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Caro Sergio

copertina di Tex 347, Ombre Cinesi. Disegno di Claudio Villa

Caro Sergio,
non ci conosciamo. Abbiamo brevemente chiacchierato di Tex all’inaugurazione di una mostra di fumetti che faceva parte della tua campagna elettorale nelle comunali bolognesi. Qualche tempo dopo, quando facevi il sindaco di Bologna e io lo stagista in un giornale, l’unica volta che mi mandarono a Palazzo D’Accursio, ti ho visto scambiare due battute con i cronisti e ho notato sorridendo che nella mazzetta dei giornali avevi l’ultimo Tex.
Insomma, non ci conosciamo ma ti do del tu perché tra gente che legge Tex ci si dà del tu.

Ti vorrei raccontare una storia, se hai due minuti. Secondo me li hai.
Qualche anno fa, era il 2009, tu non facevi più il sindaco di Bologna e io facevo lo scrutatore a Genova, per le elezioni europee. Ero in un piccolo seggio in una porzione particolarmente anziana e “rossa” di Genova, una città che, ormai lo saprai, è di suo parecchio anziana e parecchio “rossa”. Eravamo, come sempre capita ai seggi, una buffa squadra: c’ero io, c’era una ragazza che (CARRAMBA) era in classe al liceo con mio fratello minore, c’era un ragazzo che (CARRAMBA) era al liceo con me in un’altra sezione. E poi c’era un bizzarro über-italiano ultraquarantenne che viveva con la madre, non capivamo bene che lavoro facesse, stava con una ballerina dell’est ma odiava gli immigrati. Questo si era pure portato il computer e una chiavetta della 3 e di tanto in tanto si metteva a navigare. A un certo punto era andato a vedere il programma di Forza Nuova, poi è entrato qualcuno e lui è corso al tavolo a registrare i dati lasciando in bella vista il computer con su la schermata di Forza Nuova. Una delle sere mi ha chiesto se volevo un passaggio in auto per tornare a casa e sono tutt’ora convinto che se avessi accettato sarebbe finita tipo Il sorpasso di Dino Risi. Ma questa è un’altra storia.
Presidente di seggio era una signora, madre del ragazzo mio compagno di scuola, sulle prime molto cordiale. Si era portata da casa la macchina della Nespresso, per dire.
Poi questa signora ha iniziato a diventare un po’ inquietante.
Quel seggio era il “suo” seggio. Faceva la presidente lì da eoni. Senza problemi, ci raccontava di essere un’attivista del PD, aveva tutta una serie di reti di conoscenze a livello di quartiere per delle robe di orti per pensionati. Conosceva tutti quelli che venivano a votare.
Anziani, per lo più.
Come sempre, a passare tutto quel tempo insieme, finisce sempre che la gente si apra più di quanto sarebbe necessario. Quindi, oltre a sapere tutte le sue vicende famigliari (che francamente ne avrei anche fatto a meno), a un certo punto ho saputo che tutti i “suoi” vecchietti venivano a votare con il “santino” che lei aveva distribuito.
Immagino, Sergio, che tu sappia cosa sia il “santino”: è quel foglietto, tipo un biglietto da visita, che ricorda all’elettore come deve votare, quali preferenze indicare. È una roba un po’ antipatica, perché se c’è la lista e ci sono le preferenze l’elettore dovrebbe votare secondo coscienza e non secondo il partito.
Comunque, mi ha fatto vedere uno di questi santini.
Quando abbiamo iniziato a fare lo spoglio delle schede, oh, tu non hai un’idea di quante fossero le schede che votavano la lista del PD indicando esattamente quelle preferenze lì. E, lo avrai capito, il nome in cima alla lista era il tuo.
Non penso di starti rivelando chissà cosa. Lo sapevi tu per primo che il PD genovese era ben felice di mandarti al Parlamento Europeo per togliere di mezzo un ingombrante personaggio. Più o meno come altri erano ben felici di mandarti a fare il sindaco a Bologna per evitare che interferissi troppo con le sorti del PD nazionale.
A Strasburgo, una promozione che sa di rimozione (oltre che, lo dicevi anche tu, ottimo impiego part-time per potere seguire da vicino il tuo ultimo figlio), ci sei andato anche grazie a chissà quanti vecchini intruppati con il santino con il tuo nome in tasca. Vecchini che a me non sembrano così diversi dagli immigrati che, nella tua visione del mondo che già ci ha regalato l’indimenticabile racket dei lavavetri bolognesi, sarebbero andati a votare la tua avversaria in cambio di soldi. Oh, poi magari hai ragione tu, vallo a sapere. Però, ecco, io di quel giorno ai seggi mi ricorderò sempre perché mi ha insegnato una cosina o due sulle magagne del meccanismo elettorale.

Ma poi, forse, Sergio, non è nemmeno colpa tua. Sono le primarie che proprio non vanno. Guarda che teatro che è scoppiato a Modena quando hanno fatto quelle per il sindaco (sono modenesi, sono matti, se hai abitato a Bologna dovresti saperlo, ma tant’è…). Io una volta ho pure votato, a delle primarie. Per Scalfarotto, fai te. Però, più ci penso, più mi sembra assurdo che un partito o una coalizione possa pensare di demandare le sue scelte non ai suoi tesserati (come sarebbe logico, no?) ma, letteralmente, al primo che passa per strada e ha due euro che gli ballano in tasca. Secondo me dovreste pensarci un po’ bene, a questa cosa qua. Poi fate voi.

Comunque, chiudendo, lascia perdere. È andata così.
Bisogna saper perdere.
Non sempre si può vincere.
Non siamo mica tutti Tex.

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Faster and Louder – The Dictators NYC @ Vicolo Bolognetti, 29/7/2014

Ma quindi, alla fine della fiera, come sono questi Dictators NYC, dal vivo?

The party starts NOW

The party starts NOW!

Una macchina da guerra.
Dal vivo, Handsome Dick Manitoba si conferma un concentrato di carisma e showmanship senza eguali. Dove non arriva con la voce arriva con il mestiere, è quasi impossibile staccargli gli occhi di dosso fin dal momento in cui sale sul palco. Ha quell’accento newyorchese che lo senti ed è subito il grande black out degli anni ’70. Su Baby let’s twist scende a cantare e ballare tra il pubblico. Scherza annunciando un set acustico. Si spruzza addosso acqua con uno spruzzino con sopra il logo dei Dictators (si intravede nella foto in alto). Gira filmati con il telefonino dal palco per fare vedere al figlio undicenne e fan del rap che c’è davvero gente che lo crede un figo. Si diverte e fa il suo mestiere, a sessant’anni suonati (e non tutti pacifici). Su internet ha scritto che questo tour europeo non vuole essere un modo di speculare su un marchio di successo ma l’occasione di costruire qualcosa; vuole che l’anno prossimo la band sia invitata di nuovo a suonare negli stessi posti. E si vede.
Dietro, la band suona compatta – e faster and louder – un impasto di punk e hard rock spinto da un batterista, “Thunderbolt” Patterson, che picchia come un mastro ferraio e da un bassista, Dean Rispler, che sa il fatto suo. Alle chitarre, Daniel Ray (produttore di alcuni dischi dei Ramones e collaboratore di Joey Ramone, tanto per dire che sul palco c’è dell’aristocrazia della NY punk) e Ross the Bass sono attaccati direttamente a due stack Marshall. Niente effetti, niente trucchetti. Sei corde, quattro dita, un cavo e uno stronzo che suona, per citare Keith Richards. Tutto è molto in your face e a un volume abbastanza preoccupante, cioè quello giusto per questa musica.

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Ross the Boss fa il suo lavoro di guitar hero con dedizione e senso scenico, prendendosi il proscenio a ogni assolo, sempre sparato a mille ma con quel gusto melodico viscerale che è il suo marchio di fabbrica qualunque cosa faccia. Guardare suonare per oltre un’ora uno dei miei chitarristi preferiti da mezzo metro scarso di distanza è stata un’esperienza surreale. Neanche fosse stata una clinic.

La scaletta ha saltato a piè pari il secondo disco, Manifest destiny, ma non è stato un male, anche perché quei pezzi non avrebbero reso molto in questa veste sonora più metallosa. Però si sono state Avenue A, New York New York, Two Tub Man, Faster and Louder, The Next Big Thing, Stay with Me, Who Will Save Rock and Roll, The Savage Beat, Baby Let’s Twist, I Stand Tall, The Party Starts Now. Un ottimo campionario dell’abilità di compositore di Andy Shernoff (che ha deciso di non essere più della partita da un sacco di tempo).
E poi una manciata di cover: Slow Death dei Flamin’ Groovies, American Beat dei Fleshtones e per finire una Kick Out the Jams degli MC5 che ha avuto più o meno l’effetto di una sassata in un formicaio.

Gente, per essere un martedì sera piovoso di fine luglio a Bologna ce n’era fin parecchia. Pochissimi fan dei Manowar lì solo per Ross the Boss, parecchi fan dei Dictators (e io che temevo di essere l’unico o giù di lì). Che sia stato un concerto in cui non c’è stato tempo per respirare lo dimostra il fatto che a due giorni di distanza su youtube non c’è nemmeno un video.
Dopo il concerto, tutti e cinque i membri del gruppo gironzolavano tranquilli nei pressi del banchetto del merchandising a firmare qualsiasi cosa, farsi fare foto e scambiare due chiacchiere.
Io a quel punto avevo il collo pezzi, un orecchio che fischiava in modo preoccupante e il collo indolenzito, segno che il concerto era stato un successone.

Per chi può, la prossima data italiana è sabato sera a Seregno (MB).

 

 

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Un ennesimo post da pendolare

La prova del fatto che i pendolari sono persone civili (fin troppo) è che stamattina non state leggendo cronache di una rivolta alla stazione di Bologna, con i maxischermi della pubblicità presi a sassate, il club FrecciaRossa trasformato in sala d’aspetto di seconda classe e la stazione Alta Velocità lasciata lì com’è perché quella fa già pena a guardarla e non sembra il caso di infierire.
Premessa: ieri il regionale veloce per Milano delle 7.52, utilizzatissimo dai pendolari perché ferma in tutte le stazioni minori, parte in ritardo di 20 minuti perché LA CACCA. Venti minuti possono fare la differenza tra entrare in orario o in ritardo per molti di noi che fanno questa vita qua, specie se dove arrivi devi anche prendere degli autobus.

Stamattina lo stesso treno ripete l’exploit: non parte, ferrovieri che attraversano a folate i corridoi, il ritardo sul tabellone che cresce, che cresce e che mai viene giù.
Attorno alle 8.15 chiedo a un ferroviere che passa così veloce che sembra uno shinkansen se mai partiremo: “Non sappiamo quando” risponde, la voce trasfigurata dall’effetto doppler. Impreco, tiro un calcio al sedile davanti (che risulterà l’unico atto di violenza contro cose o persone registrato nella mattinata), scendo a guardare il tabellone degli orari.
Fuori ci sono tipo cinque ferrovieri che cercano di capire quale porta non funziona. Ora, io non ne so di niente di treni e non posso che credere alla buona fede di gente che sta lavorando, per di più a contatto con un pubblico con a disposizione una riserva più o meno illimitata di sassi. Fatto sta che i regionali sono fatti in modo che se c’è una porta che non va ci vogliono cinque persone che lavorano per mezz’ora per capire dove sia il guasto. Italia, 2013. Alla fine si prende male parole un ferroviere non in servizio che era su quel treno come passeggero ed era l’unico che cercava di dare delle spiegazioni ai passeggeri.
Inizia il gioco d’azzardo: aspettare che parta questo? Prendere quello dopo che comunque è in ritardo pure lui?
A un certo punto, la svolta: treno soppresso. I più punk si imbarcano su un FrecciaBianca. Io resto lì che se becchi il controllore con il belino girato ha pure ragione lui.
Poi la contro-svolta: hanno fatto arrivare sul binario di fianco un altro treno, si usa quello che non è rotto.
Mi siedo. È fatta? No.
A un certo punto vedo gente che scende, gente che so che di solito scende dove scendo io.
“Parte prima quello per Piacenza in ritardo,” dicono. Ulteriori imprecazioni. Sono le 8.30.
Alla fine, a fatica arriva il treno dalla Romagna, vomita i suoi provatissimi passeggeri (secondo voi funzionava l’aria condizionata) e ci saliamo pure noi.
Lasciamo Bologna all’alba delle 8.40.

Uno spettatore esterno avrebbe notato che in tutto questo, a parte alcuni sfoghi magari accesi, tutto si è svolto con una bovina e rassegnata passività da parte dei passeggeri. Scendiamo, risaliamo, aspettiamo, imploriamo informazioni.
Giornate così capitano circa una volta al mese. Va peggio quando nevica, ma anche d’estate con le “variazioni di turno del personale” (trad. “non sappiamo gestire un piano ferie”) non si scherza mica. E non su linee per gente che va a divertirsi (e che comunque ha tutto il diritto di avere un servizio decente), ma su linee frequentate da persone che il treno lo usano per andare a lavorare e pagano anticipatamente per il servizio.
Ma, appunto, siamo gente che vuole solo andare a lavorare, fino a che il lavoro c’è. Non abbiamo voglia di metterci ad assaltare in massa i FrecciaBianca (una volta potevi fare l’abbonamento agli intercity con cui potevi prendere sia IC sia i regionali, poi hanno tolto prima gli IC e poi la possibilità di prendere i treni regionali con i biglietti per treni di fascia superiore), non abbiamo voglia di occupare binari, tirare sassate o sfasciare distributori automatici (benché la tentazione sia molto, molto, molto forte).
Vogliamo solo andare decentemente da A a B in tempi ragionevoli. Vogliamo che ci dicano come stanno le cose, non perché cambi molto dal punto di vista pratico ma per una questione di educazione e rispetto, per non sentirci dei capi di bestiame trasportati lungo la linea.
Non è che vogliamo poi molto.
Ma non ce lo danno lo stesso.

E a questo punto viene voglia di sognare un mondo dove le stazioni debbano essere presidiate ogni mattina e ogni tardo pomeriggio da reparti anti-sommossa, che almeno si passa il tempo intanto che si aspetta il treno.

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“Mi chì”, o di quella volta che sono andato a vedere i Radiohead

Nella più antica e deprecata tradizione di splinder, un post a punti.

* La cosa che più mi ha stupito del concerto del Radiohead è la stessa che stupì il doge di Genova in visita a Versailles nel 1685, a trattare la resa il re di Francia che gli ha quasi raso al suolo la città. “Mi chì“, ovvero “La mia presenza qui”. Non sono un grande fan dei Radiohead, non al punto di spendere quello che costava il biglietto per andarli a vedere. Poi però è saltato fuori che due amici avevano un biglietto in più e così… Mi chì.

* Gruppo spalla: Caribou. Che in origine si chiamava Manitoba, poi Handsome Dick Manitoba (dei Dictators) ha minacciato di fargli causa e allora ha cambiato nome. Dance, due batterie, un sacco di energia ma non la cosa migliore da ascoltare se non sei sotto MDMA.

* Il palco dei Radiohead, l’avrete letto dappertutto, è pazzesco. I 12 schermi LED che incombono sul palco frammentano le immagini dei musicisti e ogni tanto ti fanno pensare che qualcuno stia per venire spedito nella Zona Fantasma

This is what you get when you mess with us

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Prima di andare a Genova – 3. Da Napoli a Napoli, via Seattle

[Dieci anni dopo, diamo un’occhiata a che facce avevano gli italiani prima di andare a Genova per spaccarne o per farsele spaccare]

L’idea di ospitare un G8 a Genova prende corpo nel 1999.
Prima di Seattle.
Il modello in mente allora era quello del G7 a Napoli del luglio 1994, all’alba dell’era Berlusconi. Napoli venne tirata a lustro per l’occasione (almeno le zone di rappresentanza) e la giornata in libertà di Bill Clinton, con annesso bagno di folla, diede l’impressione che i “grandi della terra” fossero sotto sotto dei compagnoni.
Così, quando nel dicembre 1999 l’allora sindaco di Genova Giuseppe Pericu propone la candidatura di Genova per l’edizione 2001 al governo D’Alema, pensa che sta semplicemente facendo un buon affare per la città: un sacco di soldi per lavori pubblici di riqualificazione urbana ed esposizione mediatica con conseguente ritorno di immagine.
Però.
Il 30 novembre del 1999, in un’altra città portuale, Seattle, è successo qualcosa.
In occasione del meeting della World Trade Organization, è scoppiata una delle più colossali manifestazioni di protesta che la storia USA recente ricordi. Decine di migliaia di manifestanti, appartenenti a diverse organizzazioni che rifiutano quella che definiscono “globalizzazione dall’alto”, hanno occupato le strade circostanti la sede del vertice, impedendo a numerosi delegati di raggiungerla. Ci sono stati scontri, vetrine di negozi di grandi gruppi distrutte, 600 arresti, cariche a cavallo, lacrimogeni.
Le immagini hanno fatto il giro del mondo e di colpo l’idea di sfruttare i grandi vertici internazionali, quelli in cui “il potere” assume volti e corpi, per contestare le politiche neoliberiste è diventata un’idea davvero globale. I giornali italiani hanno iniziato a parlare di “popolo di Seattle”.

A febbraio del 2000 Genova viene scelta come sede del G8 del 2001. Arrivano 200 miliardi di lire per lavori pubblici.

In un certo senso Pisanu è stato lungimirante. Genova sarà un’altra Napoli. Ma non quella del 1994.

Amato diventa presidente del consiglio ad aprile del 2000.
A giugno del 2000 a Bologna si tiene il vertice dell’OCSE. La città è invasa da forze dell’ordine. Una sera dall’ospedale maggiore al centro conto almeno una trentina di mezzi di polizia e carabinieri parcheggiati davanti agli alberghi che ospitano i delegati.
Quando uno dei cortei cerca di passare oltre al cordone della polizia (senza armi, semplicemente spingendo) i poliziotti picchiano tenendo i manganelli al contrario, c0sì che sia l’impugnatura a fare il lavoro sporco. Il tg3 regionale dell’ora di pranzo va vedere le immagini, si vedono chiaramente i manganelli al contrario. Tempo di cena e quel video è sparito.

A marzo del 2001 il corteo del “no global forum” viene chiuso in piazza Municipio e caricato pesantemente. Nonostante il governo “amico”  in carica, l’inviato di Repubblica descrive così la giornata:

La piazza diventa un inferno e ci vorranno almeno tre quarti d’ora di battaglia per sgomberare e allontanare i giovani. Poi le forze dell’ordine prendono il sopravvento e se la prendono anche con quei manifestanti che con gli scontri non c’entravano nulla, manganellando a ripetizione chiunque trovassero sulla loro strada, anche quelli a braccia alzate. Alla fine tornano alle loro postazioni portandosi dietro come trofei gli striscioni sequestrati ed esultando verso i colleghi delle seconde linee che rispondono a colpi di manganello sulle transenne in un clamore innaturale e sorprendente ma esplicativo dello stato d’animo di poliziotti e carabinieri.

Successive indagini riveleranno pestaggi nei confronti degli arrestati (alcuni dei quali rastrellati negli ospedali) in caserma, ma sono tutte notizie di cui si sentirà parlare solo dopo il G8 genovese.

Quando Berlusconi vince di nuovo le elezioni a maggio del 2001, l’organizzazione della sicurezza al vertice del G8 è stata praticamente già conclusa dal governo Amato: la zona gialla, la zona rossa, i cecchini sui tetti, le batterie di missili terra-aria all’aeroporto.
Il nuovo governo non ritiene di dover cambiare il capo della polizia nominato da Amato, Gianni De Gennaro.

(prima puntata; seconda puntata)

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Un debut?

Torno ora dall’assemblea pubblica in piazza del Nettuno a Bologna della “sezione” locale della cosiddetta “italian revolution” (che ha bisogno di darsi un nome decente in fretta).

Riassunto per chi si fosse perso qualcosa: a seguito delle manifestazioni di piazza spagnole delle scorse settimane, da venerdì 20 maggio in Italia in diverse piazze si sono organizzati presidi spontanei di manifestanti. Quello di Bologna conta diverse persone che dormono in piazza, alle quali si aggiungono quelle che animano il presidio durante il giorno e quelle che frequentano le assemblee.

Volevo andare a sentire di che cosa si trattava perché da nessuna parte si trovano resoconti dettagliati di quello che sta succedendo sotto al Nettuno e perché volevo capire se era una tristanzuola imitazione di una cosa sorta in un altro contesto o se c’era dell’altro.
Sorpresa.
C’è dell’altro.
L’assemblea è iniziata facendo il punto sulla situazione spagnola: passate le elezioni, le piazza stanno per svuotarsi e il movimento si interroga su cosa fare dopo e come tenere in vita quell’esperienza. A Barcellona sembrano essere molto più organizzati e tenaci che a Madrid, da quello che ho sentito. Poi, dopo che i diversi gruppi di lavoro hanno presentato la loro attività (la più importante della quale, sul lungo periodo, mi sembra quella di coordinamento tra le piazze italiane) è iniziata l’assemblea vera e propria. Che ha alcune regole interessanti sull’espressione di apprezzamento o meno degli interventi: invece di applaudire si scuotono in alto le mani (tipo Il ballo di Simone), invece di fare buuuh si incrociano i pugni e per far capire a qualcuno che è fuori tema si ruotano gli avambracci uno sull’altro. La cosa funziona abbastanza bene e l’assenza di appluasi permette ai discorsi di filare abbastanza lisci senza interruzioni.
Vista la sua relativa giovinezza, la piazza di Bologna mi è sembrata ancora alla ricerca di una sua identità e gran parte degli interventi vertevano intorno alla necessità di trovare dei punti programmatici. In questo senso, l’idea più centrata e lucida mi è sembrata quella di insistere sui referendum del 12 e 13 giugno, quello sull’acqua in primis. È centrata e lucida perché oppone simbolicamente alle decisioni di un parlamento che oramai sa veramente il cazzo di chi sia espressione una votazione diretta. Ed è efficace perché se il referendum superasse il quorum sarebbe il primo da davvero tanto tempo. Inoltre è un obiettivo con una scadenza precisa ed è un obiettivo concreto. Si è anche parlato di organizzare un “referendum sociale” e simbolico nel caso quello reale venisse rigettato dalla Corte Costituzionale. Altri punti che ho trovato azzeccati (e auspicabili) sono la saldatura con altre forme di protesta e pratiche già presenti in città, come lo sciopero della fame davanti al provveditorato o i critical mass.
Ho trovato invece un po’ fuori fuoco e prematuri altri interventi che proponevano un documento con cui si chiedano a. requisizione delle case sfitte; b. reddito minimo di cittadinanza di 1.100 euro; c. reddito di disoccupazione di 900 euro; d. nazionalizzazione delle banche. Prima ancora di entrare nel merito, direi che sono obiettivi un po’ al di là della portata di un movimento che al momento raduna un centinaio di persone a Bologna. Va bene che bisogna sempre puntare in alto, ma un minimo di pragmatismo penso ci voglia.
La stragrande maggioranza dei partecipanti sembrano essere studenti universitari, ma c’era anche qualche signore con i capelli bianchi (come un ex militante del PCI di 68 anni che ha fatto un intervento un po’ naif ma sincero), oltre a una presenza storica di piazza Maggiore, cioè il tizio che da anni improvvisa assemblee pubbliche con il suo sgabellino.
L’atmosfera, durante tutta l’assemblea (ridendo e scherzando, tre ore) è sempre stata parecchio rilassata e rispettosa. Non so se si possa parlare di un vero e proprio gruppo di organizzatori, ma è evidente che comunque (e giustamente) chi passa più tempo in piazza gestisce l’assemblea e lo fa parecchio bene.
In generale, si respira l’aria eccitante di qualcosa in divenire, che sta cercando di mettere in piedi un movimento che non si leghi alla protesta contro un evento o una decisione specifica ma che possa esprimere una critica più ampia e di sistema. E che rispetto a “grillini” o “popolo viola” sia meno propenso (anzi, proprio per niente) a legarsi a figure carismatiche, firmatari di appelli o altri vati.
Vedremo cosa ne verrà fuori, sperando che il previsto acquazzone di sabato non spazzi via tutto.
Se siete a Bologna, passateci. L’assemblea della sera inizia verso le 20.30. Ce n’è un’altra attorno alle 12 e una alle 17, mi pare.
In ogni caso c’è la pagina Facebook e l’account su Twitter, oltre che a un blog, sul quale si può leggere il manifesto della piazza bolognese.

(scusate, questo resoconto meritava di essere migliore, ma o lo scrivevo appena tornato o non lo scrivevo mai più. Per qualunque cosa, magari se ne può parlare nei commenti)

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La stella mancata del Grifone

Anni fa, fresco di laurea, venni incaricato di scrivere i testi di una rivista promozionale da diffondere a Bologna che doveva, grosso modo, contenere degli articoli che fossero collegati agli inserzionisti. Il tutto naufragò miseramente, nel senso che io consegnai il mio lavoro ma poi la rivista non uscì mai e io non vidi un centesimo (esperienza utile, che mi ha insegnato che le strette di mano non valgono un cazzo). Tra le cose che feci c’era un’intervista a Solenghi (“Sa, io faccio parte di una generazione per la quale Renzo Tramaglino ha l’autoradio sotto il braccio” gli ho detto a un certo punto, prima di chiedergli garbatamente se il Trio copiasse o no i Monty Python). E un pezzo sul Bologna. Ora, che ho da raccontare io, cresciuto a Genova, sul Bologna F.C.? Le serate del giovedì nella saletta piccola del circolo Arci di via Rivareno che si concludevano con “Bologna Bologna, Bologna campione“?
Dopo svariati rimuginamenti, conclusi che non potevo che raccontare di quando, nel 1925, quei rossoblù lì vinsero il loro primo scudetto in maniera tutt’altro che limpida (nella quale probabilmente c’entrava il fatto che il Bologna fosse nelle simpatie dei gerarchi fascisti; o almeno così si racconta a Genova) contro i rossoblù veri e propri. Cioè il Genoa. Che sarebbe poi la squadra di cui dovrei essere tifoso (ma non sono molto praticante. Anzi).
Un tema che a Genova è ancora piuttosto sentito, tanto che negli anni novanta vennero avviate dalla società (per un paio di volte) le pratiche per ottenere quello scudetto e avere così l’agognata stella. Senza che ovviamente si arrivasse a nulla.
La storia è parecchio interessante, perché racconta di un mondo del calcio lontano nel tempo (quasi cent’anni fa) ma straordinariamente simile a quello attuale, con invasioni di campo, scontri tra tifoserie in stazione, partite in campo neutro, decisioni arbitrali discutibili e sudditanza psicologica.
Eccola qui sotto. Continua a leggere

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