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Meno eroi, più moltitudine

La sorte della comandante della Sea Watch 3, Carola Rackete, dopo la notte tra il 28 e il 29 giugno in cui ha attraccato nel porto di Lampedusa senza il consenso delle autorità per porre fine al ridicolo braccio di ferro messo in scena dal governo italiano, è regolamentata di diritti e dai doveri di cui gode una cittadina europea, che è anche parte di un’organizzazione che ha potuto e potrà operare sull’opinione pubblica.
La sorte dei migranti che erano a bordo della Sea Watch invece è quella di persone che come mettono piede sul territorio europeo sono di fatto in balia di tutto un sistema di “accoglienza” nel quale hanno molti doveri e pochissimi diritti. Per ora verranno portati all’hotspot di Lampedusa, una sorta di carcere, e da lì in poi chissà. Potrebbero essere trasferiti in altre strutture, in Sicilia o nella penisola, venire ridistribuiti in Europa a seconda delle disponibilità, oppure scappare o essere rimandati al paese di origine o in Libia.
Della loro sorte sapremo pochissimo, a differenza di quella di Carola Rackete.

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Questo perché ormai il racconto dell’immigrazione si è concentrato su uno scontro che prima era tra governo e Ong, poi è diventato tra Salvini e Ong e ora tra Salvini e “Carola”. In tutto questo continua a mancare la voce dei veri protagonisti: le persone che cercano una nuova vita in altri posti. Li sentiamo parlare rarissimamente, non sappiamo quasi nulla di loro, delle loro aspirazioni, delle loro vite.
Anche nel caso della Sea Watch 3, a parte un appello, loro sono rimasti sullo sfondo quando erano a bordo, anche nel tifo social dei sostenitori di “Carola”, e lo resteranno anche dopo.
Mentre invece il cuore della questione sono loro, non è dare uno smacco a Salvini o ai razzisti. È permettere a delle persone di trovare una vita normale; e per farlo non bastano i “porti aperti”.
Va rivisto tutto il sistema dei visti e dell’accoglienza, per permettere alle persone di arrivare in Europa con sicurezza, senza finanziare organizzazioni criminali e con la possibilità di prendere in mano le proprie vite.
Senza di questo, continueremo a fare il tifo per gli eroi contro i cattivi e poco più.

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L’ignoranza è una trappola

Il modello – ideale – degli stati moderni si basa sulla sinergia tra tre elementi:

  • L’istruzione, che forma cittadini in grado di formarsi un’opinione analizzando le nozioni che riceve dall’informazione, al fine di votare con la maggiore consapevolezza possibile per i propri rappresentanti nelle istituzioni;
  • L’informazione, che contestualizza la propaganda prodotta dai partiti politici, la analizza, la verifica e fa da “cane da guardia” al potere. Lo Stato sostiene il sistema dell’informazione di diversi orientamenti politici, al di là del mercato, perché è dal mosaico risultante che viene fuori qualcosa il più vicino possibile alla “verità” (con tutte le virgolette del caso)
  • La politica, nel senso dell’insieme dei partiti, organizzazioni finalizzate a fare eleggere i propri rappresentanti per poter prendere decisioni per il benessere dello stato – a seconda della propria visione del mondo.

Li ho elencati da quello di livello più elementare a quello più alto. Va da sé che se si demolisce il primo livello, poi vacilla tutto il resto.
Per esempio, nel momento in cui si dà un valore strumentale all’ignoranza, intesa come richiamo reazionario al ridurre tutto il mondo alle proprie intuizioni e pulsioni, si fa passare l’idea che l’istruzione sia un trucco per mistificare il naturale stato delle cose. È uno dei grandi trionfi della destra, da sempre: far passare le proprie idee reazionarie e conservatrici come “naturali” e tutto il resto come sofisticazione. Ed è quello che fanno le varie pagine FB dedicate all’ignoranza, che creano un umorismo tutto basato sull’idea che ci siano cose “sane e buone”: a tutti piace mangiare carne, a tutti piace fare commenti pesanti sulle donne, a tutti piace risolvere i problemi tirando dritti (la campagna “bomberista” di Gilette Italia), a tutti piace prendere in giro i “marocchini”, i negri, le femministe, gli slavi, ecc. È la stessa palude in cui sguazza la propaganda del ministro degli interni sul web.

Oggi, in un’intervista a Repubblica, lo spiegano benissimo due illuminati maestri della complessità culturale del mondo contemporaneo, Dolce e Gabbana.

Ovviamente, è una cazzata. È chi non sa che, per definizione, è più probabile che cada vittima dei propri preconcetti. Come appunto ci hanno mostrato splendidamente i due stilisti con l’epocale campagna pubblicitaria cinese, una vicenda dalla quale non hanno evidentemente capito nulla.
Spiace anche che la loro sparata venga presa così, acriticamente, e diventi una “provocazione” con tanto di titolone; spiace perché è segno di un giornalismo che non si accorge nemmeno di chi sta lavorando, consapevolmente o meno, per scavargli la fossa.

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State guardando il Salone dalla parte sbagliata

“Guardami mamma, mi intervistano alla radio e dico che sono fascista!”

La scelta del Comitato d’Indirizzo del Salone del Libro di Torino di non escludere la casa editrice Altaforte, diretta emanazione di CasaPound, è ormai passata in secondo piano rispetto alle successive dimissioni di Christian Raimo, le quali a loro volta hanno innescato quello che ora sembra una specie di derby dell’antifascismo tra (in primo luogo) gli autori che hanno scelto di non confermare la loro presenza al Salone e quelli che sostengono che non si debba abbandonare il campo.
Polemica scatenata da un appello di Michela Murgia che inizia nel peggiore dei modi possibili, cioè ridicolizzando la posizione di chi ha scelto di non partecipare (“Se Casa Pound mette un picchetto nel mio quartiere che faccio, me ne vado dal quartiere?”) e che forse poteva essere evitata con un minimo di coordinamento in più.

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Tutti amano gli italiani!

Nella narrazione della nostra identità nazionale, noi italiani siamo un po’ schizofrenici. Da un lato rivendichiamo un ruolo fondamentale nell’arte e nella cultura che affonda le radici nell’impero romano e nel rinascimento, dall’altro ci dipingiamo come una specie di comic relief della storia. Siamo quelli che siamo stati colonialisti, ma buoni, che siamo usciti dalle rovine della seconda guerra mondiale rifacendo il Paese più bello che prima con tanta inventiva e simpatia… siamo buffi e simpatici a tutti, con tanto cuore!

Resta sempre un po’ sullo sfondo quel piccolo particolare di quando abbiamo inventato il fascismo e regalato al novecento la ricetta per l’inferno, ma sono dettagli.

Anche ora, nell’attacco dei terroristi nazisti a Christchurch abbiamo lasciato qualche impronta, ma non ce ne preoccuperemo troppo.

Su uno dei caricatori c’era il nome di Luca Traini, ma è solo perché all’esterno non leggono la nostra stampa e non sano che non era un terrorista imbevuto di ideologia xenofoba, ma un povero ragazzo di provincia che ha solo preso troppo a cuore una orribile storia di cronaca nera (per la stessa ignoranza, le guerre tra Venezia e Ottomani vengono prese per uno scontro di civiltà e non per un più prosaico prosecuzione del commercio con altri mezzi)

E in un paesaggio del manifesto dei terroristi c’era un riferimento alle ONG che sono complici dell’immigrazione clandestina che, ça va sans dire, è un complotto per eliminare i bianchi dall’Europa. Si tratta di una convinzione criminogena che giusto la settimana scorsa Bonafede ha ricordato che è stata espressa da Luigi Di Maio per primo, e non dalla Lega.

Anche questo, però, ci scivolerà addosso, come ci scivola addosso il nostro passato di colonialisti che comprano bambine come “spose” perché “là si usa così”, come andiamo in giro a dire che in fondo Mussolini era ok fino a che non si è fatto traviare da Hitler, ecc. ecc.

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Vittime

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Franc Žnidaršič, Janez Kranjc, Franc Škerbec, Feliks Žnidaršič, Edvard Škerbec.
Con l’avvicinarsi del Giorno del Ricordo, cioè la giornata di commemorazione delle vittime (italiane) delle foibe costruita a tavolino dalla destra per avere un contraltare alla Giornata della Memoria e a tutte quelle sgradevoli immagini di ebrei morti, compresi quelli catturati o traditi dagli italiani, la foto qui sopra tornerà a comparire un po’ ovunque come simbolo dei crimini di guerra commessi ai danni degli italiani.
Da parte, nello specifico, di quei cinque nomi slavi, che corrispondono ad altrettanti carnefici pronti a sparare? Continua a leggere

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Tutti gli universi paralleli del 2018

Periodicamente, pubblico sul mio Tumblr un post che inizia con “Un universo parallelo in cui…”. Dopo quelli del 2016 e 2017, ora tocca a quelli del 2018. Mi sento molto Forattini, anche quest’anno e vorrei ringraziare il M5S che è sempre fonte di grande ispirazione (sì, è la stessa frase dello scorso anno).

Un universo parallelo in cui Tumblr mette al bando le gif di Sensualità a corte

Un universo parallelo in cui Dibba dice che suo padre fa le assunzioni in nero nella piena regolarità contributiva

Un universo parallelo in cui Fabrizio Corona scarica Asia Argento e si fidanza con Lodo Guenzi

Un universo parallelo in cui per una curiosa distruzione di quasi tutta la documentazione sul periodo 1914-2017, a eccezione di alcuni frammenti del volume “istruzioni per diventare fascisti”, nel 3089 Michela Murgia è ricordata dagli storici come massima teorica del fascismo.

Un universo parallelo in cui Diego Fusaro è un’involuta e complicata operazione artistica situazionista

Un universo parallelo in cui il ponte Morandi viene ricostruito perpendicolare a quello precedente

Un universo parallelo in cui un disco dei Queen si intitola Nicki Minaj

Un universo parallelo in cui ogni foto di Luigi Di Maio è accompagnata dalla didascalia “l’occhio spento / il viso di cemento”

Un universo parallelo in cui si scopre che Luigi Di Maio è in realtà un personaggio di Saverio Raimondo sfuggito al controllo, tipo la Metà Oscura.

Un universo parallelo in cui per potere esprimere orrore all’idea di bambini che muoiono annegati dopo un naufragio devi presentare il modulo ISEE

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Titolista, ti voglio parlare

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Nella vicenda dell’asilo nido di Codroipo c’è da fare una netta distinzione tra due piani.
Il primo è quello politico, con la giunta di centrodestra che cancella una proposta di aggiornamento al regolamento dell’asilo che prevedeva la “la presenza di materiali ludico-didattici che fanno riferimento alle diverse culture”. Senza dubbio si tratta di un atto minimo nella forma ma ostile nelle intenzioni, in senso identitario.
Il secondo è quello giornalistico, perché il Messaggero Veneto ha deciso di raccontare questa fatto (la cancellazione della proposta di aggiornamento del regolamento di un asilo nido comunale di un paese del Friuli di 16.000 abitanti ai più noto perché l’anagramma del suo nome è una bestemmia) con l’immagine dei “bambolotti dalla pelle scura” vietati. Dalle prime righe dell’articolo visibili prima del paywall si capisce che chi ha scritto l’articolo era conscio che quell’immagine era una proiezione della realtà (anche se forzata: di fatto il testo emendato non vieta alcunché).
Presentata in questo modo, la vicenda si è sparsa nella prateria della comunicazione in rete come un incendio estivo, con una serie di titoli-fotocopia sulle testate online, a loro volta ripresi al volo su twitter e facebook da migliaia e migliaia di utenti, in buona fede.
Questo è uno di quei casi in cui poi arriva il Gramellini/Serra/MattiaFeltri a fare la lezioncina sui social che propalano bufale, quando invece tutta la vicenda nasce da una leggerezza squisitamente giornalistica che si sposa alla perfezione con le dinamiche dell’informazione ai tempi della sua diffusione digitale.
L’articolo confonde lo spazio della cronaca con quella del commento, il titolista prende l’aspetto più semplificato della questione, decine e decine di testate riprendono il titolo e l’articolo senza fare troppi controlli. Da lì, la ricetta per il disastro è servita: l’immagine di squadre di vigili che girano per gli asili a sequestrare bambolotti con il colore della pelle troppo scuro si impianta immediatamente nell’immaginario collettivo e diventa “reale”. Continua a leggere

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