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La Ragazza e l’Angelo – Una storia dello Spadaccino

Una nuova storia dello Spadaccino…

Dorso di carta

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Egitto, VII secolo d.C.
Una ragazzina sfuggita alla distruzione del suo villaggio incontra una creatura che cambierà la sua vita.

Nove secoli dopo, lo Spadaccino apre una tomba protetta da segni misteriosi e risveglia qualcosa che avrebbe dovuto restare sepolto per sempre.
L’unica salvezza sembra essere al riparo delle mura di un antico monastero cristiano, che custodisce un segreto millenario.

La Ragazza e l’Angelo.
Lo Spadaccino è tornato.
Questa volta i suoi viaggi lo hanno portato in Egitto, alla ricerca di antichità per conto di un ricco signore turco.
È una storia con dentro parecchio horror, più simile ai primi due racconti pubblicati che a Gatto e Libertà, con la quale ha un collegamento abbastanza diretto (anche se si svolge prima; un altro collegamento è con Colei che canta, ma non so in quanti se ne accorgeranno).

strange_norrell_4 Enzo Cilenti, qui nei panni di Childermass nella miniserie “Jonathan…

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Tommaso Labranca

Ho perso di vista Tommaso Labranca dopo Haiducii (Homo Homini Pitbull), del 2010. Da quello che vedo, da allora ha scritto per lo più biografie musicali.
Il che, temo non sia un bel biglietto da visita per l’editoria italiana: lasciare una mente del genere a compilare biografie da autogrill è davvero un delitto.

Labranca lo avevo scoperto, in colpevole ritardo, nel 1998, al primo anno di università. Una compagna di corso aveva prestato Charltron Hescon a una coinquilina della mia ragazza. Lei non lo lesse mai, io lo divorai.
Risi come un dannato sull’analisi di Prospettiva Nevskij, uno dei pezzi di comicità più formidabili che mi fosse capitato di leggere e mi innamorai di quel libro e dei suoi concetti. Continua a leggere

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Checkpoint Pasta – ebook gratuito | Dorso di carta

Su Dorso di carta (il mio blog “da scrittore”) ho pubblicato la nuova versione di Checkpoint Pasta, un racconto che forse chi segue da tempo questo blog si ricorda. Non è cambiato molto, ho solo aggiustato un po’ la forma. È sempre una storiaccia di guerra che applica il metodo di romanzi come Confine di Stato di Simone Sarasso alla “battaglia del pastificio” di Mogadiscio del 1993.
Ne approfitto per dire, appunto, che ho aperto un blog dove promuovere le robe che vendo sul Kindle Store senza farlo qui. Se vi va, seguitelo.

Checkpoint Pasta è una storia che mi accompagna da tantissimo tempo. È una storia di guerra, ambientata immediatamente prima, durante e immediatamente dopo la “battaglia del pastificio”…

Sorgente: Checkpoint Pasta – ebook gratuito | Dorso di carta

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Il Giappone è proprio come lo disegnano, ep. 9: molte grazie, signor robot! Inchinatevi al suo cospetto e chiedete perdono delle vostre malvagità!!

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Ora, come tutti sapete, la cosa più bella di Tokyo è il Gundam a grandezza naturale collocato a Odaiba.
Odaiba è un’isola artificiale che sorge nella baia di Tokyo, dove un tempo sorgevano fortezze che dovevano difendere la città dagli attacchi dal mare (con grande tempismo, costruite dopo che gli americani erano arrivati a bussare da quelle parti con quattro cannoniere al comando dell’ammiraglio Matthew Perry – non Chandler di Friends, l’altro). Continua a leggere

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Il “mio” terremoto, un anno e spiccoli dopo

Il “mio” terremoto è stato appena una briciola del gigantesco plumcake di male che si è abbattuto su molti altri. Infatti un anno fa non ne ho scritto che pochissime righe, per pudore e rispetto verso chi aveva visto aprirsi crepe nei muri delle proprie case, aveva dormito in tenda, si era dovuto arrangiare con roulotte affittate a prezzi molto più alti di quelli che si potevano trovare fino a qualche giorno prima. Ma oggi, forse, anche due righe del terremoto visto dalle retrovie possono aiutare a dare un’immagine complessiva, senza cercare di levare spazio a chi era al fronte.

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“Andiamo in Polonia” (11 di 15 – Libera città)

Arrivare a Danzica vuol dire arrivare in una delle città simbolo del Novecento europeo: qui è iniziata la seconda guerra mondiale e qui ha iniziato a morire il comunismo negli anni Ottanta. Per me è anche il punto più a nord in cui sia mai stato nel continente europeo (spodestando Amburgo) e per questo viaggio è anche la prima volta che arriviamo sul mare. Baltico, ma sempre mare.

Fedeli al motto sexpistolsiano di “cheap holidays in other people’s misery”, ci siamo concessi l’albergo bello davvero e caro per gli standard polacchi, situato in un antico mulino affacciato sul canale principale della città.
“Vabbeh, abbiamo prenotato con le offerte di Booking, ci avranno dato una stanza che dà verso l’interno di quest’isoletta dove non c’è niente,” ci diciamo in ascensore. Poi apriamo la porta della camera e sotto una delle quattro finestre della stanza sta passando il galeone dei pirati che si vede lì in alto. Continua a leggere

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Baschia (6 di 6)

E quindi, dicevamo, lasciamo Mundaka, i suoi surfisti non abbastanza surfisti, il suo albergo di legno bianco e la sua chiesetta irlandese sul promontorio e in una mattina piovosa saltiamo in macchina per andare a Bilbao.


Sulla strada facciamo un rapidissimo summit per decidere se provare a visitare o no Guernica. Una rapida lettura della Lonely Planet nel parcheggio alle porte della città, mentre fuori piove e piove e piove e decidiamo che va beh, sarà per un’altra volta.
Arriviamo in aeroporto e restituiamo la macchina al noleggio, ci mettiamo gli zaini in spalla e andiamo allo sportello delle informazioni per farci spiegare come arrivare in albergo. C’è un momento di muto terrore quando la prima ragazza allo sportello legge il nome della via e fa alla collega “dove cazzo è?”; lo spettro dello studentato di San Sebastian aleggia imperioso. Ma per fortuna l’altra prende l’evidenziatore e sulla cartina colora di giallo fluo una piccola via che corre parallela al fiume, a uno sputo dal ponte che porta al Casco Viejo. Sospiro di sollievo, autobus, scarpinata con gli zaini in spalla sotto la pioggerellina fastidiosa lungo un boulevard alla francese e poi il palazzo della pensione.
In realtà nel palazzo ci sono due pensioni. Citofoniamo a quella giusta, poi in ascensore pigio l’ultimo piano e mi accorgo dopo aver già suonato alla porta che non è la pensione in cui abbiamo prenotato, che invece è al primo piano. Scendiamo di nuovo e ho paurissima del pacco: primo piano, poca luce, magari è una topaia. E ci dobbiamo stare tre notti. E invece. Alla reception, che da su un vero e proprio salottino dove avrei passato delle ore, un signore gentilissimo (cubano, scopriremo poi) ci fa firmare quello che c’è da firmare e poi ci porta in camera. Come si apre la porta, vedo nella penombra un ambiente stretto e penso che era quello il pacco, che la stanza era un buco. Poi entriamo e ci rendiamo conto che quello è solo l’ingresso della stanza, con due armadi in cui starebbe senza problemi il mio intero guardaroba. La stanza è fottutamente grande, ha due (DUE) finestre, di cui una con un bovindo (bovindo viene da bow-window), che è il mio elemento architettonico preferito di tutto il mondo. Il bagno da solo è grande praticamente come la stanza che avevamo a San Sebastian.
Restiamo con il fiato sospeso, però il tizio non dice “ah no scusate, non è questa la vostra camera”, quindi è proprio camera nostra. È talmente una bazza che persino il frigo-bar ha prezzi umani. L’unica cosa è che c’è scritto esplicitamente che se ti beccano a mangiare in camera ti sderenano. Ma perché uno vorrebbe mangiare in camera quando là fuori i banconi dei bar sono pieni di prelibatezze a basso prezzo?
Nel quadro idilliaco della situazione, c’è un solo neo. Piove.
Ma tanto avevamo in programma di andare al Guggenheim (dopo non essere stati a quello di NYC) e quindi quello è il momento migliore.
Da dove siamo, al museo ci si arriva seguendo il fiume, una decina di minuti a piedi. La sponda su cui stiamo, quella della città moderna, è occupata da una lunga sequenza di tende e strutture dedicate ai giochi per i bambini, come parte delle celebrazioni dell’Aste Nagusia, la semana grande : nove giorni di festeggiamenti che iniziano il primo sabato dopo Ferragosto e contemplano divertimenti per grandi e per piccini (di quelli per i grandi, le strutture temporanee che vediamo dall’altra sponda del fiume, parleremo dopo).

PROBLEMS?

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