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Verso Oriente – Bhaktapur e Patan (8.3)

Il 22 agosto partiamo di buon’ora dall’albergo con la guida e l’autista per percorrere i 13 chilometri circa che separano Katmandu da Bhaktapur.
Fondata nel XII secolo dal re Ananda Malla, fu la capitale del Nepal da XIV al XVI secolo. La cosa buffa, se si guarda una mappa della Valle di Katmandu, è che c’erano tre città in un fazzoletto di terra, ciascuna capitale di un proprio regno e in competizione le une con le altre.
Se oggi lo sviluppo di Katmandu ha finito per inglobare Patan, Bhaktapur resta ancora un centro autonomo e, per molti versi, meno frenetico e caotico della capitale.

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Verso Oriente – Katmandu (8.2)

L’area di Durbar Square a Katmandu porta ancora, inevitabilmente, i segni del terremoto del 2015, che ha fatto strage dei templi e degli altri edifici. C’è una pagina wikipedia che dà un colpo d’occhio della situazione, con foto del prima e del dopo.
Visitiamo l’antico palazzo reale di Katmandu, ma in questa fase sono ancora troppo preso dall’ambientarmi in questo nuovo mondo per prendere nota (o ricordare) bene i particolari architettonici o storici. Ne parleremo, però, più avanti, perché le Durbar Square delle tre antiche città stato della valle (Katmandu, Bakthapur e Patan) sono molto simili e ci sarà modo di rifarsi.
Camminando lì attorno, il caos di colori, rumori e odori è la cosa che resta più impressa. Le statue delle divinità sono ravvivate dalla polvere colorata, gialla e rossa, che le persone vi spargono sopra – in un caso lo vediamo in diretta, un signore che si ferma un attimo per spalmare qualcosa su Ganesh, come da noi ci si farebbe il segno della croce davanti a un’edicoletta con la Madonna. Il sentimento religioso è simile, la differenza che qui la statua sacra non è intoccabile ma ci si interagisce direttamente.

Il caro vecchio Ganesh, protettore degli inizi e della creazione
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Verso Oriente – Katmandu (8.1)

La prima giornata a Katmandu si apre con una colazione come Dio comanda, nella quale l’unico ostacolo è la competizione con una folta compagnia di famiglie indiane che devono avere fatto un master in “Lotta al buffet” in Italia. C’è da dire che le signore hanno degli abiti bellissimi e colorati a cui si perdona un po’ tutto. Sopravvissuti all’ordalia, nonostante un curioso equivoco di Lucilla che butta sui cereali una cucchiaiata di quello che credeva yogurt e invece era salsa all’aglio, siamo pronti per fare la conoscenza con la nostra nuova guida, Hiragyan.
Hiragyan è un signore dall’aria molto compita, basso e compatto, che parla italiano con un accento che, come ci aveva anticipato il giorno precedente la signora dell’agenzia che era passata a salutarci in albergo, ricorda un po’ quello tedesco. Hiragyan è un newari, l’etnia originaria della valle di Katmandu; lo stesso nome “Nepal” deriva da “newar”. Tra le altre cose, sono stati i newari a inventare la pagoda, che dalla valle di Katmandu si è diffusa, riadattata, in tutta l’Asia.
Abbiamo anche un nuovo autista, un ragazzo giovane con cappellino con visiera incorporato che ha tutta l’aria di quelle che in un film su una rapina dice “io guido e basta”. Un po’ un Ryan Gosling di Drive nepalese, ecco.

Lui sulla macchina non ha Ganesh, ma un Buddha avvolto in una sciarpa rossa
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Verso Oriente – da Jilongzhen a Katmandu (7)

Jilongzhen.
Interno di una stanza d’albergo. Attorno all’alba. Lucilla e io, vestiti, con il cappuccio della felpa tirato sulla testa, stiamo aspettando fino all’ultimo per alzarci e prepararci. Abbiamo dormito poco e male. Per la seconda notte di seguito. Ma mentre quella prima almeno eravamo ai piedi del Monte Everest, qui siamo in una brutta cittadina di confine, in un albergo che fa venire voglia di una doccia di decontaminazione ancora più che la gita a Chernobyl dell’ultimo giorno del 2017. E ha piovuto, forte, per tutta la notte. Tuoni, lampi, tutto il repertorio
All’improvviso, bussano alla porta.

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Verso Oriente – da Rongbuk a Jilongzhen (6)

La mattina del 19 agosto non è propriamente che mi svegli, perché per il freddo ho trascorso la notte alternando sonno e veglia, con il terrore di dover andare in bagno, affrontando il gelo della notte per arrivare fino alle orride latrine (e magari incontrare qualche altro sventurato impegnato a liberare gli intestini, per dire).

Per chi le avesse dimenticate

Attorno alle 5, quando è ancora buio, però, sia io sia Lucilla abbiamo bisogno di un pit stop (del resto abbiamo passato la giornata prima a bere tè caldo), così riemergiamo dal bozzolo di piumoni che abbiamo creato – praticamente già vestiti –, ci infiliamo le scarpe e riusciamo ad andare e tornare senza avere incontrato nessuno.
A quel punto non riprendiamo davvero sonno e, quando la luce che entra dalla finestra inizia a rischiare la stanza, veniamo salutati dall’alba che sorge sul versante nord dell’Everest.

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Verso Oriente – da Tingri a Rongbuk (5)

ATTENZIONE: contiene monte Everest

Il 18 agosto è il gran giorno, quello che si concluderà arrivando in faccia al monte Everest, per la precisione al suo versante nord.
La prima tappa della giornata, però, è piuttosto deludente.
Il monastero di Shelkar (o Shegar, la traslitterazione è una landa impervia e dominata dal caos, da queste parti) è in pieno restauro e non si vede quasi niente. Tra quello che si vede, è interessante trovare all’esterno una bombola di ossigeno da alpinismo usata come campana, però, a segnare il fatto che questa è una tappa obbligata lungo la strada per l’Himalaya.

Dal monastero si gode anche di una bella vista sulle rovine del forte alle sue spalle, nonché un’istruttiva visione di insieme dell’abitato sottostante dove vecchio e nuovo convivono come separati in casa.

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Verso Oriente – da Gyantse a Tingri (4)

Il primo ricordo della mattina del 17 agosto è nella sala della colazione dell’albergo di Gyantse, dove una povera cameriera cerca di tenere a bada un’orda di italiani con una sola caraffa di caffè alla volta. Nei suoi occhi, c’è il terrore più nero, ma mi pare di ricordare che alla fine sia sopravvissuta all’assalto.
Nel lasciare l’albergo, guardo per un’ultima volta l’altarino con le offerte a varie statue di figure della religione buddhista, che la sera prima avevo scambiato per un buffet di snack a disposizione degli ospiti. Solo la prontezza di spirito di Lucilla mi ha impedito di (mutatis mutandis) bermi l’acqua di Lourdes da una statuina di plastica.

A questo punto, arrivati a novembre, la mia memoria degli eventi un po’ vacilla. Sul mio taccuino di viaggio leggo:

SHALU MONASTERO

Affreschi antichi, misto di stile cinese/mongolo

Ricostruendo da wikipedia, gli affreschi sono del XIV secolo; secondo alcuni viaggiatori, tra cui Alexandra David Neel, i monaci di Shalu erano in grado durante la meditazione di produrre dal proprio corpo un calore talmente intenso da asciugarsi i vestiti indosso (comodo).
Ricordo che il monastero era praticamente deserto, ma poco altro.

Monastero di Shalu. Le mura grigia indicano la sua appartenenza alla scuola di Sakya, una delle quattro del buddismo tibetano

Lasciati i monaci autoriscaldanti di Shalu, ci dirigiamo verso “Tashilumpo, ricca d’inestimabili tesori, che fu fondata dal primo Dalai Lama nel 1447, sede storica del Panchen Lama” (secondo il programma di viaggio).
Ora, chi è il Panchen Lama? Facciamocelo spiegare con uno schemino da Fosco Maraini nel suo Segreto Tibet:

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