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Verso Oriente – Lhasa (2.1)

Valigie di un certo livello, a Chengdu

Facendo per l’ultima volta colazione all’albergo di Chengdu in vista della partenza per Lhasa non sappiamo che stiamo per dire addio all’unica colazione pienamente soddisfacente della vacanza, almeno per i nostri palati occidentali (per cui va bene un po’ di salato di colazione, ma fermiamoci al bacon, formaggio e uova, toh, a farla strana se siamo sulle isole britanniche i fagioli – non un menu completo da ristorante cinese).
Risalendo in camera per lavarci i denti notiamo il povero Aron, che ci ha dato appuntamento alle 7 per la partenza, accasciato su una sedia nella hall. Cerchiamo di passargli davanti in punta di piedi per non svegliarlo, ma ha i super sensi da guida che gli impediscono di gustarsi quel microsonno.

All’aeroporto di Chengdu, dove Aron ci guida attraverso il check in e ci lascia solo alla coda per il controllo dei passaporti, scopriamo una misura di sicurezza che non avevo mai visto altrove. Dopo avere registrato il bagaglio da imbarcare nella stiva devi aspettare alcuni minuti per verificare che il tuo nome non compaia su uno degli schermi della vergogna, nel qual caso devi andare a sentire cosa c’è che non va con la tua valigia. Neanche a dirlo, secondo me ce ne andiamo troppo presto, ma Aron (che vorrebbe anche andarsene a dormire o a prepararsi per i suoi altri clienti) insiste che è tutto ok e che possiamo metterci in fila per i passaporti. Dove comunque c’è un altro schermo della vergogna, che controllo ossessivamente già immaginando chi interpreterà il mio ruolo nel film-denuncia sulla mia ingiusta decennale detenzione nelle carceri cinesi per non so quale infrazione (ovviamente, non ho niente nel bagaglio che possa creare problemi, ma non si sa mai).

Anzi, no. Qualcosa ce l’ha Lucilla. Ma, per ora, passa inosservato.

Passiamo i controlli sventolando il nostro permesso di viaggio in Tibet, che ci garantisce una pletora di timbri sulla carta d’imbarco, aspettiamo l’aereo, saliamo sull’aereo e alla prima montagna che si vede svettare all’orizzonte ci domandiamo se sia già l’Everest (…).

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Verso Oriente – Chengdu (1.1)

SPOILER!

Chengdu.
Quarta città più popolosa della Cina (14 milioni di abitanti, più o meno come Lombardia e Piemonte messe insieme in poco più di due volte la superficie della provincia di Roma).
Capoluogo del Sichuan, provincia cinese rinomata per la sua cucina.

Una città dove puoi arrivare in mobike da Bologna, per giunta

Che cosa ci facciamo a Chengdu, in coda all’aeroporto per il controllo passaporti allo sportello per stranieri, dove siamo solo io, Lucilla, alcuni pompieri irlandesi e un paio di italiane?
Andiamo in Tibet. E poi in Nepal.
Che era, al contrario, il piano originale: andare in Nepal, andare in Tibet, tornare in Nepal, ripartire.
Ma c’è il piccolo problema che, anche se lo chiamiamo “Tibet” e ci sono le guide come se fosse uno Stato indipendente, il Tibet è una provincia della Cina, la regione autonoma del Tibet, istituita nel 1965, per formalizzare l’annessione del 1950 – dopo 39 anni di autonomia del Tibet dalla Cina. Siccome la situazione tibetana è da sempre molto delicata, tra spinte autonomiste e indipendentiste, la Cina – pur rendendosi conto del valore turistico della zona – ha messo una serie di rigidi paletti per il turismo in Tibet. Uno di questi è che gli stranieri possono entrarci solo se hanno una guida e un altro è che, per entrare in Tibet dal Nepal, via terra o in aereo, bisogna essere in un gruppo di almeno cinque persone della stessa nazionalità, altrimenti il permesso di viaggio viene rifiutato. Se però si entra in Tibet da un’altra provincia cinese, via terra o via aereo, non c’è problema.
Quindi, Lucilla e io siamo stati costretti a rivedere il nostro piano iniziale. E Chengdu sia.
A questo punto, mentre siamo in coda per il timbro di ingresso sul passaporto, è anche bene ricordare che chiedere un visto per la Cina è comunque un’operazione che, a noi europei abituati a gironzolare per mezzo mondo un po’ come ci pare, appare fastidiosa: ci sono moduli da consegnare all’ambasciata o ad agenzie che facciano da intermediari, prenotazioni aeree e di alberghi da presentare per dimostrare che a un certo punto te ne vai davvero a casa. Se poi per sfiga hai un timbro turco sul passaporto (come me), devi dichiarare quanto sei stato in Turchia, dove e perché. Il visto cinese, quando arriva, è un bell’adesivo che occupa una pagina intera, mentre quella di fronte deve restare vuota per accogliere gli agognati timbri.
E una volta che hai il visto, se vuoi andare in Tibet, non è finita: con quello, la tua agenzia di viaggio (noi ci siamo affidati all’ottima Navyo Nepal Discover Asia) può richiedere l’agognato Tibet Travel Permit.
Se si pensa che per secoli Lhasa è stata una delle città meno accessibili del mondo (fino a che nel 1904 gli inglesi non si sono aperti la strada a forza in Tibet, come raccontato in un bellissimo libro di Hopkirk, Alla conquista di Lhasa, che documenta tutti i tentativi degli occidentali di farsi strada fino alla capitale dei Lama), in fondo i cinesi hanno fatto del loro meglio per mantenere viva – almeno – questa tradizione tibetana.

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Chile – 6 – Atacama (4)

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La cosa migliore dell’ultima escursione nei dintorni di San Pedro di Atacama è questa: si parte alle 8.30 e non nel cuore della notte.
Per giunta, quando arriva il minivan scopriamo che la nostra guida è di nuovo Pablo, con cui ci eravamo trovati un sacco bene e con cui ci fa piacere chiudere il ciclo desertico della vacanza.
Tutto bene-bene, quindi?
Insomma: c’è un po’ di timore perché oggi arriveremo fino a 4.800 metri e il giorno prima Lucilla sopra i 4.000 ha sofferto un po’ e perché l’escursione viene presentata come la più avventurosa tra quelle offerte da Cosmo Andino. Ma soprattutto c’è molto timore quando Pablo ci saluta e ci dice: “Oh, oggi siete quasi tutti italiani!”
“Buona fortuna,” gli rispondo io, ma in realtà è a me che la auguro.
Però, spoiler, per fortuna andrà benissimo perché i compagni di escursione sono:
– la coppia di signori milanesi con figlia con la quale già avevamo fatto un’escursione, assolutamente piacevoli;
– una famiglia con padre olandese, madre torinese e due bambini sabaudo/neederlandesi;
– una coppia trentenne di nuova borghesia borghesia cinese da manuale.

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In primo piano, un’animita abbastanza minuta

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Chile – 5 – Atacama (3)

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Non giriamoci attorno.
Nulla fa più “vacanze” di quei momenti in cui sei a 4.300 metri d’altezza, sono passate da poco le 7 del mattino, fuori ci sono dodici gradi sotto zero e prima di scendere dal minivan la guida sta spiegando che cosa fare se qualcuno viene investito da un getto di acqua rovente (mi pare che l’importante fosse avere abbastanza salsa verde, ma potrei sbagliarmi).
Tutto questo succede quando siamo arrivati alla zona di geyser nota come El Tatio, a un’ottantina di chilometri da San Pedro de Atacama, sulle Ande.
El Tatio (a parte l’articolo, il nome è in lingua atacamena e sembra che significhi qualcosa come “il forno”, oppure “apparire”, ma forse anche “scottatura” o “nonno”) è la zona di geyser più grande di tutto l’emisfero australe, con un’estensione di ben 30 kmq. È anche quella più alta al mondo (insieme a un’altra in Bolivia) e circa l’8% di tutti i geyser conosciuti al mondo si trovano in questa zona. Continua a leggere

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Chile – 3 – Atacama (1)

La prima volta che ho sentito parlare del deserto di Atacama era il 1992, nel secondo incontro tra Dylan Dog e Martin Mystère. La pagina qui sotto contiene una verità (è una delle zone più aride della Terra) che serve a far passare meglio una beffa: il Pisum alatum non esiste, ma è una specie inventata da Guido Nolitta (ovvero Sergio Bonelli) in un episodio di Zagor.

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Cosa c’entra questo con il nostro viaggio? Quasi nulla, però è una bella coincidenza che il numero di pagina sia il 23, perché è il numero preferito di Lucilla, essendo la sua data di nascita.
Nella “divisione” delle zone del viaggio in Cile, il deserto di Atacama era un po’ di pertinenza di Lucilla, nel senso che è stata lei che, dopo che abbiamo prenotato i voli, un giorno mi ha mandato un messaggio con scritto: “Mi dai carta bianca per organizzare le escursioni nel deserto?”.
Lo sventurato rispose (positivamente) e, nel tempo che ci ho messo a rendermi conto che potevo essere stato imprudente, già Lucilla mi chiedeva di confermare il mio peso, il passaporto e i dati dell’assicurazione di viaggio. A quel punto ho preferito non sapere nulla di quello che ci avrebbe aspettato, almeno fino a che non saremmo stati sull’aereo per Calama, da cui poi si arriva a San Pedro de Atacama.
Quando l’ho scoperto, ho immediatamente rimosso l’informazione. Continua a leggere

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Chile – 2 – Valparaiso

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Il 14 agosto mi sono appena svegliato; è abbastanza presto perché abbiamo in programma di andare a prendere il pullman per Valparaiso e dobbiamo muoverci per tempo.
Sono ancora a letto che scorro la timeline di Facebook sull’iPhone e a un certo punto leggo che è crollato un ponte a Genova. “Ma che è ‘sto ponte Morandi?” mi chiedo. Sono nato e cresciuto a Genova ma non avevo mai saputo come si chiamasse il ponte dell’autostrada.
Lo scenario, come si vede dalle foto, è un misto di apocalisse e assurdità: sotto quella pioggia e quel cielo grigio che dovrebbe appartenere più all’inverno in cui mi trovo che non all’estate ligure, i frammenti del ponte crollati nel letto del Polcevera sembrano qualcosa uscito da un film a basso costo, che nasconde i limiti degli effetti speciali dietro alla scarsa visibilità. Continua a leggere

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Canadà (4) – Quebec! (1 di 2)

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Una foto di una foto dell’hotel più fotografato al mondo secondo la Lonely Planet (che però è reticente sulle altre posizioni della classifica degli hotel più fotografati al mondo)

Fedeli alla linea (del bus), anche per spostarci da Montreal a Quebec la nostra scelta è ricaduta sul torpedone.
Ma prima di arrivarci c’è da passare lo scoglio della colazione.
In una recensione su Tripadvisor dell’Hotel Elegant si legge:

La stanza dove viene servita la colazione sembra un sottoscala con pochi posti a sedere e la qualità della colazione servita è quasi imbarazzante.

Ed è esattamente così. La colazione è servita in una stanzetta di due metri per tre con 7-8 posti a sedere. Ti puoi servire di un’enorme brioche stantia da una scatola di plastica, versare una tazza di caffè e poi… uhm… potresti sederti? No, perché non c’è posto. Allora che fai?
Non lo so, io ho preso il mio vassoietto e sono andato a mangiare sul divano all’ingresso (per fortuna che Lucilla non ha preso niente, altrimenti avremmo dovuto fare a turno perché in due non avremmo avuto dove appoggiare i vassoi), davanti alla reception, nell’indifferenza del portiere. Quindi suppongo si potesse fare. O che comunque non gliene fregava un cazzo a nessuno. Come di tutto il resto che riguarda quell’albergo.

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La tipica architettura nord-americana

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