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Lo spostamento

Idiocracy doveva essere una satira, sta diventando un documentario

Molto di quello che fa Matteo Salvini non è nuovo e, in diversi campi, è già stato fatto da vari suoi predecessori, da Berlusconi a Minniti. Lui ci mette, di suo, dell’«ignoranza», che di questi tempi si porta molto, e rende tutto molto più esplicito e sgradevole.
Però, se andiamo a vedere al di là degli aspetti di costume, persino del più becero clientelismo (il Papeete è di proprietà di un amico di Salvini, neo deputato europeo per la Lega e tra i beneficiari dell’abolizione di vendita di drink nei locali dopo le 3 di notte – “perché da papà preferisco che sia un barman professionista a dare un cocktail a mio figlio che un immigrato”), fa tutto parte di un processo – iniziato non certo con Salvini – di trasferimento del potere dall’istituzione alla persona.

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Processi

A sinistra, Ubaldo Diciotti, da cui la famosa nave

Se il M5S, con la ridicola devoluzione delle proprie responsabilità al proprio elettorato, secondo una visione folle della democrazia diretta (che viene invocata in una questione tecnica, proprio il genere di cose per le quali si eleggono dei rappresentanti che possano dedicarsi all’esercizio della politica) voterà per mandare a processo Matteo Salvini per l’accusa di sequestro di persona ai danni dei naufraghi raccolti dalla nave Diciotti, sicuramente la cosa avrà un impatto politico.
È verosimile che la maggioranza si sfaldi, che si apra una nuova fase, eccetera eccetera. Taglio corto perché per tutta una serie di motivi mi sembra altamente improbabile questo scenario: sono abbastanza certo che l’autorizzazione verrà negata (scrivo mentre la “votazione” sulla piattaforma del Movimento, che sembra appena meno stabile di Splinder nel 2007, è in corso).

Ma, da non sostenitore di questo governo né delle forze che lo compongono, mi sembra che in ogni caso mandare a processo Salvini sarebbe una vittoria semplicemente di principio, con scarse conseguenze reali. Il punto è che non esiste una reale opposizione a questo ordine di cose che sappia proporre una reale visione alternativa sulle tematiche dell’immigrazione.
Anche quando si parla di “porti aperti” si invoca un sacrosanto, legittimo e umano principio di levare la gente in pericolo dal mare. Un principio che è però il minimo sindacale. Dal “porto aperto” si entra comunque in una macchina burocratica che ha lo scopo o di rimandare indietro la gente o, se restano, di lasciarla in una condizione di assoluta sussidiarietà dallo Stato. Magari con il contentino di lavorare gratis per la gioia di qualche amministratore “””di sinistra””” che può cianciare di “integrazione” (cioè lavorare gratis).

C’è davvero qualcuno che esprima una visione che esca radicalmente da questo modello e che suggerisca di fare la cosa più umana ed elementare di tutte, cioè concedere dei visti e fare sì che chi vuole emigrare non debba mettersi nelle mani di organizzazioni criminali? Permettere alle persone di arrivare in Europa con dei soldi per mantenersi, invece di mollarli alle organizzazioni di cui sopra?

Perché fino a che non c’è, possiamo processare (e pure condannare, magari) Salvini, ma non avremo risolto un bel niente – come per altro la storia recente dell’antiberlusconismo dovrebbe averci insegnato.

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Post del capitano

(questa è la versione leggermente modificata ed espansa di un post comparso su nipresa, per togliere dal tavolo alcune questioni laterali che sono tangenti al punto che volevo toccare)

Siamo ormai prigionieri (più o meno consenzienti) di un sistema mediatico-politico che eleva a COSE IMPORTANTISSIME fatterelli come una che sbrocca contro la polizia a un corteo, una capotreno che sbrocca sul lavoro, un cartello a una manifestazione.
Nel primo caso, fu Matteo Renzi a soffiare sul fuoco, negli altri due la propaganda di Salvini (che, è bene ricordarlo, quando si sta leggendo la pagina FB o il twitter del “Capitano” non si ha a che fare con il ministro dell’Interno ma con il segretario della Lega che porta avanti la sua propaganda personale – e poco importa se i post li pensa e scrive lui, Morisi o qualcuno dello staff) ci si è buttata di peso. Nel terzo caso è anche comprensibile, perché si citava direttamente lui.
Ma, lo stesso, è interessante come è stato costruito il post.
Intanto, si presenta, oltre al cartello, una sagoma di Salvini come il Grande Dittatore chapliniano. Non ha importanza sapere se Salvini e i suoi davvero non sappiano una divisa nazista da quella di Chaplin: l’importante è l’effetto che fa nel flusso. Non solo: intanto nel testo c’è scritto “nazista”, quindi già si indirizza l’osservatore distratto verso quella lettura. Secondariamente, l’immagine che aveva girato più a lungo era quella del cartello dove si paragonava implicitamente Salvini a Mussolini. Ma la propaganda salviniana con il fascismo ci flirta più o meno ambiguamente da sempre, quindi non potrebbe mai chiedere delle scuse perché gli stanno dando del fascista. Del resto, abbiamo fatto quel passo per cui ormai da tempo “fascista” non è automaticamente per tutti un termine negativo – cosa che traccia un grosso solco tra l’Italia e buona parte del resto del mondo, fateci caso se siete all’estero.
“Nazista”, invece, continua a funzionare bene come onta. Si sa, i nazisti erano cattivi, Hitler ha traviato Mussolini che altrimenti sarebbe stato un ottimo politico e tutto questo genere di stronzate di cui sono piene le teste di tanti.
Ma il vero punto cruciale di questo post è a chi viene indirizzata la richiesta di una presa di distanza.
Che non è rivolta a chi ha organizzato la manifestazione e nemmeno aveva per primo lanciato l’idea di una manifestazione di protesta contro l’incontro tra Salvini e Orban, cioè Civati.
Il post chiama in causa Matteo Renzi (che ormai non lo vota manco suo padre), la Boschi (che è ormai impresentabile come Renzi) e la Boldrini (autentica ossessione dei fascisti italiani, ma che dal punto di vista politico non ha più alcun peso). Renzi e Boschi non solo credo non fossero nemmeno a Milano, ma non trovo neppure loro dichiarazioni sulla manifestazione. La Boldrini, se non altro, c’era (ed è stata a quanto pare l’unica a rispondere, positivamente, all’appello, dimostrando una disarmante ingenuità politica).
Salvini punta a dei bersagli facili, innocui e in disarmo – e lo fa sempre – perché sa benissimo che dare peso, per esempio, a un Civati, significherebbe legittimarlo come avversario. Il che sarebbe esattamente quello che il PD ha fatto con lui per anni, costruendo un’opposizione tra i “due Matteo” che aveva portato qualunque programma di informazione ad avere ospite Salvini nella parte dell’opposizione.
Quindi, fateci caso: Salvini se la prende con personaggi dello spettacolo (l’ultimo mi pare sia chef Rubio), politici stranieri, politici senza alcuna chance di creare un progetto politico. Difficilmente creerà l’errore di crearsi da solo un avversario appetibile per il sistema dei mass media.

Più in generale, è riuscito, con la complicità passiva del sistema mediatico, a monopolizzare quell’aspetto della vita pubblica che si chiama agenda setting: in altre parole, quello di cui si discute è quello che lancia lui. A oggi, da che esiste il governo quella che dovrebbe essere l’opposizione non è riuscita a imporre un solo tema all’attenzione dell’opinione pubblica. Tutto è sempre e solo reazione alle sparate di propaganda di Lega e Movimento 5 Stelle.
Non è un buon segnale.

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Ecco, tieni le parole da non dire

Neanche un mese fa, chiudevo un post sul neonato governo Salvini-Di Maio, con queste parole:

Nei prossimi mesi, scopriremo che cosa ha intenzione di fare Salvini da grande. Finora, è stato una specie di capo-ultras leghista e su questa comunicazione ferocissima ha fatto la sua fortuna. Da ministro, in teoria, dovrebbe essere costretto a moderarsi, perché un ruolo istituzionale è una cosa diversa. In teoria, perché i governi Berlusconi ci hanno abituati a ministri tutt’altro che compassati e perché il rischio di passare per “venduto” una volta che moderi i toni sono tutt’altro che bassi.

Appunto, non è passato neanche un mese e già abbiamo capito che il Capitano non ha alcuna intenzione di assumere una qualsivoglia forma di profilo istituzionale.
La sua comunicazione continua a essere feroce, diretta, a 360°.
Impegnato in una campagna elettorale permanente che ricorda ormai il Neverending Tour di Bob Dylan, il ministro dell’Interno gira la provincia italiana per arringare le folle da palchi su cui campeggia la bandiera “Salvini Premier” (che fa parte del nome ufficiale dell’ex Lega Nord: Lega – Salvini Premier) e detta la linea del governo su, più o meno, qualsiasi cosa. Immigrazione, vaccini, prossemica in occasione di incontri con il papa. In breve tempo, è diventato così naturale che lui parli a nome del governo più o meno su tutti, che oggi Natalia Aspesi gli rivolge un appello perché si occupi della Xylella e degli ulivi pugliesi. A lui. Non al ministro dell’ambiente o dell’agricoltura o quello chi è. In effetti: su due piedi, vi viene in mente chi sia?
No. Fa tutto Salvini e, per criticarlo, la Aspesi contribuisce alla sua narrazione (e qua si apre l’antico dubbio; ma è possibile che questi Grandi Antichi del giornalismo possano fare il cazzo che gli pare senza un direttore o qualcuno che li fermi?).

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Il fatto è che questo governo “del cambiamento” non ha, con ogni evidenza, i mezzi per fare nulla o quasi di quello che ha promesso nel suo contratto. E, come mi suggerisce un mio amico, è probabile che per dicembre, quando ci sarà da metterci la faccia sull’aumento dell’IVA, si sarà dileguato per lasciare il posto a qualche tecnico da incolpare poi di essere uno sgherro dei Poteri Forti.
Ma fino ad allora, vince chi riesce a usare meglio la sua posizione per preparare la prossima campagna elettorale. Cioè, sempre lui: Salvini.
Nel giro di pochi giorni dall’insediamento, a urne (per le amministrative) aperte, è riuscito a portarsi avanti, dichiarando guerra alle ONG.
Chiudere i porti alle navi delle ONG era una vecchia idea di Minniti (cvd), non andata a buon fine perché il competente ministro delle infrastrutture dell’epoca, Delrio, si era rifiutato. Il concentratissimo Toninelli, invece, è stato prontissimo a spalleggiare Salvini su questa cosa; l’effetto è un po’ quello di quella gente sfigata che fiancheggia i bulli per darsi un tono.

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La domanda, ora, però è un’altra: che facciamo?
Un governo del genere, come i governi Berlusconi prima di lui, ti induce nella tentazione di scrivere quelle cose facili-facili che in giro per il web sai già che fanno il pieno di like tra chi la pensa come te ma che, in soldoni, non servono a nulla, se non al tuo ego.
È ovvio che sia facilissimo sentirsi migliori di sciacalli come Salvini e di marionette come i Cinque Stelle.
Ma rilanciare lo screenshot del tuo sagace commento a un post di Salvini a che cosa serve davvero?
Badate: io ho passato anni e anni e anni e anni ancora a fare la stessa cosa con Berlusconi e i suoi, su questo blog e su Nipresa. Mi sono divertito, è un gioco facile e nel quale credo di essere stato bravino.
Ma, sul serio, a che serviva?
Lo avete già visto, con Salvini è partita la stessa reazione, dal basso.
Ci si raduna attorno alla bandiera-vip che prende posizione o che viene attaccata, come Saviano. Si fa squadra. Si tifa per la Spagna che accoglie l’Acquarius e la si fa diventare un paradiso socialista (quando la situazione è un po’ diversa).
Si rilanciano hashtag sull’aprire i porti ma, magari, non si riflette che tenere i porti aperti è poco più che un cerotto d’urgenza su una situazione che andrebbe risolta in modo umano mettendo le persone che vogliono venire in Europa in condizione di potere ottenere dei visti e venirci in aereo, invece di costringerli ad affidare i loro soldi e le loro vite a organizzazioni criminali per attraversare mezza Africa e poi il Mediterraneo. Ma se lo dici passi per un folle visionario, mentre l’idea di pagare gli stati nordafricani perché facciano un po’ il cazzo che pare a loro con chi vuole emigrare, basta che non arrivino qui, è considerata un’idea realistica, magari da attuare nel rispetto dei diritti umani.
Il rischio che vedo è quello che si sta ricadendo, di nuovo, in quella melassa dell’indignazione da società civile, senza rendersi conto che siamo davanti a degli estremisti contro i quali bisogna schierare idee radicali.
Qua la questione è: come fermiamo la corsa verso l’imbarbarimento? Come affrontiamo una classe politica che, dal PD (di nuovo: Minniti era roba loro e non era nemmeno il solo) alla Lega, non ha avuto remore di agitare i peggiori spauracchi razzisti e xenofobi?
Come si comunica, anche nel nostro piccolo di blogger o di gente con un profilo FB, la nostra avversione a questa gente senza sembrare dei girotondini fuori tempo massimo?
E, soprattutto: è davvero necessario farlo?
Con le nostre conversazioni serie si arricchiscono solo le compagnie telefoniche, cantava quello.
Con la nostra indignazione, chi si arricchisce?

(A margine: è il caso di lasciare andare, per sempre, il PD e di rinunciare all’idea che sia un partito in qualche modo di sinistra. L’appello per la sua rifondazione/superamento da parte di Calenda è stato pubblicato sul Foglio; i punti proposti da Galli della Loggia sul Corriere sono quasi più da mani nei capelli che le sue proposte sulla scuola)

(in un post solo ho citato Ministri, Zen Circus, Offlaga Disco Pax e Vasco Brondi. Sono così indie che adesso torno su splinder)

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Due cose veloci sul post elezioni

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Non è per fare quelli che “è tutta di colpa di Renzi”, ma a distanza di tempo continua a sembrarmi una cosa del tutto folle il veto posto da Renzi anche solo sull’ipotesi di aprire un confronto con il Movimento 5 Stelle per verificare se c’erano le possibilità di formare un governo.
Lo dico da non tifoso di nessuna delle due parti in causa (anche se l’eventualità remotissima di un governo M5S/PD sarebbe stata almeno un po’ meno indesiderabile del M5S/Lega)
Comunque.
Un breve riassunto delle regole del gioco: i partiti e le coalizioni vanno al voto, in base ai voti che prendono ricevono un certo numero di seggi in parlamento. Sulla base della composizione delle due camere, il Presidente della Repubblica deve trovare qualcuno che possa formare un governo che riceva la fiducia della maggioranza dei parlamentari.
Se un partito/coalizione ha la maggioranza o ci va molto vicino, è un lavoro tutto sommato semplice. Se nessuno ce li ha, la situazione si complica.
Il nostro sistema elettorale, quindi, ha in sé i germi di quello che chiamiamo “inciucio”, ma che più correttamente era il nucleo della politica fino a prima della scomparsa di PSI e DC: trovare dei compromessi con altre forze politiche per portare a casa qualcosa di quello che era stato promesso in campagna elettorale.
Da anni, però, le campagne elettorali escludono a priori questa possibilità e si concentrano sull’offrire agli elettori promesse che sono quasi al limite della presa di potere assoluto dopo un colpo di Stato (o che comunque avrebbero senso in un sistema più radicalmente presidenziale e bipolare).
In tutto questo, arriva Renzi (che formalmente non ha più incarichi nel PD, ma che è comunque il punto di riferimento di buona parte degli eletti del suo partito, avendo potuto compilare le liste elettorali) e dice: “No, noi non possiamo provare ad andare al governo perché gli elettori ci hanno dato il mandato di andare all’opposizione”.
Ora.
Io non voto PD, non l’ho mai votato, quindi non conosco la psicologia dell’elettore del PD. Però dubito che sia andato alle urne pensando “voto Renzi perché voglio che faccia una buona opposizione” (a parte che Renzi, per come abbiamo capito che è fatto, è uno che se perde si stufa e non vuole più giocare, quindi la sua idea di opposizione sarà stare lì a fare nulla in attesa che quegli altri sbaglino qualcosa e lui possa riprovarci).
Chi ha votato il PD – che in effetti ha fatto una campagna elettorale per giunta priva di promesse roboanti – l’ha fatto sperando di portare a casa quello che c’era nel programma. Prendere i propri voti e non provare nemmeno a farli fruttare è un’idiozia, la stessa che fece il M5S con Bersani: invece di provare a trovare punti di compromesso fece saltare il tavolo.
Come hanno dimostrato i fatti seguenti di quest’anno, invece, nonostante i proclami roboanti il M5S era pronto ad accettare chiunque gli permettesse di mettere in piedi un governo.
In questa occasione, Renzi si è dimostrato un pessimo, pessimo politico, non fosse altro per avere perso l’occasione di andare a vedere il bluff degli avversari. Uno che neanche pensa alla prossima elezione, come vuole la battuta, ma al prossimo status di Facebook.

È finita, poi, che il vero trionfatore di queste elezioni (e di tutta una stagione politica) è l’altro Matteo, Salvini.
Anche questo è un grande risultato del PD, che fin dalla sua nomina a segretario di una Lega Nord ridotta ai minimi termini e devastata dagli scandali di immagine ha scelto il barbaro Salvini come avversario d’elezione. Da una parte sembrava una strategia azzeccata: per un elettorato moderato e leggermente interessato ai diritti sociali e civili, il Capitano è tipo l’Anticristo e la chiamata alle armi “o noi o i barbari” ha anche funzionato, per un po’.
(Anche con me, eh: sono andato a votare al ballottaggio delle elezioni comunali a Bologna per Merola contro la candidata della Lega. Neanche un mese dopo essere stato eletto Merola già faceva robe per cui prendeva il plauso della Lega)
Però c’è un problema: avere trasformato Salvini nell’avversario per eccellenza ha significato farlo diventare una presenza fissa di qualsiasi trasmissione. E c’è un altro problema: Salvini si è dimostrato più bravo a intercettare i suoi possibili elettori che a spaventare i potenziali elettori del PD.
Il capolavoro si è completato quando è stato piazzato al Ministero degli interni Minniti, che ha iniziato a perseguire politiche il cui scopo era quello di inseguire un elettorato che ormai correva spensierato verso di destra. Però tra l’imitazione e l’originale, la gente sceglie l’originale.
Ora, giustamente, la nomina a Ministro degli Interni di Matteo Salvini è una notizia molto brutta, ma è un fatto che arriva dopo che il terreno gli è stato ampiamente preparato dal suo successore.
Minniti è riuscito a fare passare (da “””sinistra”””) l’idea che l’immigrazione possa essere un pericolo per la “tenuta democratica” del paese; con i “daspo urbani” si è sdoganata l’idea che certe categorie di persone possano essere private di diritti come quello di libera circolazione. Ha reso complice l’Italia della morte, delle detenzione e della tortura di una quantità enorme di persone, lontano dai nostri occhi. Ha promosso funzionari di Polizia coinvolti nella Diaz.
Buona parte di quello che Salvini sbraita, Minniti l’ha fatto in silenzio.

Nei prossimi mesi, scopriremo che cosa ha intenzione di fare Salvini da grande. Finora, è stato una specie di capo-ultras leghista e su questa comunicazione ferocissima ha fatto la sua fortuna. Da ministro, in teoria, dovrebbe essere costretto a moderarsi, perché un ruolo istituzionale è una cosa diversa. In teoria, perché i governi Berlusconi ci hanno abituati a ministri tutt’altro che compassati e perché il rischio di passare per “venduto” una volta che moderi i toni sono tutt’altro che bassi.
Intanto, però, Salvini ha chiesto in un post allo scomparso Gianluca Buonanno di guidarlo lui. È un appello che credo sottoscriviamo in molti. Anzi, ci auguriamo che anche Haider si interessi alla cosa.

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Mille strappi di morbidezza

resizer

Scusate la faccia

I fatti sono noti: il giorno dell’ennesima visita a Bologna di Matteo Salvini (che potrebbe anche starsene a casa sua invece che venire a rompere il cazzo qui) alcuni militanti di Hobo, un collettivo universitario “antagonista” entrano nella Feltrinelli di piazza Ravegnana – quella sotto le due torri, la Feltrinelli per eccellenza – strappano le pagine di alcune copie del libro scritto dal segretario della Lega (appena pubblicato) e diffondo il filmato, ironicamente accompagnato dalle note della sigla di Daltanius.
La cosa su cui ci sarebbe più da discutere, secondo me, è se l’uso della canzone sia ironico o no: Extraterreste via da questa terra mia viene, per così dire “messo in bocca” a Salvini, in absentia, o è rivolto a Salvini?
Invece, in un Paese che giornalmente condanna alla distruzione migliaia di copie di libri perché non li compra nessuno e quindi prima o poi vanno al macero, è partito il Grande Coro di Vibrante Sdegno, con grande gioia di quelli che si sentono molto provocatorii ad accomunare fascismo e antifascismo. Perché, insomma, i libri non si toccano. Subito seguiti dai voltairiani d’accatto che hanno annunciato che avrebbero comprato il libro per protesta, solidarietà, vanità o chissà perché.
Poi è arrivato Saviano e ha scritto delle robe su Gian Giacomo Feltrinelli. Non propriamente centrate.

Ma andiamo con ordine.
È stato un atto violento? Sì. È stata fatta della violenza contro delle cose.
Ma, cosa vuol dire, nel 2016, distruggere delle copie di un libro con i pensieri di Matteo Salvini?
Se la vostra risposta contiene “roghi, nazisti, fascisti!1!” mi sa che possiamo anche salutarci qui. Pensare che la libertà di espressione di Matteo Salvini, che vive in televisione 24/7, sia minacciata da alcune copie di un pamphlet danneggiate da un gruppo di universitari, se vi calmate un attimo, vi renderete conto anche voi che suona un po’ ridicolo (non fosse altro perché il gesto ha avuto l’ovvia conseguenza di permettere a Salvini di fare parlare ancora di sé e del suo libro).
So che piace molto citare a sproposito una cosa che Voltaire non solo non ha mai detto ma probabilmente non ha mai neanche pensato, ma anche qui sarebbe il caso di darsi una regolata. Le opinioni non sono cose che esistono nell’iperuranio: se sei il segretario di un partito nazionale, che governa comuni, province e regioni, ha avuto ministeri e ha ispirato leggi (Bossi-Fini, anyone?) le tue opinioni non solo solo opinioni. Sono azioni. Azioni che influenzano la vita delle persone o che vorrebbero farlo. E molti di noi magari sono disposti ad accettare che qualcuno, sbagliando, pensi che Pete Best suonasse meglio di Ringo Starr o che Sgt. Pepper è meglio di Revolver. Invece, non è che se uno ha intenzione di rendere più complicata la vita a degli altri esseri umani dobbiamo dire “oh, pofferbacco, non sono d’accordo ma prego, lo dica pure”. No. La verità è che ci sono idee che non dovremmo accettare e contro le quali è giusto lottare. Io non darei la vita per permettere a Salvini di esprimersi: io vorrei che Salvini avesse quelle idee di merda e vorrei che non avesse a disposizione tutti i megafoni del mondo per diffonderle.
E non è che se quelle idee sono pubblicate tra due dorsi di cartonicino, con un codice ISBN diventano intoccabili.
I ragazzi di Hobo hanno danneggiato delle proprietà della Feltrinelli (che ha le spalle larghe abbastanza da sopportare quella perdita inventariale); persino per la legge non dovrebbero rispondere di altro che di questo.
Vedo un’obiezione in fondo alla sala: “EH, MA ALLORA QUELLO DI CASA POUND CHE HA DANNEGGIATO I FUMETTI SATIRICI SU MUSSOLINI A ROMICS HA FATTO BENE?”
Grazie per la domanda.
Intanto, è di Casa PWND, quindi già parte svantaggiato. Ma quello che è successo a Roma è molto più vicino all’intimidazione di quello che è successo a Bologna. Le vittime della patetica (nella forma) spedizionaccia del Di Stefano jr. erano nelle intenzioni gli stessi autori del fumetto. E i danni, grandi o piccoli che siano stati, li ha subiti un piccolo editore. Tra l’altro, prendersela con le barzellette perché non si è capita una battuta mi sembra un livello davvero bassissimo. Per questo è giusto percularli, perché manco sono riusciti a fare quello che volevano.
Poi, oh, neanche l’azione di Hobo mi sembra una gran alzata di ingegno, ma trovo assurdo ed esagerato il modo in cui si è reagito.

Ma torniamo, per chiudere, a Saviano.
Che scrive:

Per prima cosa alla libreria, quella stessa Feltrinelli di piazza Ravegnana famosa perché lì Gian Giacomo Feltrinelli istruiva i librai affinché lasciassero i lettori liberi di leggere i libri per intero – andando ogni giorno a leggerne un pezzetto, come fosse il salotto di casa propria – senza comprarli. Quella stessa dove persino qualche furto era tollerato. E tollerare il furto di un libro significa capire che la cultura è nutrimento.

Ora. A parte che la Feltrinelli di piazza Ravegnana era il regno di Romano Montroni, più che di Feltrinelli,
Feltrinelli era un uomo d’affari e di cultura, ma probabilmente, da comunista terzomondista, avrebbe cercato di non farcelo nemmeno entrare, nelle sue librerie, il pamphlet politico di uno xenofobo che va a braccetto con i fascisti.
Perché bisogna prendere un uomo come Gian Giacomo Feltrinelli, che è stato complesso, sanguigno, radicale, e farne un’altra figurina nella Grande Raccolta per la Gioventù Panini dei Buoni-a-tutto-tondo?
Come se tutto fosse uno speciale di Fazio, un editoriale di Gramellini?
Il conflitto esiste, le ideologie esistono e le persone con cui possiamo essere in linea di massimo d’accordo possono fare delle cose che non condividiamo o che non comprendiamo.
Non è necessario cercare di ricondurre tutto a un’unità, verso il basso.

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Lo sciacallo

Lo sciacallo

Lo sciacallo (screenshot preso nella notte tra venerdì 13 e sabato 14 novembre)

Gli animali che si nutrono di cadaveri spesso devono aspettare che i predatori abbiano finito il loro pranzo. Di conseguenza sono abituati a mangiare tutto freddo.
La tecnologia, però, permette agli sciacalli bipedi di avventarsi sui cadaveri dei propri simili quando sono ancora belli caldi.
Con il tempo, si sa, ci si abitua a tutti. E quindi pure il cadavere caldo deve venire a noia.
E poi quando il cadavere cade per terra si sporca, la terra impasta un po’ la bocca.
E allora perché non affondare le zanne quando la carne ancora non ha toccato terra?
Va’ come sorride soddisfatto, il Matteo.
Non gli pare vero.

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