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Tutti gli Universi paralleli del 2016

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L’anno scorso ho iniziato a scrivere su Nipresa (il mio tumblr) una serie di piccoli non sequitur intitolati Universi paralleli.
Li metto tutti in fila qui, come una specie di libro delle vignette di Forattini:

Un universo parallelo in cui il piano di Grace Slick per somministrare LSD a Richard Nixon è andato a buon fine.

Un universo parallelo in cui Gasparri è costretto alle dimissioni dai suoi compagni di partito, terrorizzati di perdere voti se associati a lui
Un universo parallelo in cui Mussolini non viene ucciso alla fine della guerra e, dopo un’incarcerazione, passa gli anni sessanta in un crepuscolo di irrilevanza berlusconiana tra cani, ville e fidanzate molto più giovani di lui.
Un universo parallelo in cui invece Vendola e suo marito hanno adottato un bambino e tutti gli rompono i coglioni lo stesso.
Un universo parallelo in cui tutto quello che Richard Benson racconta è assolutamente vero.
Un universo parallelo in cui quelli che arredano il sedile del treno di fianco al proprio come fosse una cabina armadio, invece di fare la faccia scocciata quando chiedi se puoi sederti, vengono sbranati dai lupi.
Un universo parallelo in cui l’Italia reintroduce la pena di morte dal furto di caramelle in su per soddisfare il popolo del web ma il popolo del web insorge lo stesso perché la morte non è abbastanza dolorosa. Segue importazione coatta di lapponi per strappare a morsi le palle dei condannati e lasciarli morire dissanguati, mentre in parlamento si infervora il dibattito sulla tecnica più adatta per la pena di morte femminile.
Un universo parallelo in cui ai poliziotti è consentita l’obiezione di coscienza.
“Al ladro! Al ladro! Agente lo fermi, mi ha rubato la borsa”
“Mi spiace signora, non credo alla proprietà privata. Provi più avanti a vedere se c’è un collega”
Un universo parallelo in cui Jessica Jones è una fan del Dr. Who e non capisce cosa ci sia di male nell’essere succubi di David Tennant.
Un universo parallelo in cui la città di Bologna solleva il culo dai Colli per andare al commissariato di via del Pratello e denunciare Salvini per stalking.
Un universo parallelo in cui nelle edicole le copie del Pertini di Andrea Pazienza mettono in fuga le copie del Mein Kampf allegate al Giornale.
Un universo parallelo in cui il primo film insieme di Bud Spencer e Terence Hill era tratto dai romanzi di Leiber con Fafhrd e il Grey Mouser.
Un universo parallelo in cui le leggi elettorali italiane non hanno dei nomignoli idioti.

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Non si dicono le bugie

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bùfala s. f. [da bufalo]. – 1. La femmina del bufalo: mozzarella di bufala; uova o ovoline di bufala, latticinio fresco, fatto con latte di bufala. 2. Nome di alcune razze di frumento turgido coltivate in Sicilia. 3. fig. a. Svista, errore madornale; affermazione falsa, inverosimile; panzana. b. roman. Produzione, e spec. spettacolo, scadente, di scarso valore: quel film è una bufala!

bùfala mediàtica  locuz. sost. f. – Notizia falsa che viene ripresa e amplificata dai media. Il saper riconoscere una notizia non rispondente al vero è una delle basi del giornalismo, ma le tecnologie digitali di comunicazione hanno molto accelerato la diffusione di una bufala mediatica. L’espressione può indicare anche, impropriamente, fenomeni come la voce (rumor) e la leggenda metropolitana. La b. m. può diffondersi intenzionalmente o per errore, dovuto alla carenza di verifiche sulle fonti della notizia, e la concorrenza fra i media può accentuarne gli effetti. Essa può anche mettere in luce le debolezze e la scarsa affidabilità del sistema dei media, nonché le imprevedibili conseguenze, dato che la successiva dimostrazione della non veridicità di una notizia non necessariamente ne arresta la diffusione.

Le parole si possono rompere, con l’uso?
Probabilmente sì. Prendete “bufala”. Le due definizioni vengono dal sito della Treccani; la prima dal Vocabolario, la seconda dal Lessico del XXI secolo.
Entrambe contengono la menzione dell’involontarietà: effettivamente, fino a qualche anno fa, ho sempre associato le “bufale” a fraintendimenti, incomprensioni, semplificazioni, in un ambito semantico che confinava con quello della leggenda urbana.
Piero Pelù interprete della sigla televisiva di Jeeg Robot d’Acciaio.
Billy Corgan attore in Vicky.
Il cucchiaino nella bottiglia di spumante per non farlo sgasare.
Però è sempre stato, come riporta il Lessico, un termine strettamente giornalistico.

Da qualche anno, grazie alla diffusione dei social network (ma poi principalmente di Facebook), le informazioni che non corrispondono necessariamente a stati di realtà hanno iniziato a moltiplicarsi e diffondersi a un ritmo vertiginoso. E non più solo o prevalentemente per sbadataggine o incompetenza, ma per calcolo.
Che sia economico (come messo in luce da Paolo Attivissimo e David Puente) o politico o entrambi, come nel caso della rete di siti pallonari della Casaleggio Associati / Movimento 5 Stelle, dietro alla diffusione di notizie false c’è dell’interesse.
Chi ha iniziato per primo a interessarsi a mettere un po’ d’ordine nella massa di informazioni che circolava in rete senza controlli ha, probabilmente per formazione, utilizzato quasi da subito il termine giornalistico, appunto “bufala”. Che è rimasto attaccato a questo tipo di comunicazione, creando un curioso corto-circuito.
L’informazione falsa di successo ha due caratteristiche: è semplice (riduce la complessità degli eventi a uno schema semplicissimo buoni/cattivi) e conferma le convinzioni del suo pubblico si riferimento. Quindi, per dire, funziona benissimo, in un paese intimamente e inconsciamente razzista, qualsiasi falsità che riguarda la Kyenge che augura cose brutte all’Italia, perché conferma il preconcetto che in quanto negra non può essere davvero italiana e la fa diventare una persona crudele che odia gli italiani. Specularmente, in un paese che tutto sommato spera sempre in un Uomo della Provvidenza che metta a posto le cose un Putin che deride la politica italiana non può che fare sfracelli.
Invece, spesso la realtà (come meglio possiamo approssimarla) è complessa e non accomodante con le nostre aspettative. Si crea così una polarizzazione tra la notizia falsa (semplice, comprensibile dalla gente) e la sua confutazione (complicata, richiede attenzione).

Risultato?
“Bufala” inizia a diventare una parola che identifica chi la usa come “non-gente”: il debunker è accusato di essere pagato da qualcuno, di lavorare al servizio dei famigerati “poteri forti”, di cercare di confondere le idee con i paroloni. Se una volta “bufala” era un dato di fatto, ora è un’opinione. Tu dici che quella è una bufala perché non capisci che davvero la Kyenge vorrebbe costringere gli italiani ad andare in giro con il lucido per le scarpe in faccia perché la pelle bianca le fa schifo e anche se non l’ha mai detto (ma chi lo sa, cosa dice agli amici allo zoo) potrebbe comunque pensarlo.
Quindi, “bufala” è una parola che ormai ha perso ogni potere al di fuori di chi la usa.
È una parola che si è rotta, non può più aiutarci a incidere sul reale, sulla percezione del mondo che le persone hanno.

Questo post nasce dalla lettura di un post sul tumblr di Idee per scrittori, che ho usato per mettere in pratica un’idea che avevo da tempo. Ho creato un filtro con un’estensione di Chrome, Word Replacer, grazie al quale ora quel testo si legge così:

A proposito di bugie, questa devo proprio raccontarla. Sta girando una bugia su Cecile Kyenge. Secondo un articolo tratto da un sito internet che non pubblicizzo, la Kyenge avrebbe detto, subito dopo l’attentato a Berlino: “I mercatini di Natale sono un’offesa per le altre religioni, andrebbero vietati”. Dopo aver verificato l’inattendibilità della notizia, ho segnalato la bugia a diverse persone e in diversi gruppi. Purtroppo alcuni utenti di Facebook mi hanno risposto che i disseminatori di bugie “hanno fatto bene, perché la Kyenge è stata un pessimo ministro”. Di fronte alle domande di coloro che chiedevano le ragioni di questo giudizio severo, quasi nessuno ha fornito spiegazioni. Dico “quasi” perché uno si è giustificato così: “Fanno bene a diffondere bugie su di lei. La Kyenge è pessima perché ha detto che l’Italia avrebbe bisogno di un attentato”. Controllo e naturalmente scopro che anche questa è una bugia. Quindi, riassumendo, ecco la situazione. Alcuni individui si sono fatti un’opinione negativa di Cecile Kyenge a suon di bugie. Tale opinione è diventata una sentenza definitiva che secondo loro rende lecita la diffusione di ulteriori bugie. Tutto questo è allucinante.

A me sembra che “bugia” funzioni straordinariamente. Funziona semioticamente, perché chi ha messo in giro la notizia ha detto una bugia, che è un’affermazione che si sa non corrispondere a uno stato di realtà.
Ma soprattutto funziona a livello inconscio. “Bugia” è uno dei primi concetti negativi che impariamo, è una parola semplice e modesta che esprime un’azione piccola e, per lo più, meschina. Non è “menzogna”, che già riempie la bocca e ben si presta a essere tuonata.
“Bugia” funziona per anni quando siamo piccoli.
Forse potrebbe tornarci utile anche oggi che, in teoria, dovremmo essere cresciuti.

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Il diritto ad avere successo senza essere famosi

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In una “lettera aperta” all’autrice, Sandra Ozzola aveva infatti sostenuto che la curiosità dei suoi lettori avrebbe meritato “una risposta più generale, al di là delle interviste ai giornali, non solo per placare chi perdersi nelle ipotesi più inverosimili sulla tua vera identità, ma anche da un sano desiderio da parte dei tuoi lettori […] di conoscerti meglio.”

Era nata così La Frantumaglia, il saggio sedicentemente autobiografico dal quale i lettori hanno appreso che la scrittrice ha tre sorelle, che la madre era una sarta napoletana incline a esprimersi “nel suo dialetto”, e che lei aveva vissuto a Napoli fin quando non ne era “scappata via” avendo trovato lavoro altrove. La mia inchiesta ha dimostrato però che niente di tutto questo corrisponde alla vita personale della scrittrice.

Insomma, la prima a violare la privacy di Elena Ferrante è stata… Elena Ferrante. Ma lo ha fatto fornendo ai suoi fan informazioni assolutamente non vere, per di più su richiesta di quegli stessi editori che oggi mi attaccano per aver fornito invece dati veri. (via)

Di tutto il bailamme attorno all’inchiesta del giornalista Claudio Gatti che ha verificato intrecciando dati finanziari una delle ipotesi sull’identità reale della persona che firma dei libri con il nome di Elena Ferrante, mi stupisce e incuriosisce la dedizione, degna di migliore causa, con la quale Gatti (volevo scrivere “il giornalista” per non ripetere il cognome, anche perché ho un amico con lo stesso cognome e mi sembra di stare parlando di lui, però se scrivevo “il giornalista” mi sembravo uno di quelli che usano il termine in senso dispregiativo) difende il suo operato.
Andare a ravanare nei conti di una casa editrice e delle persone a essa collegata per scoprire l’identità di una persona che nonostante il suo grande successo preferisce vivere una vita il più lontano possibile dai riflettori è un gesto che appartiene più al gossip che non al giornalismo di inchiesta.
Tant’è che pure Luca Sofri, che difende l’operato di Gatti, la mette – inconsciamente – giù così:

Perché raccontare chi sia Elena Ferrante non è diverso da raccontare il divorzio tra Brad Pitt e Angelina Jolie – e probabilmente più interessante -, o chi fosse Gola Profonda.

Prima il gossip, poi, alzando il tiro vertiginosamente, l’identità della fonte dei cronisti dello scandalo del Watergate. La cui vera identità ci aiuta nella comprensione della realtà esattamente come quella di Elena Ferrante.

Claudio Gatti (che ha un curriculum giornalistico di tutto rispetto, ma io ho fatto il portiere e ho introiettato questa cosa che se hai fatto dieci miracoli e poi hai preso un gol da pirla negli spogliatoi tutti ti chiederanno conto del gol da pirla) insiste con questa idea che in qualche modo sia tutta colpa di “Elena Ferrante” stessa, che avendo successo avrebbe perso il suo diritto all’anonimato e, mentendo per proteggerlo, avrebbe ulteriormente “provocato” le indagini sul suo conto.
È questo aspetto che da molti, sia lettori sia altri giornalisti, per lo più all’estero, è stato visto – con diverse sfumature e approcci – come un atto di violenza nei confronti di una persona che, appunto, chiedeva solo di essere lasciata in pace (una breve rassegna è stata assemblata dai Wu Ming su twitter); tanto più con l’utilizzo di un metodo decisamente invasivo e “brutale”, se paragonato per esempio al più approfondito tentativo recente, quello di Marco Santagata, tutto basato sull’intreccio di biografie.
Come mi sembra feroce raccontare persino la vita della madre della presunta persona dietro a Elena Ferrante: storia tragica e affascinante certamente, ma che la persona più titolata a raccontarla (nel caso l’identificazione fosse stata vera) aveva deciso di non raccontare e magari aveva i suoi motivi. Invece, SBAM, è il giornalismo bellezza. Tra l’altro Gatti, da buon giornalista investigativo, ha una prosa che sembra sempre stia incastrando qualcuno e a un certo punto ti viene quasi paura che stia cercando una macchina del tempo per segnalare gli spostamenti della famiglia ebrea alle autorità competenti.
Anche nell’inchiesta pubblicata sul Sole 24 Ore, il tono è quello di qualcuno che sta incastrando un mascalzone che inganna noialtra brava gente che andiamo in giro con il nostro nome e cognome (omissis e corsivi miei):

[…] le prove da noi raccolte puntano il dito su [omissis], traduttrice residente a Roma la cui madre era un’ebrea di origine polacca […]

[…] (anche se non si può certamente escludere che Starnone abbia dato un rilevante contributo intellettuale). […]

[…] Nessuno di questi dettagli corrisponde alla vita di [omissis]. Come la madre di Elsa Morante, la sua era infatti un’insegnante, non una sarta. E non era affatto napoletana. […]

Da non giornalista, mi domando se ne valga la pena: una volta che tutte le tue indagini conducono a confermare che “Elena Ferrante” non è lo pseudonimo di qualcuno di famoso, non è una scelta di marketing o una qualche altra forma di “inganno” per confezionare meglio un prodotto, ma che puntano a una persona il cui nome conoscono giusto un po’ di addetti ai lavori (che magari già sapevano tutto senza bisogno che arrivavi tu a scomodare il catasto) e quelli che leggono il frontespizio o il colophon dei libri… perché andare avanti?
Ti sei levato la curiosità, che giustamente è quello che spinge il tuo lavoro ed è giusto e bello che sia così, ma che senso ha trascinare sotto i riflettori chi stava evidentemente chiedendo di starsene in pace lì dietro le quinte?
Chi te ne dà il diritto?

In un tempo in cui sappiamo tutto di tutti ben più di quanto vorremmo, in cui siamo arrivati, santissimi numi, alle Facebook-stars non è bello pensare che qualcuno riesca a restare in incognito, a non parlare veramente se non attraverso quello che scrive?
Che riesca, come si augurava George Harrison, ad avere successo senza essere famoso?

ps: il primo commento all’inchiesta di Gatti è molto affascinante nella sua semplicità (è tutta una questione di tempismo: ci arrivi dopo avere letto un muro di testo e…)

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Ho riso molto (sono una persona semplice)

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Webeti

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Lo screenshot viene dalla pagina FB “Enrico Mentana blasta lagggente!!!”

Il terremoto che ha colpito l’Italia centrale mercoledì è il primo grande evento tragico che colpisce l’Italia da quando la grande macchina della costruzione di menzogne a scopo pubblicitario e politico su internet si è imposta come modello di creazione dell’opinione popolare. Il terremoto emiliano del 2012 arrivò quando questo processo era ancora in fieri e il livello delle sciocchezze rimase circoscritto (anche se certo, la convinzione che ci fosse qualcosa di strano perché l’Emilia non è terra sismica e quindi il terremoto doveva essere colpa di qualcuno tenne parecchio banco).
Da anni, una quantità imprecisata ma non trascurabile di italiani si è riversata sul web senza avere gli strumenti per sapere distinguere un sito di notizie affidabile da uno che sfrutta titoli a effetto e mezze verità per raccontare menzogne.
Il risultato di questo processo è in questi giorni terribilmente sotto gli occhi di tutti. Ed è fatto di “immigrati in albergo a cinque stelle italiani nelle tendopoli”, “hanno abbassato la magnitudo per non pagare i danni”, “Putin manda 10.000 uomini ad Amatrice”, “Destiniamo il jackpot del Superenalotto ai terremotati”.
Il fatto che quest’ultima idea, infattibile per un sacco di motivi, sia stata addirittura rilanciata da un partito, Fratelli d’Italia, la dice lunga su quale sia lo stato delle cose.

Enrico Mentana, che da qualche settimana si è messo a rispondere a tono ai commentatori più sciocchi su Facebook, ha coniato un neologismo semplice ma efficace, per indicare queste persone: webete.
È vero che la diffusione di stronzate ha trovato sicuramente terreno fertile in un Paese che già da decenni si era abituato a un’informazione prevalentemente televisiva e prevalentemente pessima. Ma il particolare intreccio di ignoranza, aggressività, populismo becero, ripetizione a pappagallo di notizie false prese da fonti improbabili è una mutazione che è completamente figlia di un ecosistema informativo nuovo, che ha al centro il web.
Un sistema che produce quelli che tempo fa proponevo di chiamare gasparri, in onore di quello che del club dei webeti ha sicuramente la tessera numero uno.
Mi cito:

Ora, lungi da me difendere a spada tratta in toto il sistema dei media tradizionali, però questi hanno in potenza (e non sempre applicano) un meccanismo virtuoso, quello del gate keeping. I “guardia di porta” sono quelle figure che decidono che cosa viene messo in circolo nel sistema dell’informazione e cosa no. Dico che è potenzialmente virtuoso perché dei gate keeper illuminati, in un mondo ideale, applicando sia i criteri di notiziabilità sia le buone pratiche del giornalismo (tipo considerare vera una notizia solo se proviene da almeno tre fonti autonome), possono tenere pulito il flusso delle informazioni. Ovviamente questo modello ideale deve fare i conti con la realtà, con gli interessi economici e politici del mondo dell’informazione e tutto quanto; però sulla carta un sistema basato sulla limitatezza fisica del supporto (le pagine di un giornale, i minuti di un notiziario) è potenzialmente più virtuoso di uno basato sulla virtuale assenza di limiti fisici e barriere economiche all’entrata, che può invece fare affidamento solo sul buon senso dei suoi autori.

Non mi stupisce che sia gente del “vecchio media” a denunciare questa deriva: non per una questione di gap generazionale puro e semplice, ma proprio per una questione di metodo. Se ti sei formato in un mondo in cui fare informazione voleva dire seguire certe norme, questa anarchia deve sembrarti ancora più folle. Poi, certo, il mondo del giornalismo non ha fatto molto per evitare quello che gli stava arrivando addosso e forse non l’ha nemmeno visto arrivare.
Nel 2000 ho dato un esame di economia, a Scienze della Comunicazione. Un modulo era sull’economia dei quotidiani. Quelli cartacei. Come ha detto poi un mio amico “era come se stessimo studiando le carrozze mentre Ford progettava il Modello T”. Nel libro c’era giusto un ultimo capitoletto, svogliato, sulle “sfide del web” o qualcosa del genere. Ma diceva semplicemente una roba tipo “sì, cambierà un po’ il metodo di distribuzione, uno potrà farsi il giornale con le notizie che interessano a lui, ma il processo di costruzione dei contenuti resterà invariato”. Quindi è probabile che per anni gli economisti siano andati dagli editori a dire “tranquilli, stamperete un po’ meno e venderete degli abbonamenti digitali”.
Intanto, i cancelli venivano scardinati, i loro guardiani derisi e appesi per i pollici. Il contenuto sostituito dal titolo (un annoso problema anche della carta stampata, ma ormai portato a un’arte: spesso il click-baiting prevede un titolone sensazionale a cui non corrisponde poi un articolo altrettanto sensazionale. Per esempio, il titolo dei 10.000 uomini mandati da Putin rimanda poi a un articolo che riporta semplicemente il comunicato della Russia che si dichiara pronta ad aiutare l’Italia).
Ora che i buoi sono scappati e non sono manco più in vista, non possiamo fare altro che constatare quello che è successo. E combattere piccole scaramucce di retroguardia.
Sperando, una volta di più, che non succeda mai in Italia un attentato di qualsiasi tipo, perché in un contesto sociale di simile ignoranza e violenza latente diffusa, i postumi saranno ancora peggio dell’evento stesso.

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Non è giornalismo

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L’ultima volta è stato con l’attentato a Monaco.
Ma prima si potrebbe citare il tentato golpe in Turchia, la strage di Nizza, la notte del Bataclan, l’attacco a Charlie Hebdo, l’attentato alla maratona di Boston…
Il modello della copertura in diretta di un evento tragico e drammatico sta diventando, a ogni ricorrenza, un rituale sempre più stanco e patetico.
Non è propriamente una novità: se n’era già accorto Furio Colombo, nel 1999, che l’idea di potere fare del giornalismo in diretta andava quantomeno ridimensionata:

L’annuncio è questo: il villaggio globale non esiste più. Credo di poter indicare un giorno e un’ ora per questo annuncio: 13 aprile 1999, ore 15. Giunge la notizia di una infiltrazione di soldati serbi in un posto di frontiera albanese. Italia Radio è collegata con il funzionario delle Nazioni Unite Andrea Angeli, che si scusa per l’ uso di frequenti parole inglesi. “La vostra”, dice, “è la trentesima telefonata in pochi minuti. Chiamano le agenzie di stampa di tutto il mondo”. Con un altro telefonino il funzionario dell’ Onu ascolta qualcuno che vede a distanza il posto di frontiera e può testimoniare. C’è una colonna di fumo dalle caserme della polizia albanese, gli dicono. Si sentono spari. Un mondo di media, satelliti, unità mobili e cellulari, siepi di telecamere, ponti radio, microfoni a quattro fili, studi aperti secondo i diversi fusi orari, tutto dipende dal telefonino di un funzionario di agenzia internazionale disperato per la stanchezza, che cerca di tenere la linea benché anche a lui sfuggano il senso di quello che vede e le conseguenze di quello che dice.

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Lavori che gli italiani non vogliono più fare: ricacciare gli insulti in gola ai razzisti

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Fino a un certo punto, il racconto degli eventi che hanno portato alla morte di Emmanuel Chidi Nnamdi ha un taglio grottesco che richiama certe cose di Ammaniti.
C’è un caldo primo pomeriggio in una provincia dell’Italia centrale.
C’è un ultras della Fermana (nel mio mondo piccolo-borghese, già mi fa sorridere l’esistenza degli ultras delle squadre maggiori; figurarsi delle squadre dilettantistiche), con una storia di frequentazioni tra Casa Pound e i Forconi (ve li ricordate, i Forconi?). Un allegrone che, parole del fratello che cercherà di difenderlo, “quando passa un negro gli tira le noccioline”. Addosso ha la maglietta di un gruppo fascista ma, dice lui, non lo sa. Fascisti ingenui.
A un certo punto passa una coppia. Di negri.
Il nostro, che è un buontempone, non ha noccioline. Quindi dà sfogo alla sua allegrezza urlando “scimmia africana” alla donna.
A questo punto, apriamo un flashback.
Una chiesa piena di gente, una bambina che guarda in su, sorride. Poi uno scoppio, urla, silenzio.
Deserto. Camion, furgoni, jeep.
Botte.
Una donna che urla. Sangue. Sangue dove non c’era da mesi, dove non dovrebbe esserci per mesi.
Silenzio.
Il mare. Una barca.
Buio. Onde. Corpi.
Pianti, preghiere.
Terra.
Divise. Guanti di gomma.
Treni. Autobus.
Un’altra chiesa.
Anelli.
Documenti. Firme.
Sguardi. Attese. Sguardi.
“TUA MOGLIE È UNA SCIMMIA AFRICANA”. Continua a leggere

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Come non si pubblica il Mein Kampf

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Un “libro” non è quello che c’è scritto dentro. Quello è un testo.
Un libro è, più correttamente, la somma delle parti che lo compongono. Questa è una cosa parecchio importante per noi che di lavoro “facciamo libri”, definendo il nostro mestiere con una formula che indica tutto quello che succede da quando un testo arriva in casa editrice a quando vengono mandati allo stampatore i PDF definitivi.
Il formato del volume, il tipo di carta, la presenza di immagini, la gabbia grafica, il tipo di font usato sono tutti elementi che “fanno” un libro, che lo definiscono. Prendete una vecchia edizione di uno dei romanzi di James Bond scritti da Fleming e confrontatelo con la veste della recente edizione di Adelphi. Anche se la storia è la stessa, cambia tutto: la vecchia edizione è un libro mordi-e-fuggi, quella di Adelphi presenta le vicende di 007 in volumi raffinati, oggetti anche belli da esporre. Cerca di riqualificare quelli che sono romanzi di intrattenimento, non privi di un loro, ancorché sghembo, fascino, come grandi protagonisti della Letteratura.

La copertina della prima edizione italiana di Casino Royale, intitolato La benda nera

La copertina della prima edizione italiana di Casino Royale, intitolato La benda nera

 

L'edizione Guanda

L’edizione Guanda

 

L'edizione Adelphi, che – raffinatezza – riprende la copertina della prima edizione inglese

L’edizione Adelphi, che – raffinatezza – riprende la copertina della prima edizione inglese

 

Inoltre, un “libro”, specie se non è alla sua prima edizione, è anche tutti i discorsi che su quel libro sono stati fatti, il ruolo che ha svolto nella storia, sia quella letteraria sia quella del mondo o del Paese in cui è stato pubblicato.
Per esempio, come si pubblica un libro scritto da un dittatore che ha causato una guerra mondiale e, tra le altre cose, approvato un piano per lo sterminio dell’intera razza ebraica in Europa che, tutto sommato, gli è anche riuscito piuttosto bene? Non un romanzo giovanile o una silloge di poesie, no: proprio il suo manifesto programmatico.
Il Mein Kampf, tra tutti i libri “maledetti” è quello che senza dubbio si porta più a ragione questo titolo, essendo alla radice della morte violenta di svariati milioni di esseri umani tra il 1930 e il 1945. E non per un accidente della storia: proprio perché è stato messo in atto quello che in quel libro si teorizzava.
Nonostante questo, il Mein Kampf non è il Necronomicon: non è che se lo leggi diventi nazista automaticamente (come non è vero che il fascismo si cura leggendo). È bello pensare che si dia tutto questo potere ai libri, ma il MK da solo non basta a fare diventare nazista una nazione. Ci vogliono anche certe condizioni storico-sociali e una generale benevolenza del potere economico.
Sicuramente è un documento storico importante e come tale andrebbe trattato.
Il che è esattamente quello che non ha fatto il Giornale di Alessandro Sallusti quando ha deciso di proporlo come allegato al proprio giornale per inaugurare una serie di volumi dedicati al nazionalsocialismo. Continua a leggere

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