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Bonelliana – Gennaio 2016

Sergio_Bonelli_Editore

Con l’anno nuovo cerco di fare rivivere una rubrica che ha avuto vita brevissima: Bonelliana, le recensioni dei fumetti Bonelli che ho letto il mese precedente. Contiene Adam Wild, Le Storie, Nathan Never, Morgan Lost, Dylan Dog. Continua a leggere

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Morgan Lost

Disegno di Giovanni Talami, realizzato a Rapalloonia 2015. Credo di essere una delle primissime persone ad avere uno sketch di Morgan Lost.

Morgan Lost, il più recente personaggio pubblicato dalla Bonelli (il primo numero è uscito il 20 ottobre, anche se in alcune città lo si trovava già il 18), è una roba strana.

Il suo creatore è Claudio Chiaverotti, che probabilmente conoscete perché è quel tizio a cui un giorno in Bonelli hanno detto “guarda, Sclavi ha bisogno di fermarsi. Da oggi Dylan Dog lo scrivi tu”. Aveva 24 anni ed erano gli anni in cui Dyd vendeva un sacco; per certi versi, il Dylan idealista e romantico di cui tutti si innamorarono nei primi ’90, quando vendeva tantissimo, è un personaggio ricreato da Chiaverotti. Una sua caratteristica erano quei doppi finali in cui il caso veniva prima “risolto” razionalmente e poi invece nell’ultima pagina… ZAC! L’orrore non è finito, il mostro esisteva davvero e uccide ancora. È interessante notare che quando Dylan vendeva molto era per lo più scritto da un autore anagraficamente vicino ai suoi lettori.
Poi va beh, come è successo per esempio con Claudio Nizzi e Tex, Chiaverotti è rimasto su Dylan più a lungo di quanto non fosse consigliabile per il personaggio e lui.
Nel 1998 crea Brendon, un fantasy-dark post-apocalittico che esce in 100 albi (più 12 speciali), chiudendo a dicembre del 2014. Brendon per me è un mistero: l’ambientazione ha un certo potenziale, ma il personaggio e le storie, con questo tono disperato spesso scavalcano a pie’ pari lo steccato dell’umorismo involontario.* La recensione del numero uno della serie pubblicata da uBC è stata per un certo periodo un grande classico della stroncatura di un albo Bonelli.

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Tempo fa leggevo un’intervista a qualcuno di Elio e le Storie Tese in cui si diceva che visto che tanto i dischi non li compra più nessuno è inutile stare a farsi tante domande su che cosa possa piacere al pubblico e fare ciò che si vuole fare, senza troppi calcoli.
Non-lasciarmiMorgan Lost sembra un fumetto che, fin dalla copertine, di Fabrizio De Tommaso, segue proprio questa strada. Se il collage di antagonisti sulla copertina del primo numero può sembrare una deroga alle classiche regole di composizione di una copertina bonelliana, la divisione in tre vignette della seconda copertina invece fa pensare che questa scomposizione dell’immagine potrebbe essere la norma.
Ma ancora prima, la campagna promozionale è stata una cosa bizzarra: una serie di pin-up di tizi strambi che dichiarano “ucciderò Morgan Lost”. E poco altro: si sapeva che l’ambientazione sarebbero stati degli anni ’50 alternativi, più avanzati tecnologicamente dei nostri, in una metropoli nordamericana ma con una forte presenza di iconografia dell’Antico Egitto. Che, ok, non è una scelta visivamente originalissima, ma che comunque ha sempre il suo fascino.

L’altra cosa che si sapeva era che le tavole non sarebbero state nel tradizionale bianco e nero bonelliano e nemmeno a colori (come Orfani), ma in bicromia: sfumature di grigio e rosso. Che è una scelta che più che al fumetto “popolare” fa pensare a certe cose di fumetto “da libreria”. O a Sin City, certo. Ma nel fumetto di Miller il rosso (o comunque il colore) è sporadico, qui è in ogni tavola e ha una ragione narrativa precisa: Morgan Lost ha dei problemi nella percezione dei colori, vede solo il rosso. Banale? Sì, no, forse. Ma, pure questo, funziona: i disegni di Rubini sono molto buoni, con le mezze tinte e il rosso diventano qualcosa che in edicola non c’era. E ti tirano dentro alla storia e al mondo di Morgan Lost.
Anche qui, non aspettatevi di trovare niente di assolutamente inedito: nel mondo di ML i serial killer sono delle star e hanno trasmissioni televisive a loro dedicate che tengono il conto dei morti. Per contrastarli esistono i cacciatori di taglie, con regolare licenza governativa, che sopravvivono intascando le laute taglie che pendono sulle teste degli assassini. Morgan è uno di loro, cela nel passato un evento traumatico che lo ha spinto a dare la caccia ai mostri e che gli ha lasciato come ricordo quella mascherina nera tatuata attorno agli occhi. È un solitario, insonne, tormentato dagli incubi (ehi, “incubi” è la parola 666 di questo post), vive dentro a un orologio in disuso. Un tempo gestiva un cinema, ora gli è rimasta solo la passione per il cinema più misconosciuto.

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Non c’è molto di più: alcuni colleghi cacciatori di taglie, una poliziotta che sembra essere destinata a essere la spalla dell’eroe (ma il vero comprimario, dice Chiaverotti, arriverà solo nel secondo numero), un’indagine che va a risvegliare un passato che sembrava chiuso e che sembra destinata a svelare una macchinazione politica.
Però quello che funziona è che questa città silenziosa, dove nevica sempre, affogata nel grigio e chiazzata di rosso, ti prende. C’è uno strano silenzio in Morgan Lost, che è quello di alcuni sogni. C’è il perturbante, le cose simili a quelle che conosci ma leggermente diverse. E la storia, anche se forse l’hai già letta altre volte da altre parti, con altri personaggi, in un’altra città, funziona pure lei. E quando arrivi all’ultima pagina, con quel “fine primo tempo”, vorresti avere subito il secondo numero tra le mani.
Intendiamoci: non è il capolavoro che cambierà le sorti del fumetto bonelliano. Ha alcuni difetti bizzarri (tipo che a un certo punto due personaggi subiscono una tortura che dovrebbe essere tremenda, nella descrizione, e li vedi con due graffi sul petto e qualche ferita qua e là; la spiegazione del perché ci sono le statue egizie e la città si chiama Neo Heliopolis è semplicistica a dir poco, per dirne due) e la caccia al serial killer del mese potrebbe diventare alla lunga ripetitiva.
Però nonostante usi ingredienti comuni, Morgan Lost li mescola secondo un gusto personale, lascia un buon sapore in bocca e alla fine non assomiglia troppo ad altro che non a se stesso.
Si vede che è il lavoro di un autore che sta scrivendo qualcosa a cui tiene, senza preoccuparsi di farlo “giusto”, ma di farlo come piace a lui. E, di questi tempi, non è poco.


  • Faccio la persona matura, ma per un anno almeno comprai Brendon solo per poterne ridere, nei primi anni 2000

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Bonelliana, marzo 2015 (Adam Wild, Ringo, Le Storie, Nathan Never, Coney Island, Dylan Dog Magazine, Dylan Dog, Dylan Top)

Bonelliana: opinioni non richieste sui fumetti Bonelli che seguo.
Questo mese con un bonus.

Copertina di Darko Perovic - Adam Wild 6

Copertina di Darko Perovic

Adam Wild 6, “L’incubo della giraffa”
(Gianfranco Manfredi – Paolo Raffaelli)

In Africa, si sa, la mattina come ti svegli tocca correre. Ma correre è difficile se hai perso una gamba andando a caccia di giraffe. E ancora peggio, se la notte sogni la giraffa per colpa della quale ti hanno dovuto mozzare una gamba, che forse è una specie di spirito malvagio.

LUCIDISSIMO.

LUCIDISSIMO.

Il sesto episodio di Adam Wild abbandona per un po’ la lotta agli schiavisti per buttarsi in una storia che forse vira sul sovrannaturale e forse no, ispirata alla mitologia africana. Se l’idea di una giraffa in fiamme, come si vede in copertina, può sulle prime fare un po’ sorridere, lo svolgimento della storia, supportato dai bei disegni nervosi di Raffaelli, vira verso atmosfere cupe appena stemperate dal conte Molfetta, qui in veste di più canonica spalla. Tra le cose che si imparano: la giraffa è una bestiaccia feroce – del resto pure lei tutte le mattine deve alzarsi e correre, chi non diventerebbe nervoso? – che si batte con i suoi simili usando la testa come un maglio. Se poi volete dedicarvi alla sua caccia, un metodo tradizionale è quello di sgarrettarla da cavallo. Dagli organi della giraffa si ricava un potente allucinogeno.


 

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Copertina di Emiliano Mammuccari

 

Orfani: Ringo 6, “Come pioggia”
(Roberto Recchioni, Mauro Uzzeo – Alessio Avallone – Nicola Righi)

Prosegue il viaggio di Ringo, Rosa, Nuè e Seba (una/o dei tre è suo figlia/o ma non sappiamo chi) in un’Italia post-apocalittica. Questa volta il trio fa tappa da qualche parte nell’Appenino tosco-emiliano per un numero di riflessione e di approfondimento psicologZZZZZZZZZZ Continua a leggere

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Bonelliana, febbraio 2015 (Adam Wild, Dampyr, Dylan Dog, Tex, Julia, Ringo, Le Storie)

Sergio_Bonelli_Editore

Provo a ridare vita a una rubrica regolare: nasce oggi Bonelliana, che si occuperà degli albi Bonelli letti nel mese passato.
Perché solo i Bonelli? Perché ne leggo diversi, da quasi quindici anni, e trovo interessante la fase nuova che si è aperta nella casa editrice dopo la morte di Sergio Bonelli (a proposito, qui si può scaricare l’ebook collettivo che assemblai su di lui).
Quindi è una roba un po’ da fanboy. Astenersi “i fumetti Bonelli sono tutti copiati”, “Dylan Dog è finito con il numero 100”, “Kit Carson mica era quello lì” e via dicendo.

Copertina di Darko Petrovic

Copertina di Darko Petrovic

Adam Wild 5, “La terza luna”
(Gianfranco Manfredi – Antonio Lucchi)

In appena due numeri, AW è diventato una delle mie serie irrinunciabili. Dopo la pesantezza di Shangai Devil, Manfredi ha azzeccato un personaggio sopra le righe, che riesce a essere il classico eroe tutto d’un pezzo senza sembrare anticaglia da museo. Merito probabilmente della cura con cui è ricostruita l’Africa ottocentesca e del cast di comprimari, su cui spicca il nobile italiano Narciso Molfetta, figura che come già Poe in Magico Vento esula dai tipici doveri della spalla bonelliana senza però distaccarsi completamente da quel ruolo. Per farla breve, questo quinto numero conferma quanto di buono visto finora: una storia lineare ma trascinante, cattivi facilmente identificabili, azione, violenza e nozioni storiche. Ai disegni, Lucchi si produce in un esordio poderoso e dinamico, forse fin troppo: il suo stile si distacca da quello più realistico visto finora nella serie e avrebbe fatto faville su una serie più “guascona” come Long Wei.
Però niente da dire: we want more.

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Surviving #SalTo13: fatto.

(è un post un po’ ombelicale, ma devo riprendere la mano a scrivere sul blog)

Se il buongiorno si vede dal mattino, il mattino è questo: alla stazione della metropolitana di Torino Lingotto si forma davanti alla scala mobile un’incredibile e ordinata coda sabauda. È quasi il mio momento di salire quando tre signore molto milanesi, molto con le facce e gli abiti di quelle che per Berlusconi hanno un’ostilità antropologica si infilano di lato con molta naturalezza, senza che una delle tre smetta di raccontare di una qualche esperienza educativa che ha fatto con una classe di bambini. “Ci devi fare un libro,” cinguetta garrula un’altra, che immagino più tardi andrà a firmare un manifesto per la legalità e le regole.

Quest’anno ho sentimenti meno estremi nei confronti del Salone, a posteriori. Sarà che ci ho passato meno tempo, sarà che non ho fatto il disallestimento, sarà che ho girato pochissimo.

Momento migliore durante la lunghissima fila per farmi fare un disegno da Zerocalcare: c’è questo ragazzetto, minorenne, molto regolare, con il suo maglioncino e la camicia, ogni tanto passa la mamma a vedere come va. Quando è il suo momento, ZC parte con il campionario dei soggetti, che dovreste sentire recitato da lui perché dal tono e dall’automatismo capite quante dediche abbia fatto dall’uscita del primo volume, e il ragazzetto sceglie “tizio che tira la molotov”. “Volto coperto o scoperto?” (ZC è professionalissimo). “Coperto”. Più o meno alla fine del ripasso a china (parlando di professionalità: fa la bozza a matita, ripassa a china, dà il grigio con il pennarello) arriva Luca Sofri. Ed è bello questo momento in cui un disegnatore “dei centri sociali” mentre disegna uno che tira una molotov per il ragazzino borghesissimo (che si chiama Gian Giacomo, a questo punto mi piace immaginare come Feltrinelli per volontà di una famiglia molto radical-chic) parla con il direttore di un giornale che fa endorsment per il PD e che una volta conduceva un programma con Giuliano Ferrara.

Sempre allo stand Bao ho preso la ristampa cartonata e in grande formato di Mater Morbi, la storia di Dylan Dog scritta da Roberto Recchioni e disegnata da Massimo Carnevale che alla sua uscita suscitò polemiche sul tema della malattia e dell’eutanasia, con intervento a gamba tesa della sottosegretaria alla salute dell’epoca, Eugenia Roccella, che poi dovette ritrattare perché aveva commentato senza avere letto la storia (ma tanto sono solo fumetti). Ristampata e con sei tavole inedite a colori di prologo, la storia guadagna tantissimo nell’impatto visivo, grazie a una stampa precisissima su una bella carta uso mano. Ieri sera mentre leggevo ogni tanto mi imbambolavo a guardare la resa dei neri, profondissimi, che fanno pienissima giustizia ai disegni di Massimo Carnevale.

C’era lo stand del Centro per il libro e la lettura, una struttura pubblica diretta da Gian Arturo Ferrari (ex direttore generale della Divisione libri di Mondadori) che ha “il compito di divulgare il libro e la lettura in Italia e di promuovere all’estero il libro, la cultura e gli autori nazionali”. Nello specifico promuovevano l’iniziativa Il maggio dei libri (non pervenute le lamentele della Madonna per l’usurpazione del mese; ma non pervenute nello specifico neanche le modalità esatte di questo mese del libro), di fatto c’era una povera persona costretta a bivaccare lì 12 ore e distribuire volantini e segnalibri. La decorazione dello stand era un collage di copertine di libri italiani; magari avrò guardato male io, ma non ce n’era uno posteriore ai primi anni sessanta. Una bella iniezione di fiducia.

Ogni anno mi tocca beccarmi lo sfogo di una persona che si lamenta perché non ci sono gli sconti e perché i libri costano troppo. Alle 19.44, con ancora tre ore davanti.

Grande novità dell’anno, l’area “Lounge espositori” dove si potevano mangiare cose più buone di quelle che toccano ai visitatori (per esempio l’hot dog con il pane freddo e il würstel mezzo crudo). Code lunghette, ma tutto sommato il panino con la salsiccia cruda di Bra meritava un assaggio.

Stand più affollato, senza dubbio, quello dove regalavano il Grand Soleil, al confine con l’area Cook Book. Grande novità di quest’anno, in linea con la nuova passione per i cuochi, a Cook Book si poteva trovare una libreria dedicata ai titoli sulla cucina e la gastronomia e un’area dove si sono esibiti ai fornelli nomi noti della ristorazione e della tv. Anche Benedetta Parodi, sì.

(premesso che ho molti amici abruzzesi) Ingombrante vicino di stand, la Regione Abruzzo festeggiava i 150 anni della nascita di D’Annunzio con un’esposizione di cimeli (mancavano: lastre di vetro sporche, costole) e una serie di incontri e spettacoli. Amiche e amici abruzzesi, voi non avete idea di come spende i vostri soldi la vostra regione. Tipo che a un certo punto (le otto di sera, dopo dieci ore che stai in fiera) (dieci ore di neon e cupo rombo della morte fatto dal chiacchiericcio di migliaia di persone) partono gli zampognari. E i canti in dialetto. E un altra sera un tenore che cantava CON IL MICROFONO, per giunta composizioni giovanili del Vate musicate.

L’organizzazione ha sbagliato i cartelli dello stand di una nota casa editrice romana, diventata per quest’anno minimun fax.

A sorpresa, non c’era la Panini Comics. Voci di corridoio dicevano che hanno fatto talmente tanti soldi a Lucca che non si sono presi il disturbo di muoversi per una fiera per loro non così vantaggiosa (era vantaggiosa per me, perché avendoli come vicini qualche buon affare si riusciva sempre a combinare), mannaggia)

Un sentito grazie al ristorante La via del sale, per averci dato anche quest’anno da mangiare a un’ora indecente, resa ancora più indecente dal fatto che abbiamo parcheggiato all’altra estremità della via e in centro a Torino, se non lo sapete, le vie sono luuunghe. Fanno cucina piemontese con qualche influsso ligure, nel nostro caso riscontrabile soprattutto nel rapporto con il cameriere (ma in fondo non aveva tutti i torti: siamo arrivati con mezz’ora di ritardo e al “cosa prendete?” ci sono stati lunghi momenti di uuuhm, eeehm) (inoltre: gli emiliani sembrano andare molto in panico davanti a piatti estranei alla loro tradizione, o almeno quelli che conosco io). Acciughe al verde FTW, comunque.

Breve elenco di avVIPstamenti: uno degli Zero Assoluto (credo Zero), Benedetta Parodi, un anziano che una volta era De Gregori, Sergio Romano, Gad Lerner, Khaled Fouad Allem (che ho solo registrato come volto riconosciuto ma che ho dovuto cercare sul sito del Salone) (se vi dico chi credevo che fosse, senza alcuna base logica, mi spernacchiate a vita), il ministro Cecile Kyenge, Gian Arturo Ferrari, Giulio Coniglio.

Cosa mancava al Salone? Esatto, i cosplayer, nello specifico di Star Wars, portati dallo stand delle edizioni Multiplayer. A uno di loro però sono stato costretto a stringere la mano: in uno stand di non so cosa c’era un grosso braccio meccanico in movimento che dimostrava non so cosa e al di là del vetro un tizio vestito con il tipico accappatoio Jedi usava la Forza per farlo muovere. Non sono mai stato così tanto vicino a usare l’espressione “EPIC WIN” con uno sconosciuto.

La cosa più interessante da leggere al Salone? Le magliette dei partecipanti. Sembra che ormai la popolazione tra i 15 e i 45 anni passi l’inverno ad accumulare magliette spiritose o ispirate a film, fumetti, telefilm, per poterle poi sfoggiare ai primi caldi. Ho persino visto uno che aveva la mia stessa maglietta con Klimt Eastwood (meno male che io in quel momento avevo quella di Cthulhu vs. Godzilla, altrimenti sai che imbarazzo?).

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“Andiamo in Polonia” (5 di 15; e non fa male)

Riassunto delle puntate precedenti: volo low-cost, Cracovia città bellissima, anche fuori dal centro-centro, ma l’italiano in ferie non distingue l’ingresso di un campo di concentramento da quello del villaggio turistico di Sharm.

La Risposta è sottoterra.

Quando ho scoperto che tra le cose che avremmo visitato in Polonia c’era una miniera di sale ho pensato immediatamente, come dovrebbe fare qualunque buon conoscitore di Dylan Dog, “come a Golconda”.
In realtà c’è poco da scherzare, perché la miniera di sale di Wieliczka, a 40 minuti di autobus dal centro di Cracovia (per essere più precisi, 40 minuti di autobus dall’albergo, che era esattamente di fronte alla fermata) non solo è uno dei siti turistici più visitati del Paese, ma è anche antichissima. Infatti, benché gli scavi delle prima gallerie risalgano al XIII secolo, già in epoca preistorica gli abitanti della zona sfruttavano l’acqua salata che sgorgava dalle sorgenti della zona per conservare i cibi in salamoia.
Ora premete “play” qua sotto:

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Autodifesa – Aprile 2012

Anche la rubrica dei libri letti nel mese precedente arriva sempre più tardi. Tipo: con un mese di ritardo. Ma purtroppo questo è un mondo crudele in cui il lavoro ti costringe a sottrarre tempo prezioso alle cose importanti.
In più in mezzo c’è stato quel vampiro di energie fisiche e psichiche che è il Salone del libro di Torino (dove per qualche giorno vado a fare dei lavori veri: battere scontrini, contare soldi, mettere libri dentro scatole e scatole su pallet).

La prima volta che ho sentito parlare di Solomon Kane è stato su uno di quei librini che si trovavano allegati agli Speciali degli albi Bonelli, per la precisione il quinto della serie dell’Enciclopedia della Paura di Dylan Dog, dedicato alla letteratura horror (allegato a quel capolavoro che era La casa degli uomini perduti di Sclavi e Casertano).

Cliccando si legge meglio

Là, nella voce dedicata a Robert E. Howard si citava questo spadaccino del XVI secolo che muovendosi tra Europa e Africa affrontava mostri e demoni mosso da un’incrollabile fede in Dio. Non c’era nemmeno un’immagine e veramente la descrizione era poco più lunga di queste parole, ma lo stesso ricordo che pensai “wow, devono essere i racconti più belli del mondo”. Un paio di anni dopo, quando finalmente sono riuscito a mettere le mani su uno dei volumetti 100 pagine 1000 lire della benemerita Newton Compton, ho scoperto che Solomon Kane era davvero un personaggio straordinario come me l’ero immaginato e, anzi, forse di più. Continua a leggere

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