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Il Giappone è proprio come lo disegnano, ep. 10: Non provocare la giusta ira della scimmia delle nevi! Le tue carni bolliranno nelle pozze della morte!

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Se non mi fossi imbarcato in questa cosa dei titoli da cartone animato, questo post si intitolerebbe “quella volta che una
scimmia voleva menarmi e aveva pure ragione”.
Come penso molti sappiano, in Giappone è possibile incontrare delle scimmie. Cartelli che spiegavano come comportarsi in caso di incontro con dei primati li avevamo visti a Inari, ma ci sono posti dove le scimmie si possono osservare da molto, molto vicino.
Per esempio al Jigokudani Yaen-Koen, nei pressi di Nagano.
Qui si trova una colonia di macachi delle nevi che, dagli anni sessanta, ha preso l’abitudine di andare a fare il bagno in una pozza termale, in quest’amena località chiamata “valle della morte” per le ripide pareti e le sorgenti vulcaniche (tanto che in paese dalle fontanelle esce acqua bollente).
Pagando un biglietto, si accede alla pozza e ai suoi dintorni.
Può capitare che si arrivi troppo presto e le scimmie siano ancora nel bosco impegnate nelle loro attività da scimmia, illustrate da alcuni cartelli nella baracchetta all’ingresso.

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Per esempio.

In quel caso hai tutto il tempo per familiarizzare con le regole sul comportamento da tenere in presenza delle scimmie: in pratica, il concetto è “guardare e non toccare”, non dare cibo (che sennò si abituano all’idea che gli esseri umani sono fonte di cibo ed è un casino), non cercare il contatto visivo, non avvicinarsi troppo e non fare rumori.
Ok.
Poi le scimmie arrivano ed è tutto bellissimo. Continua a leggere

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Il Giappone è proprio come lo disegnano, ep. 9: molte grazie, signor robot! Inchinatevi al suo cospetto e chiedete perdono delle vostre malvagità!!

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Ora, come tutti sapete, la cosa più bella di Tokyo è il Gundam a grandezza naturale collocato a Odaiba.
Odaiba è un’isola artificiale che sorge nella baia di Tokyo, dove un tempo sorgevano fortezze che dovevano difendere la città dagli attacchi dal mare (con grande tempismo, costruite dopo che gli americani erano arrivati a bussare da quelle parti con quattro cannoniere al comando dell’ammiraglio Matthew Perry – non Chandler di Friends, l’altro). Continua a leggere

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Il Giappone è proprio come lo disegnano, ep. 8: il canto dell’anello di acciaio che stringe la città! Non troverai quello che cerchi tra tutte queste luci!!

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Va bene. È abbastanza evidente che questo report di viaggio è andato completamente in vacca. A quasi nove mesi dal rientro non ho ancora finito.
Siccome completarlo nella forma fin qui usata è praticamente impossibile per evidente mancanza di voglia, ma siccome comunque cosucce interessanti di cui parlare ce ne sono, provo a cavarmela in modo più telegrafico. Vediamo come va. Continua a leggere

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Il Giappone è proprio come lo disegnano, ep. 7: La fiamma eterna dell’amore! Non puoi mangiare più veloce!!

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Miyajima è un posto dove la mattina esci dall’albergo e ti trovi una famigliola di cervi che passeggia impunita per strada, che tanto sono sacri.

Anche un po' strafottenti.

Anche un po’ strafottenti.

In realtà il nome dell’isola è Itsukushima, ma è più conosciuta come Miyajima, che vuole dire “isola santuario”. In passato, l’isola era considerata così sacra che non era permesso abitarci; il suo primo tempio venne costruito apposta su palafitte per non disturbare gli dei con i rozzi piedi mortali. È tutt’ora ritenuto sconveniente nascere o morire sull’isola, che non ospita nemmeno un cimitero. Quando le donne dell’isola sono prossime al parto vengono portate sulla terraferma e lo stesso accade ai moribondi (anche perché non c’è un ospedale).
Per la presenza del torii che sorge dall’acqua (o dal fango, a seconda della marea) e per i numerosi e rinomati templi del monte Misen, Miyajima è una delle mete turistiche preferite dai giapponesi, che per lo più vi dedicano gite in giornata.
Essere già lì la mattina presto permette quindi di avere almeno un paio d’ore di vantaggio sull’orda di gente che prende d’assalto l’isola, ma non sui famelici cervi sacri. Perfettamente a loro agio con gli esseri umani, sono abituati a essere nutriti e considerano quindi qualunque cosa tu abbia in mano come potenziale cibo. Sono carinissimi, con i loro occhioni tondi, e tutto quanto, ma dopo un po’ inizi a fare pensiero su baite di montagna e pentoloni fumanti di polenta che attendono solo il giusto ragù di ungulato.

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“T’ho mica impallato la foto?”

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Il Giappone è proprio come lo disegnano, ep. 6: Lo splendore mortale di mille soli! Il cervo bramisce sull’isola degli dei!!

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Lasciamo Osaka sotto un mezzo diluvio.
Un’ultima colazione da Mister Donut, un ultimo saluto ai sette dei della fortuna dipinti sui pilastri del cavalcavia della stazione e prima di accorgercene siamo già su un altro Shinkansen.
(a dire il vero, prima di accorgercene avevamo perso Aurora nei meandri della stazione di Osaka, quando si era allontanata per prendere un ascensore invece delle scale mobili. Ci siamo fortunosamente ritrovati sul marciapiede del treno).
La logistica della giornata è sulla carta semplice, ma nasconde un’insidia tremenda.
Per la sera abbiamo una stanza prenotata sull’isola di Miyajima, nella baia di Hiroshima. Ma prima vogliamo fermarci appunto a Hiroshima a visitare il museo il Museo della Pace. Il problema è che abbiamo dietro tutti i bagagli, perché la sera dopo dobbiamo invece essere a Tokyo. L’incognita è: ci sarà un deposito bagagli alla stazione di Hiroshima? Perché se non c’è dobbiamo andare a Miyajima, lasciare i bagagli in albergo e tornare a Hiroshima, manovra non comodissima perché ci sono di mezzo un treno locale e un traghetto.

"Attenti ai trolley esplosivi"

“Attenti ai trolley esplosivi”

Primo momento di panico: no, la stazione di Hiroshima non dispone di un deposito bagagli come lo intendiamo noi. Ma siamo in Giappone: ci sono gli armadietti a pagamento! Secondo momento di panico: quelli dentro la stazione sono tutti occupati e/o piccolissimi.
La soluzione per fortuna è più semplice di quella che sembra e me la fornisce una signorina delle ferrovie giapponesi: c’è uno stanzone traboccante di armadietti di tutte le misure appena fuori dalla stazione. La visita a Hiroshima è salva.

A Hiroshima c’è il sole.

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Il Giappone è proprio come lo disegnano, ep. 5: Battete i tamburi per Amaterasu! L’amore è una corda da una tonnellata!!

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La destinazione della gita del quarto giorno è stata a lungo in bilico tra Ise e il Monte Koya, così a lungo che io ho scoperto che andavamo a Ise quando eravamo già fuori dall’ostello ed ero bardato con otto strati di abiti per affrontare la montagna.
La cosa positiva di andare a Ise (oltre a garantire un percorso a piedi per lo più in piano) è che per la prima volta prenderemo lo Shinkansen, il famosissimo treno ad alta velocità giapponese (“Shinkansen” in realtà vuol dire “Nuova linea” e si riferisce alla rete ferroviaria ad alta velocità). La magnificenza di questi treni è tale e tanta che i dipendenti delle ferrovie, dagli spazzini in su, si inchinano quando entra in stazione. Forse ne avevate sentito parlare e l’avete derubricata a “leggenda urbana”, ma è tutto vero. Di più: il controllore si inchina quando entra nel vagone e si inchina quando esce. Lo stesso gli addetti al carrellino delle vivande.
Per la gioia di Zerocalcare, poi, tutti i sedili vengono sempre orientati nella direzione di viaggio (da quello che ho capito ogni fila si può sganciare e riposizionare come meglio si crede), così si evita il rischio di risse. Solo in alcuni casi, credo su richiesta, ho visto due file messe in modo tale che le persone potessero parlarsi.
Se frequentate un minimo i treni ad alta velocità italiani, saprete che esistono un paio di carrozze di business class in cui è vietato usare il cellulare e fare rumore in generale; sullo Shinkansen sono inutili perché nessuno si sogna di parlare, tantomeno al telefono. Per quello ci sono delle piccole cabine alle estremità del vagone, di fianco ai bagni. La cosa più straordinaria è che persino sul tavolino, da chiuso, c’è scritto “quando usi il computer per favore non disturbare i tuoi vicini con i suoi rumori, ad esempio quelli della tastiera” (in inglese; in giapponese probabilmente c’è scritto “Sì, il tuo vicino è un fastidioso gaijin che picchia sul computer come se se fosse una macchina da scrivere Olivetti, ma che ci vuoi fare? Tieni duro che almeno si arriva a destinazione in un attimo”). Il silenzio viene rotto solo prima delle stazioni da un delicato jingle, tipo sveglia soft, che preannuncia l’arrivo in stazione, annunciato da una voce garbata e suadente, in giapponese e inglese. Altrimenti, si viaggia nel silenzio.

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Un serie E4

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Il Giappone è proprio come lo disegnano, ep. 4: Non c’è riposo nel tempio della volpe! Il granchio agita ancora le sue chele!!

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(Nota: ho cambiato retroattivamente il format dei titoli per ricalcare quello delle serie a cartoni animati. Come Kenshiro)

Inari Okami è uno dei principali kami (spiriti, dei) dello scintoismo. La sua sfera di competenza comprende: volpi, fertilità, riso, te, sake, agricoltura, industria, prosperità e successo materiale in genere. Un tempo proteggeva anche armaioli e mercanti. Secondo alcune fonti, il suo culto si è diffuso a partire dall’ottavo secolo da un santuario su una collina nei pressi di Kyoto, chiamata pure lei Inari. Che è appunto la prima meta del nostro terzo giorno di viaggio.
Il nome corretto del tempio è Fushimi Inari-taisha e ci si arriva con cinque minuti di treno dalla stazione di Kyoto. Sembra facile, perché come esci dalla stazione c’è un enorme torii (il portale di accesso a un tempio), davanti a una breve salita in cima alla quale si trovano le prime strutture del tempio.

Come ci si lavano mani e bocca prima della preghiera (si legge da destra a sinistra)

Come ci si lavano mani e bocca prima della preghiera (si legge da destra a sinistra)

Ci arriviamo in una bella giornata (finalmente) di sole, parecchio presto. Le volpi, messaggere del dio (che in realtà pare venga raffigurato, dice Wikipedia, come maschio, femmina e/o androgino), ci fissano feroci dai loro piedistalli, i negozi vendono amuleti e souvenir, i nostri quaderni dei templi vengono timbrati e scritti.
Ma il tempio non è mica tutto lì. No.
L’intera collina è disseminata di altari a Inari, su fino alla sommità. E il sentiero che porta in cima è famoso perché è in più punti una galleria formata da centinaia se non migliaia di torii, ciascuno dei quali donato da qualcuno (privati o aziende); c’è anche un apposito tariffario.

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Tariffario

Tariffario

Così, finito di vedere quello che c’è da vedere a valle, iniziamo a incamminarci verso la vetta.
Partiamo compatti, tutti e cinque uniti.
Poi a un certo punto Paola mette la marcia da montagna e scompare. La vedremo fugacemente in un punto panoramico, poi ripartirà dicendo “prendete la strada che sale” e non la rivedremo che a valle. Dove scopriremo che nel tempo in cui noialtri avevamo fatto la versione ridotta del percorso, rivolgendo molti pensieri a Inari, alla Vergine Maria e a svariati kami dalle fattezze animali (ungulati, per lo più) lei aveva fatto tipo un sentiero che circonda tutta la montagna.
Sarà il caldo, sarà il jet lag, saranno i gradini, sarà la schiena che mi fa male da quando mi sono alzato, ma la salita su per questa stramaledetta collina diventa una fatica improba, anche perché la ripetizione seriale di torii e di altari, migliaia e migliaia, dedicati a Inari fa sembrare di vivere in una continua ripetizione dello stesso attimo.
È spiazzante, perché ti domandi come e quando siano stati eretti tutti questi altari; e un po’ anche perché. Come si fa? Ci vuole un autorizzazione? A chi ci si rivolge?
È un po’ una frase fatta senza senso dire che qualcosa un posto unico al mondo (pure casa mia lo è, pure le acciaierie di Cornigliano), ma Inari decisamente lo è.

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Non so se avete mai visto La città incantata, il film di Miyazaki. Io devo averlo visto quattro o cinque volte e ogni volta mi è rimasta quella sensazione vagamente inquietante di essere come capitato nel sogno di qualcuno, in un sistema di simboli e sensazioni che non potrò mai capire pienamente. Ecco: Inari fa all’incirca questo effetto. Ci sono degli elementi più o meno familiari (degli altari per la venerazione di qualcosa, di cui qualcuno si prende cura) ma declinati in un modo che mi risulta non comprensibile. E, di conseguenza, affascinante. Quando metto in posa il mio Cthulhu per la foto di rito faccio bene attenzione a scegliere una base che non possa in alcun modo disturbare nessuna divinità. Che non si sa mai.
Poi per fortuna c’è la sana disinvoltura giapponese nelle cose sacre a stemperare l’ambiente. Le tavolette votive su cui scrivere le proprie preghiere ne sono un ottimo esempio: qui sono sagomate come il muso di una volpe e ciascuno le decora come preferisce. Anche come fossero Lady Oscar.

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A un certo punto, iniziata la discesa, succede che oltre a Paola perdiamo pure Aurora. È a quel punto che iniziano a comparire allarmanti cartelli che avvisano come comportarsi in caso di incontro con delle scimmie: non cercare di accarezzarle, non dargli del cibo, non guardarle negli occhi e in caso si facciano minacciose raccogliere dei sassi e fare finta di tirarglieli. Già ci immaginiamo epici scontri con bande di scimmie quando poi almeno Aurora la raggiungiamo.
Io, sempre più provato dall’esperienza, mi rifugio al bancone di un bar dove ordino una bevanda dal benaugurante nome di Pocari Sweat. Per fortuna non sa di sudore ma è semplicemente un Gatorade sotto falso nome (c’è una spiegazione in inglese su come in pratica abbia la stessa composizione del sudore quindi permetta di reintegrare quello che viene perduto, una roba così). Tutto questo mentre vecchine di seimila anni ci sfrecciano accanto in discesa e in salita, fresche come fiori di campo.
Rotoliamo faticosamente a valle, dove poi ci raggiunge Paola che ci infama perché non abbiamo visto tutto.

Il takoyakiaro. Foto gentilmente fornita da Lucilla.

Il takoyakiaro. Foto gentilmente fornita da Lucilla.

Però non c’è tempo per recriminare. Proseguendo nel glorioso proposito “assaggiare di tutto”, ci fermiamo da un tizio che fa i takoyaki, che sono delle polpettine di pastella e polpo cotte su una piastra particolare, fatta con tante mezze sfere, un po’ come la piastra per i muffin, solo che non va in forno ma viene scaldata su un fornello. La preparazione è molto particolare: si versa il composto sulla piastra, lo si lascia cuocere per un po’ e poi, quando la parte inferiore è cotta, con dei rapidi colpi di bacchetta si gira ogni mezzasfera.
Il primo assaggio è letale, perché la palletta ha non solo una temperatura lavica, ma la pastella all’interno resta semi-liquida e si comporta esattamente come la lava. Nell’aria si diffonde un buon odorino di lingua lessata. Poi sviluppo una tecnica accettabile (siamo seduti su una panchina, senza tavolo, con la vaschetta di plastica e le orride bacchetta usa e getta), la polpetta si raffredda un po’ e si riesce a mangiarla meglio. In realtà non è un granché, il polpo quasi non si sente e la pastella è un po’ anonima. Forse era il venditore che non era il massimo; non lo so perché nonostante mi sia ripromesso di assaggiare altri takoyaki alla fine non l’ho mai fatto (e sì che a Osaka ne ho visti anche di molto invitanti) (in compenso prima di andare via da Osaka ho comprato un ciondolino di Lamù seduta su un takoyaki) (prendi questo, Miley Cyrus!).

Piange il telefono

Piange il telefono

Il programma della giornata, a questo punto, prevede la prima vacanza dai templi e un giro nella ridente Osaka.
Sulla strada per il quartiere di destinazione, però, ci sarebbe il castello di Osaka. “Vogliamo fermarci a vedere il castello?” chiedono Paola e Antonio sul treno. Io appoggio la mozione del fermarsi, pensando che usciamo dalla stazione, vediamo il castello tipo lì davanti e torniamo al treno.
AH AH AH.
Ovviamente il castello è tipo a venti minuti a piedi dalla stazione. E non ci accontentiamo di guardarlo da lontano. La mia schiena protesta con veemenza, fa caldo e l’ora per mangiare si sta sempre più allontanando.

Ora ho voglia di giocare a Shogun

Ora ho voglia di giocare a Shogun

Per evitare di uccidere qualcuno mi allontano dal gruppo per comprarmi un altro panino cinese al vapore (ormai alla base della mia alimentazione). Il castello, comunque, è molto bello. È la ricostruzione, finita nel 1997 in cemento, dell’edificio originale (XVI-XVII secolo) andato distrutto prima nell’Ottocento e poi quando durante la seconda guerra mondiale Osaka è stata rasa al suolo dai bombardamenti. Attorno c’è un parchetto carino, se non dovete attraversarlo con la schiena che vi fa male e il forte desiderio di essere invece seduti da qualche parte a mangiare. Comunque la cosa importante per davvero è che il castello sta nella stessa circoscrizione di Osaka dove c’è anche la sede della Capcom.

Ultimo viene il corvo. Rotolando.

Ultimo viene il corvo. Rotolando.

Alla fine arriviamo alla nostra vera destinazione, che è il quartiere Namba, dove si trova la più che pittoresca via chiamata Dotonbori, un tempo sede di bordelli, poi di teatri, oggi famosa per i suoi ristoranti dalle sgargianti insegne luminose e/o animate.
Uno dei cartelloni luminosi più famosi appartiene però a una ditta di dolciumi e raffigura un maratoneta che taglia il traguardo.
Certo è degno di nota anche il granchione gigantesco che agita le chele.
Dice: ma avrete mangiato, no?
Del sushi al volo. Buono, eh.
Però ho scoperto che ci sono intere sale giochi piene solo di quei giochi malefici dove devi afferrare i pupazzeti con il gancio meccanico e che poi non vinci mai. In uno, vincevi delle pallette-tetta antistress. Ce n’erano un casino con i personaggi degli “sticker” di Line, il programma di messaggini che in Giappone va fortissimo.

Subito lì c’è poi Shinsaibashi-suji, una via coperta costellata di negozi, tipo un centro commerciale affollatissimo. Ricordo abbastanza vividamente un negozio di soli abiti (di marche note per l’abbigliamento umano) per cani. Cani di taglia piccola.

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Persa la cognizione del tempo, partiamo alla caccia di Mandarake, una famosa catena che vende pupazzetti, manga e quant’altro usati. Sulla strada, la parte più edonista della comitiva si ferma irretita da un piccolo forno che fa croissant (a 35 yen l’uno, una roba tipo 26 centesimi) e ha un bocchettone che spara profumo di burro sulla strada.
Da Mandarake non trovo niente che mi interessi (giusto un set con Devilman e Silen, ma sono molto brutti e li lascio lì); in compenso lì fuori ci sono dei bellissimi lampioni antropomorfi che mi porterei a casa senza pensarci su due volte. Però c’è chi esce dal negozio con le gigantesche scatole di due personaggi di One Piece (siamo appena al terzo giorno di vacanza, ricordiamolo).

Scoperto il segreto della produttività dei giapponesi: hanno due ore in più al giorno.

Scoperto il segreto della produttività dei giapponesi: hanno due ore in più al giorno.

Riattraversiamo la via dei neon bizzarri, facciamo una puntata in un negozio di elettronica e dischi (dove noleggiano i cd, come da noi negli eroici anni novanta) e torniamo all’ostello.
Quando usciamo a cena, incappiamo in una situazione incomprensibile.
Nella via dell’ostello c’è un posto che fa la carne. I ristoranti giapponesi sono molto specializzati e di solito fanno una o due cose, nelle loro diverse varianti. Questo ha disegnata sulla vetrina la sagoma di un bue, da fuori si vedono le griglie in mezzo al tavolo… Ci siamo passati davanti mezz’ora prima ed era pieno di gente, ora non c’è nessuno. Letteralmente. È vuoto.
Entriamo baldanzosi e il cuoco/proprietario ci viene incontro con la faccia preoccupata. Gli facciamo cenno che siamo in quattro, lui quasi ci spinge fuori. Noi ribadiamo quattro, lui ci accompagna fuori dove c’è il cartellone di un bar, ci fa capire che il bar è su dalle scale. Noi ribadiamo che non vogliamo andare al bar, vogliamo mangiare lì. “Beefu”, dice. Eh, l’abbiamo capito che fai il manzo, vogliamo mangiare il manzo. “Ai beefu”, diciamo. Insomma, tanto facciamo che riusciamo a sederci. Lui continua a non sembrare convintissimo, ma ci prende l’ordinazione o meglio ci dice che cosa ci porterà. Poi ce lo porta.
Nello specifico sono una quindicina di pezzetti di carne di manzo (siamo in quattro) e le salse per intingerle. Al centro del tavolo c’è una griglia a gas, abbiamo delle pinze di metallo: si prende la carne e la si mette a cuocere.
Per tutto il (breve) tempo in cui mangiamo il signore ci fissa da dietro il bancone (continuiamo a essere gli unici clienti). Poi, come finiamo, si materializza di fianco a noi con il conto già scritto su un bloc notes. Ora: io sono ligure, ma una roba così non l’ho mai vista.
Paghiamo, poi andiamo da un’altra parte a mangiare davvero che quello era stato un antipasto. E ci interroghiamo sulle ragioni del suo comportamento. Alla fine concludiamo che sicuramente stava per chiudere e non è riuscito a farcelo capire o non ha avuto cuore di chiuderci fuori.
Sarà sicuramente così.
Poi tornando in ostello ci passiamo di nuovo davanti e, sorpresa, c’è della gente dentro che mangia.
Mistero.

Il videogioco dei tamburoni sacri scintoisti.

Il videogioco dei tamburoni sacri scintoisti.

つづく

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