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E forse quel che cerco neanche c’è

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Solitamente, si pensa che sia l’Isola di Pasqua il luogo abitato più remoto sulla Terra.
Benché in effetti sia parecchio lontana sia dalla costa cilena sia dalla Polinesia, non le spetta però il primato, che appartiene invece a Tristan da Cunha, isola principale dell’arcipelago omonimo nell’Oceano Atlantico, che dista ben 2.100 chilometri da Sant’Elena, l’isola abitata più vicina. Non c’è una pista per gli aerei, quindi ci si arriva solo con sei giorni di navigazione da Città del Capo (ma non c’è un vero porto).
Questo paradiso di insolazione fu scoperto per caso da un navigatore portoghese, Tristão da Cunha, che però non riuscì neanche a metterci piede per le pessime condizioni del mare (“Tranquilli, alla prossima isola sbarchiamo!”, avrà detto alla ciurma, senza immaginare che c’erano almeno altri 2.000 chilometri e rotti di mare da fare).
Oggi ci abitano circa 250 persone, cittadini britannici d’oltremare, che si dividono tra otto cognomi. Due dei quali italiani. Anzi, per la precisione, liguri di Camogli: Lavarello e Repetto.
Il che ci dimostra come tutte quelle battute sui liguri asociali sono assolutamente false, nel senso che non sono battute, ma pura e semplice cronaca.
I Lavarello e i Repetto di Tristan sono i discendenti di due marinai che arrivarono sull’isola dopo un naufragio nel 1892. La nave su cui viaggiavano aveva preso fuoco in mezzo all’oceano e il comandante era riuscito a farla arrivare fino alle coste dell’isola, con sei giorni di navigazione non proprio agevoli. Sull’isola c’era da tempo un avamposto inglese e i naufraghi furono accolti positivamente. Tanto che appunto Gaetano Lavarello e Andrea Repetto, quando nel gennaio del 1893 arrivò una nave che riportò in patria i loro compagni decisero di restare lì (perdendosi così la nascita del Genoa Football and Cricket Club, proprio quell’anno). A dire il vero, con loro rimase anche un marchigiano, tale Marcianesi, che però dopo quattro anni si fece portare a Città del Capo. Lavarello e Repetto, invece, senza milanesi tra il belino, prosperarono sull’isola e, ci piace immaginare, trasmisero ai loro discendenti tutta la loro visione del mondo. Per esempio, nel 1922 venne installata una stazione radio, che però non entrò mai in funzione perché gli abitanti decisero che l’antenna avrebbe potuto attirare i fulmini. Quando negli anni Sessanta gli abitanti furono evacuati in Inghilterra in seguito a un’eruzione vulcanica e a un terremoto, ruppero il belino fino a che non li riportarono a casa loro.

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I Repetto rimasti in Liguria, invece…

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Chile (10) – Isola di Pasqua (3)

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L’ultimo giorno pieno che abbiamo all’Isola di Pasqua inizia con una gran pioggia e un bel vento teso che ci fa temere per la riuscita del nostro piano di escursione. L’idea è quella di fare un tratto della costa occidentale. In bicicletta.
Certo, potremmo affittare una macchina, ma c’è questo fatto per cui l’Isola di Pasqua è una specie di rappresentazione in scala di quello che succede quando le risorse naturali di un luogo vengono consumate. La Lonely Planet dice che è l’ideale per andare in bicicletta, la signora dell’albergo ci dice che il percorso che vogliamo fare è fattibilissimo. Chi siamo noi per dire di no?
Degli stolti, ecco cosa.
Quando il vento e la pioggia si placano andiamo ad affittare le biciclette e, più o meno faticosamente, iniziamo la nostra avventura.P8231443.jpeg

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Chile (9) – Isola di Pasqua (2)

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Per il secondo giorno all’Isola di Pasqua abbiamo un programma che prevede, dopo la gita organizzata del giorno precedente, di farne una in autonomia a Orongo, che è facilmente raggiungibile a piedi da Hanga Roa.
Al risveglio è ancora buio, non perché ci alziamo presto ma perché il fuso orario dell’isola prevede due sole ore di distanza dal Cile mentre dovrebbero essere di più. Così, il sole tramonta presto e sorge tardi.

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Ricky e Toto (ho paura che non siamo più nel Kansas)

Mentre ci prepariamo la colazione la nostra cucina viene invasa da uno dei due cani dell’albergo, un simpatico e vispo bassotto, che scappa da un’esuberante bambina italiana che ha deciso che è il suo giocattolo. Offriamo ospitalità al bassotto (Toto, ma la bimba continua a chiamarlo Totò), che dopo un po’ viene raggiunto dal suo compare, Ricky. Ricky è un barboncino anzianotto, timorosissimo e con qualche problema di tremolio alle zampe. Già che stiamo preparando i panini per il pranzo serviamo una piccola colazione a base di prosciutto cotto anche a loro due.
Quando sorge il sole il tempo non è dei migliori. Nuvole, qualche goccia di pioggia, ma niente di preoccupante: abbiamo già visto il giorno prima che nella stessa giornata può esserci il sole, piovigginare, poi di nuovo il sole, ecc. In fondo, sei in mezzo all’Oceano e non c’è nulla che possa bloccare eventuali perturbazioni. Continua a leggere

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Chile (8) – Isola di Pasqua (1)

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La prima cosa da sapere per arrivare all’Isola di Pasqua è che, di fatto, ci si arriva solo da Santiago. La seconda è che, nonostante sia territorio cileno dal 1888, i voli per Rapa Nui partono dal terminal dei voli internazionali.
Noi, non avendo capito nulla, invece ci ritroviamo la mattina della partenza, fatto il check-in e passati i controlli di sicurezza, nella zona delle partenza nazionali con in mano uno di quei fogli per l’immigrazioni sul modello statunitense (quante notti stai, dove stai, hai capito che non puoi stare di più di quello che dici, ecc) che nessuno ci ha ancora controllato. Non solo: sui monitor il nostro volo non compare proprio.
A quel punto, visto che per caso siamo davanti a un punto informazioni della compagnia aerea, facciamo due domande e scopriamo che, in effetti, siamo nel terminal sbagliato.
Per fortuna, dopo avere chiesto informazioni a tutto il personale dell’aeroporto, siamo riusciti a trovare il terminal giusto, altrimenti il nostro viaggio all’isola di Pasqua finiva prima di cominciare (e principalmente per colpa mia, che non avevo capito le indicazioni della tizia al check-in).

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La storia dell’Isola di Pasqua è oggetto di uno dei capitoli più noti di Collasso di Jared Diamond e l’isola in generale è universalmente nota come “luogo misterioso”. In realtà, l’unico mistero è perché la sua storia sia ancora considerata un mistero, visto che  origine, funzione e declino dei moai (i “testoni”) sono stati da tempo chiariti. Ci sono alcuni buchi, certo, nelle vicende dell’isola immediatamente dopo il primo contatto con gli europei, ma quelli derivano dal fatto che la popolazione originaria, i rapanui, sia stata decimata dai mercanti di schiavi peruviani a fine Ottocento prima che gli antropologi potessero iniziare a fare delle ricerche un po’ più serie. Continua a leggere

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Chile (7) – Interludio a Santiago

P8190988.jpgA separare il soggiorno nel deserto di Atacama e quello sull’isola di Pasqua abbiamo infilato una mezza giornata a Santiago. Io ero convinto di avere prenotato un albergo dentro all’aeroporto, in realtà scopriamo che si trova a qualche chilometro da lì, in mezzo al niente.
È uno di quegli albergoni di catena che la gente prenota unicamente perché arriva con un aereo tardi o deve ripartire presto il mattino dopo; ci appioppano una stanza con due letti matrimoniali, il secondo dei quali diventa quello per gli zaini (perché è giusto che anche loro possano riposarsi.

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Chile – 6 – Atacama (4)

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La cosa migliore dell’ultima escursione nei dintorni di San Pedro di Atacama è questa: si parte alle 8.30 e non nel cuore della notte.
Per giunta, quando arriva il minivan scopriamo che la nostra guida è di nuovo Pablo, con cui ci eravamo trovati un sacco bene e con cui ci fa piacere chiudere il ciclo desertico della vacanza.
Tutto bene-bene, quindi?
Insomma: c’è un po’ di timore perché oggi arriveremo fino a 4.800 metri e il giorno prima Lucilla sopra i 4.000 ha sofferto un po’ e perché l’escursione viene presentata come la più avventurosa tra quelle offerte da Cosmo Andino. Ma soprattutto c’è molto timore quando Pablo ci saluta e ci dice: “Oh, oggi siete quasi tutti italiani!”
“Buona fortuna,” gli rispondo io, ma in realtà è a me che la auguro.
Però, spoiler, per fortuna andrà benissimo perché i compagni di escursione sono:
– la coppia di signori milanesi con figlia con la quale già avevamo fatto un’escursione, assolutamente piacevoli;
– una famiglia con padre olandese, madre torinese e due bambini sabaudo/neederlandesi;
– una coppia trentenne di nuova borghesia borghesia cinese da manuale.

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In primo piano, un’animita abbastanza minuta

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Chile – 5 – Atacama (3)

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Non giriamoci attorno.
Nulla fa più “vacanze” di quei momenti in cui sei a 4.300 metri d’altezza, sono passate da poco le 7 del mattino, fuori ci sono dodici gradi sotto zero e prima di scendere dal minivan la guida sta spiegando che cosa fare se qualcuno viene investito da un getto di acqua rovente (mi pare che l’importante fosse avere abbastanza salsa verde, ma potrei sbagliarmi).
Tutto questo succede quando siamo arrivati alla zona di geyser nota come El Tatio, a un’ottantina di chilometri da San Pedro de Atacama, sulle Ande.
El Tatio (a parte l’articolo, il nome è in lingua atacamena e sembra che significhi qualcosa come “il forno”, oppure “apparire”, ma forse anche “scottatura” o “nonno”) è la zona di geyser più grande di tutto l’emisfero australe, con un’estensione di ben 30 kmq. È anche quella più alta al mondo (insieme a un’altra in Bolivia) e circa l’8% di tutti i geyser conosciuti al mondo si trovano in questa zona. Continua a leggere

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