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Verso Oriente – da Gyantse a Tingri (4)

Il primo ricordo della mattina del 17 agosto è nella sala della colazione dell’albergo di Gyantse, dove una povera cameriera cerca di tenere a bada un’orda di italiani con una sola caraffa di caffè alla volta. Nei suoi occhi, c’è il terrore più nero, ma mi pare di ricordare che alla fine sia sopravvissuta all’assalto.
Nel lasciare l’albergo, guardo per un’ultima volta l’altarino con le offerte a varie statue di figure della religione buddhista, che la sera prima avevo scambiato per un buffet di snack a disposizione degli ospiti. Solo la prontezza di spirito di Lucilla mi ha impedito di (mutatis mutandis) bermi l’acqua di Lourdes da una statuina di plastica.

A questo punto, arrivati a novembre, la mia memoria degli eventi un po’ vacilla. Sul mio taccuino di viaggio leggo:

SHALU MONASTERO

Affreschi antichi, misto di stile cinese/mongolo

Ricostruendo da wikipedia, gli affreschi sono del XIV secolo; secondo alcuni viaggiatori, tra cui Alexandra David Neel, i monaci di Shalu erano in grado durante la meditazione di produrre dal proprio corpo un calore talmente intenso da asciugarsi i vestiti indosso (comodo).
Ricordo che il monastero era praticamente deserto, ma poco altro.

Monastero di Shalu. Le mura grigia indicano la sua appartenenza alla scuola di Sakya, una delle quattro del buddismo tibetano

Lasciati i monaci autoriscaldanti di Shalu, ci dirigiamo verso “Tashilumpo, ricca d’inestimabili tesori, che fu fondata dal primo Dalai Lama nel 1447, sede storica del Panchen Lama” (secondo il programma di viaggio).
Ora, chi è il Panchen Lama? Facciamocelo spiegare con uno schemino da Fosco Maraini nel suo Segreto Tibet:

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Verso Oriente – da Lhasa a Gyantse (3)

La mattina del 16 agosto, dopo che ho malincuore rinunciato all’idea di andare a fare colazione al Summit Cafè, un clone di Starbucks di fianco all’albergo perché non ce l’avremmo fatta con i tempi, saliamo sul minivan per il primo giorno on the road del viaggio in Tibet. A questo punto del resoconto è chiaro che il titolo “verso Oriente” è sbagliato, perché in realtà tutto il nostro viaggio si è svolto verso Occidente. Ma quando ho iniziato a scrivere avevo in mente i Timoria e non c’è stato niente da fare.

Da oggi, per tre giorni, il parabrezza della macchina diventerà il filtro principale attraverso il quale guardare il Tibet che ci scorre davanti per alcune ore al giorno. La cosa più caratteristica di questo parabrezza sono 2-3 fori sui lati, che un giorno mi fanno chiedere scherzosamente se gli avessero sparato addosso. In realtà, sono più prosaicamente il risultato di sassolini che hanno colpito il vetro su uno sterrato.
L’altra cosa sempre davanti agli occhi, ipnotica, è un una sacchettina che penzola dallo specchietto retrovisore insieme a un artiglio di rapace legato a una cordicella. Insieme, i due oggetti danno vita a fantasiose coreografie che allietano i momenti meno entusiasmanti del viaggio.
In generale, si viaggia bene, su strade ben asfaltate e percorse per lo più da veicoli per il trasporto di turisti.

Credo che sia il fiume Lhasa, con bizzarri veicoli locali in primo piano.
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Verso Oriente – Lhasa (2.3)

Dopo un’altra colazione al ristorante cinese, partiamo sotto un cielo di piombo da cui ha iniziato a scendere la pioggia, prima sottile poi sempre più forte a mano a mano che ci allontaniamo da Lhasa. La nostra meta è il monastero di Ganden, uno dei tre grandi complessi templari che circondano Lhasa; gli altri sono Drepung (visto il giorno prima) e Sera (che invece non vedremo). 
Il mio umore, dopo una notte praticamente in bianco e una colazione non pienamente soddisfacente, è sotto le scarpe. Non riesco a recuperare un po’ di sonno neanche durante il trasferimento e quando scendiamo dalla macchina sta decisamente piovendo. Non solo: siamo anche parcheggiati parecchio lontani dal tempio, perché pare che mezza Lhasa stamattina sia salita qui sopra.
“Oggi c’è una festa” ci spiega Sangpo.

Intanto, però, mentre ci incamminiamo a piedi sulla strada, lungo la quale è parcheggiata una serie interminabile di auto di gente che è arrivata prima di noi, abbiamo una vista del monastero. Definirlo monastero è riduttivo, perché di fatto è un intero paese che spicca, bianco e rosso, su un versante del colle davanti a noi.
Gruppi di tibetani sono accampati, come per un picnic, incuranti della pioggia, sul declivio che sovrasta la strada; altri si incamminano più in alto per andare a stendere bandiere di preghiera sul crinale. Altre persone ancora hanno montato gazebo lungo la strada e stanno preparando del cibo.

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Verso Oriente – Lhasa (2.1)

Valigie di un certo livello, a Chengdu

Facendo per l’ultima volta colazione all’albergo di Chengdu in vista della partenza per Lhasa non sappiamo che stiamo per dire addio all’unica colazione pienamente soddisfacente della vacanza, almeno per i nostri palati occidentali (per cui va bene un po’ di salato di colazione, ma fermiamoci al bacon, formaggio e uova, toh, a farla strana se siamo sulle isole britanniche i fagioli – non un menu completo da ristorante cinese).
Risalendo in camera per lavarci i denti notiamo il povero Aron, che ci ha dato appuntamento alle 7 per la partenza, accasciato su una sedia nella hall. Cerchiamo di passargli davanti in punta di piedi per non svegliarlo, ma ha i super sensi da guida che gli impediscono di gustarsi quel microsonno.

All’aeroporto di Chengdu, dove Aron ci guida attraverso il check in e ci lascia solo alla coda per il controllo dei passaporti, scopriamo una misura di sicurezza che non avevo mai visto altrove. Dopo avere registrato il bagaglio da imbarcare nella stiva devi aspettare alcuni minuti per verificare che il tuo nome non compaia su uno degli schermi della vergogna, nel qual caso devi andare a sentire cosa c’è che non va con la tua valigia. Neanche a dirlo, secondo me ce ne andiamo troppo presto, ma Aron (che vorrebbe anche andarsene a dormire o a prepararsi per i suoi altri clienti) insiste che è tutto ok e che possiamo metterci in fila per i passaporti. Dove comunque c’è un altro schermo della vergogna, che controllo ossessivamente già immaginando chi interpreterà il mio ruolo nel film-denuncia sulla mia ingiusta decennale detenzione nelle carceri cinesi per non so quale infrazione (ovviamente, non ho niente nel bagaglio che possa creare problemi, ma non si sa mai).

Anzi, no. Qualcosa ce l’ha Lucilla. Ma, per ora, passa inosservato.

Passiamo i controlli sventolando il nostro permesso di viaggio in Tibet, che ci garantisce una pletora di timbri sulla carta d’imbarco, aspettiamo l’aereo, saliamo sull’aereo e alla prima montagna che si vede svettare all’orizzonte ci domandiamo se sia già l’Everest (…).

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Verso Oriente – Chengdu (1.1)

SPOILER!

Chengdu.
Quarta città più popolosa della Cina (14 milioni di abitanti, più o meno come Lombardia e Piemonte messe insieme in poco più di due volte la superficie della provincia di Roma).
Capoluogo del Sichuan, provincia cinese rinomata per la sua cucina.

Una città dove puoi arrivare in mobike da Bologna, per giunta

Che cosa ci facciamo a Chengdu, in coda all’aeroporto per il controllo passaporti allo sportello per stranieri, dove siamo solo io, Lucilla, alcuni pompieri irlandesi e un paio di italiane?
Andiamo in Tibet. E poi in Nepal.
Che era, al contrario, il piano originale: andare in Nepal, andare in Tibet, tornare in Nepal, ripartire.
Ma c’è il piccolo problema che, anche se lo chiamiamo “Tibet” e ci sono le guide come se fosse uno Stato indipendente, il Tibet è una provincia della Cina, la regione autonoma del Tibet, istituita nel 1965, per formalizzare l’annessione del 1950 – dopo 39 anni di autonomia del Tibet dalla Cina. Siccome la situazione tibetana è da sempre molto delicata, tra spinte autonomiste e indipendentiste, la Cina – pur rendendosi conto del valore turistico della zona – ha messo una serie di rigidi paletti per il turismo in Tibet. Uno di questi è che gli stranieri possono entrarci solo se hanno una guida e un altro è che, per entrare in Tibet dal Nepal, via terra o in aereo, bisogna essere in un gruppo di almeno cinque persone della stessa nazionalità, altrimenti il permesso di viaggio viene rifiutato. Se però si entra in Tibet da un’altra provincia cinese, via terra o via aereo, non c’è problema.
Quindi, Lucilla e io siamo stati costretti a rivedere il nostro piano iniziale. E Chengdu sia.
A questo punto, mentre siamo in coda per il timbro di ingresso sul passaporto, è anche bene ricordare che chiedere un visto per la Cina è comunque un’operazione che, a noi europei abituati a gironzolare per mezzo mondo un po’ come ci pare, appare fastidiosa: ci sono moduli da consegnare all’ambasciata o ad agenzie che facciano da intermediari, prenotazioni aeree e di alberghi da presentare per dimostrare che a un certo punto te ne vai davvero a casa. Se poi per sfiga hai un timbro turco sul passaporto (come me), devi dichiarare quanto sei stato in Turchia, dove e perché. Il visto cinese, quando arriva, è un bell’adesivo che occupa una pagina intera, mentre quella di fronte deve restare vuota per accogliere gli agognati timbri.
E una volta che hai il visto, se vuoi andare in Tibet, non è finita: con quello, la tua agenzia di viaggio (noi ci siamo affidati all’ottima Navyo Nepal Discover Asia) può richiedere l’agognato Tibet Travel Permit.
Se si pensa che per secoli Lhasa è stata una delle città meno accessibili del mondo (fino a che nel 1904 gli inglesi non si sono aperti la strada a forza in Tibet, come raccontato in un bellissimo libro di Hopkirk, Alla conquista di Lhasa, che documenta tutti i tentativi degli occidentali di farsi strada fino alla capitale dei Lama), in fondo i cinesi hanno fatto del loro meglio per mantenere viva – almeno – questa tradizione tibetana.

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Chile – 6 – Atacama (4)

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La cosa migliore dell’ultima escursione nei dintorni di San Pedro di Atacama è questa: si parte alle 8.30 e non nel cuore della notte.
Per giunta, quando arriva il minivan scopriamo che la nostra guida è di nuovo Pablo, con cui ci eravamo trovati un sacco bene e con cui ci fa piacere chiudere il ciclo desertico della vacanza.
Tutto bene-bene, quindi?
Insomma: c’è un po’ di timore perché oggi arriveremo fino a 4.800 metri e il giorno prima Lucilla sopra i 4.000 ha sofferto un po’ e perché l’escursione viene presentata come la più avventurosa tra quelle offerte da Cosmo Andino. Ma soprattutto c’è molto timore quando Pablo ci saluta e ci dice: “Oh, oggi siete quasi tutti italiani!”
“Buona fortuna,” gli rispondo io, ma in realtà è a me che la auguro.
Però, spoiler, per fortuna andrà benissimo perché i compagni di escursione sono:
– la coppia di signori milanesi con figlia con la quale già avevamo fatto un’escursione, assolutamente piacevoli;
– una famiglia con padre olandese, madre torinese e due bambini sabaudo/neederlandesi;
– una coppia trentenne di nuova borghesia borghesia cinese da manuale.

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In primo piano, un’animita abbastanza minuta

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Chile – 5 – Atacama (3)

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Non giriamoci attorno.
Nulla fa più “vacanze” di quei momenti in cui sei a 4.300 metri d’altezza, sono passate da poco le 7 del mattino, fuori ci sono dodici gradi sotto zero e prima di scendere dal minivan la guida sta spiegando che cosa fare se qualcuno viene investito da un getto di acqua rovente (mi pare che l’importante fosse avere abbastanza salsa verde, ma potrei sbagliarmi).
Tutto questo succede quando siamo arrivati alla zona di geyser nota come El Tatio, a un’ottantina di chilometri da San Pedro de Atacama, sulle Ande.
El Tatio (a parte l’articolo, il nome è in lingua atacamena e sembra che significhi qualcosa come “il forno”, oppure “apparire”, ma forse anche “scottatura” o “nonno”) è la zona di geyser più grande di tutto l’emisfero australe, con un’estensione di ben 30 kmq. È anche quella più alta al mondo (insieme a un’altra in Bolivia) e circa l’8% di tutti i geyser conosciuti al mondo si trovano in questa zona. Continua a leggere

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