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Verso Oriente – Lhasa (2.2)

Svegliatomi la prima mattina a Lhasa, dopo una notte di sogni agitati, scopro che lo stordimento che mi ha afflitto il giorno precedente è passato, tutto di botto. Senz’altro merito del dispenser di ossigeno della camera, un aggeggio che il buon Alec le Seur descriveva così quando era una novità assoluta nell’Holiday Inn di Lhasa a fine anni ottanta:

The gaseous mixture of oxygen-enriched air bubbled through the metal pipe into a small glass bottle of water, and when a tap on the bottle was turned, the mixture carried on through a green rubber pipe and out into the room.

Neanche il tempo di gioire di questa cosa e nella sala della colazione il buonumore mi si raffredda addosso.

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Verso Oriente – Lhasa (2.1)

Valigie di un certo livello, a Chengdu

Facendo per l’ultima volta colazione all’albergo di Chengdu in vista della partenza per Lhasa non sappiamo che stiamo per dire addio all’unica colazione pienamente soddisfacente della vacanza, almeno per i nostri palati occidentali (per cui va bene un po’ di salato di colazione, ma fermiamoci al bacon, formaggio e uova, toh, a farla strana se siamo sulle isole britanniche i fagioli – non un menu completo da ristorante cinese).
Risalendo in camera per lavarci i denti notiamo il povero Aron, che ci ha dato appuntamento alle 7 per la partenza, accasciato su una sedia nella hall. Cerchiamo di passargli davanti in punta di piedi per non svegliarlo, ma ha i super sensi da guida che gli impediscono di gustarsi quel microsonno.

All’aeroporto di Chengdu, dove Aron ci guida attraverso il check in e ci lascia solo alla coda per il controllo dei passaporti, scopriamo una misura di sicurezza che non avevo mai visto altrove. Dopo avere registrato il bagaglio da imbarcare nella stiva devi aspettare alcuni minuti per verificare che il tuo nome non compaia su uno degli schermi della vergogna, nel qual caso devi andare a sentire cosa c’è che non va con la tua valigia. Neanche a dirlo, secondo me ce ne andiamo troppo presto, ma Aron (che vorrebbe anche andarsene a dormire o a prepararsi per i suoi altri clienti) insiste che è tutto ok e che possiamo metterci in fila per i passaporti. Dove comunque c’è un altro schermo della vergogna, che controllo ossessivamente già immaginando chi interpreterà il mio ruolo nel film-denuncia sulla mia ingiusta decennale detenzione nelle carceri cinesi per non so quale infrazione (ovviamente, non ho niente nel bagaglio che possa creare problemi, ma non si sa mai).

Anzi, no. Qualcosa ce l’ha Lucilla. Ma, per ora, passa inosservato.

Passiamo i controlli sventolando il nostro permesso di viaggio in Tibet, che ci garantisce una pletora di timbri sulla carta d’imbarco, aspettiamo l’aereo, saliamo sull’aereo e alla prima montagna che si vede svettare all’orizzonte ci domandiamo se sia già l’Everest (…).

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Verso Oriente – Chengdu (1.2)

Abbandonati i panda e rifocillati, ci dirigiamo verso il tempio buddista di Wenshu Yuan, il primo di una lunga serie che ci attenderà nei giorni futuri.
All’ingresso facciamo la nostra conoscenza con una delle figure cardine della successiva tappa tibetana, il Buddha del futuro, Maitreya. La questione è leggermente complicata. Quello che conosciamo tutti è il cosiddetto Buddha storico, Siddharta, che è quello del presente. Secondo alcune tradizioni buddhiste, si tratterebbe però del 28° Buddha, mentre altre ne riconoscono solo sei prima di lui – però il terzo è in realtà il millesimo e ultimo illuminato di un eone precedente. Per non addentrarmi in un terreno che richiederebbe ANNI di studi e rischiare di dire sciocchezze la chiudo qui.
A ogni modo, il Buddha del futuro sarà quello che porterà pace e armonia e probabilmente regnerà sul mondo. Come si può facilmente immaginare, nei secoli passati di tanto in tanto qualcuno, nel mondo buddhista ha cercato di farsi proclamare incarnazione di Maitreya per supportare il proprio potere, con scarsi risultati. Ma non solo nel mondo buddhista: nel 1955 Ron Hubbard, il fondatore di Scientology, scrisse un poema in cui lasciava intendere di avere tutti i requisiti per essere lui Maitreya.

Maitreya, nella versione trovata in una sorpresa in Giappone (quello dietro è il demogorgone) che riproduce una famosa statua che si trova là
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Verso Oriente – Chengdu (1.1)

SPOILER!

Chengdu.
Quarta città più popolosa della Cina (14 milioni di abitanti, più o meno come Lombardia e Piemonte messe insieme in poco più di due volte la superficie della provincia di Roma).
Capoluogo del Sichuan, provincia cinese rinomata per la sua cucina.

Una città dove puoi arrivare in mobike da Bologna, per giunta

Che cosa ci facciamo a Chengdu, in coda all’aeroporto per il controllo passaporti allo sportello per stranieri, dove siamo solo io, Lucilla, alcuni pompieri irlandesi e un paio di italiane?
Andiamo in Tibet. E poi in Nepal.
Che era, al contrario, il piano originale: andare in Nepal, andare in Tibet, tornare in Nepal, ripartire.
Ma c’è il piccolo problema che, anche se lo chiamiamo “Tibet” e ci sono le guide come se fosse uno Stato indipendente, il Tibet è una provincia della Cina, la regione autonoma del Tibet, istituita nel 1965, per formalizzare l’annessione del 1950 – dopo 39 anni di autonomia del Tibet dalla Cina. Siccome la situazione tibetana è da sempre molto delicata, tra spinte autonomiste e indipendentiste, la Cina – pur rendendosi conto del valore turistico della zona – ha messo una serie di rigidi paletti per il turismo in Tibet. Uno di questi è che gli stranieri possono entrarci solo se hanno una guida e un altro è che, per entrare in Tibet dal Nepal, via terra o in aereo, bisogna essere in un gruppo di almeno cinque persone della stessa nazionalità, altrimenti il permesso di viaggio viene rifiutato. Se però si entra in Tibet da un’altra provincia cinese, via terra o via aereo, non c’è problema.
Quindi, Lucilla e io siamo stati costretti a rivedere il nostro piano iniziale. E Chengdu sia.
A questo punto, mentre siamo in coda per il timbro di ingresso sul passaporto, è anche bene ricordare che chiedere un visto per la Cina è comunque un’operazione che, a noi europei abituati a gironzolare per mezzo mondo un po’ come ci pare, appare fastidiosa: ci sono moduli da consegnare all’ambasciata o ad agenzie che facciano da intermediari, prenotazioni aeree e di alberghi da presentare per dimostrare che a un certo punto te ne vai davvero a casa. Se poi per sfiga hai un timbro turco sul passaporto (come me), devi dichiarare quanto sei stato in Turchia, dove e perché. Il visto cinese, quando arriva, è un bell’adesivo che occupa una pagina intera, mentre quella di fronte deve restare vuota per accogliere gli agognati timbri.
E una volta che hai il visto, se vuoi andare in Tibet, non è finita: con quello, la tua agenzia di viaggio (noi ci siamo affidati all’ottima Navyo Nepal Discover Asia) può richiedere l’agognato Tibet Travel Permit.
Se si pensa che per secoli Lhasa è stata una delle città meno accessibili del mondo (fino a che nel 1904 gli inglesi non si sono aperti la strada a forza in Tibet, come raccontato in un bellissimo libro di Hopkirk, Alla conquista di Lhasa, che documenta tutti i tentativi degli occidentali di farsi strada fino alla capitale dei Lama), in fondo i cinesi hanno fatto del loro meglio per mantenere viva – almeno – questa tradizione tibetana.

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E forse quel che cerco neanche c’è

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Solitamente, si pensa che sia l’Isola di Pasqua il luogo abitato più remoto sulla Terra.
Benché in effetti sia parecchio lontana sia dalla costa cilena sia dalla Polinesia, non le spetta però il primato, che appartiene invece a Tristan da Cunha, isola principale dell’arcipelago omonimo nell’Oceano Atlantico, che dista ben 2.100 chilometri da Sant’Elena, l’isola abitata più vicina. Non c’è una pista per gli aerei, quindi ci si arriva solo con sei giorni di navigazione da Città del Capo (ma non c’è un vero porto).
Questo paradiso di insolazione fu scoperto per caso da un navigatore portoghese, Tristão da Cunha, che però non riuscì neanche a metterci piede per le pessime condizioni del mare (“Tranquilli, alla prossima isola sbarchiamo!”, avrà detto alla ciurma, senza immaginare che c’erano almeno altri 2.000 chilometri e rotti di mare da fare).
Oggi ci abitano circa 250 persone, cittadini britannici d’oltremare, che si dividono tra otto cognomi. Due dei quali italiani. Anzi, per la precisione, liguri di Camogli: Lavarello e Repetto.
Il che ci dimostra come tutte quelle battute sui liguri asociali sono assolutamente false, nel senso che non sono battute, ma pura e semplice cronaca.
I Lavarello e i Repetto di Tristan sono i discendenti di due marinai che arrivarono sull’isola dopo un naufragio nel 1892. La nave su cui viaggiavano aveva preso fuoco in mezzo all’oceano e il comandante era riuscito a farla arrivare fino alle coste dell’isola, con sei giorni di navigazione non proprio agevoli. Sull’isola c’era da tempo un avamposto inglese e i naufraghi furono accolti positivamente. Tanto che appunto Gaetano Lavarello e Andrea Repetto, quando nel gennaio del 1893 arrivò una nave che riportò in patria i loro compagni decisero di restare lì (perdendosi così la nascita del Genoa Football and Cricket Club, proprio quell’anno). A dire il vero, con loro rimase anche un marchigiano, tale Marcianesi, che però dopo quattro anni si fece portare a Città del Capo. Lavarello e Repetto, invece, senza milanesi tra il belino, prosperarono sull’isola e, ci piace immaginare, trasmisero ai loro discendenti tutta la loro visione del mondo. Per esempio, nel 1922 venne installata una stazione radio, che però non entrò mai in funzione perché gli abitanti decisero che l’antenna avrebbe potuto attirare i fulmini. Quando negli anni Sessanta gli abitanti furono evacuati in Inghilterra in seguito a un’eruzione vulcanica e a un terremoto, ruppero il belino fino a che non li riportarono a casa loro.

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I Repetto rimasti in Liguria, invece…

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Chile (10) – Isola di Pasqua (3)

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L’ultimo giorno pieno che abbiamo all’Isola di Pasqua inizia con una gran pioggia e un bel vento teso che ci fa temere per la riuscita del nostro piano di escursione. L’idea è quella di fare un tratto della costa occidentale. In bicicletta.
Certo, potremmo affittare una macchina, ma c’è questo fatto per cui l’Isola di Pasqua è una specie di rappresentazione in scala di quello che succede quando le risorse naturali di un luogo vengono consumate. La Lonely Planet dice che è l’ideale per andare in bicicletta, la signora dell’albergo ci dice che il percorso che vogliamo fare è fattibilissimo. Chi siamo noi per dire di no?
Degli stolti, ecco cosa.
Quando il vento e la pioggia si placano andiamo ad affittare le biciclette e, più o meno faticosamente, iniziamo la nostra avventura.P8231443.jpeg

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Chile (9) – Isola di Pasqua (2)

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Per il secondo giorno all’Isola di Pasqua abbiamo un programma che prevede, dopo la gita organizzata del giorno precedente, di farne una in autonomia a Orongo, che è facilmente raggiungibile a piedi da Hanga Roa.
Al risveglio è ancora buio, non perché ci alziamo presto ma perché il fuso orario dell’isola prevede due sole ore di distanza dal Cile mentre dovrebbero essere di più. Così, il sole tramonta presto e sorge tardi.

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Ricky e Toto (ho paura che non siamo più nel Kansas)

Mentre ci prepariamo la colazione la nostra cucina viene invasa da uno dei due cani dell’albergo, un simpatico e vispo bassotto, che scappa da un’esuberante bambina italiana che ha deciso che è il suo giocattolo. Offriamo ospitalità al bassotto (Toto, ma la bimba continua a chiamarlo Totò), che dopo un po’ viene raggiunto dal suo compare, Ricky. Ricky è un barboncino anzianotto, timorosissimo e con qualche problema di tremolio alle zampe. Già che stiamo preparando i panini per il pranzo serviamo una piccola colazione a base di prosciutto cotto anche a loro due.
Quando sorge il sole il tempo non è dei migliori. Nuvole, qualche goccia di pioggia, ma niente di preoccupante: abbiamo già visto il giorno prima che nella stessa giornata può esserci il sole, piovigginare, poi di nuovo il sole, ecc. In fondo, sei in mezzo all’Oceano e non c’è nulla che possa bloccare eventuali perturbazioni. Continua a leggere

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