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Il Movimento e il movimento

Sì, c’entra anche lui

Il movimento No Tav esiste, in varie forme, dalla fine circa degli anni Ottanta circa. In questi trent’anni si è costituito come un’entità incredibilmente attiva e radicata, capace di esprimere un’opposizione al progetto contro cui si batte che non è limitata alla caricatura che ne fanno i detrattori.
Purtroppo, da quando è al governo, il movimento 5 stelle, nel suo dichiararsi “No Tav” non ha fatto altro che dare in pasto ai mass-media esattamente la caricatura “nimby” che tanto va per la maggiore.
Prova ne è Di Maio che in Abruzzo, sparando cifre a caso sul tempo di percorrenza in treno tra Roma e Pescara, dice che una Tav andrebbe invece fatta lì, dimostrando di non avere idea, appunto, delle ragioni No Tav e del loro non essere legate alla sola realtà valsusina.
Un racconto delle ragioni del Movimento No Tav, delle sue origini, di quello che ha prodotto, delle sue prospettive e della sua demonizzazione è stato pubblicato da Wu Ming 1 e si intitola Un viaggio che non promettiamo breve. Da ottobre dello scorso anno, come altri libri di WM, è disponibile per il download gratuito in vari formati.
Certo, è una lettura lunga, ma bisogna farsene una ragione: se un tema è complesso, non si può esaurire a slogan.
Né si può ridurre l’esperienza del Movimento No Tav al tragico dilettantismo (nella migliore delle ipotesi) dei cinque stelle.

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Archiviato in Libri, politica

Di ebook, copyleft e formati

È online da ieri un libro scritto da Wu Ming 2, “Il sentiero degli dei”, che parla del cammino tra Bologna e Firenze, la via degli dei, appunto.
Come da tradizione, il libro è disponibile gratuitamente per  il download, con questa avvertenza:

Download gratuito, come sempre. Se pensi che questo sforzo di apertura, questa politica di copyleft che portiamo avanti da tanti anni, meriti una ricompensa, un incoraggiamento, un feedback, un… “controdono” da parte tua, puoi usare PayPal per mandarci qualche scellino. Così, per la nostra bella faccia.

Stamattina, sul twitter di Wu Ming sono comparsi, inframezzati da altri, questi messaggi:

Secondo me il problema è leggermente mal posto e non tiene in considerazione il primo commento, dello stesso WM2, apparso nel blog che annunciava la messa online del libro:

Mi dicono i tecnici della materia che fare un ePub a partire dal PDF è cosa complicata e che sarebbe meglio avere un formato odt o rtf. La risposta è: lo avrete, ma dopo l’estate.
Centinaia di correzioni e modifiche sul testo noi le facciamo ancora a penna, sulle bozze cartacee, e poi le comunichiamo per e-mail o telefono alla casa editrice, che le mette direttamente nel file pronto per la stampa. Generare il file odt o rtf da questo file pronto per la stampa a quanto pare non è semplice e siccome in una casa editrice piccola come Ediciclo c’è sempre un sacco di lavoro per poche persone, bisogna aspettare che qualcuno trovi il tempo per farlo.
Ecco perché abbiamo messo on-line il PDF originale del libro (tagliando solo le illustrazioni e le foto, per motivi di peso) e non il file in solo testo, come sarebbe stato preferibile.

Il libro infatti è stato messo a disposizione  come PDF a fogli stesi (due pagine sulla stessa facciata orizzontale, come quando si fotocopiano i libri), file prodotto evidentemente dallo stesso impaginato usato per stampare il libro cartaceo, con numeri di pagina, titoletti e quand’altro.
Chi sono oggi le persone che possono essere disposte a pagare per un libro elettronico?
I possessori di e-reader. Non tutti, beninteso, ma se c’è qualcuno che è pronto a scucire degli scellini, con ogni probabilità è qualcuno che è già abituato a pagare per avere in cambio dei file.
Ma cosa se ne fa un possessore di e-reader di un PDF del genere?
Praticamente niente. A convertirlo in ePub viene una cosa particolarmente brutta, con formattazioni più o meno casuali. Leggerlo direttamente come PDF, a meno che non abbia uno schermo particolarmente grande, è un’operazione menosissima.
Io sarei ben contento di scucire anche qualche ghinea, ma, se non per un file ben formattato, quanto meno per uno che posso convertire senza grossi traumi.
Insomma, il punto è questo: nel 2011 un autore copyleft deve essere tecnologicamente alla pari dell’offerta dell’editoria digitale. Cory Doctorow (per citare il titano di queste cose) è Cory Doctorow anche perché i suoi libri, come per esempio Makers, sono a disposizione (in larga parte grazie ai lettori stessi, che però partono da formati gestibili) in più o meno qualsiasi formato esistente al mondo.
Non ho idea di come stia andando “senzablackjack“, l’area download dei libri dei Kai Zen, con offerta libera, però i loro due libri sono a disposizione in pdf, mobi ed ePub.
Potenzialmente una strada c’è, anche se siamo il paese in cui la gente scarica film registrati con la telecamerina al cinema tutta contenta di non aver pagato il biglietto, per gli autori copyleft; però passa attraverso gli early adopters di lettori di libri elettronici. E se non gli si va incontro, può diventare parecchio in salita.
(niente, volevo commentare la cosa su Twitter ma non ce l’avrei mai fatta)
Edit: come segnalato da WM1 nei commenti, qui tutta la discussione nata su twitter è riassunta in modo molto più articolato.

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Prima di andare a Genova – 1. Dichiarazioni di guerra

[Dieci anni dopo, diamo un’occhiata a che facce avevano gli italiani prima di andare a Genova per spaccarne o per farsele spaccare]

Il 26 maggio 2001, una delegazione di Tute Bianche guidata da Luca Casarini lesse a Palazzo Ducale, futura sede dell’incontro del G8 di Genova, il seguente comunicato:

Alla Società Civile Globale;

al Comitato nazionale per l’ordine e la sicurezza – Italia
al Ministero della Difesa italiano – Capo di stato maggiore;
al Governo italiano – Presidenza del Consiglio – Presidente della Repubblica;
al Capo di Stato Maggiore FF.AA. Stati Uniti d’America – Ambasciata americana Roma;
Direzione C.I.A. – sede S.I.S.D.E. Roma;

DICHIARAZIONE DI GUERRA AI POTENTI DELL’INGIUSTIZIA E DELLA MISERIA

Apprendiamo da fonti giornalistiche italiane che i governi italiano e americano hanno deciso in una riunione svoltasi al Viminale, Roma, il 24 maggio 2001, di dichiarare formalmente guerra alle moltitudini di fratelli e sorelle che confluiranno a Genova durante il vertice del G8 previsto per luglio. La scelta di usare le vostre forze armate e i corpi speciali contro l’umanità, vi rende più vicini ai vostri alleati che nel sud del mondo quotidianamente uccidono, affamano, perseguitano chi non accetta lo sfruttamento del neoliberismo. In ogni parte di questo pianeta i vostri militari intervengono con i fucili contro le idee e i sogni di un mondo diverso, un mondo che contenga molti mondi. Il mondo che voi volete imporre anche nella vostra riunione di Genova, è un mondo unico, dove esista un pensiero unico, dove l’unica ideologia sia quella del denaro, dei profitti, del mercato delle merci e dei corpi. Il vostro mondo è un impero, voi gli imperatori, miliardi di esseri viventi semplici sudditi.

Dalle periferie di questo impero, dai molti mondi che resistono e crescono con il sogno di una esistenza migliore per tutti, oggi, noi, piccoli sudditi ribelli, vi dichiariamo formalmente guerra. È una scelta che voi avete provocato, perché noi preferiamo la pace, è una decisione che per noi significa sfidare la vostra arroganza e la vostra forza, ma siamo obbligati a farlo.

È un obbligo tentare di fermarvi perché finisca l’ingiustizia
È un obbligo dare voce ai fratelli e sorelle che in tutto il pianeta soffrono a causa vostra
È un obbligo non cedere alla paura dei vostri eserciti e alzare la testa

È un obbligo perché solo per obbligo noi dichiariamo le guerre. Ma se dobbiamo scegliere tra lo scontro con le vostre truppe d’occupazione e la rassegnazione, non abbiamo dubbi. Ci scontreremo.

Vi annunciamo formalmente che anche noi siamo scesi sul piede di guerra. Saremo a Genova e il nostro esercito di sognatori, di poveri e bambini, di indios del mondo, di donne e uomini, di gay, lesbiche, artisti e operai, di giovani e anziani, di bianchi, neri, gialli e rossi, disobbedirà alle vostre imposizioni. Noi siamo un esercito nato per sciogliersi, ma solo dopo avervi sconfitto. Oggi noi diciamo “Ya Basta!”.

Dalle periferie dell’Impero
Tute Bianche per l’umanità contro il neoliberismo
26 maggio 2001 – Genova, Italia, Pianeta Terra

Ovviamente, l’evento venne raccontato dai telegiornali filtrando qualsiasi simbolismo e presentando dei tizi con il passamontagna che promettevano guerra. Tanto per preparare il terreno.

All’inizio del mese, a Bologna, avevo sentito recitato il proclama di Wu Ming “Dalle moltitudini d’europa in marcia contro l’Impero e verso Genova“, che fa questo effetto qui:


Ricordo distintamente che mentre un tizio davanti a me si coprì la faccia con una maglietta a mo’ di passamontagna e alzò la mano destra nel gesto a tre dita della P38 io guardai il mio amico Flavio e gli chiesi “ma non ci si potrebbe identificare con qualcuno che non è stato orribilmente massacrato, una volta ogni tanto?” (un’intuizione che anticipava la conclusione a cui sono giunti nel 2009 gli stessi Wu Ming)

(continua)

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I libri di dicembre

E con questi chiudiamo i libri letti nel 2009. Evidenziato il più consigliato.

Q – Luther Blissett (Einaudi)
Altai – Wu Ming (Einaudi)

(nota: dopo aver letto Altai, ho caricato Q sul kindle e l’ho riletto. Unifico i due discorsi, ma Altai è, ovviamente, leggibile anche senza sapere nulla di Q)
Per tornare nel mondo narrativo di Q, i Wu Ming scelgono di passare dall’Europa al Mediterraneo. Da un mondo di identità rigide e segmentate a uno in cui le identità sono una cosa molto più confusa e complicata. Se per il narratore di Q (e per il suo antagonista) essere figure multiformi, mai uguali a se stesse era un tratto distintivo rispetto agli altri personaggi, in Altai c’è grande confusione sotto il cielo, la confusione appunto nel mediterraneo del XVI secolo e di Costantinopoli. La stessa confusione di cui parlano altri due romanzi italiani degli ultimi anni: “Cristiani di Allah” di Carlotto e “La luce di Orione” di Valerio Evangelisti, che cercando di mostrare come sia esistito un passato in cui i confini tra le civiltà che si affacciano sul mediterraneo erano molto più sfumati di quanto non crediamo di solito. Altai è la storia della fuga dell’agente di un immaginario “servizio segreto” di Venezia, accusato – perché ebreo – di essere coinvolto nell’esplosione dell’Arsenale, verso Costantinopoli, dove si troverà a prendere parte a un tentativo di creare una nazione ebraica a Cipro. Questo in grossa sintesi.
Rispetto a Q, è evidente la maturazione della scrittura avvenuta in questi dieci anni (oltre al fatto che uno degli autori del primo romanzo ha lasciato la compagnia e che nel frattempo se ne è aggiunto un altro, WM5, che portava in dote un’identità di autore già abbastanza formata), che si riflette anche nell’impianto del libro: Q è un romanzo in cui si avverte quasi tangibile il desiderio irruente di scrivere una storia d’avventura attorno ai concetti di cui si interessava il Luther Blissett Project. E come tale contiene diverse sequenze che si rifanno esplicitamente alla tradizione della narrativa d’avventura, con tanto di contrabbandieri del delta del Po che non hanno nulla da invidiare a thug salgariani. Altai, invece, è un romanzo che scorre più pacato, tra molti dialoghi e riflessioni; in questo senso è decisamente figlio dell’esperienza di “Stella del mattino” (e infatti a una presentazione è stato detto che WM4 è stato parecchio attivo nella revisione dei capitoli). Non che non ci siano momenti di azione (l’assedio di Famagosta, la battaglia di Lepanto per dire), ma non sono così al centro della narrazione. Come Q, anche Altai è una storia di fallimenti, di corruzione di ideali; ma se in Q c’era una vena quasi consolatoria (la degenerazione di Münster era eterodiretta), Altai non offre appigli di questo genere e mostra come un ideale possa corrompersi da sé.
Altai è un bel romanzo, una storia in cui si respira l’aria di molte avventure di Dago, il personaggio a fumetti creato da Robin Wood: sogni, tradimenti, violenze, oasi di salvezza solo temporanee da un destino ineluttabile. Non ha (e forse non cerca neanche di avere) la stessa forza d’urto di Q, ma ne affronta i temi sotto un’altra prospettiva, con una sensibilità differente, più matura e consapevole.

L’arte di uccidere un uomo – Giaime Alonge (Baldini & Castoli Dalai)
Seconda metà degli anni novanta: una squadra di mercenari, a diverso titolo reduci dallo smembramento dell’URSS viene assoldata per una vendetta tra clan rivali nel nord dell’Iraq. Da questo spunto, Alonge tira fuori una storia crepuscolare sulla fine di un mondo e dei suoi protagonisti, pronti a essere rimpiazzati d qualcosa di nuovo e meno comprensibile. Prendendosi tutto il tempo necessario per tratteggiare i suoi personaggi, l’autore dà vita a una storia drammatica e credibile, che ondeggia tra crudo realismo e momenti quasi elegiaci e sospesi nel tempo (la tappa al villaggio fortificato, la morte di uno dei personaggi tra antiche rovine). Se piace un certo tipo di storie di guerra, con soldati invecchiati e disincantati che continuano a praticare il “mestiere delle armi” perché è l’unica cosa che sanno fare, è una lettura perfetta per ritrovare quel tipo di atmosfera, unita a scene d’azione ben orchestrate e descritte. Il personaggio dell’inglese è forse la cosa migliore del romanzo e, in più occasioni, ruba la scena a quello che dovrebbe essere il vero protagonista.

Il mio vizio è una camera chiusa – AA.VV. (Gialli Mondadori)
Antologia di autori italiani, curata da Stefano Di Marino, dedicata al “thrilling”, cioè ai thriller italiani degli anni settanta, la cui storia è ricostruita in un saggio contenuto all’interno del volume, opera dello stesso curatore. E proprio quel saggio è la cosa migliore del libro, che per il resto si snoda in una serie di racconti più o meno anonimi che cercano di ricreare piuttosto stancamente l’immaginario tipico del genere.

Sarà vero – Errico Buonanno (Einaudi)
Cosa è, esattamente, la “realtà”? E cosa è “falso”, se nella storia una miriade di invenzioni mendaci, concepite con intenti più o meno truffaldini, hanno finito per portare radicali cambiamenti nel corso degli eventi, nelle vite delle persone, degli stati, delle organizzazioni? Con uno stile ironico e scorrevole, Bonanno dipinge una lunga panoramica sul tema, ricostruendo la storia e le fortune di alcuni dei “falsi” più importanti della nostra storia. Divertente, ben documentato e con alcune parti, come il debunking di Rennes-le-Chateau, da applausi a scena aperta.

The girl next door – Jack Ketchum (Leisure Books)
“Tratto da una storia vera” solitamente è un segnale che indica la boiata, declinata in una qualsiasi delle forme che questa può assumere. Se si tratta della storia di una ragazzina americana che, negli anni cinquanta, viene segregata dalla zia con cui vive in uno scantinato, dove è sottoposta dalla donna, dai figli di lei e dai loro amici a sevizie, umiliazioni e violenze di ogni tipo, beh, il rischio del torture porn è giusto lì dietro l’angolo. Con queste premesse, il lavoro fatto da Ketchum è di altissimo livello, paragonabile come impatto e come abilità nel riutilizzo della “storia vera” per indagare nella psicologia e nella società alla “Dalia Nera” di Ellroy. L’intuizione vincente dell’autore è quella di raccontare la vicenda attraverso le parole e gli occhi di un ragazzino che rimane invischiato a poco a poco nella catena di umiliazioni e violenze sulla ragazza, senza mai riuscire veramente a ribellarsi a queste, come se in fondo, nonostante la sua precedente amicizia con la ragazza, sia affascinato da quello che sta succedendo e incapace di vederlo come l’orrore che è. E la bravura è anche quella di mettere il lettore in una posizione simile. Molte scene del libro sono autentici pugni nello stomaco. E la fine è inevitabile, lo si intuisce dal fulminante capitolo iniziale. E ci sono dei momenti in cui vorresti mettere giù il libro e dire “ok, ho capito cosa deve succedere, preferirei non pensarci e non pensarci che è successo davvero a una persona in carne e ossa e sangue”. E invece vai avanti. Fino a che Ketchum non ti gela: un capitolo si interrompe con la preparazione di una scena terribile, ma il capitolo dopo è una frase sola, in cui il narratore si rifiuta di descrive ciò che vide. Un trucco vecchio come la narrativa horror stessa, ma che qui deflagra con la potenza di un quintale di tritolo, perché in un colpo solo ti lascia da solo a immaginare una scena che qualsiasi descrizione avrebbe solo reso più banale e normalizzata e ti accusa anche di essere una specie di guardone che non aspettava altro che di vedere descritta quella cosa orribile.
Era molto tempo che non leggevo qualcosa che riuscisse a giocare così con le sensazioni del lettore, così vivido nel trasmettere orrore, non solo fisico ma anche morale, così potente e lucido come riflessione sul “male”. In Italia l’ha tradotto la Gargoyle Books (che ha degli ottimi titoli, ma che fa dei libri che mi piacciono davvero poco) come “La ragazza della porta accanto”. Online si trova in inglese a meno di 5 euro.
(Un grazie a Elvezio Sciallis per la segnalazione)

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