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State guardando il Salone dalla parte sbagliata

“Guardami mamma, mi intervistano alla radio e dico che sono fascista!”

La scelta del Comitato d’Indirizzo del Salone del Libro di Torino di non escludere la casa editrice Altaforte, diretta emanazione di CasaPound, è ormai passata in secondo piano rispetto alle successive dimissioni di Christian Raimo, le quali a loro volta hanno innescato quello che ora sembra una specie di derby dell’antifascismo tra (in primo luogo) gli autori che hanno scelto di non confermare la loro presenza al Salone e quelli che sostengono che non si debba abbandonare il campo.
Polemica scatenata da un appello di Michela Murgia che inizia nel peggiore dei modi possibili, cioè ridicolizzando la posizione di chi ha scelto di non partecipare (“Se Casa Pound mette un picchetto nel mio quartiere che faccio, me ne vado dal quartiere?”) e che forse poteva essere evitata con un minimo di coordinamento in più.

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Tutti amano gli italiani!

Nella narrazione della nostra identità nazionale, noi italiani siamo un po’ schizofrenici. Da un lato rivendichiamo un ruolo fondamentale nell’arte e nella cultura che affonda le radici nell’impero romano e nel rinascimento, dall’altro ci dipingiamo come una specie di comic relief della storia. Siamo quelli che siamo stati colonialisti, ma buoni, che siamo usciti dalle rovine della seconda guerra mondiale rifacendo il Paese più bello che prima con tanta inventiva e simpatia… siamo buffi e simpatici a tutti, con tanto cuore!

Resta sempre un po’ sullo sfondo quel piccolo particolare di quando abbiamo inventato il fascismo e regalato al novecento la ricetta per l’inferno, ma sono dettagli.

Anche ora, nell’attacco dei terroristi nazisti a Christchurch abbiamo lasciato qualche impronta, ma non ce ne preoccuperemo troppo.

Su uno dei caricatori c’era il nome di Luca Traini, ma è solo perché all’esterno non leggono la nostra stampa e non sano che non era un terrorista imbevuto di ideologia xenofoba, ma un povero ragazzo di provincia che ha solo preso troppo a cuore una orribile storia di cronaca nera (per la stessa ignoranza, le guerre tra Venezia e Ottomani vengono prese per uno scontro di civiltà e non per un più prosaico prosecuzione del commercio con altri mezzi)

E in un paesaggio del manifesto dei terroristi c’era un riferimento alle ONG che sono complici dell’immigrazione clandestina che, ça va sans dire, è un complotto per eliminare i bianchi dall’Europa. Si tratta di una convinzione criminogena che giusto la settimana scorsa Bonafede ha ricordato che è stata espressa da Luigi Di Maio per primo, e non dalla Lega.

Anche questo, però, ci scivolerà addosso, come ci scivola addosso il nostro passato di colonialisti che comprano bambine come “spose” perché “là si usa così”, come andiamo in giro a dire che in fondo Mussolini era ok fino a che non si è fatto traviare da Hitler, ecc. ecc.

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Vittime

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Franc Žnidaršič, Janez Kranjc, Franc Škerbec, Feliks Žnidaršič, Edvard Škerbec.
Con l’avvicinarsi del Giorno del Ricordo, cioè la giornata di commemorazione delle vittime (italiane) delle foibe costruita a tavolino dalla destra per avere un contraltare alla Giornata della Memoria e a tutte quelle sgradevoli immagini di ebrei morti, compresi quelli catturati o traditi dagli italiani, la foto qui sopra tornerà a comparire un po’ ovunque come simbolo dei crimini di guerra commessi ai danni degli italiani.
Da parte, nello specifico, di quei cinque nomi slavi, che corrispondono ad altrettanti carnefici pronti a sparare? Continua a leggere

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Tutti gli universi paralleli del 2018

Periodicamente, pubblico sul mio Tumblr un post che inizia con “Un universo parallelo in cui…”. Dopo quelli del 2016 e 2017, ora tocca a quelli del 2018. Mi sento molto Forattini, anche quest’anno e vorrei ringraziare il M5S che è sempre fonte di grande ispirazione (sì, è la stessa frase dello scorso anno).

Un universo parallelo in cui Tumblr mette al bando le gif di Sensualità a corte

Un universo parallelo in cui Dibba dice che suo padre fa le assunzioni in nero nella piena regolarità contributiva

Un universo parallelo in cui Fabrizio Corona scarica Asia Argento e si fidanza con Lodo Guenzi

Un universo parallelo in cui per una curiosa distruzione di quasi tutta la documentazione sul periodo 1914-2017, a eccezione di alcuni frammenti del volume “istruzioni per diventare fascisti”, nel 3089 Michela Murgia è ricordata dagli storici come massima teorica del fascismo.

Un universo parallelo in cui Diego Fusaro è un’involuta e complicata operazione artistica situazionista

Un universo parallelo in cui il ponte Morandi viene ricostruito perpendicolare a quello precedente

Un universo parallelo in cui un disco dei Queen si intitola Nicki Minaj

Un universo parallelo in cui ogni foto di Luigi Di Maio è accompagnata dalla didascalia “l’occhio spento / il viso di cemento”

Un universo parallelo in cui si scopre che Luigi Di Maio è in realtà un personaggio di Saverio Raimondo sfuggito al controllo, tipo la Metà Oscura.

Un universo parallelo in cui per potere esprimere orrore all’idea di bambini che muoiono annegati dopo un naufragio devi presentare il modulo ISEE

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Titolista, ti voglio parlare

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Nella vicenda dell’asilo nido di Codroipo c’è da fare una netta distinzione tra due piani.
Il primo è quello politico, con la giunta di centrodestra che cancella una proposta di aggiornamento al regolamento dell’asilo che prevedeva la “la presenza di materiali ludico-didattici che fanno riferimento alle diverse culture”. Senza dubbio si tratta di un atto minimo nella forma ma ostile nelle intenzioni, in senso identitario.
Il secondo è quello giornalistico, perché il Messaggero Veneto ha deciso di raccontare questa fatto (la cancellazione della proposta di aggiornamento del regolamento di un asilo nido comunale di un paese del Friuli di 16.000 abitanti ai più noto perché l’anagramma del suo nome è una bestemmia) con l’immagine dei “bambolotti dalla pelle scura” vietati. Dalle prime righe dell’articolo visibili prima del paywall si capisce che chi ha scritto l’articolo era conscio che quell’immagine era una proiezione della realtà (anche se forzata: di fatto il testo emendato non vieta alcunché).
Presentata in questo modo, la vicenda si è sparsa nella prateria della comunicazione in rete come un incendio estivo, con una serie di titoli-fotocopia sulle testate online, a loro volta ripresi al volo su twitter e facebook da migliaia e migliaia di utenti, in buona fede.
Questo è uno di quei casi in cui poi arriva il Gramellini/Serra/MattiaFeltri a fare la lezioncina sui social che propalano bufale, quando invece tutta la vicenda nasce da una leggerezza squisitamente giornalistica che si sposa alla perfezione con le dinamiche dell’informazione ai tempi della sua diffusione digitale.
L’articolo confonde lo spazio della cronaca con quella del commento, il titolista prende l’aspetto più semplificato della questione, decine e decine di testate riprendono il titolo e l’articolo senza fare troppi controlli. Da lì, la ricetta per il disastro è servita: l’immagine di squadre di vigili che girano per gli asili a sequestrare bambolotti con il colore della pelle troppo scuro si impianta immediatamente nell’immaginario collettivo e diventa “reale”. Continua a leggere

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Per un fascismo presentabile

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Ogni anno, da tempo, orde di fascisti si radunano a Predappio per commemorare la marcia su Roma nel paese natale di Mussolini, che ci è pure sepolto.
È un evento per lo più ignorato dall’informazione e dal “grande pubblico”, se non come nota di colore. Ovviamente, già l’idea che esista una tomba di Mussolini sulla quale tutti i nostalgici della dittatura possono andare a commuoversi davanti ai resti di quello che hanno fermato mentre scappava dall’Italia fingendosi un soldato tedesco ubriaco (e hanno avuto il buon gusto di fucilarlo prima che ce lo fossimo trovato una decina d’anni dopo in parlamento) è folle. La storia delle vicissitudini della salma di Mussolini tra il 29 aprile 1945 e il 1 settembre del 1957 riassume in sé tutta l’ingombrante presenza dei fascisti nella Repubblica negli anni successivi alla guerra (e dopo). Un bignami parzialissimo è la voce su Wikipedia, ma andrebbe letto il libro di Sergio Luzzatto, Il corpo del duce, per avere il quadro completo.
Un reportage su cosa sia Preadappio oggi l’ha scritto Wu Ming 1 e si intitola Predappio Toxic Blues.

A Predappio, tutto l’anno, si vende roba così. Foto di Jadel Andreetto da Predappio Toxic Blues, su Giap.

Quest’anno, però, ha fatto molto rumore un articolo dell’inviato di Repubblica, che riportava la presenza di un’ex candidata sindaco di Forza Nuova di Budrio, nel bolognese, che sfoggiava una maglietta con il logo “Auschwitzland” che riprendeva quello di Disneyland. 44916379_10155473138731650_3651130403881746432_n.jpg

Questo fatto, coerentemente con quando già teorizzato da Zerocalcare in una storia per L’espresso da cui viene la vignetta qui sopra, sembra avere acceso qualche scintilla di indignazione nell’opinione pubblica, che di colpo sembra avere scoperto quello che succede a Predappio.
Sembra.
Perché mostrando una straordinaria capacità di ignorare il quadro generale per fissarsi sul particolare, l’attenzione si è concentrata solo sulla persona in questione e la sua maglietta, con il consueto copione di battute, battutine, fotomontaggi, una spruzzata di insulti sessisti (che fanno sempre fine). Al momento in cui scrivo la personalizzazione è arrivata al punto che lei (dalla quale hanno preso le distanze sia Forza Nuova sia Casa Pound*, per giunta) rilascia interviste in cui dà la colpa allo stress che le ha fatto mettere la prima maglietta che le era capitata, senza neanche farci caso (un po’ come quel calciatore che a Marzabotto ha festeggiato un gol facendo il saluto rimano e levandosi la maglia della squadra per mostrare quella che aveva sotto, che – SFIGA! – aveva l’aquila della RSI stampata sopra).
Immagino che a breve la vedremo invitata in televisione a spiegare il suo guardaroba.

Cosa rimane sullo sfondo?
Il contesto. La parata di centinaia, forse migliaia, di sfigati che inneggiano alla dittatura diventa una tapezzeria un po’ folcloristica, in una specie di tableaux vivente del mito del “buon italiano e del cattivo tedesco”, nel quale è comprensibile e accettabile celebrare la marcia su Roma e la presa del potere da parte dei fascisti. Ma, per carità, che cattivo gusto quella maglietta!
Auschwitz e il suo sistema industriale di distruzione degli esseri umani sono, dal punto di vista storico, la logica conseguenza della marcia su Roma, sono il punto più alto dell’infezione fascista che si sparse dall’Italia in tutta Europa, assumendo in ciascun Paese caratteristiche diverse per adattarsi e sopravvivere.
Non è possibile continuare ad accettare questa rimozione, conscia e inconscia, individuale e sociale, del ruolo giocato dall’Italia nella prima metà del Novecento.
Quella maglietta era agghiacciante, ma era sfoggiata in un contesto altrettanto agghiacciante, che invece sta passando in cavalleria, dopo decenni ormai di aperta apologia del fascismo da parte di giornalisti, politici, creatori di bufale, semplici cretini.

* Forza Nuova organizza ogni anno il raduno fascista. La presa di distanza di Casa Pound fa parte delle differenze tra FN e loro. In sintesi, FN è tecnicamente neo-fascista, si rifà cioè all’esperienza della destra fascista post-mussoliniana, che ha sempre vissuto con il culto del Grande Morto. Quelli di CP invece sono più legati al fascismo in sé, cercano almeno all’esterno di proiettare un’immagine più sgamata e proiettata nel futuro (il famoso “fascisti del terzo millennio”), meno legata a quella nostalgia che è invece il core business dei loro rivali forzanuovisti. Poi, certo, fanno i superiori ma quando gli tocchi il DVCE si arrabbiano pure loro e fanno gli scherzoni.

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“io non ti ho detto niente, ma…”

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Nella mia brevissimissima esperienza da apprendista giornalista durante l’estate del 2005 a Bologna ho avuto modo di vedere da vicino un “fuori microfono”.
Dopo un consiglio comunale l’allora sindaco Cofferati si fermò fuori dal suo ufficio a rilasciare dichiarazioni ai giornalisti. Io ero lì, con il tizio del giornale al cui seguito ero quel giorno. Non ricordo assolutamente quale bega cittadina fosse in corso, ma mi pare di ricordare vagamente che un assessore avesse una posizione diversa dal resto della giunta. Il sindaco fece la sua dichiarazione, poi aggiunse, “oh, ora questo ve lo dico, ma a taccuini chiusi”. Come un sol uomo tutti, compresi quelle delle testate che ogni giorno sparavano a palle incatenate sulla giunta, chiusero fisicamente i taccuini. Non ricordo neanche in questo caso i termini esatti, ma Cofferati fece un qualche commento sui motivi del dissenso dell’assessore meno diplomatico di quello ufficiale e che aggiungeva un qualche piccolo retroscena, vero o presunto.
Il giorno dopo, nessuno scrisse nulla.
Questo, credo, perché esiste un certo terreno comune tra politica e informazione, visto che in fondo ciascuna delle due parti ha in qualche misura bisogno dell’altra e c’è quella complicità che si crea quando si lavora bene o male insieme e ci si scambia informazioni dietro le quinte con toni che non sono assolutamente quelli che si usano in pubblico.
Quella stessa estate, ricordo, Nicola Imberti, allora stagista nella redazione del Tempo, creò uno sconquasso in Alleanza Nazionale, riportando i commenti che alcuni vertici del partito si scambiavano in un locale a proposito di Gianfranco Fini. O almeno questa era la versione della storia come veniva raccontata, perché ovviamente non è che un praticante decide lui se una conversazione orecchiata per caso finisce in pagina. Però “funzionava” l’idea che fosse uno ai margini del sistema a sparigliare le carte in tavola.

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