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Carlo Cane è pronto a credere in voi

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Fare l’indagatore dell’incubo può sembrare una buona idea, se non hai un lavoro, il tuo cognome è Cane e il tuo nome inizia con la stessa lettera.
Ma quando Carlo Cane decide di inscenare una messa nera in una chiesa diroccata per attirare l’attenzione della televisione non può immaginare le conseguenze delle sue azioni
Tra vecchi partigiani, un cane, ragazze sboccate, star della seconda serata televisiva, beghine, comunisti, un vescovo (anzi, un arcivescovo), storici dell’arte, vigili urbani, gerarchi nazisti, streghe, bariste, chiese diroccate e parecchi gatti, un racconto sovrannaturale ambientato tra Genova e il suo entroterra, ambientato nello stesso universo narrativo delle Storie dello Spadaccino.

Carlo Cane è pronto a credere in voi.

Quest’anno Dylan Dog ha compiuto trent’anni di vita editoriale, un evento festeggiato, tra l’altro, con il ritorno di Tiziano Sclavi alla scrittura, Dopo un lungo silenzio.
Siccome ho un grosso debito, a più livelli, con l’indagatore dell’incubo di Craven Road, volevo in qualche modo celebrare a mio modo questa ricorrenza. E quale modo migliore se non scrivere una storia che inizia con un coetaneo di Dylan Dog, ma genovese, che decide di darsi anche lui alla carriera di indagatore dell’incubo? Continua a leggere

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Dylan Dog 362 – Dopo un lungo silenzio

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E poi un giorno, dopo un lungo silenzio, esce un Dylan Dog con una storia nuova di Tiziano Sclavi (e una copertina paracula e bellissima che al tempo stesso cita Non è successo niente – il devastante romanzo tri-autobiografico di Sclavi -, saluta Angelo Stano che dal mese prossimo non disegnerà più le copertine di Dylan ed è ottima da farsi dedicare a Lucca Comics).
Esce un Dylan Dog di Tiziano Sclavi e tutte le chiacchiere sulla serie non servono più a nulla perché, ehi, ci sono 96 pagine di Dylan Dog scritte da Tiziano Sclavi da leggere.

Tiziano Sclavi secondo Alfredo Castelli

Tiziano Sclavi secondo Alfredo Castelli

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Dylan Dog 361 – Mater Dolorosa

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Devo dire che non ho mai amato il numero 100 di Dylan Dog.
Certo, era lodevole l’intento di ricucire insieme i pezzi sparsi della mitologia “dylaniata” (santi numi), come Xabaras (che già sapevamo essere il padre di Dylan) e i morti viventi, Morgana, il modellino di galeone mai terminato, l’affermazione di Groucho che Dylan Dog sarebbe in realtà morto nel XVII secolo… Il risultato, però, era stato ben al di sotto delle aspettative, con uno Sclavi stanco che confezionava una storia strampalata ambientata in parte nel XVII secolo, appioppava a Dylan un complesso d’Edipo grande come una casa facendo di Morgana sua madre, trasformava Xabaras nella metà malvagia del padre di Dylan e confinava la metà buona ai confini dell’universo in compagnia di un pupazzo di Jim Henson. Il tutto accompagnato da uno Stano colorato con la noncuranza tipica dei colori Bonelli di una volta, che non aiutava certo a calarsi nella storia (per giunta pensata per essere il finale della serie o almeno uno dei possibili finali della serie) (tanto che per anni, per vezzo, ho tenuto l’albo in fondo allo scaffale).

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Quando Mater Dolorosa, storia che celebra il trentennale di Dylan Dog, è iniziata riportandomi sul galeone dove il futuro Xabaras sta cercando di scoprire il segreto dell’immortalità, accompagnato dalla moglie Morgana e dal giovanissimo Dylan, ho temuto il peggio.
C’è voluto pochissimo, però, per scoprire che quella storia non era poi così sbagliata. Era solo stata raccontata non bene come avrebbe potuto; c’è una battuta che gira tra i fan di un altro Dylan, Bob, secondo la quale non esistono sue brutte canzoni, ma solo canzoni per cui non ha ancora trovato l’arrangiamenti giusto. Ecco, forse la genesi dell’universo di Dylan Dog aveva bisogno di qualcuno che ne prendesse le parti migliori e le raccontasse in un altro modo.

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La prima grande intuizione di Roberto Recchioni è quella di saldare la mitologia creata da Sclavi con quella che lui ha iniziato a forgiare sulla serie: nello specifico, l’introduzione nella ricerca dell’immortalità di Dylan senior della variabile imprevista Mater Morbi (la personificazione della malattia al centro dell’omonimo albo con cui Recchioni ha fatto capire cosa poteva fare con Dylan Dog) funziona perfettamente e carica quella storia, tutto sommato un po’ lineare, di un nuovo livello di sfida.
La seconda è quella di portare sulle pagine di un numero celebrativo Bonelli, che la tradizione vuole a colori, un disegnatore che pensi direttamente a colori: Gigi Cavenago aveva già realizzato le copertine per i Maxi Dylan Dog, ma ancora non aveva affrontato un albo intero. Cavenago è l’arma segreta che dà vita a tutto l’albo, ma in particolare trasforma il galeone, fin dalle prime pagine, dal modellino Playmobil che era nel numero 100 in una scenografia spaventosa, una specie di antro dello stregone in mezzo a un mare in tempesta. C’è tutto un lavoro sul colore, sul suo uso narrativo per rimarcare i diversi momenti dell’albo, che lascia a bocca aperta; e non è un caso di fumetto “pittorico” composto da tante belle illustrazioni statiche. È fumetto vero, immagini che raccontano e racconterebbero anche senza i balloon.
Cavenago non è che alza l’asticella dell’uso dei colori in albo “classico” Bonelli: la prende e se la porta a casa. La rivolete? Andatevela a prendere.

Nell'ultima vignetta, all'improvviso, David Tennant in Broadchurch

Nell’ultima vignetta, all’improvviso, David Tennant in Broadchurch

Ovviamente, Mater Dolorosa non è solo un esercizio di retro-continuity sul passato di Dylan Dog (non solo il numero 100, ma anche il 74, Il lungo addio, è oggetto di rivelazioni), ma anche un’anticipazione di cose che succederanno, per bocca di John Ghost, il personaggio introdotto di recente per essere una nuova nemesi di Dylan e che per ora è rimasto nell’ombra.
È anche una storia un po’ alla Sclavi, che contiene alcune sequenze non necessariamente collocabili nella realtà o nel sogno – come il sabato sera di Dylan, sinistramente simile a quello di un certo Francesco Dellamorte.

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Tutto perfetto?
No, non tutto perfetto.
Dove l’albo gira a volte a vuoto è soprattutto nello scontro tra Morgana e Mater Morbi. Il confronto tra le due donne è gestito attraverso una serie di dialoghi tra il didascalico e il meccanicamente teatrale, che smorzano un po’ la portata di quello che dovrebbe essere il cuore dell’albo.
In parte riprende uno stile già visto in Orfani e che poteva funzionare lì (e per me ogni tanto girava a vuoto anche lì); nello scontro metafisico tra una donna del Seicento e la personificazione di un concetto certi toni stridono un po’ e rendono la lettura meno scorrevole e “naturale” di quello che dovrebbe.

Copertina di Massimo Carnevale

Copertina di Massimo Carnevale

Ma, nonostante tutto, resta forse il miglior albo “celebrativo” di Dylan addirittura dai tempi del 121, Finche morte non vi separi, perché cerca – e sotto molti aspetti ci riesce – di essere qualcosa di unico, sia visivamente sia narrativamente.
È una testimonianza della ritrovata vitalità della testata, che da quando è passata sotto la cura di Recchioni, pur tra alti e bassi inevitabili ha mostrato una grande quantità di approcci diversi all’Indagatore dell’Incubo, spesso da parte di esordienti sulla collana o in Bonelli.
Anche se forse per ora la cosa migliore della nuova fase è il rilancio della collana degli Speciali con le storie del “pianeta dei morti”, con Dylan Dog cinquantenne in un’Inghilterra infestata da zombi. Un’ambientazione creata da Alessandro Bilotta, che nei due Speciali finora scritti da lui, il 29 dello scorso anno, La casa delle memorie,  e quello attualmente in edicola, La fine è il mio inizio, sta continuando anche lui a ricomporre, a suo modo, la mitologia sclaviana, con effetti di grandissimo fascino.
E intanto, il mese prossima, torna in edicola Tiziano Sclavi con una nuova storia dedicata all’alcolismo di Dylan.
What a time to be undead.

Ps: il titolo dell’albo mi ricorda una cosa che mi raccontò mia madre, che insegnava matematica alle medie. Un giorno arrivò dal ministero un test di logica da sottoporre agli alunni, domande a risposta multipla. Una domanda era: “Una madre ha sempre: a. dei figli; b. delle amiche; c. dei dolori”. La maggior parte degli alunni, quindi ragazzini dagli 11 ai 13 anni, scelse la risposta c. Dei dolori.

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Bonelliana – Gennaio 2016

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Con l’anno nuovo cerco di fare rivivere una rubrica che ha avuto vita brevissima: Bonelliana, le recensioni dei fumetti Bonelli che ho letto il mese precedente. Contiene Adam Wild, Le Storie, Nathan Never, Morgan Lost, Dylan Dog. Continua a leggere

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Morgan Lost

Disegno di Giovanni Talami, realizzato a Rapalloonia 2015. Credo di essere una delle primissime persone ad avere uno sketch di Morgan Lost.

Morgan Lost, il più recente personaggio pubblicato dalla Bonelli (il primo numero è uscito il 20 ottobre, anche se in alcune città lo si trovava già il 18), è una roba strana.

Il suo creatore è Claudio Chiaverotti, che probabilmente conoscete perché è quel tizio a cui un giorno in Bonelli hanno detto “guarda, Sclavi ha bisogno di fermarsi. Da oggi Dylan Dog lo scrivi tu”. Aveva 24 anni ed erano gli anni in cui Dyd vendeva un sacco; per certi versi, il Dylan idealista e romantico di cui tutti si innamorarono nei primi ’90, quando vendeva tantissimo, è un personaggio ricreato da Chiaverotti. Una sua caratteristica erano quei doppi finali in cui il caso veniva prima “risolto” razionalmente e poi invece nell’ultima pagina… ZAC! L’orrore non è finito, il mostro esisteva davvero e uccide ancora. È interessante notare che quando Dylan vendeva molto era per lo più scritto da un autore anagraficamente vicino ai suoi lettori.
Poi va beh, come è successo per esempio con Claudio Nizzi e Tex, Chiaverotti è rimasto su Dylan più a lungo di quanto non fosse consigliabile per il personaggio e lui.
Nel 1998 crea Brendon, un fantasy-dark post-apocalittico che esce in 100 albi (più 12 speciali), chiudendo a dicembre del 2014. Brendon per me è un mistero: l’ambientazione ha un certo potenziale, ma il personaggio e le storie, con questo tono disperato spesso scavalcano a pie’ pari lo steccato dell’umorismo involontario.* La recensione del numero uno della serie pubblicata da uBC è stata per un certo periodo un grande classico della stroncatura di un albo Bonelli.

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Tempo fa leggevo un’intervista a qualcuno di Elio e le Storie Tese in cui si diceva che visto che tanto i dischi non li compra più nessuno è inutile stare a farsi tante domande su che cosa possa piacere al pubblico e fare ciò che si vuole fare, senza troppi calcoli.
Non-lasciarmiMorgan Lost sembra un fumetto che, fin dalla copertine, di Fabrizio De Tommaso, segue proprio questa strada. Se il collage di antagonisti sulla copertina del primo numero può sembrare una deroga alle classiche regole di composizione di una copertina bonelliana, la divisione in tre vignette della seconda copertina invece fa pensare che questa scomposizione dell’immagine potrebbe essere la norma.
Ma ancora prima, la campagna promozionale è stata una cosa bizzarra: una serie di pin-up di tizi strambi che dichiarano “ucciderò Morgan Lost”. E poco altro: si sapeva che l’ambientazione sarebbero stati degli anni ’50 alternativi, più avanzati tecnologicamente dei nostri, in una metropoli nordamericana ma con una forte presenza di iconografia dell’Antico Egitto. Che, ok, non è una scelta visivamente originalissima, ma che comunque ha sempre il suo fascino.

L’altra cosa che si sapeva era che le tavole non sarebbero state nel tradizionale bianco e nero bonelliano e nemmeno a colori (come Orfani), ma in bicromia: sfumature di grigio e rosso. Che è una scelta che più che al fumetto “popolare” fa pensare a certe cose di fumetto “da libreria”. O a Sin City, certo. Ma nel fumetto di Miller il rosso (o comunque il colore) è sporadico, qui è in ogni tavola e ha una ragione narrativa precisa: Morgan Lost ha dei problemi nella percezione dei colori, vede solo il rosso. Banale? Sì, no, forse. Ma, pure questo, funziona: i disegni di Rubini sono molto buoni, con le mezze tinte e il rosso diventano qualcosa che in edicola non c’era. E ti tirano dentro alla storia e al mondo di Morgan Lost.
Anche qui, non aspettatevi di trovare niente di assolutamente inedito: nel mondo di ML i serial killer sono delle star e hanno trasmissioni televisive a loro dedicate che tengono il conto dei morti. Per contrastarli esistono i cacciatori di taglie, con regolare licenza governativa, che sopravvivono intascando le laute taglie che pendono sulle teste degli assassini. Morgan è uno di loro, cela nel passato un evento traumatico che lo ha spinto a dare la caccia ai mostri e che gli ha lasciato come ricordo quella mascherina nera tatuata attorno agli occhi. È un solitario, insonne, tormentato dagli incubi (ehi, “incubi” è la parola 666 di questo post), vive dentro a un orologio in disuso. Un tempo gestiva un cinema, ora gli è rimasta solo la passione per il cinema più misconosciuto.

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Non c’è molto di più: alcuni colleghi cacciatori di taglie, una poliziotta che sembra essere destinata a essere la spalla dell’eroe (ma il vero comprimario, dice Chiaverotti, arriverà solo nel secondo numero), un’indagine che va a risvegliare un passato che sembrava chiuso e che sembra destinata a svelare una macchinazione politica.
Però quello che funziona è che questa città silenziosa, dove nevica sempre, affogata nel grigio e chiazzata di rosso, ti prende. C’è uno strano silenzio in Morgan Lost, che è quello di alcuni sogni. C’è il perturbante, le cose simili a quelle che conosci ma leggermente diverse. E la storia, anche se forse l’hai già letta altre volte da altre parti, con altri personaggi, in un’altra città, funziona pure lei. E quando arrivi all’ultima pagina, con quel “fine primo tempo”, vorresti avere subito il secondo numero tra le mani.
Intendiamoci: non è il capolavoro che cambierà le sorti del fumetto bonelliano. Ha alcuni difetti bizzarri (tipo che a un certo punto due personaggi subiscono una tortura che dovrebbe essere tremenda, nella descrizione, e li vedi con due graffi sul petto e qualche ferita qua e là; la spiegazione del perché ci sono le statue egizie e la città si chiama Neo Heliopolis è semplicistica a dir poco, per dirne due) e la caccia al serial killer del mese potrebbe diventare alla lunga ripetitiva.
Però nonostante usi ingredienti comuni, Morgan Lost li mescola secondo un gusto personale, lascia un buon sapore in bocca e alla fine non assomiglia troppo ad altro che non a se stesso.
Si vede che è il lavoro di un autore che sta scrivendo qualcosa a cui tiene, senza preoccuparsi di farlo “giusto”, ma di farlo come piace a lui. E, di questi tempi, non è poco.


  • Faccio la persona matura, ma per un anno almeno comprai Brendon solo per poterne ridere, nei primi anni 2000

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Bonelliana, marzo 2015 (Adam Wild, Ringo, Le Storie, Nathan Never, Coney Island, Dylan Dog Magazine, Dylan Dog, Dylan Top)

Bonelliana: opinioni non richieste sui fumetti Bonelli che seguo.
Questo mese con un bonus.

Copertina di Darko Perovic - Adam Wild 6

Copertina di Darko Perovic

Adam Wild 6, “L’incubo della giraffa”
(Gianfranco Manfredi – Paolo Raffaelli)

In Africa, si sa, la mattina come ti svegli tocca correre. Ma correre è difficile se hai perso una gamba andando a caccia di giraffe. E ancora peggio, se la notte sogni la giraffa per colpa della quale ti hanno dovuto mozzare una gamba, che forse è una specie di spirito malvagio.

LUCIDISSIMO.

LUCIDISSIMO.

Il sesto episodio di Adam Wild abbandona per un po’ la lotta agli schiavisti per buttarsi in una storia che forse vira sul sovrannaturale e forse no, ispirata alla mitologia africana. Se l’idea di una giraffa in fiamme, come si vede in copertina, può sulle prime fare un po’ sorridere, lo svolgimento della storia, supportato dai bei disegni nervosi di Raffaelli, vira verso atmosfere cupe appena stemperate dal conte Molfetta, qui in veste di più canonica spalla. Tra le cose che si imparano: la giraffa è una bestiaccia feroce – del resto pure lei tutte le mattine deve alzarsi e correre, chi non diventerebbe nervoso? – che si batte con i suoi simili usando la testa come un maglio. Se poi volete dedicarvi alla sua caccia, un metodo tradizionale è quello di sgarrettarla da cavallo. Dagli organi della giraffa si ricava un potente allucinogeno.


 

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Copertina di Emiliano Mammuccari

 

Orfani: Ringo 6, “Come pioggia”
(Roberto Recchioni, Mauro Uzzeo – Alessio Avallone – Nicola Righi)

Prosegue il viaggio di Ringo, Rosa, Nuè e Seba (una/o dei tre è suo figlia/o ma non sappiamo chi) in un’Italia post-apocalittica. Questa volta il trio fa tappa da qualche parte nell’Appenino tosco-emiliano per un numero di riflessione e di approfondimento psicologZZZZZZZZZZ Continua a leggere

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Bonelliana, febbraio 2015 (Adam Wild, Dampyr, Dylan Dog, Tex, Julia, Ringo, Le Storie)

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Provo a ridare vita a una rubrica regolare: nasce oggi Bonelliana, che si occuperà degli albi Bonelli letti nel mese passato.
Perché solo i Bonelli? Perché ne leggo diversi, da quasi quindici anni, e trovo interessante la fase nuova che si è aperta nella casa editrice dopo la morte di Sergio Bonelli (a proposito, qui si può scaricare l’ebook collettivo che assemblai su di lui).
Quindi è una roba un po’ da fanboy. Astenersi “i fumetti Bonelli sono tutti copiati”, “Dylan Dog è finito con il numero 100”, “Kit Carson mica era quello lì” e via dicendo.

Copertina di Darko Petrovic

Copertina di Darko Petrovic

Adam Wild 5, “La terza luna”
(Gianfranco Manfredi – Antonio Lucchi)

In appena due numeri, AW è diventato una delle mie serie irrinunciabili. Dopo la pesantezza di Shangai Devil, Manfredi ha azzeccato un personaggio sopra le righe, che riesce a essere il classico eroe tutto d’un pezzo senza sembrare anticaglia da museo. Merito probabilmente della cura con cui è ricostruita l’Africa ottocentesca e del cast di comprimari, su cui spicca il nobile italiano Narciso Molfetta, figura che come già Poe in Magico Vento esula dai tipici doveri della spalla bonelliana senza però distaccarsi completamente da quel ruolo. Per farla breve, questo quinto numero conferma quanto di buono visto finora: una storia lineare ma trascinante, cattivi facilmente identificabili, azione, violenza e nozioni storiche. Ai disegni, Lucchi si produce in un esordio poderoso e dinamico, forse fin troppo: il suo stile si distacca da quello più realistico visto finora nella serie e avrebbe fatto faville su una serie più “guascona” come Long Wei.
Però niente da dire: we want more.

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