno dei picnic. Tutto è tenuto benissimo e i paragoni con il rapporto che abbiamo in Italia con i nostri spazi verdi, anche e soprattutto quelli all’interno delle città, è davvero impietoso.

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Scattate le foto di rito allo skyline cittadino dall’isola, torniamo sulla terraferma.
A questo punto il nostro programma subisce un’incartata. Ci incamminiamo, sotto un sole abbastanza feroce, per andare verso un mercato che pare molto interessante e mangiare qualcosa, ma a un certo punto ci rendiamo conto che è domenica e che lo troveremmo chiuso. Così torniamo verso la CN Tower, uno dei landmark di Toronto.
Si può salire con l’ascensore a una piattaforma panoramica, ma c’è un sacco di coda, io mi metto un po’ di traverso e non ne facciamo niente. Faccio una pausa pranzo con un hotdog (che non è una grande idea con il caldo, il jetlag e tutto quanto) e proviamo a ripiegare sulla visita guidata della birreria che c’è lì vicino, in mezzo a un museo all’aperto delle ferrovie canadesi. Picche anche lì perché la prima visita guidata parte dopo un’ora e mezzo.
Allora ci incamminiamo, io sempre più stanco (mi sono svegliato alle 6 ora locale, senza più riaddormentarmi) verso il Kensington Market. Ho un momento di crollo nei pressi della Art Gallery of Ontario e ci fermiamo nel parchetto lì fuori.

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Scoiattolo!

Mi salva la vita una mezza pinta di caffelatte da asporto.
Prima attraversiamo qualche via dell’affollatissima Chinatown locale, impestata di banchetti che vendono fidget spinner di tutte le fogge (è un oggetto entrato rapidissimamente in una fase barocca), poi arriviamo alle vie del Market, che sono una caotica miscela di negozi alternativi, sfattoni-ma-non-troppo, graffiti… L’impressione generale è un po’ quella di certe zone di Melbourne: un epicentro di hipsterismo, ma autentico, non derivativo. Non sembra che nessuno si stia impegnando a essere così, ma sia semplicemente così come è.
Credo che sia in queste strade che iniziamo ad apprezzare davvero Toronto.

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Ci si trovano cose così. I due ragazzi seduti sul cofano si stanno facendo fare un ritratto.

La (lunghissima) passeggiata prosegue verso Little Italy, Little Portugal e poi verso casa.
Momenti interessanti:

  • Guardando tra i vialetti tra le villette a schiera di una via vedo uno strano cane di media taglia. Solo che non è un cane. È un gatto. Un Maine Coon, mi spiega una tizia apparsa lì vicino. Siamo distanti, lei è in fondo a una rampa di scale, ci chiede delle cose che non capisco bene e a cui nel dubbio rispondo sempre “no”, perché sembrava un po’ una di quelle situazioni in cui poi ti ritrovi a fumare crack nello scantinato di uno sconosciuto senza neanche avere capito bene perché.
  • Un tizio in macchina, bloccato nel traffico, che ne approfitta per esercitarsi alla batteria, picchiando con le bacchette sul volante.

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    Lo so, non si vede, ma è questo qua

  • Un sacco di camion dei pompieri bellissimi.
  • Il ristorante “Abbiocco”. 2017_canada_iphone - 2 di 3.jpg
  • Snake and Lattes, un pub/ristorante/ludoteca/negozio di giochi con due pareti enormi piene di giochi tra cui scegliere e un altrettanto ottimo assortimento di giochi da tavolo, affollatissimo.
  • Una coda chilometrica davanti a quella che poi scopriremo essere una gelateria, che fa dei gelati molto instagrammabili.
  • La cena dal piccolo posto vietnamita che fa il pho e (quasi) solo il pho.
  • Tornando a casa ci accorgiamo che nella via c’è una festa di ragazzini con i bicchieri rossi, come nei film americani.
  • Le banconote canadesi sono di plastica, con una finestrella trasparente.
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Parasole di un certo livello

Ecco. Fine della prima parte.
Prossima tappa: cascate del Niagara. Il trionfo della natura. E non solo!
(in più: un INASPETTATO ritorno dal passato di uno zio che credevamo di non incontrare mai più di nuovo!)

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Australia, 10. Finire.

1 (133).jpgFinito il giro a caccia di balene, ci mettiamo alla ricerca di qualcosa da mangiare e poi affrontiamo uno dei grandi momenti di ogni viaggio: l’itinerario consigliato dalla Lonely Planet, che, come da tradizione, facciamo al contrario (amici di Lonely Planet: siete voi che progettate i vostri percorsi in città a cazzo o siamo noi che ci troviamo sempre più comodi a partire dall’altra parte?).
L’area scelta è quella di The Rocks, il quartiere storico di Sydney che si trova sulla costa ovest di Sydney Cove, la baia dove gli inglesi fondarono il loro primo insediamento australiano nel 1788. Continua a leggere

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Australia, 9. Sydney, possum e balene

Ibis: già uccello sacro nell'Antico Egitto, oggi si aggira ai giardinetti di Sydney come un pensionato

Ibis: già uccello sacro nell’Antico Egitto, oggi si aggira ai giardinetti di Sydney come un pensionato

Trovare l’ostello di Sydney dopo avere lasciato la metropolitana è abbastanza semplice.
Si percorrono un paio di vie dove ogni tre passi c’è un posto dove ci fermeremmo a mangiare tutto (siamo reduci dalla malefica Peri Peri Chicken Pizza, ricordatelo) e si arriva in questo che è proprio un ostello come uno si aspetta un ostello: giovane, dinamico, un sacco di musica nella hall dove ci sono dei divani comodissimi.
Fare il check-in in ostello è, di colpo, complicatissimo, perché bisogno prima registrarsi usando i tablet forniti su un sito, con tanto di scansione del passaporto (che funziona malissimo), e scarsa collaborazione dai tizi dietro al bancone.
Quando finalmente riusciamo ad avere la camera siamo esausti.
Ma la grande gioia, dopo tre notti di bisogni corporali espletati all’aperto e lavaggio più o meno a secco e/o a pezzi, è scoprire che avevamo prenotato una stanza con bagno privato.
Ritrasformati in creature presentabili, affrontiamo il panorama gastronomico che Sydney ha da offrirci e alla fine cosa c’è che dice “mollezze delle civiltà” più che polpette di riso e aceto con sopra dei pezzi di pesce crudo? Continua a leggere

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Australia, 8. Verso Alice Springs

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Per l’ultima colazione nel bush, visto che la sera prima non abbiamo assunto abbastanza proteine animali, ci siamo tenuti eggs & bacon.
Per l’ultima volta smontiamo il campo, arrotoliamo gli swag e copriamo il fuoco con la sabbia.
C’è parecchia mestizia, perché in poche ore Lucilla e io saremo su un aereo per Sydney – e qualche giorno dopo di nuovo nell’emisfero boreale – mentre Amy e Fra resteranno ad Alice Springs.

Sulla strada, facciamo una sosta agli Ochre Pits, una miniera all’aria aperta dove gli aborigeni estraevano l’ocra che usavano per dipingersi ritualmente il corpo nelle cerimonie. Ci sono, nelle pareti di roccia, diverse zone da cui affiora l’ocra, di diversi colori. Ci sarebbe anche un percorso che esplora la zona, ma non abbiamo molto tempo quindi lasciamo perdere.
Per la cronaca, se ti beccano a portarti via l’ocra ci sono delle multe ferocissime.

Gli Ochre Pits. Dal vivo sono più affascinanti, giuro.

Gli Ochre Pits. Dal vivo sono più affascinanti, giuro.

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