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Mille strappi di morbidezza

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Scusate la faccia

I fatti sono noti: il giorno dell’ennesima visita a Bologna di Matteo Salvini (che potrebbe anche starsene a casa sua invece che venire a rompere il cazzo qui) alcuni militanti di Hobo, un collettivo universitario “antagonista” entrano nella Feltrinelli di piazza Ravegnana – quella sotto le due torri, la Feltrinelli per eccellenza – strappano le pagine di alcune copie del libro scritto dal segretario della Lega (appena pubblicato) e diffondo il filmato, ironicamente accompagnato dalle note della sigla di Daltanius.
La cosa su cui ci sarebbe più da discutere, secondo me, è se l’uso della canzone sia ironico o no: Extraterreste via da questa terra mia viene, per così dire “messo in bocca” a Salvini, in absentia, o è rivolto a Salvini?
Invece, in un Paese che giornalmente condanna alla distruzione migliaia di copie di libri perché non li compra nessuno e quindi prima o poi vanno al macero, è partito il Grande Coro di Vibrante Sdegno, con grande gioia di quelli che si sentono molto provocatorii ad accomunare fascismo e antifascismo. Perché, insomma, i libri non si toccano. Subito seguiti dai voltairiani d’accatto che hanno annunciato che avrebbero comprato il libro per protesta, solidarietà, vanità o chissà perché.
Poi è arrivato Saviano e ha scritto delle robe su Gian Giacomo Feltrinelli. Non propriamente centrate.

Ma andiamo con ordine.
È stato un atto violento? Sì. È stata fatta della violenza contro delle cose.
Ma, cosa vuol dire, nel 2016, distruggere delle copie di un libro con i pensieri di Matteo Salvini?
Se la vostra risposta contiene “roghi, nazisti, fascisti!1!” mi sa che possiamo anche salutarci qui. Pensare che la libertà di espressione di Matteo Salvini, che vive in televisione 24/7, sia minacciata da alcune copie di un pamphlet danneggiate da un gruppo di universitari, se vi calmate un attimo, vi renderete conto anche voi che suona un po’ ridicolo (non fosse altro perché il gesto ha avuto l’ovvia conseguenza di permettere a Salvini di fare parlare ancora di sé e del suo libro).
So che piace molto citare a sproposito una cosa che Voltaire non solo non ha mai detto ma probabilmente non ha mai neanche pensato, ma anche qui sarebbe il caso di darsi una regolata. Le opinioni non sono cose che esistono nell’iperuranio: se sei il segretario di un partito nazionale, che governa comuni, province e regioni, ha avuto ministeri e ha ispirato leggi (Bossi-Fini, anyone?) le tue opinioni non solo solo opinioni. Sono azioni. Azioni che influenzano la vita delle persone o che vorrebbero farlo. E molti di noi magari sono disposti ad accettare che qualcuno, sbagliando, pensi che Pete Best suonasse meglio di Ringo Starr o che Sgt. Pepper è meglio di Revolver. Invece, non è che se uno ha intenzione di rendere più complicata la vita a degli altri esseri umani dobbiamo dire “oh, pofferbacco, non sono d’accordo ma prego, lo dica pure”. No. La verità è che ci sono idee che non dovremmo accettare e contro le quali è giusto lottare. Io non darei la vita per permettere a Salvini di esprimersi: io vorrei che Salvini avesse quelle idee di merda e vorrei che non avesse a disposizione tutti i megafoni del mondo per diffonderle.
E non è che se quelle idee sono pubblicate tra due dorsi di cartonicino, con un codice ISBN diventano intoccabili.
I ragazzi di Hobo hanno danneggiato delle proprietà della Feltrinelli (che ha le spalle larghe abbastanza da sopportare quella perdita inventariale); persino per la legge non dovrebbero rispondere di altro che di questo.
Vedo un’obiezione in fondo alla sala: “EH, MA ALLORA QUELLO DI CASA POUND CHE HA DANNEGGIATO I FUMETTI SATIRICI SU MUSSOLINI A ROMICS HA FATTO BENE?”
Grazie per la domanda.
Intanto, è di Casa PWND, quindi già parte svantaggiato. Ma quello che è successo a Roma è molto più vicino all’intimidazione di quello che è successo a Bologna. Le vittime della patetica (nella forma) spedizionaccia del Di Stefano jr. erano nelle intenzioni gli stessi autori del fumetto. E i danni, grandi o piccoli che siano stati, li ha subiti un piccolo editore. Tra l’altro, prendersela con le barzellette perché non si è capita una battuta mi sembra un livello davvero bassissimo. Per questo è giusto percularli, perché manco sono riusciti a fare quello che volevano.
Poi, oh, neanche l’azione di Hobo mi sembra una gran alzata di ingegno, ma trovo assurdo ed esagerato il modo in cui si è reagito.

Ma torniamo, per chiudere, a Saviano.
Che scrive:

Per prima cosa alla libreria, quella stessa Feltrinelli di piazza Ravegnana famosa perché lì Gian Giacomo Feltrinelli istruiva i librai affinché lasciassero i lettori liberi di leggere i libri per intero – andando ogni giorno a leggerne un pezzetto, come fosse il salotto di casa propria – senza comprarli. Quella stessa dove persino qualche furto era tollerato. E tollerare il furto di un libro significa capire che la cultura è nutrimento.

Ora. A parte che la Feltrinelli di piazza Ravegnana era il regno di Romano Montroni, più che di Feltrinelli,
Feltrinelli era un uomo d’affari e di cultura, ma probabilmente, da comunista terzomondista, avrebbe cercato di non farcelo nemmeno entrare, nelle sue librerie, il pamphlet politico di uno xenofobo che va a braccetto con i fascisti.
Perché bisogna prendere un uomo come Gian Giacomo Feltrinelli, che è stato complesso, sanguigno, radicale, e farne un’altra figurina nella Grande Raccolta per la Gioventù Panini dei Buoni-a-tutto-tondo?
Come se tutto fosse uno speciale di Fazio, un editoriale di Gramellini?
Il conflitto esiste, le ideologie esistono e le persone con cui possiamo essere in linea di massimo d’accordo possono fare delle cose che non condividiamo o che non comprendiamo.
Non è necessario cercare di ricondurre tutto a un’unità, verso il basso.

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Quel che resta

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C’è una novella di Boccaccio che cita Calvino nelle Lezioni americane, quando parla della leggerezza. Cavalcanti, poeta, è tormentato da dei nobili che vogliono assolutamente che faccia parte della loro compagnia. Un giorno questi lo bloccano da solo in mezzo a un cimitero e gli chiedono perché non voglia proprio saperne di unirsi a loro. Cavalcanti risponde serafico che lì a casa loro, tra i morti, possono chiedergli ciò che vogliono. E poi:

posta la mano sopra una di quelle arche, che grandi erano, sì come colui che leggerissimo era, prese un salto e fusi gittato dall’altra parte, e sviluppatosi da loro se n’andò.

Leggerissimo, con un gran salto si lascia le tombe e la compagnia, sui loro bei cavalli, alle spalle.
Ecco, a me sembra che quello che ha fatto Blu a Bologna tra venerdì e sabato sia molto simile al salto di Cavalcanti: qualcosa che gli inseguitori/scocciatori non si aspettano, che li spiazza perché non fa parte del loro orizzonte culturale e di cui non riescono a capacitarsi.
Basterebbe leggere l’intervista al curatore della mostra o a Fabio Roversi Monaco, entrambi piccatissimi e quasi incapaci, come i personaggi di Boccaccio, di accettare che qualcuno non abbia voluto avere nulla a che fare con loro.

Con la “distruzione” dei suoi lavori sui muri di Bologna, Blu ha scritto una pagina della storia di quella roba che chiamiamo “street art” che probabilmente si leggerà ancora tra tanti anni. Una delle dimostrazioni che Bologna, nonostante (e paradossalmente anche grazie a) un’amministrazione comunale sempre più patetica e vergognosa è un posto dove succedono cose grosse. Prima che andiate avanti a leggere qui, vi avviso che sul tema la cosa più bella l’ho letta su Bastonate. Continua a leggere

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Caro Sergio

copertina di Tex 347, Ombre Cinesi. Disegno di Claudio Villa

Caro Sergio,
non ci conosciamo. Abbiamo brevemente chiacchierato di Tex all’inaugurazione di una mostra di fumetti che faceva parte della tua campagna elettorale nelle comunali bolognesi. Qualche tempo dopo, quando facevi il sindaco di Bologna e io lo stagista in un giornale, l’unica volta che mi mandarono a Palazzo D’Accursio, ti ho visto scambiare due battute con i cronisti e ho notato sorridendo che nella mazzetta dei giornali avevi l’ultimo Tex.
Insomma, non ci conosciamo ma ti do del tu perché tra gente che legge Tex ci si dà del tu.

Ti vorrei raccontare una storia, se hai due minuti. Secondo me li hai.
Qualche anno fa, era il 2009, tu non facevi più il sindaco di Bologna e io facevo lo scrutatore a Genova, per le elezioni europee. Ero in un piccolo seggio in una porzione particolarmente anziana e “rossa” di Genova, una città che, ormai lo saprai, è di suo parecchio anziana e parecchio “rossa”. Eravamo, come sempre capita ai seggi, una buffa squadra: c’ero io, c’era una ragazza che (CARRAMBA) era in classe al liceo con mio fratello minore, c’era un ragazzo che (CARRAMBA) era al liceo con me in un’altra sezione. E poi c’era un bizzarro über-italiano ultraquarantenne che viveva con la madre, non capivamo bene che lavoro facesse, stava con una ballerina dell’est ma odiava gli immigrati. Questo si era pure portato il computer e una chiavetta della 3 e di tanto in tanto si metteva a navigare. A un certo punto era andato a vedere il programma di Forza Nuova, poi è entrato qualcuno e lui è corso al tavolo a registrare i dati lasciando in bella vista il computer con su la schermata di Forza Nuova. Una delle sere mi ha chiesto se volevo un passaggio in auto per tornare a casa e sono tutt’ora convinto che se avessi accettato sarebbe finita tipo Il sorpasso di Dino Risi. Ma questa è un’altra storia.
Presidente di seggio era una signora, madre del ragazzo mio compagno di scuola, sulle prime molto cordiale. Si era portata da casa la macchina della Nespresso, per dire.
Poi questa signora ha iniziato a diventare un po’ inquietante.
Quel seggio era il “suo” seggio. Faceva la presidente lì da eoni. Senza problemi, ci raccontava di essere un’attivista del PD, aveva tutta una serie di reti di conoscenze a livello di quartiere per delle robe di orti per pensionati. Conosceva tutti quelli che venivano a votare.
Anziani, per lo più.
Come sempre, a passare tutto quel tempo insieme, finisce sempre che la gente si apra più di quanto sarebbe necessario. Quindi, oltre a sapere tutte le sue vicende famigliari (che francamente ne avrei anche fatto a meno), a un certo punto ho saputo che tutti i “suoi” vecchietti venivano a votare con il “santino” che lei aveva distribuito.
Immagino, Sergio, che tu sappia cosa sia il “santino”: è quel foglietto, tipo un biglietto da visita, che ricorda all’elettore come deve votare, quali preferenze indicare. È una roba un po’ antipatica, perché se c’è la lista e ci sono le preferenze l’elettore dovrebbe votare secondo coscienza e non secondo il partito.
Comunque, mi ha fatto vedere uno di questi santini.
Quando abbiamo iniziato a fare lo spoglio delle schede, oh, tu non hai un’idea di quante fossero le schede che votavano la lista del PD indicando esattamente quelle preferenze lì. E, lo avrai capito, il nome in cima alla lista era il tuo.
Non penso di starti rivelando chissà cosa. Lo sapevi tu per primo che il PD genovese era ben felice di mandarti al Parlamento Europeo per togliere di mezzo un ingombrante personaggio. Più o meno come altri erano ben felici di mandarti a fare il sindaco a Bologna per evitare che interferissi troppo con le sorti del PD nazionale.
A Strasburgo, una promozione che sa di rimozione (oltre che, lo dicevi anche tu, ottimo impiego part-time per potere seguire da vicino il tuo ultimo figlio), ci sei andato anche grazie a chissà quanti vecchini intruppati con il santino con il tuo nome in tasca. Vecchini che a me non sembrano così diversi dagli immigrati che, nella tua visione del mondo che già ci ha regalato l’indimenticabile racket dei lavavetri bolognesi, sarebbero andati a votare la tua avversaria in cambio di soldi. Oh, poi magari hai ragione tu, vallo a sapere. Però, ecco, io di quel giorno ai seggi mi ricorderò sempre perché mi ha insegnato una cosina o due sulle magagne del meccanismo elettorale.

Ma poi, forse, Sergio, non è nemmeno colpa tua. Sono le primarie che proprio non vanno. Guarda che teatro che è scoppiato a Modena quando hanno fatto quelle per il sindaco (sono modenesi, sono matti, se hai abitato a Bologna dovresti saperlo, ma tant’è…). Io una volta ho pure votato, a delle primarie. Per Scalfarotto, fai te. Però, più ci penso, più mi sembra assurdo che un partito o una coalizione possa pensare di demandare le sue scelte non ai suoi tesserati (come sarebbe logico, no?) ma, letteralmente, al primo che passa per strada e ha due euro che gli ballano in tasca. Secondo me dovreste pensarci un po’ bene, a questa cosa qua. Poi fate voi.

Comunque, chiudendo, lascia perdere. È andata così.
Bisogna saper perdere.
Non sempre si può vincere.
Non siamo mica tutti Tex.

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Faster and Louder – The Dictators NYC @ Vicolo Bolognetti, 29/7/2014

Ma quindi, alla fine della fiera, come sono questi Dictators NYC, dal vivo?

The party starts NOW

The party starts NOW!

Una macchina da guerra.
Dal vivo, Handsome Dick Manitoba si conferma un concentrato di carisma e showmanship senza eguali. Dove non arriva con la voce arriva con il mestiere, è quasi impossibile staccargli gli occhi di dosso fin dal momento in cui sale sul palco. Ha quell’accento newyorchese che lo senti ed è subito il grande black out degli anni ’70. Su Baby let’s twist scende a cantare e ballare tra il pubblico. Scherza annunciando un set acustico. Si spruzza addosso acqua con uno spruzzino con sopra il logo dei Dictators (si intravede nella foto in alto). Gira filmati con il telefonino dal palco per fare vedere al figlio undicenne e fan del rap che c’è davvero gente che lo crede un figo. Si diverte e fa il suo mestiere, a sessant’anni suonati (e non tutti pacifici). Su internet ha scritto che questo tour europeo non vuole essere un modo di speculare su un marchio di successo ma l’occasione di costruire qualcosa; vuole che l’anno prossimo la band sia invitata di nuovo a suonare negli stessi posti. E si vede.
Dietro, la band suona compatta – e faster and louder – un impasto di punk e hard rock spinto da un batterista, “Thunderbolt” Patterson, che picchia come un mastro ferraio e da un bassista, Dean Rispler, che sa il fatto suo. Alle chitarre, Daniel Ray (produttore di alcuni dischi dei Ramones e collaboratore di Joey Ramone, tanto per dire che sul palco c’è dell’aristocrazia della NY punk) e Ross the Bass sono attaccati direttamente a due stack Marshall. Niente effetti, niente trucchetti. Sei corde, quattro dita, un cavo e uno stronzo che suona, per citare Keith Richards. Tutto è molto in your face e a un volume abbastanza preoccupante, cioè quello giusto per questa musica.

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Ross the Boss fa il suo lavoro di guitar hero con dedizione e senso scenico, prendendosi il proscenio a ogni assolo, sempre sparato a mille ma con quel gusto melodico viscerale che è il suo marchio di fabbrica qualunque cosa faccia. Guardare suonare per oltre un’ora uno dei miei chitarristi preferiti da mezzo metro scarso di distanza è stata un’esperienza surreale. Neanche fosse stata una clinic.

La scaletta ha saltato a piè pari il secondo disco, Manifest destiny, ma non è stato un male, anche perché quei pezzi non avrebbero reso molto in questa veste sonora più metallosa. Però si sono state Avenue A, New York New York, Two Tub Man, Faster and Louder, The Next Big Thing, Stay with Me, Who Will Save Rock and Roll, The Savage Beat, Baby Let’s Twist, I Stand Tall, The Party Starts Now. Un ottimo campionario dell’abilità di compositore di Andy Shernoff (che ha deciso di non essere più della partita da un sacco di tempo).
E poi una manciata di cover: Slow Death dei Flamin’ Groovies, American Beat dei Fleshtones e per finire una Kick Out the Jams degli MC5 che ha avuto più o meno l’effetto di una sassata in un formicaio.

Gente, per essere un martedì sera piovoso di fine luglio a Bologna ce n’era fin parecchia. Pochissimi fan dei Manowar lì solo per Ross the Boss, parecchi fan dei Dictators (e io che temevo di essere l’unico o giù di lì). Che sia stato un concerto in cui non c’è stato tempo per respirare lo dimostra il fatto che a due giorni di distanza su youtube non c’è nemmeno un video.
Dopo il concerto, tutti e cinque i membri del gruppo gironzolavano tranquilli nei pressi del banchetto del merchandising a firmare qualsiasi cosa, farsi fare foto e scambiare due chiacchiere.
Io a quel punto avevo il collo pezzi, un orecchio che fischiava in modo preoccupante e il collo indolenzito, segno che il concerto era stato un successone.

Per chi può, la prossima data italiana è sabato sera a Seregno (MB).

 

 

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Un ennesimo post da pendolare

La prova del fatto che i pendolari sono persone civili (fin troppo) è che stamattina non state leggendo cronache di una rivolta alla stazione di Bologna, con i maxischermi della pubblicità presi a sassate, il club FrecciaRossa trasformato in sala d’aspetto di seconda classe e la stazione Alta Velocità lasciata lì com’è perché quella fa già pena a guardarla e non sembra il caso di infierire.
Premessa: ieri il regionale veloce per Milano delle 7.52, utilizzatissimo dai pendolari perché ferma in tutte le stazioni minori, parte in ritardo di 20 minuti perché LA CACCA. Venti minuti possono fare la differenza tra entrare in orario o in ritardo per molti di noi che fanno questa vita qua, specie se dove arrivi devi anche prendere degli autobus.

Stamattina lo stesso treno ripete l’exploit: non parte, ferrovieri che attraversano a folate i corridoi, il ritardo sul tabellone che cresce, che cresce e che mai viene giù.
Attorno alle 8.15 chiedo a un ferroviere che passa così veloce che sembra uno shinkansen se mai partiremo: “Non sappiamo quando” risponde, la voce trasfigurata dall’effetto doppler. Impreco, tiro un calcio al sedile davanti (che risulterà l’unico atto di violenza contro cose o persone registrato nella mattinata), scendo a guardare il tabellone degli orari.
Fuori ci sono tipo cinque ferrovieri che cercano di capire quale porta non funziona. Ora, io non ne so di niente di treni e non posso che credere alla buona fede di gente che sta lavorando, per di più a contatto con un pubblico con a disposizione una riserva più o meno illimitata di sassi. Fatto sta che i regionali sono fatti in modo che se c’è una porta che non va ci vogliono cinque persone che lavorano per mezz’ora per capire dove sia il guasto. Italia, 2013. Alla fine si prende male parole un ferroviere non in servizio che era su quel treno come passeggero ed era l’unico che cercava di dare delle spiegazioni ai passeggeri.
Inizia il gioco d’azzardo: aspettare che parta questo? Prendere quello dopo che comunque è in ritardo pure lui?
A un certo punto, la svolta: treno soppresso. I più punk si imbarcano su un FrecciaBianca. Io resto lì che se becchi il controllore con il belino girato ha pure ragione lui.
Poi la contro-svolta: hanno fatto arrivare sul binario di fianco un altro treno, si usa quello che non è rotto.
Mi siedo. È fatta? No.
A un certo punto vedo gente che scende, gente che so che di solito scende dove scendo io.
“Parte prima quello per Piacenza in ritardo,” dicono. Ulteriori imprecazioni. Sono le 8.30.
Alla fine, a fatica arriva il treno dalla Romagna, vomita i suoi provatissimi passeggeri (secondo voi funzionava l’aria condizionata) e ci saliamo pure noi.
Lasciamo Bologna all’alba delle 8.40.

Uno spettatore esterno avrebbe notato che in tutto questo, a parte alcuni sfoghi magari accesi, tutto si è svolto con una bovina e rassegnata passività da parte dei passeggeri. Scendiamo, risaliamo, aspettiamo, imploriamo informazioni.
Giornate così capitano circa una volta al mese. Va peggio quando nevica, ma anche d’estate con le “variazioni di turno del personale” (trad. “non sappiamo gestire un piano ferie”) non si scherza mica. E non su linee per gente che va a divertirsi (e che comunque ha tutto il diritto di avere un servizio decente), ma su linee frequentate da persone che il treno lo usano per andare a lavorare e pagano anticipatamente per il servizio.
Ma, appunto, siamo gente che vuole solo andare a lavorare, fino a che il lavoro c’è. Non abbiamo voglia di metterci ad assaltare in massa i FrecciaBianca (una volta potevi fare l’abbonamento agli intercity con cui potevi prendere sia IC sia i regionali, poi hanno tolto prima gli IC e poi la possibilità di prendere i treni regionali con i biglietti per treni di fascia superiore), non abbiamo voglia di occupare binari, tirare sassate o sfasciare distributori automatici (benché la tentazione sia molto, molto, molto forte).
Vogliamo solo andare decentemente da A a B in tempi ragionevoli. Vogliamo che ci dicano come stanno le cose, non perché cambi molto dal punto di vista pratico ma per una questione di educazione e rispetto, per non sentirci dei capi di bestiame trasportati lungo la linea.
Non è che vogliamo poi molto.
Ma non ce lo danno lo stesso.

E a questo punto viene voglia di sognare un mondo dove le stazioni debbano essere presidiate ogni mattina e ogni tardo pomeriggio da reparti anti-sommossa, che almeno si passa il tempo intanto che si aspetta il treno.

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“Mi chì”, o di quella volta che sono andato a vedere i Radiohead

Nella più antica e deprecata tradizione di splinder, un post a punti.

* La cosa che più mi ha stupito del concerto del Radiohead è la stessa che stupì il doge di Genova in visita a Versailles nel 1685, a trattare la resa il re di Francia che gli ha quasi raso al suolo la città. “Mi chì“, ovvero “La mia presenza qui”. Non sono un grande fan dei Radiohead, non al punto di spendere quello che costava il biglietto per andarli a vedere. Poi però è saltato fuori che due amici avevano un biglietto in più e così… Mi chì.

* Gruppo spalla: Caribou. Che in origine si chiamava Manitoba, poi Handsome Dick Manitoba (dei Dictators) ha minacciato di fargli causa e allora ha cambiato nome. Dance, due batterie, un sacco di energia ma non la cosa migliore da ascoltare se non sei sotto MDMA.

* Il palco dei Radiohead, l’avrete letto dappertutto, è pazzesco. I 12 schermi LED che incombono sul palco frammentano le immagini dei musicisti e ogni tanto ti fanno pensare che qualcuno stia per venire spedito nella Zona Fantasma

This is what you get when you mess with us

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Prima di andare a Genova – 3. Da Napoli a Napoli, via Seattle

[Dieci anni dopo, diamo un’occhiata a che facce avevano gli italiani prima di andare a Genova per spaccarne o per farsele spaccare]

L’idea di ospitare un G8 a Genova prende corpo nel 1999.
Prima di Seattle.
Il modello in mente allora era quello del G7 a Napoli del luglio 1994, all’alba dell’era Berlusconi. Napoli venne tirata a lustro per l’occasione (almeno le zone di rappresentanza) e la giornata in libertà di Bill Clinton, con annesso bagno di folla, diede l’impressione che i “grandi della terra” fossero sotto sotto dei compagnoni.
Così, quando nel dicembre 1999 l’allora sindaco di Genova Giuseppe Pericu propone la candidatura di Genova per l’edizione 2001 al governo D’Alema, pensa che sta semplicemente facendo un buon affare per la città: un sacco di soldi per lavori pubblici di riqualificazione urbana ed esposizione mediatica con conseguente ritorno di immagine.
Però.
Il 30 novembre del 1999, in un’altra città portuale, Seattle, è successo qualcosa.
In occasione del meeting della World Trade Organization, è scoppiata una delle più colossali manifestazioni di protesta che la storia USA recente ricordi. Decine di migliaia di manifestanti, appartenenti a diverse organizzazioni che rifiutano quella che definiscono “globalizzazione dall’alto”, hanno occupato le strade circostanti la sede del vertice, impedendo a numerosi delegati di raggiungerla. Ci sono stati scontri, vetrine di negozi di grandi gruppi distrutte, 600 arresti, cariche a cavallo, lacrimogeni.
Le immagini hanno fatto il giro del mondo e di colpo l’idea di sfruttare i grandi vertici internazionali, quelli in cui “il potere” assume volti e corpi, per contestare le politiche neoliberiste è diventata un’idea davvero globale. I giornali italiani hanno iniziato a parlare di “popolo di Seattle”.

A febbraio del 2000 Genova viene scelta come sede del G8 del 2001. Arrivano 200 miliardi di lire per lavori pubblici.

In un certo senso Pisanu è stato lungimirante. Genova sarà un’altra Napoli. Ma non quella del 1994.

Amato diventa presidente del consiglio ad aprile del 2000.
A giugno del 2000 a Bologna si tiene il vertice dell’OCSE. La città è invasa da forze dell’ordine. Una sera dall’ospedale maggiore al centro conto almeno una trentina di mezzi di polizia e carabinieri parcheggiati davanti agli alberghi che ospitano i delegati.
Quando uno dei cortei cerca di passare oltre al cordone della polizia (senza armi, semplicemente spingendo) i poliziotti picchiano tenendo i manganelli al contrario, c0sì che sia l’impugnatura a fare il lavoro sporco. Il tg3 regionale dell’ora di pranzo va vedere le immagini, si vedono chiaramente i manganelli al contrario. Tempo di cena e quel video è sparito.

A marzo del 2001 il corteo del “no global forum” viene chiuso in piazza Municipio e caricato pesantemente. Nonostante il governo “amico”  in carica, l’inviato di Repubblica descrive così la giornata:

La piazza diventa un inferno e ci vorranno almeno tre quarti d’ora di battaglia per sgomberare e allontanare i giovani. Poi le forze dell’ordine prendono il sopravvento e se la prendono anche con quei manifestanti che con gli scontri non c’entravano nulla, manganellando a ripetizione chiunque trovassero sulla loro strada, anche quelli a braccia alzate. Alla fine tornano alle loro postazioni portandosi dietro come trofei gli striscioni sequestrati ed esultando verso i colleghi delle seconde linee che rispondono a colpi di manganello sulle transenne in un clamore innaturale e sorprendente ma esplicativo dello stato d’animo di poliziotti e carabinieri.

Successive indagini riveleranno pestaggi nei confronti degli arrestati (alcuni dei quali rastrellati negli ospedali) in caserma, ma sono tutte notizie di cui si sentirà parlare solo dopo il G8 genovese.

Quando Berlusconi vince di nuovo le elezioni a maggio del 2001, l’organizzazione della sicurezza al vertice del G8 è stata praticamente già conclusa dal governo Amato: la zona gialla, la zona rossa, i cecchini sui tetti, le batterie di missili terra-aria all’aeroporto.
Il nuovo governo non ritiene di dover cambiare il capo della polizia nominato da Amato, Gianni De Gennaro.

(prima puntata; seconda puntata)

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